giovedì 2 aprile 2026

Donna, vita, umanità


Questo post racconta una piccola storia di una donna straordinaria, che ha fatto sì che altre donne importanti della mia vita crescessero al mio fianco sane e salve. E' il racconto di come Elena Sachsel ha salvato mia sorella, incrociando le nostre vite così come ha fatto per migliaia di famiglie, nello stesso identico modo, quello della cura. Nazionalità, ceto, istruzione, non hanno avuto importanza. La dottoressa Elena ha accudito tutti, arrivando ovunque, a discapito della sua stessa salute.

Mia sorella nacque un mercoledì di fine agosto di 44 anni fa, nel 1981. Faceva un caldo incredibile, ma mia madre tremava di freddo, in quel letto d'ospedale, con più coperte addosso, dopo il rischio di un'emorragia. Io avevo due anni, una foto ricordo di me impressa nella mente mentre pretendo di salire al piano rialzato del blocco parti da sola, con papà in paziente attesa, forse uno dei ricordi che ancora conservo in memoria della mia infanzia, o che la mia mente riproduce come veritiera, chissà. E poi un'altra foto, autentica stavolta, con la sorellina in braccio, al suo battesimo, io capelli neri e dritti a caschetto da peruviana senza Perù, lei con le guancette rosse e una puntina di naso, una piccola mela.

Ma prima della festa c'era stato un altro capitolo, non tanto lieto e divertente in realtà. E riguarda lo stafilococco, contratto dalla neonata Manuela proprio in quella maternità, in un ospedale normale. Mamma e Manu tornarono a casa dopo i canonici tre giorni e, dopo un'altra settimana, il subdolo inquilino iniziò a manifestarsi. Fu la febbre, subito molto alta, a impensierire la giovane mamma poco più che ventenne. La pediatra di famiglia era in vacanza e l'unica soluzione, da telefono grigio a ghiera, fu la guardia medica. E la chiamata si fece una sera, dopo una giornata uggiosa e di prime nebbie, piena di dubbi. Piena di quelle remore che un'intera generazione di genitori aveva, quella del "non disturbare", del "vediamo come va". Del "magari scende da sola". Ma quel febbrone non scendeva. Anzi. Il termometro a mercurio sembrava spingere quella sottile linea rossa oltre un limite possibile. Una bimba di pochi mesi e un senso di impotenza - che solo i genitori conoscono - hanno però vinto anche le ultime resistenze.

E al telefono rispose lei. Ascoltò. E poi, semplicemente, disse: arrivo. Papà si offrì di andarla a prendere, lei rifiutò. E arrivò, in quella notte uggiosa e velata, con una macchina scassata e una guida che definire sportiva è quasi un complimento, salendo un piano di scale e riempiendo la stanza di ascolto attento, di fiducia totale. Guardò la piccola, la visitò, aprì la sua bocca che scoprì piena di pus e disse: avete fatto bene a chiamare, questa bambina è da portare subito in ospedale. E il resto fu un ricovero, una serie di flebo assicurate alla testa con una piccola ingessatura e un'eredità da portatrice sana che Manuela avrà per tutta la vita. Ma solo questa.

Ancora oggi, raccontando questa storia, gli occhi di mamma e papà si velano di quelle lacrime che brillano di gratitudine. Quella piccola donna è comparsa e ha risolto una situazione pericolosa per tutti noi. Io non ho dimenticato, suole raccontare papà. Che andò poi ai funerali della dottoressa Sachsel, trovandosi in una marea commossa di umanità da lei tenuta per mano, esattamente come ha fatto con noi. La vita di questa donna ha dello straordinario.

Invito a leggere "La ragazza che sognava ad alta voce. Il romanzo vero di Elena Sachsel" di Elena Granata. La storia della mia famiglia è solo un piccolissimo frammento dell'immenso mosaico di bene che questa figura ha lasciato in eredità a Magenta come al mondo.





Ho scritto questa storia per il progetto “La Magenta delle Donne”, presentato al pubblico lo scorso 26 marzo. Il link a tutte le storie: https://comune.magenta.mi.it/la-magenta-delle-donne/

venerdì 27 marzo 2026

La casa degli zii

La casa è rimasta vuota. 
Quell'appartamento lungo e stretto, con la porta d'ingresso nel bel mezzo di quel rettangolo stretto e lungo, su un corridoio buio che collega tutto, camera dal letto, bagno, salotto, cucina e altra camera da letto, tutte in fila. Una casa che non è mai stata silenziosa e, a dispetto della sua dimensione, neanche poco frequentata, ma in cui c'è sempre stato modo di trovare posto. 

La casa è rimasta vuota e si sta svuotando - ulteriormente - di tutto, la cameretta con l'armadio a ponte sui due lettini singoli, la camera da letto con la credenza e l'armadio scuro, classico. La sala con il divano e i centrini. Non resterà più niente, ed è facile pensare che anche quel corridoio buio, lungo e stretto non resisterà a lungo. 

Ma sono le cose - la roba, scriverebbe Verga - che iniziano a non esserci più. A distanza di tempo, dopo quel brevissimo tempo che ha racchiuso due vite nell'abbraccio della morte in due modi del tutto differenti, sono gli oggetti di tutta una vita che fatichiamo a lasciare andare. 
Gli abiti appesi nell'armadio. Tutti, quelli usati fino a consumarli. Quelli nuovissimi, dai tessuti così belli, così pregiati. 
Le damigiane della cantina, con la macchinetta chiudibottiglie. 
I documenti.
Le foto. Tantissime foto, a colori e in bianco e nero, che ritraggono decine di persone a tutte le età. 

C'è una vita che continua anche dopo e non si cancella mai, anche quando una casa non risuona più di voci conosciute, anche quando resta vuota, anche quando - presto - sarà venduta, ristrutturata e abitata da altre vite differenti. 

C'è una vita che continua anche se gli averi, come siamo abituati a nominarli, sono selezionati, regalati o venduti, buttati. E' qualcosa che va al di là della roba. Al di là dello spazio che abbiamo occupato su questo suolo, dei passi percorsi negli stesso luoghi e in posti visti poche volte, o una sola. 

Mentre una casa scompare, il luogo del cuore resta. 
In molti di noi, che lo abitiamo in modi diversi e lo nominiamo quando siamo distanti e quando riusciamo a vederci. E' nei nostri occhi quando si incrociano, è nel nostro sorriso, di affetto dolce, malinconico. E' sottopelle, perchè è perta del nostro vissuto. E' nostro del tutto, scritto nelle fibre, e lo viviamo in un modo del tutto nuovo, lo portiamo agli altri con il nostro filtro. 

Quella porta della memoria aprirà sempre sul corridoio degli zii. 


lunedì 24 novembre 2025

Molto più di un omaggio a Mia Martini


A volte accade che, mentre vivi nel momento, ti accorgi che quello resterà nella tua storia personale. 
Nel momento stesso in cui sta accadendo, quell'istante prende uno spazio all'interno del corpo, non solo nella mente, ma in un luogo imprecisato tra il cuore e lo stomaco. Per restarci. Per continuare ad emozionare anche nei giorni a venire. 

Domenica è accaduto questo. 
OPS!, Original People singing, ha nuovamente portato in scena a Corbetta qualcosa di irripetibile. Eppure, ormai, dovremmo saperlo: da undici anni a questa parte Alessandro Baronchelli, Patrizia Sevieri e il direttivo dell'associazione si impegnano a proporre eventi unici nel loro genere, spesso con la sola straordinaria forza della volontà e una capacità innata (tanto abusata nel termine, quanto rara, nella realtà): l'empatia. Quella che permette a questa piccola brigata di costruire legami solidi, duraturi, sinceri, con straordinari artisti della scena italiana. 

Domenica, dunque, Stephanie Ocean Ghizzoni è giunta da Verona insieme ai suoi musicisti, Anna e Marco Pasetto e Daniele Rotunno, per portare Mia Martini sul palco. L'ha portata fisicamente, con un dipinto fedelissimo realizzato da lei stessa, e con una straordinaria esibizione. Come è stato possibile che un'artista dal background soul, jazz, blues, funky e gospel si calasse perfettamente in un'interpretazione così, lo ha spiegato a inizio concerto Oriella Soncin, che da presidentessa di SonOriArte ha pensato a questo spettacolo. Da Bellinzona, Oriella non ha voluto mancare ed anzi ha delineato in pochi minuti la capacità interpretiva di Stephanie, così straodinariamente aderente alla sua idea. Solo lei avrebbe saputo cogliere tutte le sfumature di un'artista che ha tracciato una linea importante nella storia della musica italiana, insieme ad altre artiste e più di quanto la storiografia musicale sia, ad oggi, riuscita a riconoscere. "Se non canto non vivo", aveva detto un un'intervista dell'89 a Sanremo al suo ritorno, l'artista calabrese. 

Ed è stato così che centosessanta presenti in sala Aldo Savi hanno assistito a uno spettacolo unico, una vita cantata così. Nella musica e nella voce di Stephanie, che ha fatto sua Mia Martini senza stravolgerla, ma di fatto arricchendola, abbiamo trovato un oceano di emozioni. Abbiamo trovato una donna che ha affrontato il successo come le difficoltà, la fama come lo stigma sociale, le cadute e la rinascita con una classe, una potenza e una carica uniche. Un brivido ha percorso più volte la sala, soprendendo questo pubblico così eterogeneo e grato per l'opportunità che OPS! è riuscita nuovamente a regalare gratuitamente alla città di Corbetta. 

Un inedito "Amica Mia" ha accompagnato un repertorio di sedici successi, da "Mimì sarà" al bis, "Piccolo Uomo". Difficile spiegare quale tra "Gli uomini non cambiano", "E non finisce mica il cielo", "Minuetto" o una straordinaria "La nevicata del '56" arricchito dal ricordo personale di Stephanie abbia rappresentato il momento più alto della serata. E' stato tutto alto. Di un altissimo valore. 

C'è un aspetto in più che colpisce, non da poco. E' la gioia. La bellezza di OPS! di fare accadere le cose con una trasparenza e una semplicità percepita quasi al tatto. In molti, uscendo, hanno chiesto quale sarà il prossimo passo. Di certo e davvero vicine ci sono le attività legate ai mercatini di Natale a Santo Stefano Ticino e  Corbetta. Ma presto, in primavera, Original People Singing annuncerà un nuovo progetto, su un'opera originale. Sempre con questa straordinaria forza della volontà.

Non resta che seguire la pagina https://www.facebook.com/OPSCORBETTA


giovedì 6 novembre 2025

Magenta è anche, e soprattutto, delle donne

Ieri sera sono stata a Magenta.

Mi aveva scritto l'assessora qualche giorno prima, per mandarmi un invito. Abbiamo un rapporto di grande stima reciproca e di collaborazione, di quel tipo che avevo in numero maggiore quando mi occupavo della cronaca locale in modo più attivo, e non sporadico. Ieri sera lei mi ha ricordato che, nonostante i giri della vita, certi piccoli riconoscimenti non mancano.

L'invito era, dunque, nella sempre splendida Casa Giacobbe, per la presentazione di un progetto di raccolta di storie, quelle che da sempre, a mio parere, dovrebbero stare al centro di tutte le attività politiche, sociali, imprenditoriali di sempre. E riguarda le donne.

Mariarosa Cuciniello ha lanciato questo progetto che verrà poi presentato il prossimo 8 marzo: da ieri, ad un link dedicato, il Comune di Magenta raccoglie storie di magentine, o di non cittadine che hanno avuto però molto a che fare con la città, che hanno un vissuto di valore. Il bello è che questo vissuto non deve essere qualcosa legato per forza al successo, alla ricchezza o al prestigio. L'intento è quello di parlare di persone che hanno, nella loro vita, costruito un esempio anche inconsapevole da seguire.

La bellezza di questo progetto sta tutto qui, nel taglio suggerito. Piccoli racconti di vita, anche parziali, anche solo di episodi, di donne che probabilmente non hanno nemmeno idea dell'eredità che hanno lasciato; una capacità di "sfruttare" i propri talenti che riesce bene, invece alla parte maschile, specie in periodi storici in cui la carriera, e di conseguenza questa valorizzazione, non era prevista alla sfera femminile. Il progetto, infatti, si focalizza sulle nate tra il 1830 e il 1975. Un recupero della memoria sociale di Magenta che non escluda chi ne ha fatta la storia, insieme, al fianco di chi ha avuto più naturalmente visibilità.

Ed è per questo che certi rilievi di ieri sera mi hanno fatto sorridere. Di questi tempi, ogni iniziativa viene passata al vaglio di una critica inutile. Ho scoperto che, in psicologia, si chiama confronto vantaggioso: e allora perché non tutti? E allora perché non recuperare le storie dei San Martino d'Oro?

Forse sfugge un piccolo particolare, che è solo dato dal fatto di aver guardato le cose, in senso lato, sempre e solo da un'unica prospettiva. Le storie delle donne ci riguardano. Riguardano tutti noi. E infatti tutti ne possono scrivere, da qualsiasi parte del pianeta.

Per quel che mi riguarda, ho bene in mente alcune magentine che ammiro, e ho già stimolato altre persone a scriverci su. A me, è lampante, non serve alcun pungolo, ma solo un foglio bianco da iniziare.

mercoledì 5 novembre 2025

Lo spettacolo dell'imbrunire

In questi giorni il mio ritorno a casa dal lavoro coincide con quella fase dell'imbrunire che trasforma il mondo, preparandolo alla notte. La fortuna è quella di percorrere, in circa trenta minuti, una strada con molta campagna intorno, campi coltivati e confini delimitati dalla tipica vegetazione padana, uno spazio incredibilmente aperto e quasi immutato insolito per questa parte di Lombardia così densa di presenza umana. 

E il cielo si prende tutto. E' ancora chiaro, quando parto, spesso con un fondo azzurrino e striature rosa, e poi tutto questo muta lentamente nella gamma del giallo e dell'arancio. Si prende gran parte della mia attenzione, questo cielo, costringendomi spesso a riportare l'attenzione alla guida, per cui lascio che l'auto scivoli nel traffico serale senza strappi e con dolcezza, per dar più spazio possibile alla vista. 

Le figure non hanno più colore. Sono come quei fogli bianchi che, da bambini, riempivamo con decisione di pastelli a cera per poi ricoprirli con il colore nero e andare poi, con una punta, di nuovo a scoprire i colori sottostanti. Ora case, alberi, siepi sono tutti ritagliati così, sul cartone del cielo che muta e si infiamma e si raffedda pian piano, con le montagne al mio margine destro, azzurrine nella parte di cielo già indaco.

Ti ritrovi a fare il piccolo direttore della fotografia e immaginare inquadrature da film in punti in cui non potresti fermare l'auto nemmeno un istante per una foto. Persino una cascina, un campanile o un cavalcavia aggiungono un plus di stupore a quello cui stai assistendo. Ti trovi a cogliere i piccoli particolare, su questo sfondo nero: una finestra buia, ma coi il vetro che riflette il cielo, i nuovi lampioni a led che sembrano piccolissimi soffioni di luce magrittiana, gli stop delle auto davanti a te che si accendono di rosso tutti insieme al primo rallentamento. 

E di colpo, come una rivelazione, tutto sembra più pulito. Lo spettacolo della natura che si muove hai il potere di liberare spazio anche nella testa. Non siamo noi i protagonisti, sussurra sottovoce il cielo. Noi siamo quelli neri, cesellati finemente, sì, ma sullo sfondo, in basso. Basterebbe questo per suggerire ad ognuno di noi che non siamo al centro di niente. 

Nonostante tutto, questo cielo, e questa luna in particolare che da pallida si fa sempre più brillante, tornerà a manifestarsi ancora, portando colore sui neri delle nostre vite. 

sabato 1 novembre 2025

Il gioco della gratitudine

Ieri alla radio si chiedeva agli ascoltatori di mandare un messaggio vocale e raccontare una delle cose più belle successe nel mese di ottobre. 

E' stato bello sentire i commenti, numerosissimi, di eventi grandi e piccoli, tutti con voci piene di riso, piantino, gioia. Di quelli che ti strappano un'emozione, di quelle che ti fanno amare guidare la tua vecchia auto nel lento ritorno a casa serale.

E allora ho pensato al mio, di mese appena concluso, di questo anno così bello. E mi sono venute in mente tanti di quegli episodi...da imbarazzo della scelta. Perché, come dice mia sorella, anche quando le mie certezze vengono messe (ancora una volta) a dura prova, so benissimo fare molti passi per superare gli ostacoli. E quindi, caro ottobre, sei stato caldo e freddissimo, con tante sfumature nel mezzo che mi hanno fatto girare la testa (eh no, non per un nuovo amore - ahimè - ma per la cervicale. Quando si invecchia è così). 

Ho passato molti momenti di qualità con le persone a cui voglio bene.
Con la Franci abbiamo pianificato un viaggio a Palermo.
La Manu ha preparato la cheesecake più buona del mondo per il compleanno di mamma e di Stefano.
Ho camminato per un'ora nella bellezza di Corbetta e poi, qualche giorno dopo, sono salita sul tetto del Duomo in una giornata perfetta con i miei affetti capoverdiani (e poi Capo Verde ci ha regalato un primato calcistico stupendo). Ho ritrovato delle bellissime foto di oltre vent'anni fa, sono andata ad una degustazione di vini meravigliosa, ad un miniconcerto con le mie amiche più care. Una cena milanese, un ristorante eritreo e una pizza d'autore mi hanno fatto uscire con il sorriso. 
Il Corriere ha pubblicato un mio pezzo; sono stata alla presentazione di un libro di chi ha iniziato con me e cammina nel mondo del giornalismo con una volontà che io non ho più, ma che per me è un esempio anche oggi. Ho comunque iniziato ad accumulare i crediti e sono circa a metà.
E ho visto il film su Bruce ambientato là dove ha mosso i primi passi, un posto che ho visto coi miei occhi sedici anni fa, e la cosa mi ha fatto venire i brividi. 
I miei controlli medici sono andati benissimo, con grande sollievo.
E poi, finalmente, sono riemersa da un momento economico difficile che durava da molti, molti mesi, per cui son di nuovo pronta a buttare via altri soldi con allegria!

Ci sono altre cose di cui avrei potuto fare a meno, ovviamente. Ho perso uno zio che ho amato molto, l'auto ha qualche problema e non potrò andare in vacanza a breve come speravo. 
E una strada che pensavo sicura non lo è affatto. Mi sento sempre inadeguata, commetto errori su errori, pur con tutta l'attenzione del mondo. E la malinconia mi mangia. Magari mi mangiasse davvero, un po' dappertutto, viste le curvone del mio corpo. 

La gratitudine è un sentimento potente.
E con potenza e speranza affronto novembre, iniziato con un pranzo pieno di amore. 
Annaffiato con un magnum del Monferrato.

mercoledì 29 ottobre 2025

La paurina chiacchierina

Ho notato che, quando mi trovo in situazioni che mi fanno paura, la lingua si scioglie ancora più del solito. E inizio a parlare a vanvera. 

Cioè, faccio proprio quella cosa che odio: riempire i vuoti anche quando non serve. 
Sono sempre stata una persona "di parola", ma non ho mai sopportato chi non super l'imbarazzo di un silenzio e deve per forza aprire bocca. Eppure, come si dice, il gobbo vede la gobba degli altri e non la propria. Sarà così. 

Esarà per questo che, qualche giorno fa, ho messo in atto la paurina chiacchierina: sono andata a fare il prelievo e la vera notizia è che ci sono andata da sola, e non con la mamma, perchè l'esame del sangue resta una delle cose più difficili da fare.

Ho paura, e a questa paura (degli aghi) ho cercato sempre di porre un rimedio, come se fosse sbagliata. Ad esempio, per un certo periodo l'ho combattuta prendendola per le corna, diventando donatrice Avis. Sfortunatamente, il mio nervo vago non si è mostrato molto d'accordo fin da subito. Otto donazioni, tutte finite più o meno male: nel migliore dei casi sono arrivata a casa salvo poi rimanere sdraiata a lungo sul pavomento; nel peggiore, uno svenimento e un cestino della sala d'attesa che ha visto lo scarso contenuto del mio stomaco. Insomma: al primo controllo del medico, alla luce della sfilza di inconvenienti tecnici, sono stata sospesa senza appello. 

Da qui, la richiesta di accompagnamento, come se fossi una bambina. Quando sono stata io ad accompagnare mia sorella, incinta, per la curva glicemica, la sensazione era qualla di essere io la minore al seguito e non la maggiore delle due. Fino al Covid, coi vaccini fatti per forza da sola, e da lì in poi senza più la manina. Ma con una parlantina 10X. Compreso, dunque, qualche giorno fa, quando ho sommerso la gentilissima infermiera (tra l'altro bravissima) al Synlab così vicino a casa che avrei potuto andarci a piedi. 

E poi, all'improvviso, dopo la colazione alla Esso, guidando verso il lavoro ho realizzato che anche altre paure mi causano questa loquacità. Anzi. La mia capacità di iniziare da Adamo ed Eva ed aprire mille parentesi sfidando la capacità di attenzione di chiunque è dettata dalla paura. In effetti, ho paura il più delle volte: di non farcela, di essere inadeguata, di non arrivare a fine mese, di fallire ancora, di perdere tutto, di allontanare le persone a cui tengo, come e più di come sia già successo. Parlo troppo. A sproposito, scompostamente.

Ma di silenzi ce ne sono comunque tanti. Me li tengo stretti, in effetti. Sono bianchi, puliti. Sono la luce che schiarisce la paura, che è più bella così, scritta. Risintonizza l'anima.


giovedì 9 ottobre 2025

Anche la rabbia serve

Incredibile. 
Decine e decine di post in cui butto fuori tutta la mia rabbia, per arrivare qui, ad oggi. 
A martedì, anzi, quando, di ritorno dal lavoro, mi sono infilata le scarpe da tennis e sono uscita a camminare furiosamente per un'ora, al passo di carica (ancora più, se possibile, di quello che ho solitamente) intorno a Corbetta, per parchi e canali e vie acciottolate, talmente elettrica da indurre le auto a fermarsi senza neanche cenni, quando ho attraversato strade di scorrimento. Sneakers fucsia, giacca viola e pugni chiusi, con tanta aria da buttare fuori. Ma un'ora è bastata, anche troppa, per qualcosa di estremanente immeritevole anche solo di un sentimento. 

In altre fasi della mia vita...altro che qualche chilometro in fretta e furia. Su questo blog, ad esempio, ci sono fiumi di parole digitate con una frustrazione indicibile, cuore esposto e pianto libero. Giorni, settimane, mesi. Anni. Di cose andate per il verso sbagliato. Di versi sbagliati. 

Grazie a queste tracce ricordo tutto con grande lucidità, ma se mi guardo indietro mi sorprendo della distanza che ho messo tra quella rabbia e questa gioia. Nonostante tutto, con le difficoltà di sempre, i soldi che mai bastano, i casi umani e un'infinità di incastri da riaggiustare, sono...contenta. 
Quella rabbia così grande mi ha causato due effetti collaterali di grandissimo peso: ho sofferto solo io, molto, nell'anima e nel corpo; e ho lasciato che questo sentimento non mi permettesse di darmi un valore. 

Ma oggi aggiungo una riflessione in più. Per arrivare qui, da sola, allo sommità di questa piccola collina che mi è sempre sembrata inscalabile, c'è voluto anche questo. Ho sempre dato un'accezione fortemente negativa alla rabbia che ho provato, e potrei aver sbagliato. Esprimendola, tutta quanta, l'ho trasformata in qualcosa di positivo. 

Nei momenti peggiori ho avuto il timore di trasformarmi. Di perdere la mia essenza. 
Oggi so che non è possibile. 
Sono così. Grazie (anche) alla rabbia. 


giovedì 2 ottobre 2025

Cosa significa imparare davvero

Me li ricordo benissimo, i miei fallimenti. 

Già dal Liceo mi rimprovero di non aver avuto la forza di emergere in una classe di cui è rimasto davvero poco. Ne ero consapevole, ma fino dal primo momento mi sono rifugiata nel rumore indistinto di fondo di quella classe di trentadue persone per non uscirne più, davvero. Il classico elemento d'arredo, come un banco, una sedia. Pur partecipando alle gite extra o agli eventi scolastici come tutti, mi sono sempre tenuta nel mucchio, se possibile due passi indietro. Il risultato buono, ma non memorabile, è stato il giusto epilogo di quel lustro, così diverso da come avevo affrontato il ciclo di studi precendenti. 
Ho iniziato l'università con lo stesso motto, "non osare", e quelli che mi hanno salvato sono stati gli amici che lì ho avuto la fortuna di incrociare e che ancora oggi ci sono, anche nel mio primo anno di quasi non-frequentazione, per i mille lavori che avevo già iniziato a inanellare. Il mio best Casper Award lo ricordo con un sorriso tenero. Il fallimento di quel primo anno si riduce a un unico, solo grande ostacolo: l'esame di Italiano 1, ripetuto tre volte. Una di queste, il giorno del mio 21esimo compleanno in cui ho pensato che la mia vita fosse finita. Conservo le foto di me, annegata nelle lacrime, davanti alla torta, con Martina, la mia piccola cugina, vicina vicina a me. Occhi da visitor, voglia di festeggiare prossima allo zero assoluto.
 
Poi sono emersa, come chi ha nuotato in apnea per molto tempo, e ho riempito i polmoni di aria. La laurea ha sancito una nuova era e da lì ho capito di essere solo all'inizio, con la lista degli errori da commettere. Solo all'inzio di un percorso che non vede fine. Ho lasciato i rimpianti alla liceale, e ho iniziato a sbagliare con allegria, ripetutamente. Casomai ci sono stati pianti, senza prefissi.

Oggi, nel mezzo di questa ri-definizione, capisco anche quanta vita ci ho messo dentro. Negli arresti, nelle pause, nei sonni, nei ritiri. Tutti momenti che hanno contribuito a farmi ripartire. Mi dicono che sono piena di entusiasmo: non so, davvero, se è così, o se è incoscienza, ignoranza, sintomo di poca intelligenza. Ma oggi, forte e carica di tutti i miei fallimenti, grazie a tutte le mie cadute così rovinose, a tratti, così brutte, imperfette, poco recuperabili, ogni volta che si ricomincia, superata la fatica, mi colpisce sempre la bellezza delle prime volte. 

Un esame non superato può sembrare la fine del mondo. 
Invece, con il tempo, si scopre un'altra verità: è la nuova via da cui ripartire. 
Se perdo, imparo sempre. 

La parte più difficile, però, è un'altra. Anche nel momento peggiore, la vera sfida è non chiudere il mondo fuori. Sono le persone che abbiamo accanto a farci capire che si tratta solo di incidenti di percorso. E' il confronto che ridimensiona quel nero. Sono le altre voci che ci guidano a riaccendere la luce. E quelle che contano...restano. Per insegnarti, tra le altre cose, che non ci sono gare. Non c'è nessuno da battere intorno, ed in particolare non abbiamo da batterci con noi stessi. 

mercoledì 1 ottobre 2025

Cosa ci insegna la morte

Stasera ho stappato una bottiglia di vino rosso. 
Ho preso un calice, ampio, di quelli riposti per le occasioni. E ho versato tre quarti di bicchiere. 

Oggi è una giornata di morte, lo scrivo senza giri di parole. Già dal primo mattino al lavoro è giunta la notizia di un incidente stradale, oltreoceano, che ha strappato alla vita la giovane figlia di un uomo che ha lavorato in azienda sempre, da poco tempo in pensione. E' una strana sensazione assistere ad una vicinanza corale che non è mia, perchè sono arrivata dopo. E' come camminare in punta di piedi tra i ricordi e i racconti e una commozione tangibile, duratura. Capire come stare vicina e contemporaneamente ai margini di un dolore autentico dei colleghi. E' stata una grande lezione di ridimensionamento, improvviso, di tutti i problemi che lasciamo giganteggiare ogni giorno, convinti che lo siano davvero, e non lo sono affatto.

E poi sono arrivata a casa e, dal parcheggio interno, attraversando il giardino antistante al mio palazzo, mi sono accorta della coccarda funebre appesa al cancelletto, verso l'esterno. Coi passi pesanti, nelle scarpe che mi hanno fatto male tutto il giorno, sono uscita verso la strada per scoprire il nome.
Sandro. 
In quindici anni qui, ho incrociato quest'uomo coi baffi innumerevoli volte. Soprattutto alle 4 di mattina, quando attraversavo longitunalmente Milano per il turno del mattino alla radio. Ci trovavamo al buio, al freddo, grattando il gelo dal vetro della mia C3 e della sua Audi, a scambiare qualche parola, subito rappresa in una piccola nuvoletta in almeno tre stagioni all'anno. Sempre cortese, sempre spiritoso. Vederlo, dava alla messa in moto e al mio tragitto di 35 chilometri uno sprint in più. Ogni singola volta. 
Dopo, sono arrivati altri lavori (miei) e la pensione (sua). E altre auto mie, perchè la C3 mi ha abbandonato ed è stata sostituita, per anni, da una serie più o meno longeva di auto aziendali dalle forme più svariate, fino alla Golf. La sua Audi coupè, invece, immutata, splendida, dello stesso argento lucente, invecchiava benissimo. Parlavamo di questo avvicendamento, scherzandoci su, sempre con lo stesso garbo, lo stesso spirito cortese. 

Poi l'ho visto deperire. La vita ci cambia in un modo che difficilmente possiamo prevedere. Ne parlavo ieri con Laura, citando Manzoni: la falce si abbatte su steli robusti e giovani germogli, senza guardare in faccia nessuno. Niente, però, che preannunciasse questo epilogo. 
Aveva rotto il femore. Hanno sconsigliato l'operazione, per le condizioni generali, ma quell'osso lungo non aveva in autonomia fatto progressi. E lui, Sandro, con quei baffi così belli, come quelli di papà da giovane, ha incoraggiato i medici ad operarlo, pur conoscendo le scarse probabilità. 

Sono andata da suo figlio Paolo, stasera. Lui, la moglie, la bimba e la madre mi hanno pure ringraziato ma, ancora una volta, la lezione l'ho imparata io.
Non vendete l'Audi, ho detto. 
Ho tenuto le lacrime per dopo, fuori dalla loro porta, e poi ho stappato la mia bottiglia. 

Domattina metterò quel profumo che uso solo qualche volta. 

martedì 30 settembre 2025

Sì, San Siro merita un nuovo stadio


Ed eccomi qui, signor giudice, ad esprimere un parere non richiesto. 

Questa volta, però, si tratta di un pensiero legittimo. Una parte della mia vita che ritengo decisamente importante è legata a questo luogo che amo e di cui sento la mancanza, dopo vent'anni di frequentazione, e che mi suscita un sentimento potente. Un sentimento che ha una data precisa, un colpo di fulmine arrampicato su una delle torri a lato del terzo anello blu: 4 giugno 1995, Inter Padova, 2 a 1 e ultima partita di Ruben Sosa. Ravvivato in piedi sui seggiolini della Curva davanti ai due gol di Recoba al suo esordio in Inter Brescia, 31 agosto 1997 e iniziato, come una lunga storia d'amore, con il Campionato 99/00 e poi con nove abbonamenti di fila, da Ronaldo-Baggio-Zamorano-Recoba-Vieri in poi, dal terzo rosso al secondo arancio. E poi altri nove anni in servizio, in sala Executive e in garage, agli skybox della tribuna rossa e al primo arancio. E poi come osservatrice e al lavoro con gli steward, entrando in tutte le stanza di questo colosso, sale stampa, gos, scale interne, consorzio Inter Milan, sede dell'Inter, spogliatoi, mix zone. Lontanto dai match, con i pitch parterre in costruzione, le lampade per il prato, l'allestimento per i concerti. Non credo ci sia un angolo che non abbia visto, infermeria compresa. Dei concerti ho già perso il conto. 

Sì, posso dirlo: scrivo di un luogo che conosco e amo molto. A cui sono pronta a dire addio. Perchè questo stadio è come una casa, un bene immobile: è quello che vi succede all'interno che rende la vita vissuta là indimenticabile, non il contrario. Sono le emozioni, le azioni, le gioie e le disperazioni, i climi che mutano da un minuto all'altro, la rabbia e la felicità, il canto e la folla, il freddo, la pioggia, il caldo torrido e il sole accecante, la calca e il vuoto delle porte chiuse che fanno di San Siro il luogo che è. Il pubblico e i giocatori, i colori e gli striscioni, i cori e le persone. Il rito, le canzoni, lo speaker, la società, i fotografi, gli steward. E novanta minuti di imprevedibilità, le birre vendute sugli spalti, le bandiere enormi e piccolissime, i sorrisi e le lacrime, i veterani e gli occasionali, i bambini entusiasti e addormentati,  le mogli annoiate e le generazioni di tifose che arrivano insieme, gli sguardi d'intesa tra sconosciuti e l'annullamento totale di ogni differenza sociale. E' l'adesione e la contestazione, è la fila all'ingresso e il deflusso pieno di adrenalina che, piano piano, cala sulle gambe. Sono nervi che si tendono, tensione che va scogliendosit, lacrimogeni, fumogeni, bontà e cattiveria. Sono i geloni ai piedi, che tornano a sentire di nuovo tepore solo dopo aver raggiunto la macchina in parcheggi lontani. Quei silenzi improvvisi che portano fino agli spalti lo schiocco secco del pallone che impatta sul palo, il fischio dell'allenatore, l'imprecazione da fallo. 

Il sapore del panino con la salamella, la cipolla e i peperoni sarà sempre quello, anche dopo. 

Perchè ci vuole un dopo. Le stanze del Comune che inghiottiscono decine di imbucati, scale strette e maleodoranti, bagni inadeguati, vie di fuga lente, ascensori microscopici e lentissimi e centinaia di metri quadri di cemento nudo mal rasato. Nessun adeguamento, dalla finale di Champions in poi, non può nascondere un pachiderma stanco. Nessuna nuova sala rivestita di pannelli semovibili. Gli spazi restano inadeguati, anche mascherati. 

Il Meazza è uno stato dell'anima. Lo sapeva benissimo anche colui che gli ha dato il nome, primo divo di questo sport che con il ciclismo ebbe una funzione sociale cruciale in Italia. Lui, talento straordinario, grande giocatore d'azzardo e pieno di donne, sapeva che dal letto al rettangolo di gioco era il sentimento a muoverlo.

San Siro è ben più di uno stadio. E' un anelito che non morirà mai. La caduta del palazzetto lo ha già mostrato: ci sono dolori lancinanti che si superano, perchè quello che resta è decisamente più grande e più eterno di un contenitore di emozioni. Invertiamo la sineddoche: torniamo al tutto e non alla parte, al contenuto e non al contenitore, all'essenza e non alla materia. 
Conserverò con estrema gioia tutti i ricordi che mi legano a quel luogo, e con altrettanta gioia attenderò quelli che verranno.


Ho finito, signor giudice. Tutto quello che desidero sono altri vent'anni di partite dal vivo.

93 anni e un Patrimonio d'amore

Ho scritto questo post pochi mesi fa. 
Lo pubblico ora, dopo il suo compleanno, il 27 Settembre. 

La prima domenica di questo Agosto, il numero 92 della sua vita, la nonna Rosa è uscita per andare prima a messa, e poi al mercato. 
La piega fatta il giorno prima, come tutti i sabato, la gonna lunga appena sotto il ginocchio, la borsetta al braccio, lei ha prima pregato per tutti noi e poi è andata a comprare la padella. 
La padella. Potremmo usare la maiuscola anche in mezzo alla frase, perchè, ogni anno, è un rito che si ripete. In vista dell'arrivo di figliolanza, cognatume e nipotame, l'invincibile strumento che tutto può friggere sostituisce quello ormai esausto dell'anno precedente. 

Non c'è mai stato nessuno, nella mia vita, che friggesse in padella come fa lei, e sempre godendo di ottima salute. Che siano melanzane, cotolette, frittelle, frittate, panzerotti, zeppole...poco importa. La bottiglia dell'olio è sempre pronta, e la padella (ora) nuova di zecca altrettanto. 

Questa, dunque, è una storia d'amore. Non solo per tutte le persone che, in Agosto, transitano da quell'appartamento in contrada Giardinello di un paese calabro (e prima, nella contrada Petto, forse ancora più numerose e rumorose, vista la quantità impressionante di cugini). Ma anche per se stessa. Perchè, quando finisce il caos delle vacanze, con stanze scambiate, letti aggiunti, sveglie e tavoli pieghevoli, sedie recuperate e tutte spaiate, resta lei, da sola. E lei, sola, cucina e apparecchia per sè sempre, senza saltare un pasto. E anche sola, la padella resta lo strumento indispensabile a tutto il desinare. 

E che desinare. Alcuni piatti della nostra iron grandma restano inarrivabili, nonostante la grande tradizione tramandata ai figli. Certi cavalli di battaglia possiedono tal razza superione che non è nemmeno giustificabile dal clima, dall'acqua, dai prodotti: la nonna Rosa ha dimostrato più e più volte che, anche nelle sue trasferte al Nord, le sue capacità restano immutabilmente irraggiungibili. 
Del resto, una campionessa olimpica lo è ovunque. 

A noi, dunque, non resta che partire e confluire lì, fili differenti e asincroni di uno stesso tessuto la cui matrice è là, con un nome così delicato, una volontà di ferro e una padella in mano. 

martedì 9 settembre 2025

Ri-definirsi. Alla ricerca di una bellezza intriseca.

C'è una bella differenza tra il sapere cosa fare per stare meglio e farlo davvero. 
Magari sono mesi, anni, che ti ripeti costantemente che le cose devono cambiare. Lo fai appena sveglia al mattino, cercando di inquadrarti nella cornice di uno specchio che riflette qualcosa che non ti piace. Oppure con la radio in sottofondo e il caffè sotto il naso, o guidando con la mano sulla leva del freno a mano, o svegliandoti di notte. 
No, ti dici, così non va: è ora di cambiare. Solo che quel cambiamento non arriva...finchè...
Finchè un giorno, improvvisamente, si rompe qualcosa. 

Quello che hai pensato, hai espresso in qualche confidenza, ma soprattutto ha lavorato inconsciamente rompe la superficie ed emerge. Più di tutto, si libera dalle opinioni degli altri, di quello che ti hanno consigliato o raccomandato. 
Settembre è questo: una rottura. Non di balle e nemmeno dolorosa. 
E' come prendere atto, improvvisamente, di un cambiamento che ha causato molto dolore prima, in passato, e anche a lungo. E' come capire, improvvisamente, perchè quel dolore è arrivato, a cosa servisse davvero (non tutto, eh: certi colloqui agghiaccianti, ad esempio, restano ancora senza senso). 

Ci sono stati momenti in cui la distruzione delle certezze ha lasciato delle grandi macerie. E che, in mezzo alla rovina del castello, mi sentissi io in aria, senza sapere come fare e davvero per molto, molto tempo, avviluppandomi in vittimismo e autocommiserazione, in una non-reazione.
Oggi, invece, è tutto pulito, sgombro, libero. Uno spazio nuovo, recuperato nelle autentiche fondamenta, in cui ricomincio a vedere me. 

C'è solo un aspetto che sento di dover ricalibrare: riguarda la bellezza. No, non quella che ci si aspetta, ma più profondamente quella che mi caratterizza. Facendo spazio, liberando tutto, mi sono resa conto di non aver più il paramentro del giudizio esterno. E se in passato, ad esempio, avevo lasciato che un narcisista minasse subdolamente tutto il mio territorio, oggi è il contrario: la ricerca riparte da quella che sono davvero, bonificata. 

Stranamente, e nel modo più contraddittorio possibile, in questo caso la superficie si è rotta perchè è arrivata da una dichiarazione inaspettata: l'esternazione della (mia) bellezza superlativa da parte di chi non l'aveva mai espressa davvero. Cadendo da quel pero ben radicato, la reazione è stata quella di aprire un mini sondaggio, per poi chiuderlo subito. No. Non è la statistica la materia che mi interessa, io che dai numeri ho preso sempre e solo schiaffi. E no. Nessuna doxa: di fatto è proprio l'opinione altrui che non mi serve. Più. 

La donna che vedo allo specchio, in qualsiasi condizione, mi piace. Trovo che mi somigli abbastanza. Ma quell'abbastanza non basta più: è ora di mirare alla totalità. "Enough" mi è servito per arrivare fin qui, alla sommità di questa collina. Me lo sono pure tatuato, in un momento in cui anche pensare di essere abbastanza sembrava inarrivabile. Anche quando il mio nome, Sabrina, sembrava quello di un'altra persona, persa per strada. 

Non resta che trasformare questa ri-definizione in movimento.
Senza più fermate, si va dritti a Casa.

martedì 5 agosto 2025

Adriana e l'Inter


Ci sono momenti in cui l'urgenza di scrivere si manifesta in molti modi. Prima di dormire, compaiono nella mia mente testi e frasi esattamente come in questo foglio appunti, si compongono velocemente, di getto, in pochi istanti, e li lascio fluire così, senza memorizzarli in altro modo. Altre volte sono pensieri fulminanti mentre sto facendo altro. Ultimamente, lascio che i pensieri si scrivano tra i capelli al vento nei miei giri in bici, tra campi a granturco e canali. 

E poi ci sono gli anniversari, non appuntati, che tornano. 


Sono giorni che penso ad Adriana e, andando a cercare nel mio blog, ho trovato solo una piccola parte della sua storia bellissima, e quella piccola parte riguarda solo il giorno in cui è morta, nella serenità di una mattina sonnolenta. 

Dieci anni fa, il 16 maggio del 2015, incontrai allo stadio, nel mio anno di consulenza tra una carriera radiofonica e un'altra, una donna straordinaria. Lei avrebbe compiuto cento anni il 24 maggio e da oltre 60 anni frequentava San Siro, per la sua Inter. Il figlio Roberto al suo fianco, in auto da bambino, poi con il tram e ora con la metro lilla. La loro storia mi colpì per due motivi: era fatta di una passione gioiosa, ma piana, di riti che si costruiscono nel tempo, qualunque cosa accada, in qualunque condizione atmosferica. E avevo di fronte due persone che dimostravano almeno 25 anni in meno: l'Inter allena il cuore, è un dato di fatto. La prima foto è di quel giorno. 

Ci ho pensato a lungo e poi ho fatto arrivare la storia prima a una tv locale e poi alla società, per la quale avevo iniziato questa consulenza. 15 giorni dopo, il 31 maggio, Adriana è stata invitata a ritirare la sua maglia numero 100 in campo, prima della partita. Ero con lei, Roberto e Luigi, lo steward che me l'aveva presentata e che svolgeva servizio nel suo settore. A consegnarle la maglia, Capitan Zanetti, Benny e il mio Ciccio, tra gli altri. Abbiamo fatto a braccetto mezzo giro di campo, dal suo posto alla linea immaginaria in cui si scherano i giocatori e lei ha raccolto gli applausi con una felicità impossibile da dimenticare. 

E' stato un momento di grande bellezza, di quelli che travalicano le regole e restituiscono al calcio una dimensione romantica. Una dimensione sociale, quella che avevo scritto nella mia tesi. A volte, la vita restituisce momenti perfetti. Non avevo ancora finito, con lei. Ecco perchè in questi giorni è tornata così, prepotentemente, a bussare. Seppur brevemente, le dovevo un  post. O lo dovevo a me stessa e, sono sicura, è comunque la stessa cosa.

 

giovedì 30 gennaio 2025

"Intanto prendi": perchè non è mai un consiglio

In principio era "è gratis, ma ti fai le ossa". Poi è diventata una vetrina di visibilità, un modo per fare contatti. Adesso è "intanto prendi e poi si vedrà". 

Intanto prendi. 
Un lavoro che non è esattamente quello che cercavi; non è nemmeno quello che ti fa divertire, però. 
Uno stipendio che continua a tenerti la testa incassata tra le spalle e il fango della trincea ti arriva ad altezza occhi, o quella cosa lì, di quel colore, insomma. Intanto prendi, però. Non ci sono troppe soluzioni e non c'è nemmeno troppo tempo: se poi scappa anche questa, che farai?

Volevo dirti una cosa, amico: è davvero un consiglio di merda. Ed è retaggio di come siamo cresciuti noi: intanto mangia questo, non ci sono alternative. Intanto fai questa scuola. Intanto ti metti questo. 
Stamattina alla radio di parlava della parola "contento": aver già dentro di sé la consapevolezza di aver tutto quello che serve. Ecco: accontentarsi non è "intanto prendi", zio. 

E' inutile che lo scriva, ma molti di noi vivono parti delle loro vite come se fossero state imposte, ed in parte è così: abbiamo obblighi verso noi stessi, gli altri, la banca sicuramente, qualche amante forse, che impongono regole che non vorremmo. Nessuno di noi si merita un intanto prendi. 

Dieci anni fa ho iniziato a pensare di dover cambiare strada. Per un po' l'alternativa ha retto, perchè si è trattato del mio miglior piano B, il calcio. Un lustro di strada panoramica a fianco alla highway che non stavo percorrendo, convincendomi che quella mi avrebbe portato all'inferno, dimenticando però la bellezza di quel rock potente che pulsava sempre nella cassa toracica, un basso senza scampo. Un culo enorme, allo stesso modo di precedenti anni di turni. E poi altre soluzioni a venire, fino a questo ultimo anno. 

Il 2024 ha spinto sulla mia tavola l'offerta da commerciale, più volte rimandata in cucina nel corso di questa vita. Lo sa bene Giuliano, lo sa bene Carlo, lo sanno anche le mille salse con cui questa attività è stata variamente presentata. Stavolta, però, persone, luogo, opportunità, comodità, struttura, avevano molte voci nella lista dei pro. "INTANTO PRENDI" è la frase arrivata da talmente tante persone che ho temuto di vederla incisa sulla fiancata dell'auto. 

Ringrazio il cielo di averla colta. Ma come? (vi sento eh!) Hai scritto che è un consiglio demmm...!
Come scrisse il poeta, è da lì che nascono i fior. Consapevolezza, si diceva. Ed eccola. 
Imparare un nuovo mestiere significa uscire da una zona sicura. Come al solito, il primo mese e mezzo ho dormito male e ho cercato di districare i dubbi uno ad uno, ed erano tanti, molti scritti sulla mia fronte, altri attaccati al mio già scarso amor proprio. Ho cancellato una vacanza, prestato la casa, per far andare le cose meglio più velocemente, ottenendo l'effetto contrario. Sono stata una buona Caronte, ma non sbarco, resto lì un pochino e poi torno indietro. 

Perché la verità è che non si dovrebbe prendere niente, nell'intanto. Lo sa bene il basso che vibra nelle fibre del tuo essere anche se pensi che siano solo scosse di assestamento. Fallire è fallire, non prendiamoci in giro. E' un bel pugno sul muso, di quelli che svegliano, però. 
L'aspetto più bello, più dolce e più accordato di tutto sono stati i colleghi, ancora una volta. Tutti più consapevoli (di me, ma ci è voluto poco) e nessuno soggetto alla legge dell'"intanto prendi". 

E ora? Caròn, non ti crucciare: trovo la soluzione. Intanto ho stampato i bollini della tessera che non avevo ancora incollato e li metterò a scacchiera sugli altri. E poi si vedrà. Con mira e divertimento.

martedì 24 dicembre 2024

2024, more than words

Quando arriva la fine dell'anno guardo le foto scattate, sempre tante. Troppe, per qualcuno. Invasive, invadenti. Qualche amico le odia perchè "rubano" pezzi di anima. A me sono sempre piaciute, d'altra parte, volevo fare la fotografa da bambina da Foto Kennedy a Magenta. Oggi c'è una verità in più: la memoria di ferro che ho sempre avuto, ad un certo punto, ha deciso di prendere ruggine. Lo so perchè inizio a scambiare volti e nomi e a fare figure da vecchia zia. 

Guardo le foto e, mentre il mio primo pensiero è sempre uno: "anche quest'anno sono arrivata in fondo viva e intera e senza debiti", ecco questo muta e diventa considerazione, più che altro stupore. Continuo a vivere tante vite in una e non ho nemmeno finito. Nel mio destino, mi ha detto una persona, il mutamento è scritto a chiare lettere. Devo solo arrendermi e accoglierlo. 

In questo 2024 a cambiare è stato prima di tutto il lavoro, e non è stato semplice, anche se alla conquista del nuovo impiego pensavo di avere  tutte le carte in regola per fare subito bene, ecco: no. Non so che succederà il prossimo anno, so solo che ci ho messo davvero tutta me stessa, ad uscire da uno stato di sopore in cui era caduta professionalmente, metterci una casa in prestito, trovare una macchina, imparare nuovi metodi. E sentirmi dire, come sempre, di essere sempre un po' più a sinistra del punto. 

L'automobile è il vero miracolo economico di quest'anno ed è tutto merito di un atto d'amore, anzi due. Il primo di un prestito temporaneo e azzeccatissimo, il secondo, invece, è la realizzazione di un sogno: avere una Golf. Del 2003, ma questo è un dettaglio. Ed è tutto merito di Valeria e Alberto. Ho una Golf e la amavo da allora, anzi, dalla versione precedente. E ora è mia. Ah, avrei anche un nuovo cellulare, ma lo schermo è andato in frantumi in meno di un mese. Perciò sì, c'è. Sopito fino a riparazione economicamente sostenibile...

Sono riuscita a viaggiare. Cinque mete: Calabria, Irlanda del Nord, Foligno, Venezia, Calabria/Palermo. Il Sentiero dei Giganti e Palermo erano tra i miei desiderata di sempre ed è stato bellissimo. Pochi giorni in totale, solo quattro di mare, affetti che si stringono e tornano profondi. Persone dal cuore gigante, che mi hanno sommerso di amore e mi hanno restituito per un giorno una dimensione giornalistica quasi abbandonata. E queste emozioni che spesso fatico a trattenere, che aiutano a ridimensionare i piccoli problemi e le due piccole ulcere che, voilà, sono comparse a ricordarmi - quasi se ne sentisse il bisogno - che sì, sono brava a fare l'equilibrista ma non abbastanza, perchè il tormento della sindrome dell'impostora non mi lascia mai. Ho anche perso un'amica. E non me ne capacito. Ne ho conosciuta un'altra, un altro pezzo di anima in più, quello che mi toglie la fotografia selvaggia, credo.

Stadi 3, concerti 1, cultura sì, con le prime volte all'Ambrosiana, a San Sepolcro, alla Villa Reale e al Cenacolo. Teatro 1, cinema 2: si può fare di meglio su tutti i fronti. Ho già pianificato due viaggi e una gita, e ancora quest'anno non è ancora finito. E vorrei vedere Atene.

C'è qualcosa di più profondo che è cambiato. A parte il metodico scardinamento della gabbia giudicante che mi accompagna fin dalla nascita, è rinato in me un sentimento che pensavo non potesse più riapparire. C'è qualcosa che, nella seconda parte di quest'anno, mi sta facendo credere di poter amare un'altra volta. Una sensazione tutta mia, egoisticamente mia, che ha sganciato di botto una serie di zavorre di piombo e le ha lasciate cadere pesantemente a terra. E' un germoglio che, una volta spuntato, ha di nuovo allargato i confini del mio cuore. Mentre prendevo a martellate la mia gabbia, ad un certo punto anche il pavimento ha iniziato a muoversi e quel cinismo che mi porto dietro da quasi dieci anni è sciovolato via. Avevo smesso di crederci, davvero. Avevo iniziato a pensare di avere tutto alle spalle. 

Non so cosa succederà nel 2025. So solo di arrivarci alleggerita. 
So di arrivarci meritandomi di nuovo dell'amore, meritandomi le cose belle che verranno.
Non mi sembra poco.

Niente ci appartene, "mi" scrive Daniel Lumera nella sua newsletter. Riceviamo tutto in prestito per un periodo limitato di tempo. Il corpo, il respiro, la casa in cui abitiamo, la mente attraverso cui ragioniamo. La nostra forza vitale, le emozioni che proviamo, le situazioni che viviamo, le relazioni. Di tutte queste cose siamo solo aministratori temporanei. La vita scorre tra le nostre mani aperte come acqua. E più cerchiamo di trattenerla, più fugge via.

E questo vorrei. Più delle parole che più di altri anni sono state difficili da scrivere, vorrei essere acqua. E luce impressa in mille fotografie.

giovedì 21 novembre 2024

Sarà sempre il Banco Lariano

La filiale di Intesa Sanpaolo di Santo Stefano Ticino chiude. 
Stavolta non è una chiacchiera di paese: c'è l'accorpamento con altre sul territorio, nella fattispecie con la sede centrale di Magenta, quella al fianco della Cattedrale di San Martino, e poi, con calma, se i titolari del conto vorranno, potranno fare richiesta di spostamento su altre sedi. 

La voce della chiusura è corsa altre volte, a Santo Stefano Ticino. Altri cambiamenti ci sono stati, ma non per questa, che è nipote e poi figlia dell'originario Banco Lariano. Perchè è questo che resta nella memoria storica del paese, gli anziani: due sabati fa, passata a far colazione e a passeggiare per le vie con gli amici, una donna ci ha parlato proprio di questo. E ora come faremo con il Banco Lariano? Là a Magenta non è nemmeno facile parcheggiare, per mio nipote.

Abbiamo sorriso, ovviamente. Ma per un paese di seimila abitanti con una bella composizione over 65 è una riflessione da tenere. Ci sono persone che non useranno mai l'app, mai. E il rischio, per altre, è di perdere di vista il loro patrimonio, demandandone la gestione ad altri. Per certi servizi la prossemica è importante, è fondamentale averli vicini perchè essi funzionano. 

Eravamo in tre, su quel marciapiede al sole, tra la cartoleria e la banca, a guardare quel largo spazio che dal 15 Dicembre resterà vuoto, dopo decenni. Chissà cosa potrà arrivare al suo posto, vista la scarsa attrattiva dei piccoli centri. E anche per noi under 65 ci sarà comunque un passaggio in più che ci porta al di fuori di queste strade, in un paese che è sempre stato vivissimo e che inizia, da qualche tempo, a somigliare un po' a degli stalli di sosta. 

Mi piace pensare che questa corsa allo svuotamento si arresterà di colpo e che ricomincerà a essere in tutti noi fortissima l'urgenza di guardarci negli occhi. Lo so, è un atteggiamento decisamente mediterraneo, poco "europeo" e che dovrebbe riguardare solo la sfera delle relazioni, ma per il nostro DNA tutto passa dal contatto e questa perdita sta avendo spiacevoli effetti collaterali. 

E dunque, viva il Banco Lariano!

martedì 19 novembre 2024

Non scrivo più

 Non scrivo più. 

Le uniche mie note scritte su post it, agende, calendari e fogli volanti riguardano solo il lavoro, e non sono più nemmeno rinchiusi in ordine (no, bell'ordine da mai, ad essere onesta) in un'unica agendina, poi messa via e sostituita dalla successiva. 

Ho perso la consequenzialità. Ma ho perso anche una grande parte di me. O forse è nascosta; ecco, sì, diciamo che si è andata a nascondere molto bene. Era quella capacità di dare al pensiero una forma in un modo che è solo mio. Fatto di immagini, metafore, periodi brevi e lunghi insieme. Nel dormiveglia pensavo a frasi da mettere giù. Ho scritto nella mente mille incipit di un libro che non ha mai visto la luce e ho usato diversi tovaglioli di carta come spunto, le note del cellulare, anche. 
E ora? Non scrivo più nemmeno per me stessa, nelle agende mensili, di incontri e fatti che mi hanno spostato il battito del cuore di qualche millimetro. Sì, mi stupisco sempre e mi commuovo anche di più, ma se prima all'emozione seguivano parole, ora faccio fatica a vederle comparire su uno schermo, a vederle scorrere sulla carta. 
Sono anche a secco. Ho sempre scritto di getto, in pochissimo tempo, e mi sono sempre chiesta se, in un ipotetico mestiere scrittorio che è arrivato sì, ma non a grandissimi volumi come avrei desiderato, la "gestione di una commessa" avrebbe inibito questo sgorgare spontaneo. E ora mi ritrovo spesso davanti a un foglio bianco, senza sapere come iniziare. Perchè iniziare. 
E' una secca legata a questo mare di legno, ho interiorizzato questa aridità? E' una possibilità che non riesco davvero ad accettare. 

E allora direi che è giunto il momento di fare qualche esercizio. Come il cardio sulla cyclette, i pesetti del mattino, anche scrivere rientrerà nella lista delle cose da fare per mantenermi in forma, dentro. Con la speranza che ritorni ad essere un'abitudine spontanea, fulminea, piena di immagini. C'è sempre molto da dire in questo continuo mutamento. E' ora di stanare il nascondiglio.

martedì 13 agosto 2024

Non mi ritorni in mente

La mia memoria non è più infallibile. Sì, succede a tutti, ma il momento in cui ognuno di noi lo realizza spesso causa sconforto. Dopo la sopresa iniziale, ho cercato di capire perchè il mio cervello non ripesca le sue informazioni come sempre, come prima. 

Ho iniziato a perdere colpi da tempo. Ho letto da qualche parte che molte cose si cementano meglio quando le racconti a qualcuno, e sarebbe la ragione principale della perdita dei nostri ricordi d'infanzia; è il gancio giusto, l'assist perfetto. E in effetti passo così tanto tempo da sola da poter avvalorare questa ipotesi, a meno che non le racconti al muro, al soffitto, allo specchio, al fornello. L'effetto collaterale, quando mi trovo in compagnia di altre persone, sta diventando quello di ammorbarle alla prima occasione, specialmente se mi chiedono di stadi e radio. Ecco, lì non sono nemmeno zia, ma proprio nonna: inizio a raccontare aneddoti a caso di calciatori e di cantanti e gli altri mi guardano straniti, chiedendosi se sono davvero accaduti. Ho fatto fuori la mia compagnia di Magenta così: adesso mi evitano tutti come la peste e, progressivamente, ai silenzi imbarazzati sono subentrati impegni vari. E dire che una volta mi ritenevo una ragazza divertente...

Ho sempre scritto molto, ovunque. Ho quaderni di lavoro in mezzo ai libri di casa, agende tutte iniziate e le mie Smemo in cantina. Sono tante finestre, aprirle mi riporta all'oratorio, ai luoghi vicini e lontani, alle situazioni risolte, più o meno. Ma ho perso volti e nomi associati in un minuto, ho perso pezzi di vacanze, ho perso quadri, cibi, collegamenti che potrebbero tornare utili. 

Lucidità, mi verrebbe da dire, d'acchito. Ma poi mi rendo conto che il cervello mi ha protetto innumerevoli volte, perchè ha selezionato un milione di situazioni dolorose e le ha messe in un archivio circondato dalla nebbia. All'improvviso, dimenticare nomi e fatti, anche nel bel mezzo di un discorso da nonna, ha perso tutto lo sconforto e si è trasformato in sollievo. Succede così, in una vita di fortuna alterna, o semplicemente fortuna, che per i miei amati latini non sempre era favorevole. 

Diventare fallibili è fantastico. Riposante. La coperta per le ginocchia della nonna.

lunedì 12 agosto 2024

L'incanto sarà godersi un po' la strada

Non so, ma non mi immaginavo così venti anni fa. 

Lo so, amica mia. Cresciuta con me nella stessa classe, poi in sezioni differenti, treni coincidenti, canti della domenica, oratorio e amici in comune a secchiate. Le battute parlano da un peso che ci tiene il baricentro basso, noi che abbiamo sempre stambeccato parecchio, tra migliaia di ore di sonno perse e lavori invadenti. E si allarga, perchè il pensiero è stranamente lo stesso, e non solo mio e tuo. 
Sì: a volte ci sembra che "agli altri" certe cose non accadono, ma forse "gli altri" hanno capacità di simulazione differenti, o hanno patteggiato con più o meno dolore. Ma questi alti e bassi della vita ci riguardano in massa. 

Sì, ci godremo la geriatria. Con il catetere, forse, riusciremo a pretendere che qualcuno ci aiuti. Ci porga il braccio sulla nave da crociera, ci porti fino alla spiaggia nei nostri costumoni contenutivi e - beh - la cannuccia resterà sempre la stessa. Mi immagino come la vecchia che Carrie incontra al diner, quella che trita lo psicofarmaco sul gelato per sballarsi. Non servirebbe nemmeno la dentiera, amica. 

Però, se ci pensi bene, non siamo ancora a quel punto. Quando le cose vanno male, quando ti sembra di aver sempre una montagna da scalare e ti si mozza il fiato come quando sei in carenza di ossigeno, si fatica anche a pensare cosa faremo domani. Ma è - appunto - solo una sensazione. Il segreto è comunque pianificare e non lasciare che quella immobilità si impossessi del tutto di te, facendoti pensare che "tanto è tutto inutile". Da super pigra, questo pensiero mi ha sempre, comunque, fatto molta, molta paura. 

Forse, per lasciar cadere le zavorre dalle nostre mongolfiere piene di colori, dobbiamo solo guardare avanti. La vita ha un milione di stagioni, molte di più di quelle che un anno solare ci propone. Un milione di possibilità di viverla. La nostra pelle muta forma e colore così facilmente da sbalordirci. I tuoi figli cresceranno, io finirò il mutuo, e chissà. Forse continueremo ad asciugarci lacrime in un angolo del negozio, forse avremo nuovi ostacoli. E torneremo a scavalcarli, goffe o atletiche.

Guardiamo avanti, amica. Avanti di un passo, ancora senza bastoni!

La gioia è il nostro obiettivo di ora, e di sempre.
Poi arriveremo alla geriatria, certo, con il catetere e tutto il resto. 
Per sorridere anche senza denti.