E' un peccato che, ultimamente, prenda poco il treno. Ci sono sempre storie interessanti da raccogliere. Meno la sera, quando si torna stanchi da una giornata lavorativa, nei propri abiti da ufficio un po' sgualciti e lo sguardo appannato, languido, mezzo chiuso e tutto concentrato su una lettura. Più al mattino, perchè se il treno ritarda si sa di che parlare, se è in orario si spazia sugli argomenti più vari. Questa mattina c'era un gruppo di donne. Una sarta che lavora per un famoso programma tv, una giornalista che lavora in redazione, un'impegata.
La sarta parlava della pesante macchina che sta dietro ogni puntata, di prove, ballerine, ospiti e tessuti, di come la testa sia già partita, nonostante la stagione televisiva sia solo all'inizio, come nei peggiori dei logoramenti nervosi da lavoro prolungato.
La giornalista parlava della sua redazione sempre più a ranghi ridotti, e dell'ultima riunione in cui i "responsabili" hanno intimato a tutti di scordarsi del concetto di contratto a tempo indeterminato.
L'impiegata ascoltava. Equilibrava. Chiedeva.
La prima diceva che forse la testa era ancora in vacanza, la seconda parlava del caos, dell'incertezza lavorativa, la terza obiettava che, tutto sommato, un contratto corto poteva anche essere uno stimolo. Potrei essere d'accordo con lei, se il mondo del lavoro li offrisse, questi stimoli. Ma le altre due, l'una elegantissima e con cane al seguito, l'altra più pratica e pronta a scattare fuori alla fermata, si sono dette stanche.
Stanche, loro. Figuriamoci chi ci naviga, nel mare dell'incertezza.
venerdì 11 settembre 2009
mercoledì 9 settembre 2009
Il mio 9 settembre (con prequel)
Ieri sera ho bucato.
Pensavo fosse dovuto alla mia bella abitudine di trovare parcheggi impossibili, anche su marciapiedi altissimi, esattamente come ieri, in serata, quando sono andata a trovare l'amica Fede due traverse più in là del lavoro. Un parcheggio in retro centrando perfettamente lo scivolo, una discesa che...non ha avuto la stessa precisione. E mentre guidavo verso Lampugnano e il mio prossimo appuntamento serale con Silvia e un'altra manciata di amici, con un occhio al trucco e un orecchio ai rumori della mia autovettura, ho avuto anche il tempo di vergognarmi dell'uso...un po' troppo utilitaristico che faccio dell'auto. In questo non arriverò mai a capire la dediziosa cura, il rapporto quasi umanizzato che un uomo ha con la sua quattroruote, pardon gioiello, pardon pezzo unico. C'è sempre subito altro a occupare la mia mente, quando mi rendo conto che ci sarebbe bisogno di una bella lavata.
Tornando a ieri sera, comunque, arrivo, parcheggio e la guardo, entro alla festa ma poi esco e torno a guardare dubbiosa la gomma, la sposto fuori dal parcheggio, rientro alla festa. E quando ci riesco definitivamente eccola là, la gomma, desolatamente a terra. Che fare, se non chiamare un angelo salvatore (uomo), che arriva, sfodera un compressorino portatile e pian piano mi scorta fino a casa? Sto già sospirando di sollievo, quando "Domattina le dai un'altra gonfiata e vai dal gommista"...mi gela.
Ed eccomi stamani, pantaloni bianchi e camicia azzurra, cimentarmi nel gonfiaggio di emergenza e arrivare trionfante dal gommista, che mentre toglie la vite assassina e mi parla di calcio giovanile, non bada alla patina grigia che ricopre la macchina e me la restituisce velocemente. E io torno alla guida, fiera della mia impresa mattutina e dei miei parcheggi, con la testa già piena di altre mille cose. E...sì, non la laverò neanche oggi. D'altronde, la visita alla casa nuova, il rifornimento di carburante, il bancomat e il cappuccino al bar, un'ora a stirare, l'aspirapolvere, l'estetista, il ritiro dalla camiciaia e lo shampoo, e infine il lavoro, sarebbero impensabili, per un uomo.
...
Pensavo fosse dovuto alla mia bella abitudine di trovare parcheggi impossibili, anche su marciapiedi altissimi, esattamente come ieri, in serata, quando sono andata a trovare l'amica Fede due traverse più in là del lavoro. Un parcheggio in retro centrando perfettamente lo scivolo, una discesa che...non ha avuto la stessa precisione. E mentre guidavo verso Lampugnano e il mio prossimo appuntamento serale con Silvia e un'altra manciata di amici, con un occhio al trucco e un orecchio ai rumori della mia autovettura, ho avuto anche il tempo di vergognarmi dell'uso...un po' troppo utilitaristico che faccio dell'auto. In questo non arriverò mai a capire la dediziosa cura, il rapporto quasi umanizzato che un uomo ha con la sua quattroruote, pardon gioiello, pardon pezzo unico. C'è sempre subito altro a occupare la mia mente, quando mi rendo conto che ci sarebbe bisogno di una bella lavata.
Tornando a ieri sera, comunque, arrivo, parcheggio e la guardo, entro alla festa ma poi esco e torno a guardare dubbiosa la gomma, la sposto fuori dal parcheggio, rientro alla festa. E quando ci riesco definitivamente eccola là, la gomma, desolatamente a terra. Che fare, se non chiamare un angelo salvatore (uomo), che arriva, sfodera un compressorino portatile e pian piano mi scorta fino a casa? Sto già sospirando di sollievo, quando "Domattina le dai un'altra gonfiata e vai dal gommista"...mi gela.
Ed eccomi stamani, pantaloni bianchi e camicia azzurra, cimentarmi nel gonfiaggio di emergenza e arrivare trionfante dal gommista, che mentre toglie la vite assassina e mi parla di calcio giovanile, non bada alla patina grigia che ricopre la macchina e me la restituisce velocemente. E io torno alla guida, fiera della mia impresa mattutina e dei miei parcheggi, con la testa già piena di altre mille cose. E...sì, non la laverò neanche oggi. D'altronde, la visita alla casa nuova, il rifornimento di carburante, il bancomat e il cappuccino al bar, un'ora a stirare, l'aspirapolvere, l'estetista, il ritiro dalla camiciaia e lo shampoo, e infine il lavoro, sarebbero impensabili, per un uomo.
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martedì 8 settembre 2009
Donne, nemiche delle donne
A tratti rifletto sulla facilità delle persone di emettere giudizi, spesso trancianti, spesso definitivi, per cui non vale il "fino a prova contraria". Rifletto sulla pigrizia di usare il cervello, sulla ritenuta inutilità di pensare che, forse, esiste il rovescio della medaglia. E ancora una volta - e mi rendo conto di essere ripetitiva - il fatto di essere donna, in certi campi, fa sì che il senso unico sia la sola direzione obbligatoria.
La ministra Carfagna parla in questi giorni di machismo, eppure io penso che sia la mancanza di solidarietà femminile il vero male. Quella che, di fronte al pettegolezzo, fa cadere anche l'amicizia (va bene, fragile), quella che fa dubitare le madri (va bene, è il loro ruolo), quella che ti rende pietra di paragone con vite giuste e perfette (va bene, più facile vedere la pagliuzza nell'occhio altrui).
Ieri sera ero tra donne di diverse generazioni: una nonna, una madre e una figlia. La nonna ci ha raccontato di una sua compaesana che, anni fa, sospettò del tradimento del marito e cercò di indagare. Lo fece nella sua piccola comunità lacustre, cui il marito, scoperto ma combattivo, raccontò che la moglie stava impazzendo, anzi, che lo era, matta da legare. Che notiziola succulenta, devono aver pensato i compari, e soprattutto le comari, lì intente a parlarsi all'orecchio a bordo stradina, con la mano a coprire la bocca e lo sguardo puntato sull'ammattita.
Che peso hanno avuto quegli sguardi, e quelle passeggiate deviate al suo passaggio? Moltissimo, tanto da indurla a tagliarsi le vene. Soccorsa dal premuroso marito, la donna ottenne quello che si meritava: la reclusione all'allora manicomio di Novara.
C'è lieto fine, in questa storia? Dopo qualche tempo le suore capirono che la donna non era affatto matta e la rimandarono a casa. Il marito, non avendo altre vie di scampo, la ricoprì d'oro, comprando la coscienza di entrambi.
Non credo che da allora vissero felici e contenti, non credo che la storia fu dimenticata facilmente, non credo che le comari smisero di bisbigliare negli angoli. Di diverso da ora c'è solo la chiusura dei manicomi.
La ministra Carfagna parla in questi giorni di machismo, eppure io penso che sia la mancanza di solidarietà femminile il vero male. Quella che, di fronte al pettegolezzo, fa cadere anche l'amicizia (va bene, fragile), quella che fa dubitare le madri (va bene, è il loro ruolo), quella che ti rende pietra di paragone con vite giuste e perfette (va bene, più facile vedere la pagliuzza nell'occhio altrui).
Ieri sera ero tra donne di diverse generazioni: una nonna, una madre e una figlia. La nonna ci ha raccontato di una sua compaesana che, anni fa, sospettò del tradimento del marito e cercò di indagare. Lo fece nella sua piccola comunità lacustre, cui il marito, scoperto ma combattivo, raccontò che la moglie stava impazzendo, anzi, che lo era, matta da legare. Che notiziola succulenta, devono aver pensato i compari, e soprattutto le comari, lì intente a parlarsi all'orecchio a bordo stradina, con la mano a coprire la bocca e lo sguardo puntato sull'ammattita.
Che peso hanno avuto quegli sguardi, e quelle passeggiate deviate al suo passaggio? Moltissimo, tanto da indurla a tagliarsi le vene. Soccorsa dal premuroso marito, la donna ottenne quello che si meritava: la reclusione all'allora manicomio di Novara.
C'è lieto fine, in questa storia? Dopo qualche tempo le suore capirono che la donna non era affatto matta e la rimandarono a casa. Il marito, non avendo altre vie di scampo, la ricoprì d'oro, comprando la coscienza di entrambi.
Non credo che da allora vissero felici e contenti, non credo che la storia fu dimenticata facilmente, non credo che le comari smisero di bisbigliare negli angoli. Di diverso da ora c'è solo la chiusura dei manicomi.
martedì 25 agosto 2009
Le parole che non ti ho detto
Sei lì tutto immerso nei tuoi problemi quotidiani. Il lavoro, la spesa, il caldo, gli amici che ti deludono, le vacanze troppo brevi e neanche troppo perfette, il sonno che non riesci a prendere. E poi, d'un tratto, succede. C'è una persona che se ne va, una persona cui tieni davvero, cui sei legata da un affetto fatto di anni e di ricordi che peschi con piacere dalla tua infanzia, ricordi chiari, che sanno di risate, e di pranzi sotto alberi frondosi, e di mare.
Passa tutto all'istante in secondo piano. Getti un'occhiata di lato e ti stupisci di come ti affannavi dietro a cose tanto stupide, a quanta attenzione presti ai pareri altrui, alla fatica di sembrare quello che in realtà già sei.
Quello che sei adesso è una persona colpita dalla morte. Impreparata, perchè è arrivata veloce e non ti ha dato il tempo di adattarti alla già orribile notizia della malattia. Che ti ha privato di una telefonata a questo cugino romano, ti ha privato di trovare le parole che cercavi per esprimere l'affetto che è dentro di te.
Non posso fare altro che scriverle, queste parole. Scrivere dei capelli lunghi e ricci di Salvatore, e poi corti e sempre più brizzolati. Ricordare le sue battute in romanesco stretto, a occhi sbarrati, che mi buttavano a terra dalle risate, con quella S un po' paperina. Pensare al suo amore smisurato per la Roma, le sue trasferte, i suoi turni massacranti al lavoro incastrati sempre in modo di essere tra i primi ad arrivare in curva, lui, uomo del Testaccio, profondamente innamorato del suo quartiere, innamorato della famiglia. Quel suo modo di darmi coraggio poco prima del mio esame di Stato, di raccomandarmi di stare attenta alla borsa mentre mi rimetteva letteralmente sul treno.
Quel suo saluto sulla banchina. Che non doveva essere l'ultimo, ma che lo è stato.
Passa tutto all'istante in secondo piano. Getti un'occhiata di lato e ti stupisci di come ti affannavi dietro a cose tanto stupide, a quanta attenzione presti ai pareri altrui, alla fatica di sembrare quello che in realtà già sei.
Quello che sei adesso è una persona colpita dalla morte. Impreparata, perchè è arrivata veloce e non ti ha dato il tempo di adattarti alla già orribile notizia della malattia. Che ti ha privato di una telefonata a questo cugino romano, ti ha privato di trovare le parole che cercavi per esprimere l'affetto che è dentro di te.
Non posso fare altro che scriverle, queste parole. Scrivere dei capelli lunghi e ricci di Salvatore, e poi corti e sempre più brizzolati. Ricordare le sue battute in romanesco stretto, a occhi sbarrati, che mi buttavano a terra dalle risate, con quella S un po' paperina. Pensare al suo amore smisurato per la Roma, le sue trasferte, i suoi turni massacranti al lavoro incastrati sempre in modo di essere tra i primi ad arrivare in curva, lui, uomo del Testaccio, profondamente innamorato del suo quartiere, innamorato della famiglia. Quel suo modo di darmi coraggio poco prima del mio esame di Stato, di raccomandarmi di stare attenta alla borsa mentre mi rimetteva letteralmente sul treno.
Quel suo saluto sulla banchina. Che non doveva essere l'ultimo, ma che lo è stato.
lunedì 24 agosto 2009
Fiuto per il business
Sabato scorso, giorno di caotico controesodo. Lo vedo bene sulle autostrade, dalla mia piccola postazione lavorativa. E non posso che tirare un sospiro di sollievo al pensiero che mia sorella, e la sua amica, abbiano scelto il treno per tornare dalla Calabria. Il mio turno di viabilità finisce a mezzogiorno, ma le soprese arrivano poco dopo le 15: il tir e l'auto volati sulla linea ferroviaria a Battipaglia, il suo treno (sovraffollato, su cui il posto dell'amica è risultato inesistente) bloccato. E allora con i compagni di viaggio si opta per il taxi: in 5, a rotta di collo, in direzione di Napoli, per non perdere coincidenze preziose. Tempo di percorrenza: un'ora circa. Costo della corsa: 150€. E Diavolo di un tassista: mentre guida come un pazzo, attraversando Pompei e la cintura dei comuni del capoluogo campano, chiama al cellulare i familiari. Li spedisce a Battipaglia, ha fiutato l'affare. In certi casi, certi stereotipi, ce li meritiamo proprio.
domenica 23 agosto 2009
Meglio sole?
Noi 4, ex colleghe, sparse per la città. Organizziamo, ci diamo appuntamento, incastriamo turni e impegni e alla fine ce la facciamo. Ognuna di noi esce trafelata da lavoro, salta in macchina o in sella al motorino, parcheggia artisticamente in uno dei microscopici buchi sul Naviglio e corre verso la pizzeria designata. Arriva l'ultima, siamo vicine all'entrata, e inizia un fitto cicaleccio neanche troppo discreto, accelerato, sovrapposto, pieno di risate. Occhi vivi, autentico affetto: ci lega il lavoro, ci tramandiamo i libri per l'esame di Stato e questa volta il malloppo passa a Claudia, che lo preparerà in mezzo alle mille cose che fa contemporaneamente. Arriva la pizza ma non smettiamo un minuto di parlare, anche se non basterà questa sera per esaurire tutto ciò che abbiamo da dirci.
Dietro di noi, proprio di fronte a me, una ragazza ci guarda. Anche lei arriva dall'ufficio, è bella, ha un vestito elegante, un'acconciatura sofisticata. Aspetta un po' a ordinare, ma dopo un'ennesima controllata al cellulare e la lettura di un messaggio di chi non arriverà cede. Ci ascolta, riusciamo a strappare a tratto il suo spesso velo di delusione e a farla sorridere brevemente. La guardo e più volte sono sul punto di invitarla a sedere con noi. Ma non lo faccio. Resta lì. Finchè siamo noi a sciamare fuori, e ognuna torna a casa con un piccolo tesoro nel cuore. Che sarebbe stato ben diviso anche per 5.
Dietro di noi, proprio di fronte a me, una ragazza ci guarda. Anche lei arriva dall'ufficio, è bella, ha un vestito elegante, un'acconciatura sofisticata. Aspetta un po' a ordinare, ma dopo un'ennesima controllata al cellulare e la lettura di un messaggio di chi non arriverà cede. Ci ascolta, riusciamo a strappare a tratto il suo spesso velo di delusione e a farla sorridere brevemente. La guardo e più volte sono sul punto di invitarla a sedere con noi. Ma non lo faccio. Resta lì. Finchè siamo noi a sciamare fuori, e ognuna torna a casa con un piccolo tesoro nel cuore. Che sarebbe stato ben diviso anche per 5.
domenica 2 agosto 2009
Little Far West
Santo Stefano Ticino. Piccolo paese della Provincia di Milano, forse uno dei più piccoli. Niente di meglio per crescere: esci dalla porta di casa a piedi o in bici, cammini per strada a tutte le ore del giorno e della notte, non ti preoccupi di togliere l'autoradio dell'auto, conosci tutti per nome, li saluti per strada e, tempo permettendo, passi volentieri la giornata a chiacchierare. E' un paese che coccola, che protegge, ma anche che espone, perchè si sa che le piccole comunità vivono e sono unite, come lessi in un illuminante manuale di psicologia sociale qualche anno fa ("L'elefante invisibile"), dal pettegolezzo e dal ravvivare continuamente la conoscenza reciproca dei fatti altrui, poco importa se veri o totalmente inventati.
Peccato che, a rompere la routine del soppesamento continuo tra i vantaggi e gli svantaggi di essere conosciuti dalla tua comunità, ogni tanto succedono cose che vanno oltre. Sempre più spesso, per la verità. Un anno e mezzo fa una rapina in villa con calci e pugni, poi è stata la volta dell'egiziano ucciso da qualche giorno e nascosto in un angolo di un appartamento, adesso è il trafficante di armi arrestato rocambolescamente in un sonnolento pomeriggio con tanto di colpi di pistola sparati in aria.
Eppure no, non si tratta di un paese che perde la personalità. Non si tratta di una comunità che si trasforma in periferia americana, con villette uguali, spazi uguali, e cittadini alienati. I cittadini sono sempre gli stessi, con la stessa voglia di uscire, incontrarsi, divertirsi e comunicare. Magari un po' afflitti dalla cassa integrazione, dalla disoccupazione, o dai ritmi a tratti frenetici. Fa perciò maggiormente pensare questo lento insinuamento della cronaca, quella nera, in un tessuto di ben altro colore.
Peccato che, a rompere la routine del soppesamento continuo tra i vantaggi e gli svantaggi di essere conosciuti dalla tua comunità, ogni tanto succedono cose che vanno oltre. Sempre più spesso, per la verità. Un anno e mezzo fa una rapina in villa con calci e pugni, poi è stata la volta dell'egiziano ucciso da qualche giorno e nascosto in un angolo di un appartamento, adesso è il trafficante di armi arrestato rocambolescamente in un sonnolento pomeriggio con tanto di colpi di pistola sparati in aria.
Eppure no, non si tratta di un paese che perde la personalità. Non si tratta di una comunità che si trasforma in periferia americana, con villette uguali, spazi uguali, e cittadini alienati. I cittadini sono sempre gli stessi, con la stessa voglia di uscire, incontrarsi, divertirsi e comunicare. Magari un po' afflitti dalla cassa integrazione, dalla disoccupazione, o dai ritmi a tratti frenetici. Fa perciò maggiormente pensare questo lento insinuamento della cronaca, quella nera, in un tessuto di ben altro colore.
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