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giovedì 2 aprile 2026

Donna, vita, umanità


Questo post racconta una piccola storia di una donna straordinaria, che ha fatto sì che altre donne importanti della mia vita crescessero al mio fianco sane e salve. E' il racconto di come Elena Sachsel ha salvato mia sorella, incrociando le nostre vite così come ha fatto per migliaia di famiglie, nello stesso identico modo, quello della cura. Nazionalità, ceto, istruzione, non hanno avuto importanza. La dottoressa Elena ha accudito tutti, arrivando ovunque, a discapito della sua stessa salute.

Mia sorella nacque un mercoledì di fine agosto di 44 anni fa, nel 1981. Faceva un caldo incredibile, ma mia madre tremava di freddo, in quel letto d'ospedale, con più coperte addosso, dopo il rischio di un'emorragia. Io avevo due anni, una foto ricordo di me impressa nella mente mentre pretendo di salire al piano rialzato del blocco parti da sola, con papà in paziente attesa, forse uno dei ricordi che ancora conservo in memoria della mia infanzia, o che la mia mente riproduce come veritiera, chissà. E poi un'altra foto, autentica stavolta, con la sorellina in braccio, al suo battesimo, io capelli neri e dritti a caschetto da peruviana senza Perù, lei con le guancette rosse e una puntina di naso, una piccola mela.

Ma prima della festa c'era stato un altro capitolo, non tanto lieto e divertente in realtà. E riguarda lo stafilococco, contratto dalla neonata Manuela proprio in quella maternità, in un ospedale normale. Mamma e Manu tornarono a casa dopo i canonici tre giorni e, dopo un'altra settimana, il subdolo inquilino iniziò a manifestarsi. Fu la febbre, subito molto alta, a impensierire la giovane mamma poco più che ventenne. La pediatra di famiglia era in vacanza e l'unica soluzione, da telefono grigio a ghiera, fu la guardia medica. E la chiamata si fece una sera, dopo una giornata uggiosa e di prime nebbie, piena di dubbi. Piena di quelle remore che un'intera generazione di genitori aveva, quella del "non disturbare", del "vediamo come va". Del "magari scende da sola". Ma quel febbrone non scendeva. Anzi. Il termometro a mercurio sembrava spingere quella sottile linea rossa oltre un limite possibile. Una bimba di pochi mesi e un senso di impotenza - che solo i genitori conoscono - hanno però vinto anche le ultime resistenze.

E al telefono rispose lei. Ascoltò. E poi, semplicemente, disse: arrivo. Papà si offrì di andarla a prendere, lei rifiutò. E arrivò, in quella notte uggiosa e velata, con una macchina scassata e una guida che definire sportiva è quasi un complimento, salendo un piano di scale e riempiendo la stanza di ascolto attento, di fiducia totale. Guardò la piccola, la visitò, aprì la sua bocca che scoprì piena di pus e disse: avete fatto bene a chiamare, questa bambina è da portare subito in ospedale. E il resto fu un ricovero, una serie di flebo assicurate alla testa con una piccola ingessatura e un'eredità da portatrice sana che Manuela avrà per tutta la vita. Ma solo questa.

Ancora oggi, raccontando questa storia, gli occhi di mamma e papà si velano di quelle lacrime che brillano di gratitudine. Quella piccola donna è comparsa e ha risolto una situazione pericolosa per tutti noi. Io non ho dimenticato, suole raccontare papà. Che andò poi ai funerali della dottoressa Sachsel, trovandosi in una marea commossa di umanità da lei tenuta per mano, esattamente come ha fatto con noi. La vita di questa donna ha dello straordinario.

Invito a leggere "La ragazza che sognava ad alta voce. Il romanzo vero di Elena Sachsel" di Elena Granata. La storia della mia famiglia è solo un piccolissimo frammento dell'immenso mosaico di bene che questa figura ha lasciato in eredità a Magenta come al mondo.





Ho scritto questa storia per il progetto “La Magenta delle Donne”, presentato al pubblico lo scorso 26 marzo. Il link a tutte le storie: https://comune.magenta.mi.it/la-magenta-delle-donne/

martedì 30 settembre 2025

93 anni e un Patrimonio d'amore

Ho scritto questo post pochi mesi fa. 
Lo pubblico ora, dopo il suo compleanno, il 27 Settembre. 

La prima domenica di questo Agosto, il numero 92 della sua vita, la nonna Rosa è uscita per andare prima a messa, e poi al mercato. 
La piega fatta il giorno prima, come tutti i sabato, la gonna lunga appena sotto il ginocchio, la borsetta al braccio, lei ha prima pregato per tutti noi e poi è andata a comprare la padella. 
La padella. Potremmo usare la maiuscola anche in mezzo alla frase, perchè, ogni anno, è un rito che si ripete. In vista dell'arrivo di figliolanza, cognatume e nipotame, l'invincibile strumento che tutto può friggere sostituisce quello ormai esausto dell'anno precedente. 

Non c'è mai stato nessuno, nella mia vita, che friggesse in padella come fa lei, e sempre godendo di ottima salute. Che siano melanzane, cotolette, frittelle, frittate, panzerotti, zeppole...poco importa. La bottiglia dell'olio è sempre pronta, e la padella (ora) nuova di zecca altrettanto. 

Questa, dunque, è una storia d'amore. Non solo per tutte le persone che, in Agosto, transitano da quell'appartamento in contrada Giardinello di un paese calabro (e prima, nella contrada Petto, forse ancora più numerose e rumorose, vista la quantità impressionante di cugini). Ma anche per se stessa. Perchè, quando finisce il caos delle vacanze, con stanze scambiate, letti aggiunti, sveglie e tavoli pieghevoli, sedie recuperate e tutte spaiate, resta lei, da sola. E lei, sola, cucina e apparecchia per sè sempre, senza saltare un pasto. E anche sola, la padella resta lo strumento indispensabile a tutto il desinare. 

E che desinare. Alcuni piatti della nostra iron grandma restano inarrivabili, nonostante la grande tradizione tramandata ai figli. Certi cavalli di battaglia possiedono tal razza superione che non è nemmeno giustificabile dal clima, dall'acqua, dai prodotti: la nonna Rosa ha dimostrato più e più volte che, anche nelle sue trasferte al Nord, le sue capacità restano immutabilmente irraggiungibili. 
Del resto, una campionessa olimpica lo è ovunque. 

A noi, dunque, non resta che partire e confluire lì, fili differenti e asincroni di uno stesso tessuto la cui matrice è là, con un nome così delicato, una volontà di ferro e una padella in mano. 

mercoledì 9 agosto 2023

Un addio da lontano, Luigia

Ho saputo che questa mattina si sono svolti i tuoi funerali, Luigia. 

L'ho saputo dal messaggio di Alessandro, ed è stata una fortuna e una sfortuna insieme. Da più di tre anni la tua casa è stata prima chiusa, come avevo scritto qui, e poi ha trovato un nuovo proprietario. E in tutto questo tempo io, Alessandro e gli altri vicini non siamo più riusciti a sapere nulla di te. Fino al messaggio di stamattina.

Succede. Soprattutto a una donna come te, classe 1929, senza figli e sola da decenni. Razionalmente è comprensibile: difficile risalire a una parentela lontana e più lenta di un figlio, ad esempio. Difficile capire come ti hanno protetta in pandemia e dove. Ma faccio fatica ad accettarlo, devo essere sincera. Perchè di noi, delle lunghe chiacchierate ingaggiate tra balcone e balcone, in piedi sotto casa tua, nel tuo salottino, c'è tutto il resto, ma non questo. Non ci interessava il contorno, avevamo della sostanza da esaminare.

Sei arrivata a questo 5 di Agosto, spero, con tutta la serenità del modo, perchè le tue ossa ti hanno dato dolori fin da bambina. Che questa vita ad ostacoli abbia preservato per te la dolcezza dei momenti belli, fino alla fine. Che quell'ultimo sospiro sia arrivato in pace. 

Mi sento impotente. Mi sento in colpa per averlo saputo così, per questi tre anni senza averti trovato. Ma sono felice di aver conosciuto la tua grande umanità. Di aver la conferma, ancora una volta, di come l'indole di una persona non cambia mai, ed emerge grande e potente anche quando il nostro involucro esterno non è proprio al massimo della forma. 

Un addio da lontano, Luigia. Ma solo negli spazi. 

venerdì 16 settembre 2022

500 lire e la Bianchi Sport

Quando ha iniziato a lavorare, a metà degli anni '60, papà prendeva diecimila lire alla settimana. Quando, dopo anni, il Cerani l'ha messo a libri, la busta paga arrivava a trentunomila lire al mese. E lui li girava a suo fratello.

Vivevano tutti all'Isola, in una casa nuovissima in via Silvio Pellico. Era arrivato con la nonna e il nonno, che dopo qualche anno se n'eran tornati in Calabria. Il nonno curava il giardino dei fratelli Lattuada, che prima vendevano legna, poi carbone, poi gasolio, e avevano una grande casa con un bel pezzo di terreno in fondo a via Silvio Pellico, prima del sentiero per la cascina. La nonna spennava i fagiani che loro cacciavano, piccoli lavori così. Entrambi in pensione, ma ancora in attesa del primo "stipendio" dallo Stato, dopo una vita a coltivare la terra e raccogliere olive. Se ne tornarono al Sud perchè non riuscirono a trovare al nonno un pezzo di terra qui, dove gli inverni in un appartamento dovevano essere insopposrtabili per qualcuno che, dopo la Grande Guerra, ha sempre vissuto in campagna.

Anche le zie mettevano i soldi in casa. Le ventimila della più piccola, qualcosa di più della zia Concetta, che però aveva il permesso di tenere per sè qualcosa per il matrimonio imminente. Più di mille lire alla settimana di abbonamento del pullman, 30 lire per ogni tram preso. Anche allora spostarsi era carissimo, insomma.

A papà lo zio concedeva 500 lire alla settimana. Pochissimo, rispetto ai suoi amici che in tasca ne avevano almeno quattro volte tanto, magari con l'aggiunta della mancetta dei nonni. Ma lui se li faceva bastare comunque, iniziando a lavorare anche il sabato o a rendersi disponibile nelle pause del lavoro, che di tanto in tanto si verificavano. Una volta era andato ad aiutare l'Ambrogio a fare i salami cotti, nel negozio sullo stradone in cui si vendeva di tutto, di fianco al macellaio. Nàn, preocupas no. Ven chì dumàan. Riordinare, pulire e poi aiutare a fare i salamini, con un bel sanduiss al jambòn fatto fare dalla moglie. Mi volevano bene, sai. E io me l'immagino, questa vita all'Isola, e questi occhi neri neri e la zazzera di papà, piccolo immigrato che lavora tanto e li conquista così, tutti.

Nàn, specia. Voglio darti qualcosa per il tuo aiuto. Ambrogio, la usa quella bicicletta lì? Ha la ruota storta, se me la dà la aggiusto io, non voglio altro. Aggiunge 15 lire al regalo e sistema la Bianchi Sport. E poi che fa? Insegna alle zie a pedalare, le prime di una lunga serie. E la zia Domenica inizia a utilizzarla per andare a lavorare, dividendola con papà solo la domenica. Poi lei si sarebbe comprata un'Aquiletta, fregata in poco tempo in fabbrica. Ma nel frattempo papà era riuscito ad ottenere sempre più riconoscimento, al lavoro. Con i soldi extra busta poteva finalmente comprarsi i primi vestiti, alla soglia dei diciott'anni. E poi il patentino e la Vespa, settantamila lire. Surante i quindici mesi di militare a Bologna, si fa spedire periodicamente dei vaglia, e sono tutti soldi suoi, che ha già messo da parte.

E poi un giorno, a Nerviano, affronta il suo primo cantiere da solo, di nove appartamenti. Gli bastano pochi giorni per vincere la diffidenza dei capicantiere. Ha 22 anni e decide di iniziare a lavorare da solo. Da quel momento in poi, la sera, lo aspettano sotto casa per affidargli un cantiere alla volta, un lavoro alla volta.

Un passo alla volta. Senza perdersi d'animo mai, ma conoscendo il proprio lavoro e vederlo riconosciuto. Che epoca bellissima dev'essere stata. 

martedì 21 dicembre 2021

Al Babbo, dalla Babba

 


Caro Babbo Natale, 

per l'ennesimo anno mi ero ripromessa di non comprare regali a nessuno.
Ne ho acquistati quaranta. 40 QUARANTA davvero.
Perchè, nonostante la congiuntura di sfiga che mi fa concludere l'anno ancora una volta senza un paio di Prada ai piedi, stavolta causata solo ed esclusivamente dalla mia ingenuità verso il genere umano che si nasconde dietro un finto call center, mi sono detta che si vive una volta sola, e allora ho pensato ai miei affetti, quelli intorno al mio cuore. Poi però si sono aggiunti quelli che si devono fare. E i doveri, in una famiglia di calabresi e in una vita in cui ho puntato tutto sull'empatia, sono parecchi.
E dire che ho tagliato...

Caro. Babbo.
Sono arrivata a metà del mio mutuo. Cioè, riformulo. Ho superato metà dell'ammontare totale delle rate, che somigliano sempre e comunque, anche a questa altezza, a una discreta montagna di letame da scalare. La metà del prelievo arterioso mensile però non corrisponde a metà della somma totale. Con gli interessi fin qui versati, mi sarei comprata un'auto, avrei rifatto il bagno pensionando la libreria Lack che ho adattato sotto il lavandino e arredato il balcone. Ma chi ci pensa ai soldi, eh?

Babbino mio, se avessi dovuto incassare 1 euro per ogni persona che anche solo in questo 2021 mi ha detto "come sei brava", "scrivi benissimo", "ti meriti il successo" a quest'ora avrei comprato la macchina, i mobili del bagno e il balcone somiglierebbe alla savana. Ma soprattutto "vediamoci e parliamo": questa batte tutto, è carta-forbice-sasso insieme, la Lamborghini - come direbbe il mio amico Fabrizio - della procrastinazione mascherata, perchè il coraggio di dire no, come quello di dire scusa, è davvero una merce difficile. Ma ci sono molte ragioni per questo: due anni di difficoltà che hanno attaccato la radice della visione del futuro, e questa ripresa cui nessuno crede davvero.
Tanto che vedersi e parlare, pianificare, fare progetti, condividere idee nuove è ancora un esercizio da Only the Braves. E poi, soprattutto, crederci: il Riconoscimento è qualcosa che anche in questo 2021 lo agguantiamo un'altra volta...

E quindi, questa Babba resta intatta, carissimo. Resta la solita ingenua che si entusiasma per tutto, ma che resta sempre con le sue mani in mano. Peccato, perchè con la Fede e l'Anto ci diciamo spesso quanto potenziale di gioia saremmo sempre felici di condividere, ad avercelo. Altro che quaranta pacchi (tutti belli, tra l'altro. Io odio il regalo senza sentimento). Ma pensaci bene: nonostante tutto, nonostante le difficoltà, so trovare sempre la soluzione per viaggiare, arrivare ovunque senza chiedere a nessuno, gettare basi per future collaborazioni e contatti. Scrivere, anche se mai abbastanza.

Non mi compro le Prada, per quest'anno. Ma non mi manca niente, caro Babbo Natale. Non pensare a me, ci penso io. E poi dove vorrei essere adesso le scarpre servono a poco.

venerdì 13 marzo 2020

Luigia, dove sei?

L'appartamento della Luigia è vuoto da un po' di tempo.
Ci ho messo diversi giorni per accorgermene. Ero immersa nella mia personale disperazione, ero impiegata a trasportare a occhi bassi la mia piccola croce, per alzare gli occhi, o aprire la portafinestra e guardare a destra del mio balcone, a quello che, come il mio, ha lo stesso finto fogliame e le stesse fioriere, come mi aveva lei stessa chiesto di mettere e come io avevo fatto per lei.

Quando finalmente ho alzato lo sguardo dal cortile, o ho ruotato la testa di pochi gradi, mi sono accorta di non aver nessun strumento per capire come fare per sapere cosa fosse successo. Non ho nessun numero, nè della nipote adorata, nè del nipote ultimamente n po' latitante, che ho conosciuto solo attraverso le sue parole. Avevo solo un numero fisso sul cellulare, ma l'ho cambiato e, in ogni caso, ora non ha più senso.

Ora la casa è stata completamente svuotata. Qualche giorno fa qualcuno ha sollevato le serrande e non c'è nulla, all'interno. Restano solo la "nostra" edera finta, i "nostri" vasi vuoti, e le sue tende da sole, che aveva aggiunto e che usava spesso. Quante volte e avevamo parlato, di quella spesa che non posso mettere in conto! E oggi loro sono lì, senza Luigia.

Ho scritto alla vicina. Mi ha detto che hanno deciso per lei, che stava perdendo colpi. Me n'ero accorta anche io, ma prima di tutti lo sapeva bene lei stessa: mi parlava di nuovi farmaci che la rendevano meno lucida, di come dimenticasse se aveva mangiato, quando si era alzata, se aveva cucinato. mi parlava di tante cose, ripetendole però più e più volte, e a tratti se ne rendeva conto. Aveva iniziato a fare le stesse chiamate più volte al giorno, ai nipoti, ma anche alla guardia medica. E presumibilmente anche alla signora che l'aiutava con le pulizie e la fisioterapista e la dottoressa. Da qui la decisione di non lasciarla più sola.

Mi manca, Luigia. Mi mancano i nostri dialoghi del balcone, a un volume leggermente più alto di quello che il bon ton condominiale richiederebbe. Mi manca il suo ottimismo, che la porta al decimo decennio della sua vita. Mi mancano i racconti, la forza d'animo, i consigli ad andare avanti, e quel suo modo di chiedermi, preoccupata e ammirata contemporaneamente, dove sarò nel prossimo fine settimana.

Cara amica, non viaggerò più come prima, forse. O forse invece lo farò di più, o andrò più lontano. Io invece ti troverò. E, stai sicura, in qualsiasi di questi casi ti porterò sempre con me.

giovedì 18 settembre 2008

E parliamo, di questa casa

Siamo ancora in pieno limbo costruttivo, manca il tetto, sono pronte solo le solette. La consegna è prevista per la primavera del 2010. E quindi...l'obiettivo di uscire di casa prima dei 30 anni necessariamente sfuma.


Ho 2 anni di tempo per ingeniarmi su come pagarlo, questo benedetto bilocale fuori Milano. Soluzioni ce ne sono, come no! Oltre al già citato rene al mercato nero, potrei cercarmi un quarto lavoro, oltre alla redazione della web tv, la collaborazione al giornale locale, la partecipazione in tv...tipo il sabato e la domenica mattina. Meglio se in nero.


Oppure...prostituirmi.

Oppure...vincere un Gratta e Vinci, un superenalotto.

Oppure...ricevere un'eredità inaspettata.


E che sarà mai!!