mercoledì 31 agosto 2011
Al più Deficiente di tutti
E' una foto del 2004. Era la festa della sua laurea, era domenica pomeriggio, era primavera inoltrata, eravamo in un paesino in cima alla collina, vista lago, nel giardino di una villa.
C'era anche la nonna, una donna che avevamo imparato a conoscere dai suoi spassosissimi racconti. C'era la sua famiglia. C'eravamo noi, tutti in dirittura d'arrivo con gli studi, staccati solo un po' dalla Vale e da Carlo.
Non so spiegare come da allora non sia cambiato molto. O meglio. C'è stato un lungo periodo della nostra vita in cui ci siamo visti tutti spesso, all'università. Io meno, e infatti lui mi aveva assegnato il "Best Casper Award", ma poi ho recuperato. Forse sono le persone con cui ho condiviso più pranzi al bar, anzi, senza il forse.
Mi vengono in mente spezzoni di vita. Le scale di Sant'Agnese e l'acquario. Le aule. Un telefono che vola nella tromba delle scale. Lui e Marco che prendono in giro i nostri fidanzati. Geppo che ride e strapazza la Milli. L'esame di Letteratura Latina. Quando si è ossigenato i capelli. Come prendeva in giro i ciellini. Il Mondiale di Corea e Giappone. Il suo modo di ridere e di mettere una mano davanti alla bocca. Il basket e le ammonizioni di Paola. I foglietti su cui scriveva le sue trovate. Ne ho uno da qualche parte. Poi sono arrivate "le raccolte". La storia del grande albero, la ricerca delle origini della nostra amicizia, che ancora restano un mistero.
Questa foto è del 2004 e Paola l'ha usata per il nostro tavolo, al suo matrimonio. Noi siamo quelli lì, lo siamo anche adesso. Siamo stati a casa dell'uno e dell'altra ci siamo presentati gli amori reciproci, sono arrivati i matrimoni, i figli. Doveva arrivare il suo.
E' difficile spiegare quello che proviamo. Ognuno di noi scrive e piange, non ci possiamo credere. Ognuno di noi ha in mente tutto quello che abbiamo passato insieme. Ne passeremo ancora, lui sarà sempre con noi. Ci verranno in mente come spezzoni di film, perchè è lui che ci ha insegnato a guardarci così. A prendere spunto dai nostri piccoli drammi personali, dalle nostre manie, per riderne. Noi, i Deficienti per definizione.
Ciao mitico.
lunedì 29 agosto 2011
A Stefano
Ero là, sulla veranda, con il mio gatto che reclamava grattini e in cambio mi regalava le sue fusa. Intorno voci in lontananza e il vagito di un neonato. Un bimbo che deve essere davvero piccolo, con un pianto da bambolotto, in questa sera fresca.
Una vita appena iniziata e che reclama attenzione. Ma questo pensiero ha aggiunto solo tristezza a quelli degli ultimi giorni. Quelli alle vite spezzate, alle vite in bilico.
Ieri, altra fresca serata. In riva al lago d'Orta, in attesa dei fuochi di Omegna, al tavolino di un pub sulla via per Miasino. Miasino e il suo castello, quello del matrimonio di Paola. I miei compagni di università. La Vale con il pancione e io con il braccio rotto.
E squilla il telefono, ed è Martina, fidanzata di uno di loro. Che coincidenza. Ma lei parla e piange e le coincidenze vanno a farsi fottere. C'è Stefano che lotta. La legionella, in Croazia, coma farmacologico, organi in difficoltà, terapia intensiva, avvisa tu gli altri, prepariamoci al peggio.
Non so niente, non capisco più niente, ascolto la mia voce riportare quelle parole a Geppo, a Paola, a Valeria, a Milena. E oggi a Virginia. E ascolto le loro reazioni, che sono le mie, tutte, sono le nostre. E di nuovo Martina, e di nuovo loro, e Geppo che prende la macchina e parte.
Noi abbiamo la nostra storia. La storia di un gruppo di persone che si sono incontrate là e che si sono fatti compagnia nei chiostri della Cattolica, in aula, agli esami, al bar Litta. La nostra storia che lui, Stefano, ha sempre messo per iscritto, colorandola, caricaturandola, degna di una sceneggiatura. Lui, ragazzone dalla battuta pronta, dalla scrittura facile, sempre presente. Lui, che ci ha assegnato i nostri ruoli, ci ha reso protagonisti, il nostro regista guascone.
Non può essere, non è possibile, non a lui. Continuiamo a ripeterci di farci forza, e la forza...non c'è.
Non prego più da tempo, ma Martina ha chiesto questo. Non sarà una preghiera, che mi è sempre parsa una forzatura. Ma i miei pensieri sono là. I nostri. Non mollare, vedi di tornare. Non abbiamo finito, qui.
Una vita appena iniziata e che reclama attenzione. Ma questo pensiero ha aggiunto solo tristezza a quelli degli ultimi giorni. Quelli alle vite spezzate, alle vite in bilico.
Ieri, altra fresca serata. In riva al lago d'Orta, in attesa dei fuochi di Omegna, al tavolino di un pub sulla via per Miasino. Miasino e il suo castello, quello del matrimonio di Paola. I miei compagni di università. La Vale con il pancione e io con il braccio rotto.
E squilla il telefono, ed è Martina, fidanzata di uno di loro. Che coincidenza. Ma lei parla e piange e le coincidenze vanno a farsi fottere. C'è Stefano che lotta. La legionella, in Croazia, coma farmacologico, organi in difficoltà, terapia intensiva, avvisa tu gli altri, prepariamoci al peggio.
Non so niente, non capisco più niente, ascolto la mia voce riportare quelle parole a Geppo, a Paola, a Valeria, a Milena. E oggi a Virginia. E ascolto le loro reazioni, che sono le mie, tutte, sono le nostre. E di nuovo Martina, e di nuovo loro, e Geppo che prende la macchina e parte.
Noi abbiamo la nostra storia. La storia di un gruppo di persone che si sono incontrate là e che si sono fatti compagnia nei chiostri della Cattolica, in aula, agli esami, al bar Litta. La nostra storia che lui, Stefano, ha sempre messo per iscritto, colorandola, caricaturandola, degna di una sceneggiatura. Lui, ragazzone dalla battuta pronta, dalla scrittura facile, sempre presente. Lui, che ci ha assegnato i nostri ruoli, ci ha reso protagonisti, il nostro regista guascone.
Non può essere, non è possibile, non a lui. Continuiamo a ripeterci di farci forza, e la forza...non c'è.
Non prego più da tempo, ma Martina ha chiesto questo. Non sarà una preghiera, che mi è sempre parsa una forzatura. Ma i miei pensieri sono là. I nostri. Non mollare, vedi di tornare. Non abbiamo finito, qui.
mercoledì 24 agosto 2011
Nostalgia andalusa
Svegliarsi, e addormentarsi, con il rumore del mare.
Quel respiro, a tratti più, a tratti meno intenso, in quella grande casa sulla spiaggia con i muri bianchi: quel respiro che sospingeva fin nelle nostre camere quel soffio fresco (tanto diverso dal clima che si respira qui) e che ci lasciava addormentati anche nella luce chiara del mattino.
Una settimana. Una sola settimana, ma lunghissima. Tra questa casa grande, e bella, e il mare, la sabbia, gli ombrelloni di banano e le amacas. E il bar colorato con le sorelle cameriere che ci portavano da mangiare direttamente in villa, e un lungo lungomare, che Paolo e Cecco di sono fatti un paio di volte di corsa. E i ristorantini di pesce, le famiglie e l'idioma spagnolo imperante.
E poi Malaga, in un giorno di feria, strapiena di giovani alticci e allegri, piena di sole fin dentro i vicoli, dalla cattedrale imponente, con un Picasso da esporre in varie forme in museo, la Plaza de Toros e uno spettacolo che ci ha lasciato sconcertati, la spiaggia cittadina e la fortezza alta alta. E Granada, coi suoi 44 gradi vista da un rovente pullmann scoperto, nei vicoli moreschi e dal Mirador de San Nicolas, e in un'Alhambra notturna, immaginando sete e tappeti e occhi da mille e una notte, tra luci soffuse e giochi d'acqua.
E loro, su tutto. Esperienze di anni che insegnano a far la spesa, a dividere, a eliminare tutti quegli inconvenienti tipici delle vacanze di gruppo. Ironici, informali, giocosi. Posseduti da una solida fratellanza. E noi, ragazze un po' invidiose di quel legame che non ha bisogno di tante parole, un tantino escluse. "Ammirate", ecco la parola giusta. Più consapevoli della nostra diversità, ai bordi di questa fratellanza che però ci ha avvolto e ci ha coccolato.
Siamo tornati e chissà cosa sarà della prossima estate. E' bello, però, aver colto il momento, tutti. Essere stati bene, consapevolmente bene. Resterà la carezza di quel mare, che continuo a sognare ogni notte.
Quel respiro, a tratti più, a tratti meno intenso, in quella grande casa sulla spiaggia con i muri bianchi: quel respiro che sospingeva fin nelle nostre camere quel soffio fresco (tanto diverso dal clima che si respira qui) e che ci lasciava addormentati anche nella luce chiara del mattino.
Una settimana. Una sola settimana, ma lunghissima. Tra questa casa grande, e bella, e il mare, la sabbia, gli ombrelloni di banano e le amacas. E il bar colorato con le sorelle cameriere che ci portavano da mangiare direttamente in villa, e un lungo lungomare, che Paolo e Cecco di sono fatti un paio di volte di corsa. E i ristorantini di pesce, le famiglie e l'idioma spagnolo imperante.
E poi Malaga, in un giorno di feria, strapiena di giovani alticci e allegri, piena di sole fin dentro i vicoli, dalla cattedrale imponente, con un Picasso da esporre in varie forme in museo, la Plaza de Toros e uno spettacolo che ci ha lasciato sconcertati, la spiaggia cittadina e la fortezza alta alta. E Granada, coi suoi 44 gradi vista da un rovente pullmann scoperto, nei vicoli moreschi e dal Mirador de San Nicolas, e in un'Alhambra notturna, immaginando sete e tappeti e occhi da mille e una notte, tra luci soffuse e giochi d'acqua.
E loro, su tutto. Esperienze di anni che insegnano a far la spesa, a dividere, a eliminare tutti quegli inconvenienti tipici delle vacanze di gruppo. Ironici, informali, giocosi. Posseduti da una solida fratellanza. E noi, ragazze un po' invidiose di quel legame che non ha bisogno di tante parole, un tantino escluse. "Ammirate", ecco la parola giusta. Più consapevoli della nostra diversità, ai bordi di questa fratellanza che però ci ha avvolto e ci ha coccolato.
Siamo tornati e chissà cosa sarà della prossima estate. E' bello, però, aver colto il momento, tutti. Essere stati bene, consapevolmente bene. Resterà la carezza di quel mare, che continuo a sognare ogni notte.
venerdì 12 agosto 2011
Ancora grazie, R101
Eh ma da quanto tempo non scrivo???? Troppo, troppo, troppo.
Oggi è il mio ultimo giorno a R101.
Ultimo, perchè domani volo via per le vacanze.
Ultimo, perchè il contratto è scaduto. Di nuovo.
Sì, lo so, ormai non ci crede nessuno. Come per Pierino con il lupo. E sinceramente mi piacerebbe moltissimo che fosse così, come il gusto di raccontare una storiella a sfondo morale.
In realtà, strano a dirsi, non riesco a smettere di pensare positivo.
Sarà perchè sto partendo per questa settimana che ho fortemente voluto. Sarà perchè ho trascorso splendidamente questi giorni, in una Milano sedotta e abbandonata, dai viali silenzioni e ombrosi, con i tram illuminati all'imbrunire sotto l'Arco della pace, con questo caldo limpido e ventilato, con gli amici a passeggiare nella luce gialla dei Navigli. A sorprenderla ancora più solitaria all'alba, a lasciarmela alle spalle a sera.
E ora la Spagna, in una villa sulla spiaggia che mai sarà silenziosa, al contrario. Un Paese a me del tutto sconosciuto, che assaggerò da brava italiana media. Felicissimamente.
Insomma, sarà per tutto questo che mi sento al riparo dalla tristezza. Ma è anche merito del mio capo, che è tornato brevemente in questi giorni e non ha mancato di lasciare aperto uno spiraglio per il futuro. E dei miei colleghi, che mi vogliono qui. E di tutti, tutti quelli che in questa radio ci lavorano. E' strano come, pur con mille difficoltà contrattuali e tecniche, non ci sia stato altro luogo in cui abbia avuto altrettanti attestati di stima. O forse no, non è strano, dopotutto.
E' per questo che li ringrazio uno ad uno. E' per questo che mi sento più forte, così positiva.
Se la vita dovrà prendere altre direzioni, va bene, sono pronta, come sempre. Grazie a loro, ho avuto il mio sogno.
Oggi è il mio ultimo giorno a R101.
Ultimo, perchè domani volo via per le vacanze.
Ultimo, perchè il contratto è scaduto. Di nuovo.
Sì, lo so, ormai non ci crede nessuno. Come per Pierino con il lupo. E sinceramente mi piacerebbe moltissimo che fosse così, come il gusto di raccontare una storiella a sfondo morale.
In realtà, strano a dirsi, non riesco a smettere di pensare positivo.
Sarà perchè sto partendo per questa settimana che ho fortemente voluto. Sarà perchè ho trascorso splendidamente questi giorni, in una Milano sedotta e abbandonata, dai viali silenzioni e ombrosi, con i tram illuminati all'imbrunire sotto l'Arco della pace, con questo caldo limpido e ventilato, con gli amici a passeggiare nella luce gialla dei Navigli. A sorprenderla ancora più solitaria all'alba, a lasciarmela alle spalle a sera.
E ora la Spagna, in una villa sulla spiaggia che mai sarà silenziosa, al contrario. Un Paese a me del tutto sconosciuto, che assaggerò da brava italiana media. Felicissimamente.
Insomma, sarà per tutto questo che mi sento al riparo dalla tristezza. Ma è anche merito del mio capo, che è tornato brevemente in questi giorni e non ha mancato di lasciare aperto uno spiraglio per il futuro. E dei miei colleghi, che mi vogliono qui. E di tutti, tutti quelli che in questa radio ci lavorano. E' strano come, pur con mille difficoltà contrattuali e tecniche, non ci sia stato altro luogo in cui abbia avuto altrettanti attestati di stima. O forse no, non è strano, dopotutto.
E' per questo che li ringrazio uno ad uno. E' per questo che mi sento più forte, così positiva.
Se la vita dovrà prendere altre direzioni, va bene, sono pronta, come sempre. Grazie a loro, ho avuto il mio sogno.
giovedì 28 luglio 2011
Fuga per la Vittoria
Sono una giornalista fuori dalla casta. Zero benefit, zero contratto, zero (o quasi) previdenza, zero disoccupazione.
E, soprattutto, mi manca la faccia tosta per quella cosa fondamentale di cui tutti i giornalisti si nutrono per non morire nel loop di corte, turni, albe, notti, notizie dell'ultima ora. E in particolare, quelli precari che devono crearsi un diversivo per non morire di ansia in prossimità delle scadenze dei propri contrattucoli: gli accrediti.
Ma ogni tanto ce la faccio anche io a superare quello scrupolo e avanzare quel "diritto" di presiedere a belle cose. Tipo ieri sera.
A due passi dalla radio c'è stata la presentazione dei calendari di Serie A per la prossima stagione. Ho colto quindi l'occasione, anche perchè ero splendidamente accompagnata. E l'ho colta anche per rivedere un po' di addetti ai lavori di quel mondo a cui da sempre mi piacerebbe appartenere.
Gli studi televisivi di Sportitalia, dunque. Il nostro timido ingresso, i primi saluti. Le sedie rimediate nel "settore ospiti", il rifiuto di andare a occupare i posti dietro ai rappresentanti dei club calcistici. A favore di telecamera sarebbe stato decisamente troppo.
Un'ora di diretta condotta da Alessandro, che mi ha salutato con un eloquente: ma tu che ci fai qui? (vedi la premessa a questo post). Un freddo da freezer e la trasmissione. Loro, presidenti, amministratori delegati, dirigenti, tutti schierati in prima fila. Al centro un tronfio giornalista sullo sgabello (stile Stregatto), con il conduttore una ex Miss Italia. Come volevasi dimostrare.
La presentazione era iniziata da un quarto d'ora forse. Ed ecco il colpo di scena. O meglio, di scemenza. Il presidente del Napoli che era giunto in auto fin quasi alle porte degli studi si alza e se na va, semplicemente. Sparisce. "Siete delle merde!", urla fuori. Ovviamente non era rivolto a noi tre ghiaccioli congelati, ma agli elfi dell'estrazione casuale del calendario, rei confessi di aver messo partite importanti a ridosso degli impegni di Champions League del Napoli (e fa niente se non è l'unica squadra impegnata nel torneo).
E vabbuò. Questo si alza e si volatilizza. Letteralmente. Non se ne accorge nessuno. Passa dietro una tenda, forse. Con un lunghissimo attimo di ritardo i colleghi seri si riscuotono dal momento di smarrimento e lo inseguono. A lungo, uno sciame di microfoni e telecamere. E lui farnetica, per un altro quarto d'ora, furiosamente camminando senza meta. Finchè afferra per una spalla un ragazzo in scooter che aveva rallentato per guardare e salta in sella. Così. Senza casco. Mi risparmio il commento sulla naturalezza del gesto.
Il resto è cazzeggio. La diretta finisce, arriva il buffet. Bello, perfetto, quasi finto, con quelle tartine microscopiche. Ma a noi interessa poco. Io, Federica, Matteo, la neoconoscenza Andrea chiacchieriamo e, per quanto mi riguarda, evito di star troppo vicino alla Zamparo, che ha le gambe alte come me. Poi le foto allo scudetto e il fotografo Christian, che sarà a San Siro ad ogni partita, a bordo campo.
Insomma. Per noi una serata bellissima. Per "loro" un po' di pepe ad una presentazione altrimenti piatta. Sarà. Per essere un produttore cinematografico, comunque, Aurè mi ha sbagliato i tempi.
E, soprattutto, mi manca la faccia tosta per quella cosa fondamentale di cui tutti i giornalisti si nutrono per non morire nel loop di corte, turni, albe, notti, notizie dell'ultima ora. E in particolare, quelli precari che devono crearsi un diversivo per non morire di ansia in prossimità delle scadenze dei propri contrattucoli: gli accrediti.
Ma ogni tanto ce la faccio anche io a superare quello scrupolo e avanzare quel "diritto" di presiedere a belle cose. Tipo ieri sera.
A due passi dalla radio c'è stata la presentazione dei calendari di Serie A per la prossima stagione. Ho colto quindi l'occasione, anche perchè ero splendidamente accompagnata. E l'ho colta anche per rivedere un po' di addetti ai lavori di quel mondo a cui da sempre mi piacerebbe appartenere.
Gli studi televisivi di Sportitalia, dunque. Il nostro timido ingresso, i primi saluti. Le sedie rimediate nel "settore ospiti", il rifiuto di andare a occupare i posti dietro ai rappresentanti dei club calcistici. A favore di telecamera sarebbe stato decisamente troppo.
Un'ora di diretta condotta da Alessandro, che mi ha salutato con un eloquente: ma tu che ci fai qui? (vedi la premessa a questo post). Un freddo da freezer e la trasmissione. Loro, presidenti, amministratori delegati, dirigenti, tutti schierati in prima fila. Al centro un tronfio giornalista sullo sgabello (stile Stregatto), con il conduttore una ex Miss Italia. Come volevasi dimostrare.
La presentazione era iniziata da un quarto d'ora forse. Ed ecco il colpo di scena. O meglio, di scemenza. Il presidente del Napoli che era giunto in auto fin quasi alle porte degli studi si alza e se na va, semplicemente. Sparisce. "Siete delle merde!", urla fuori. Ovviamente non era rivolto a noi tre ghiaccioli congelati, ma agli elfi dell'estrazione casuale del calendario, rei confessi di aver messo partite importanti a ridosso degli impegni di Champions League del Napoli (e fa niente se non è l'unica squadra impegnata nel torneo).
E vabbuò. Questo si alza e si volatilizza. Letteralmente. Non se ne accorge nessuno. Passa dietro una tenda, forse. Con un lunghissimo attimo di ritardo i colleghi seri si riscuotono dal momento di smarrimento e lo inseguono. A lungo, uno sciame di microfoni e telecamere. E lui farnetica, per un altro quarto d'ora, furiosamente camminando senza meta. Finchè afferra per una spalla un ragazzo in scooter che aveva rallentato per guardare e salta in sella. Così. Senza casco. Mi risparmio il commento sulla naturalezza del gesto.
Il resto è cazzeggio. La diretta finisce, arriva il buffet. Bello, perfetto, quasi finto, con quelle tartine microscopiche. Ma a noi interessa poco. Io, Federica, Matteo, la neoconoscenza Andrea chiacchieriamo e, per quanto mi riguarda, evito di star troppo vicino alla Zamparo, che ha le gambe alte come me. Poi le foto allo scudetto e il fotografo Christian, che sarà a San Siro ad ogni partita, a bordo campo.
Insomma. Per noi una serata bellissima. Per "loro" un po' di pepe ad una presentazione altrimenti piatta. Sarà. Per essere un produttore cinematografico, comunque, Aurè mi ha sbagliato i tempi.
mercoledì 27 luglio 2011
Milanopoli
Ieri pomeriggio avevo un appuntamento in Cadorna. Mi sono detta: andiamoci in macchina, il periodo lo permette. E infatti è stato tutto perfetto. Anche il parcheggiatore cingalese che mi ha venduto il grattino e che mi ha fatto ridere: segna le 15, qualche minuto in più cosa vuoi che sia, in questo Paese c'è chi ruba i miliardi!, mi ha detto d'impulso, e poi si è scusato per la battuta.
Al termine del mio impegno ho recuperato l'auto e ho attraversato la città alla volta di Lambrate. E, sempre consapevole del periodo, l'ho fatto per vie centralissime. Stupendomi, ancora una volta, di quanto sia effettivamente piccola questa Milano.
E per l'ennesima volta di quanto sia bella.
Mi sono inventata un gioco. Che faccio in automatico quando non ho fretta e posso camminare, o posso guidare con la calma che mi consente in ogni caso il traffico. Quando posso guardarmi intorno. Di solito faccio affidamento sul mio senso dell'orientamento e faccio sempre strade diverse. E mi immagino come sarebbe vivere in quelle che mi colpiscono.
Ieri il gioco si è innescato in via Vincenzo Monti. Saranno stati gli alberi carichi di fogliame, il pavè, o la bellezza del centro.
Non so. Solo che poi non mi sono fermata. Via Carducci. Via De Amicis. Largo Augusto. Corso Monforte. Corso Indipendenza. Ma solo perchè stavolta passavo di lì.
Come sarebbe, abitare a Milano.
Lo so, lo so. Spesso non c'è niente di romantico. Ma mi diverte. Come pensare di acquistare davvero il Parco della Vittoria.
Al termine del mio impegno ho recuperato l'auto e ho attraversato la città alla volta di Lambrate. E, sempre consapevole del periodo, l'ho fatto per vie centralissime. Stupendomi, ancora una volta, di quanto sia effettivamente piccola questa Milano.
E per l'ennesima volta di quanto sia bella.
Mi sono inventata un gioco. Che faccio in automatico quando non ho fretta e posso camminare, o posso guidare con la calma che mi consente in ogni caso il traffico. Quando posso guardarmi intorno. Di solito faccio affidamento sul mio senso dell'orientamento e faccio sempre strade diverse. E mi immagino come sarebbe vivere in quelle che mi colpiscono.
Ieri il gioco si è innescato in via Vincenzo Monti. Saranno stati gli alberi carichi di fogliame, il pavè, o la bellezza del centro.
Non so. Solo che poi non mi sono fermata. Via Carducci. Via De Amicis. Largo Augusto. Corso Monforte. Corso Indipendenza. Ma solo perchè stavolta passavo di lì.
Come sarebbe, abitare a Milano.
Lo so, lo so. Spesso non c'è niente di romantico. Ma mi diverte. Come pensare di acquistare davvero il Parco della Vittoria.
lunedì 25 luglio 2011
Altro che Stanlio e Ollio
C'è del comico in ogni piccola tragedia.
Già io e la Manu lo avevamo sperimentato al matrimonio di Stefano e Veronica, quando lei per l'intero pomeriggio aveva avuto la bellissima pensata di lasciare i fari dell'auto accesi. Vedere papà, gli zii e il cugino spingere inutilmente la Clio nel buoio del parcheggio ci aveva...come dire...messo una certa allegria. Forse anche per il vino, chissà. Fino all'applauso per il coupe de teatre risolutore: lo zio che sfodera i cavi, l'altro che li attacca delicatamente e via, verso casa.
Stavolta non c'erano stati troppi brindisi, e nessuna allegra compagnia di supporto. Soprattutto per la Manu, che, rincasando, a trovato la casa visitata. Rovistamenti, due finestre da cambiare, chiavi che mancano, e quel senso di malessere causato dalla violazione di quello che consideri da sempre un porto sicuro. Ha chiamato gli zii, i carabinieri, me con Davide e Giusy. Io sono arrivata prima dei due uomini in divisa, ma questo, quasi, non c'era neanche bisogno di dirlo. E quando questi sono giunti la tragicommedia, anche se involontaria, ha avuto inizio. Sarà per la loro richiesta di "permesso" in una casa discretamente sottosopra. Di Ciccio che li squadra con il faccino serio e non si sposta dal tappeto di un millimetro, prima di correre dalla zia a farsi coccolare insieme alla Maya, che fino a qual momento aveva preferito rotolarsi nel tappeto. Le raccomandazioni tardive sull'antifurto, o quel verbale redatto sempre sotto lo guardo attento dei due mici.
Non so. Ieri, domenica, è stato il giorno della denuncia in caserma. Io con le occhiaie, altri due giovani in divisa che si prendono per i fondelli, da buoni commilitoni, e che scherzano sulla mia età anagrafica.
C'è del comico in tutto, per quel che mi riguarda. Alla Manu viene un po' meno da ridere, in realtà, ma sto facendo di tutto perchè passi.
Già io e la Manu lo avevamo sperimentato al matrimonio di Stefano e Veronica, quando lei per l'intero pomeriggio aveva avuto la bellissima pensata di lasciare i fari dell'auto accesi. Vedere papà, gli zii e il cugino spingere inutilmente la Clio nel buoio del parcheggio ci aveva...come dire...messo una certa allegria. Forse anche per il vino, chissà. Fino all'applauso per il coupe de teatre risolutore: lo zio che sfodera i cavi, l'altro che li attacca delicatamente e via, verso casa.
Stavolta non c'erano stati troppi brindisi, e nessuna allegra compagnia di supporto. Soprattutto per la Manu, che, rincasando, a trovato la casa visitata. Rovistamenti, due finestre da cambiare, chiavi che mancano, e quel senso di malessere causato dalla violazione di quello che consideri da sempre un porto sicuro. Ha chiamato gli zii, i carabinieri, me con Davide e Giusy. Io sono arrivata prima dei due uomini in divisa, ma questo, quasi, non c'era neanche bisogno di dirlo. E quando questi sono giunti la tragicommedia, anche se involontaria, ha avuto inizio. Sarà per la loro richiesta di "permesso" in una casa discretamente sottosopra. Di Ciccio che li squadra con il faccino serio e non si sposta dal tappeto di un millimetro, prima di correre dalla zia a farsi coccolare insieme alla Maya, che fino a qual momento aveva preferito rotolarsi nel tappeto. Le raccomandazioni tardive sull'antifurto, o quel verbale redatto sempre sotto lo guardo attento dei due mici.
Non so. Ieri, domenica, è stato il giorno della denuncia in caserma. Io con le occhiaie, altri due giovani in divisa che si prendono per i fondelli, da buoni commilitoni, e che scherzano sulla mia età anagrafica.
C'è del comico in tutto, per quel che mi riguarda. Alla Manu viene un po' meno da ridere, in realtà, ma sto facendo di tutto perchè passi.
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