martedì 11 giugno 2019

Sport come unicorni

Mi incuriosisce questo entusiasmo per il calcio femminile, come se fosse un animale raro improvvisamente sbucato in città. Come se prima non fosse esistito. Anzi, come un animale mitologico.

Abbiamo ormai questa tendenza a vivere di impressioni momentanee, lasciando che questi lampi nel rumore assordante di tutte le azioni che compiamo ogni giorno in modo discontinuo, ingarbugliate, lasciate e riprese, intersecate, su più fronti reali e virtuali, ci colpiscano senza pensare più che sono frutto di un lavoro prima e dopo. Abbiamo la tendenza a credere che certe cose esistano solo in quel momento e siano proprio così come ce le dicano, senza troppo ragionarci su. Dimenticando la storia.

La storia è fatta di tutto quello che non c'è sotto i riflettori. Ho conosciuto Giulia, domenica, che mi ha parlato di un tempo ritrovato per sè dopo sei anni. Sei anni in cui Silvia, la figlia, ha fatto pattinaggio su ghiaccio sincronizzato a livello agonistico. Bellissimo, ho sospirato.

Sì: proprio bellissimo.
Sei allenamenti a settimana, dalle 19 alle 23. Scuola, lavoro, pranzo alle 18.00, macchina fino all'Agorà. Lunghe attese fuori, in auto, in via dei Ciclamini. Fuori al freddo, o dentro al freddo, perchè non è mai disponibile la sala che c'è sotto la pista, al massimo c'è il bar, coi vetri incrostati di ghiaccio.
E le gare, in Italia e in Europa, che quando sono fuori sono trasferte di più giorni, anche di una settimana.

E un Liceo che non accoglie i calendari della Federazione circa l'impegno di Silvia, e che non fa nulla per venire incontro alla giovane atleta. Per dirla di dritto: nessun favoritismo. Per dirla di rovescio: poca attenzione a una ragazza che investe così tanto sulla propria formazione agonistica. Poca attenzione a una famiglia che cerca di assicurare una buona base culturale a una figlia che vuole anche impegnarsi nello sport.

Perchè le scuole speciali, quelle belle dei film, non sono la normalità, da noi.
In quello stesso Liceo, 20 anni fa, c'era una ragazza che giocava a Basket nel Vittuone. Lei era di Venezia e per poter giocare ed allenarsi era stata costretta a trasferirsi come ragazza alla pari da una signora anziana, lontana da tutto e da tutti. Me la ricordo bene, quella ragazza altissima. Non parlava mai. Seguiva docilmente su e giù dal treno le sue compagne di classe di quell'anno senza aprire mai bocca.

Non ci sono unicorni, nella vita reale. Solo sacrifici. Paolo, il mio amico scrittore, lo ha ben inquadrato in un libro in cui racconta di quelli che, per varie ragioni, non emergono. Questi "999" non sono i perdenti, rispetto all'uno su mille. Non farcela non è sinonimo di sconfitta. Non far parlare di sè non significa non esistere.
E dunque, brave, ragazze del calcio. Continuate così, come sapete fare da molto tempo.
E brava anche Silvia, che presto andrà a studiare in Bielorussia e ci starà un paio d'anni. A 10 minuti da un palazzetto del ghiaccio rinomatissimo. E, per non sbagliare, ha ricominciato a fare tutti i suoi esercizi di stretching quotidiano...


martedì 14 maggio 2019

La foto di Daniele

Mi è tornato alla mente un episodio di quando facevo la steward a San Siro. Del periodo bello, quello che mi portava allo stadio con entusiasmo insieme al mio amico Cesare, a fare servizio in area hospitality e poi aspettare lui che invece era in garage e che doveva attendere che se ne andassero tutti, o quasi, che gli allenatori abbandonassero dopo le interviste, che l'antidoping portasse via il suo carico, che il quadro delle chiavi delle auto dei calciatori si svuotasse e che i pullman delle squadre salissero la rampa.

C'era stato un Inter Roma, ma non ricordo nulla. Non sono mai stata una da almanacco, mi sono sempre piaciute le storie e quando ricordo particolari in campo è perchè è successo qualcosa di significativo fuori, a margine, prima o dopo. E la storia è questa.

Ero appoggiata alla transenna che, insieme ad altre, creava una specie di area di passaggio tra il cancello che divide una piccola area e una più grande, nella pancia del Meazza. Quella piccola è direttamente collegata con le scale che scendono dagli spogliatoi e dalla mixed zone, dove i calciatori hanno già rilasciato le loro interviste; quella grande ospita le auto di chi ha il privilegio di parcheggiare lì.

Sicuramente chiacchieravo. Imbastire relazioni sociali è ciò che più mi riesce meglio, soprattutto quando c'è da ammazzare il tempo discretamente, in un angolo vicino al muro, attendendo la sfilata verso l'area grande degli interisti e la salita sul pullman dei romanisti, destinazione aeroporto. Ammazzavo il tempo aspettando il mio socio e gustandomi quello spettacolo da 8 e mezzo, quando la notorietà  si sveste e, fuori dai riflettori, rientra in uno scenario diverso, normale. Quando l'atleta ha la tuta, i capelli ancora bagnati, sa di bagnoschiuma, abbraccia la moglie, prende in braccio il figlio e mentre sale in macchina firma gli ultimi autografi, si presta a qualche foto, da ragazzo normale, solo più prestante di altri. Erano gli interisti a uscire così: arrivavano alla partita dal ritiro e tornavano ognuno a casa loro, lasciando che il pullman tornasse vuoto ad Appiano Gentile.

Quel bagno di normalità non interessava invece i romanisti, accomunati sì dalla stanchezza post partita, ma solo da quello. Fino a De Rossi e a quel ragazzo. Un ragazzo che lo chiama per nome, con la E aperta che nemmeno i milanesi che hanno riscritto le regole della dizione potrebbero mai utilizzare. "Daniele, Daniele, aspetta. Daniele, sono venuto per te. Ti seguo da sempre, sei il mio idolo, Daniele, non salire subito!"
Fin qui, poca reazione. De Rossi lo guarda da dietro il cancello, sorride, rallenta solo un po', lo saluta da lontano.
"Daniele, Daniele. Aspetta. Guarda, sono venuto per te". Il ragazzo estrae il portafoglio dai jeans. Lo apre, tira fuori la foto di un ragazzino con la divisa della Roma. "Daniele, ho la tua foto nel portafogli, guarda, la porto sempre con me!".

De Rossi si ferma. Non sa se crederci o no, ma si avvicina, varca il cancelletto che divide l'area piccola da quella grande e si avvicina alla transenna a cui è aggrappato il ragazzo. Hanno pochi anni di differenza, è possibile? Ma la foto è sua, è davvero sua. Stupore, un abbraccio, due grandi sorrisi.

Oggi ho pensato a quel ragazzo. Ha ancora con sé la foto di De Rossi? Chissà.
Chissà che fa ora, se affronta ancora una trasferta, se manifesta il suo entusiasmo ancora in questo modo così genuino, senza filtri, con la gioia di chi incontra il proprio idolo.
Un gesto, in mezzo ad un mare di gesti, che forse solo lui ricorderà, che forse solo qui si leggerà.

domenica 12 maggio 2019

Delle città e delle Immensità

Non diresti mai quante persone lavorano in un luogo, finchè non le vedi tutte riunite.
Il motivo è semplice: non si lavora mai contemporaneamente e tutti in un luogo. Ci sono i turni, ci sono le trasferte, ci sono ruoli che portano lontani, ci sono riposi da rispettare, c'è lo smartworking.
Non lo diresti di moltissimi posti; mi verrebbe da scrivere in tutte le mie esperienze; certamente quasi in tutte, certamente in tutte quelle più importanti per me.

Non è semplice radunare i gruppi di lavoro, nemmeno quando è l'azienda a organizzarlo. Si scelgono delle date, si decide cosa fare, si verificano le disponibilità, si manda comunicazione a tutti. C'è un bel lavoro anche su questo: lo sa bene la Patty che ha appena organizzato per la sua azienda un convegno a Budapest, con tanto di turistic team building; due anni fa ho vissuto anche io una bellissima esperienza in barca a vela. Eppure manca sempre qualcosa, o qualcuno. Quanto poi si diventa ex colleghi tutto potrebbe complicarsi.

Potrebbe. Finchè non ci si prova. Finchè non arriva un messaggio e nel giro di pochi giorni si trova un giorno e un luogo, e il dove non ha importanza, perchè basta stare insieme.
Basta arrivare all'appuntamento e andarsi incontro, abbracciarsi, baciarsi e guardarsi negli occhi. Guardarsi per cancellare quello che non serve: i quattro anni che sono passati, come una camicetta troppo stropicciata perchè indossata ormai da molte ore. Si cancella anche il dolore di averlo perso, quel luogo che invece aveva un'importanza fondamentale, quel dolore che si è tramutato in questo legame che non finirà mai con queste persone, tutte diverse e con strade diverse e con obiettivi diversi; un dolore che prima applicavo a tutto l'orizzonte e poi ho ridimensionato fino a chiuderlo in una piccola, piccola scatola che ho dimenticato di avere, è lì in qualche luogo del cervello, ma non ha importanza. Quando smetti di addolorarti per quello che manca, ti accorgi di tutto quello che c'è.

Guardarsi, e capire quanto è stato importante farlo, quel gruppo. Allora non me ne sono resa conto, almeno, non con quella intensità. Ma venerdì trovarsi è stato un regalo grandissimo. Certo, non eravamo tutti; qualcuno non è arrivato, qualcuno non può farlo mai più, ma il pensiero ci ha abbracciato lo stesso. Il regalo è stato grandissimo perchè questo gruppo ha travalicato i confini professionali (altissimi) e ha tenuto aperte altre scatole, più grandi, stavolta nel cuore. Il regalo è quello di aver avuto la fortuna di incontrarli, tutti. Davvero tutti.

La fortuna è che mi era già successo, tra l'università e il periodo immediatamente successivo. Ma questo gruppo, adulto, eterogeneo, complicato, disarmonico e in altri momenti non così unito, insegna in un altro momento della vita l'importanza dell'incontro e del ricordo, della forza che scaturisce anche dai grandi dolori.
Negli ultimi quattro anni ho costruito altre cose; ho incontrato moltissime persone e forse, un giorno e con un po' di quella fortuna, alcune di queste saranno importanti al di fuori dei luoghi e al di fuori del tempo. Solo così la fatica, o i dolori piccoli e grandi che siano, possono avere un senso. Solo così i luoghi potranno essere anche importanti.
Solo così l'anima si riaccorda.

giovedì 11 aprile 2019

Ciao, Bella mia

Sono figlia di due persone che sentono il profumo della loro terra.
Che sono andate via, dalla loro comunità, per motivazioni diverse, ma che non hanno mai smesso di percorrere la Penisola da sopra in giù e da sotto in su più volte l'anno, in auto e in treno.

Dei viaggi in auto ricordo le lotte mani e piedi in faccia per dividerci il sedile posteriore, io e la Manu. E due valigie messe dietro i sedili anteriori, per darci l'illusione di avere un letto su cui sdraiarci capo/piedi senza mai smettere di litigare, chiedere quando manca, contare i camion, tenere svegli mamma e papà che non potevano sdraiarsi mai. Ricordo viaggi notturni, ricordo un incidente in galleria, ricordo code e gente che si scambia bottigliette, incendi che lambiscono l'autostrada, caldo e freddo, autogrill in cui è meglio non fermarsi, una Salerno-Reggio del tutto imprevedibile. Il cartello Calabria, quando inizi a tirare il fiato ma ti aspettano altre tre ore abbondanti. L'uscita dall'autostrada divisa da oleandri rossi, rosa e fucsia e quelle curve a memoria, la fonte a inizio paese.
Del treno ricordo l'odore. Se chiudo gli occhi lo sento anche adesso. Ricordo prenotazioni lette fuori dalle carrozze alla luce di un accendino, persone pigiate in tutti gli angoli, che dormono anche sedute sulle tazze dei cessi, sdraiate in alto, nei portapacchi del corridoio o sotto i sedili pieghevoli, per terra, porte scorrevoli che si aprono cento volte, proteste per due posti prenotati per due bimbe. Cuccette roventi o gelate, lenzuola ruvide che non nascondevano mai quell'odore.
E stop interminabili nella neve, lunghissimi guasti. Ricordi anche molto lontani, quando il terrorismo faceva ancora danni e causava morti. E meno, di chiacchiere e panini e anche di cambi treno quando le Ferrovie hanno decretato l'Italia, quella veloce, finisce a Salerno.

Quel profumo, invece, quello della terra, noi di sangue trapiantato altrove lo sentivamo soprattutto a Pasqua. Quando il treno fermava a Gioia Tauro e funzionava ancora la littorina, un trenino che portava direttamente al paese, senza scomodare nessuno. O quando fermava a Villa San Giovanni, di fianco ai traghetti delle Ferrovie e ai Caronte pieni di arancini perfetti, quando, ancora con il piede sulla scaletta, ti investiva l'alito caldo di mare e di monti insieme, quel venticello che a loro, i calabresi, fa tirare su il bavero della giacca, gesto che ci faceva molto ridere.

La Pasqua in Calabria è sempre stato un momento bellissimo. Il mare si andava solo a guardare, ma era tappa fissa. Papà adora il mare e lo ha fatto amare a tutti i cugini, insegnando loro a nuotare, a giocare, a viverlo con il suo entusiasmo. Lo zio Rocco, al mare, non prende mai il sole.
A Pasqua c'erano le celebrazioni, che muovevano tutti gli abitanti, con personificazioni fedeli, trucco, atteggiamento, riconoscimento sociale, un sacro e profano inscindibili. C'erano le viole mammole grandissime in Aspromonte, le capre e la ricotta calda, appena spremuta negli stampi, spalmata sul pane di grano e i campi, le famiglie che coltivano insieme una grande piana che si spalanca dopo i primi trenta tornanti di salita sull'Aspromonte.

Tappa fissa, la casetta della zia Rosa, a Pasqua e d'estate. La trovavi lì, appena dopo l'ultima curva che rivelava quella spianata infinita coltivata a mano e coi trattori, vicino al tiro a volo. La macchina sembrava svoltare a sinistra nel vialetto naturalmente, senza forzature, come se conoscesse la strada.
E la zia sembrava aspettarci sempre.

Racconta mamma che, da quando papà si è presentato a casa per chiedere la sua mano, sono usciti solo accompagnati. E spesso era il nonno, lo chaperon, il vero comunicatore zero-punto-zero della famiglia Siviglia. Lui, i fratelli e le sorelle avevano uno spirito irriverente, e lo hanno espresso, in misure differenti.
Il nonno era conosciutissimo, era un uomo allegro cui piaceva bere e questa sua inclinazione era nota, perdonata quando eccedeva e riaccompagnata a casa, condivisa da molti. Il nonno brindava, mandando sottovoce a quel paese chi non gli piaceva, senza mai perdere l'allegria. Faceva scherzi, lasciava cadere come un monello la cenere della sigaretta nelle giacche di chi aveva seduto accanto, cantava. Il nonno aveva gli occhi furbetti e ardenti.

Erano tutti occhi bellissimi. Quelli dello zio Cosimo e quelli dello zio Gianni, e quelli del nonno Domenico; quelli della zia Maria. Non ho conosciuto le altre due zie, Peppina e Iata, ma non facevano certo eccezione. Anche Rosa aveva occhi belli, i più belli di tutti i fratelli. Avevano un colore tra il verde e l'azzurro che cambiava a seconda del tempo, e soprattutto una pelle liscia, levigata, con guance rosse, una pelle che nessun altro ha. Una matrona bellissima che, all'interno della comunità, come tutte le donne del paese,era il vero fulcro della famiglia. Con in più un marito decisamente fuori dall'ordinario: lo zio Angelo, magro, schivo, sempre abbronzato dal sole, allevatore, di poche parole.

Noi arrivavamo, in salita verso la montagna e funghi (irrinunciabile ricerca), la seggiovia degli impianti sciistici addormentati, il Cippo Garibaldi, il Laghetto, la gita del Ferragosto o la mangiata al ristorante frondoso, con giro sul cavallo, oppure a spiare da lontano il sito Nato abbandonato, o a salire fino a Polsi, dove a noi interessava solo la Madonna della Montagna, arrivando alla Rosa Dei Venti per guardare dall'alto lo Ionio e il Tirreno semplicemente voltando la testa da un lato o dall'altro. O in discesa, dopo tutto questo, a patto che non fosse tardi, perchè fa buio alle 20 e gli zii seguivano la legge del Sole.

Arrivavamo e la zia ci abbrancava uno a uno, con baci e abbracci potenti e più che materiali. Chiamava con una voce incredibile lo zio, lo strappava dalle capre, apparecchiava e tirava fuori sempre qualcosa. Non esiste visita senza condivisione. Non esiste rifiutare. La zia dava ordini precisi ai cugini della mamma e dovevamo nel giro di poco tempo avere tra le mani qualcosa da bere o da mangiare, un pezzo di formaggio da portare via, una tovaglia ricamata o comprata chissà quando per noi. Ma quella è forma, mentre la zia Rosa era tutta sostanza. Tanta. E non poteva essere altrimenti. Ci raccontava con grande allegria tutto quello che riguardava i suoi, parlava del paese, vissuto in ogni caso per molti mesi l'anno nello splendido isolamento della campagna. Condivideva tutto, gioia e dolore. Tutto. E soprattutto aveva l'affetto, in quegli occhi. L'affetto che strabordava da un cuore enorme. Un affetto che le famiglie dei miei hanno spesso fatto fatica a manifestare, per varie ragioni. Un affetto che colmava quei vuoti.

Non stava bene da tanto tempo, la zia. Ma chiamava ogni settimana. Si faceva fare il numero dalle cuginette e chiamava, senza dimenticare nessuno. Chiedeva meticolosamente di tutti e poi ci informava del suo stato di salute. Uno stato irreversibile che nessuno, nessuno, voleva prendere in considerazione.
Ieri c'è stato il funerale. La mamma, lo zio e la zia hanno preso un aereo all'alba e sono tornati a notte fonda e hanno trovato un mare di persone, alla veglia e in piazza, in chiesa, per le strade. La zia aveva organizzato tutto: il vestito, le scarpe, i soldi necessari, il coro e la banda. La banda del paese ha attaccato a suonare in questa giornata primaverile scivolando sulla pelle di coloro che erano là, riportando ad ognuno un po' di quei grandi abbracci, un po' di quelle guance che rubizze non erano più ma che sono impossibili da dissociare. Io la ricorderò sempre così.

Se n'è andata così, in primavera. Tra poco è Pasqua.

domenica 7 aprile 2019

Sì, ho qualcosa da dire

Quando mi hanno chiesto di partecipare alla vita pubblica del mio paese per la prima volta, avevo 25 anni. Mi stavo laureando, scrivevo su un settimanale locale da cinque anni, avevo collaborato con un periodico e con il giornalino della Pro Loco.

In questo piccolo paese c'era una vita sociale intensa, scrivevo per il giornale tre, quattro pezzi a settimana, non riuscivo a essere ovunque, spesso chiamavo, facevo interviste telefoniche, andavo alle feste, ai consigli comunali, lavoravo. Succede però che anche così non va bene, e quando quella lista civica mi ha voluto con sé sono iniziati problemi che fino a quel momento non avrei mai pensato mai di avere. Mille progetti, il primo lavoro, tante sfide. La stupidità di lasciarmi toccare da lotte che non mi riguardavano nemmeno.

Oggi so che coloro che ci stanno intorno non ci capiscono, o non sono veramente interessati, o sono sadici. E so che lasciare agli altri di capirci e non il contrario, non dare agli altri la miglior spiegazione di sé, è sempre un errore. Quindi allora ho sofferto molto. Un peccato, perché la politica mi è sempre piaciuta. Ho pensato di non esserne tagliata. Ho lasciato correre pure la diffamazione, limitandomi a far piagnucolare un'avvocata al telefono.

Poi mi hanno rivoluto, cinque anni dopo, e ho fatto altre esperienze. Convegni provinciali e nazionali, riunioni a Milano, discussioni su temi importanti, Bruxelles, la campagna di un europarlamentare, un mensile da dirigere. Ma ho avuto paura di riprovare quella sofferenza, ho di nuovo pensato che non ne valeva la pena. Davvero un brutto modo di usare la testa!

Ma questo non ha fermato i problemi. Non è la mia vita a crearne, però. Non sono le mie scelte. Nemmeno le azioni di una persona che cerca il suo percorso di vita. E' anzi un bel modo per scoprire chi non sa separare, chi non sa argomentare, chi non ha capito o chi, semplicemente, è disinteressato. E' anzi un bel modo di spiegare, senza lasciare a false interpretazioni. E' un modo di usare la parte creativa e razionale del cervello insieme, un modo di dare con egoismo. Oggi è divertente: che peccato essere stata così male!

Mi prendo i miei spazi e uso le parole, non solo scritte. Quelle fluiscono e si sviluppano con un senso logico che non pianifico; costruiscono sensi compiuti nel momento stesso in cui si formano su uno schermo, escono da un tratto di penna. Quelle dette, invece, non sempre sono altrettanto pungiglionate, così autodisciplinate. Per tanto tempo le ho rifuggite, ho cercato di educarle con dizione, respirazione, ma spesso inciampavano, c'è stata emozione, ci sono stati esercizi, prove e riprove, errori, fatica. Ma nulla di questo è stato vano. Quegli spazi ci sono e sono felice di avere un'altra possibilità.

D'altra parte, la politica è bellissima. Una bellissima professione da separare, conservare, coltivare.
Con buona pace degli amici che non sono più amici per questo.
Magari quegli stessi che, in questi 15 anni, sono rimasti a tagliare giudizi dallo stesso marciapiede.

lunedì 1 aprile 2019

Piccole guerre di genere

Quando inizio un nuovo progetto in una nuova città, mi affido a quel sesto senso che spesso lasciamo da parte e, pur senza volerlo, senza troppo meccanicamente registrarlo, faccio la somma delle sensazioni.

Quando ho iniziato a frequentare Trento è stato così. Mi sono dedicata per più di un anno solo ed esclusivamente all'aspetto tecnico del lavoro da svolgere. La priorità era incentrata sulla modalità del servizio. E, nonostante questo, le prime difficoltà sono arrivate dal fatto che io sia una donna, e le mie osservazioni a qualche maschio alfa non sono state gradite.
Che fare? Nulla, basta sedersi e aspettare. E continuare a lavorare con un gruppo di persone all'interno di un palazzetto pieno di aperture, su tre piani tutti comunicanti, senza settori separati.
E formare un coordinatore e una coordinatrice. E questo post è dedicato a Chiara.

Chiara è di Ferrara, ma studia a Trento e abita in pieno centro, in condivisione. Il suo accento è un mix meraviglioso di suoni morbidi e ha un numero di anni meno di me imbarazzante. Ha occhi grandi e ha sempre un sottile gusto nel vestire, seppur di nero, seppur abiti adatti ad un lavoro di stewarding, seppur dovendo camminare molto. E ha una capacità di organizzare quaranta persone unica. Non urla mai, anche quando ha a che fare con tifosi molesti, ubriachi, offensivi. Quando le chiedono: chi sai tu?, voglio parlare con il responsabile!, risponde con calma che la responsabile è lei. Perchè è vero: è la mia coordinatrice e solo Gabriele, il suo pari, svolge come lei questo lavoro. Ma, a differenza di Gabriele, deve subire una serie di piccole dimostrazioni di maleducazioni, battute, trattamenti differenti, solo in quanto Chiara. Anche nella civilissima e fantastica Trento.

Ma anche lei ha imparato ad aspettare. Un lavoro si costruisce con il tempo, con gli eventi che si affastellano partita dopo partita, stagione dopo stagione. Prima crollano quelli che pensano: che ci vuole a fare il coordinatore? Poi quelli che dicono: perchè lei e non io? Poi persino quelli che sospettano un privilegio (anche se in questo caso no, non me l'ha data). Resistono solo i maschilisti veri, purtroppo. O gli occasionali misuratori di peni, quelli che devono entrare senza biglietto o passare per forza dove non si può o ignorare una norma del palazzetto solo perchè sono loro, splendidi Italiani privi di regole. Che non ammettono errore, mascherandolo dietro l'insulto del momento.

Sedersi e aspettare costa molta fatica. Il mio fegato lo sa benissimo, ma ogni volta che posso cerco di dare a Chiara un'altra prospettiva, che ridimensiona tutto,la restituisce nella giusta prospettiva. Io ho urlato e picchiato i piedi e ingoiato bile moltissime volte e sospetto di farlo ancora per molto.
Ma poi guardo Chiara, e Gabriele, e penso che sia una fatica ampiamente ripagata.
Mi piace pensare di condurre una piccola battaglia in un piccolissimo pezzetto di mondo e vincerla, insieme a questa generazione di venticinquenni decisamente più forti di me.

giovedì 21 marzo 2019

La sicurezza, prima di tutto

Ho imparato a miei spese a non commentare a caldo le notizie, che invece generano grosse onde tempestose e astiose, sospinte dalle contemporanee strategie di comunicazione delle fonti primarie e gonfiate e sporcate come rifiuti da bufale e venti d'odio indicibile.

Mi astengo da fare un trattato di deontologia, mi astengo anche dal commento giornalistico. Oggi va così, non se ne esce con il buon senso, anche quello soffiato via rabbiosamente.

Mi interessa però il tema della sicurezza. Fingerò di non essere stata mai null'altro che una project manager, quindi affronterò il tema in questo modo.
Nella nostra vita, la conoscenza assume sempre di più un grandissimi rilievo. Ma se nei secoli scorsi si potevano dedicare anni di studio esclusivo, poi assottigliati a periodi della giovinezza, diventati obbligatori per legge, assicurando democraticamente un sapere minimo lasciato alla discrezione di ognuno per quel che riguarda l'ampliamento, da 7, 8 anni, il bombardamento di informazioni è così articolato, multilivello, crossmediale, simultaneo, alto e basso, che quasi il valore della conoscenza si è disperso.

Per valore intendo l'acquisizione di informazioni che depositiamo dentro di noi, li facciamo maturare, li assimiliamo e li prendiamo ad esempio per episodi futuri. Tutto quello che oggi ci si schianta addosso fatica a non scivolare via, a rimanerci dentro. E quando poi dobbiamo acquisire per forza nuove conoscenze, quasi è una fatica insostenibile.

Il tema della sicurezza sul lavoro è lì, gigante. Una grana per ogni project manager che deve iniziare un progetto e mettere in campo nuove risorse, sperando che siano affidabili e non vadano, ancora, a ingrossare le fila dell'assenteismo ingiustificato (un fenomeno ormai senza razza nè età, nè genere), perchè deve organizzare tutto in tempo per essere in regola.
Sabbia nelle mutande per il lavoratore, che spesso cerca tutti gli escamotage per evitare persino la visita medica del datore di lavoro (con giustificazione degne del peggior diario di scuola). E si lamenta dei corsi. Corsi che servono per dare semplici norme di comportamento all'interno di un luogo per evitare cadute, tagli, folgorazioni, investimenti; per dare le giuste alternative in caso di imprevisti, per informare sulla catena di responsabilità, quando intervenire e quando no, chi chiamare per primo. Sabbia nelle mutande.

Spesso, e a lungo, un decreto come l'81/2008 è stato ignorato. E oggi, spiegare perchè si usa un casco protettivo, delle scarpe antinfortunistica, un giubbino identificativo sembra poco utile. Spesso, incontrare i lavoratori in queste occasioni sembra superfluo.
Ho ricevuto chiamate e messaggi vari sul perchè farli, persino se frequentarli preveda un compenso. Perchè è tempo sprecato, una rottura, non vale niente, tanto settimana prossima diserto il lavoro e non avviso.

No. La sicurezza non è prima di tutto, non in questo Paese. Perchè se lo fosse, anche minima, anche essenziale, ovunque e nella stessa misura, contribuirebbe ad attenuare quella irresistibile voglia di fottere il prossimo e additare gli altri, tirandosene fuori.