Questo post racconta una piccola storia di una donna straordinaria, che ha fatto sì che altre donne importanti della mia vita crescessero al mio fianco sane e salve. E' il racconto di come Elena Sachsel ha salvato mia sorella, incrociando le nostre vite così come ha fatto per migliaia di famiglie, nello stesso identico modo, quello della cura. Nazionalità, ceto, istruzione, non hanno avuto importanza. La dottoressa Elena ha accudito tutti, arrivando ovunque, a discapito della sua stessa salute.
Mia sorella nacque un mercoledì di fine agosto di 44 anni
fa, nel 1981. Faceva un caldo incredibile, ma mia madre tremava di freddo, in
quel letto d'ospedale, con più coperte addosso, dopo il rischio di
un'emorragia. Io avevo due anni, una foto ricordo di me impressa nella mente
mentre pretendo di salire al piano rialzato del blocco parti da sola, con papà
in paziente attesa, forse uno dei ricordi che ancora conservo in memoria della
mia infanzia, o che la mia mente riproduce come veritiera, chissà. E poi
un'altra foto, autentica stavolta, con la sorellina in braccio, al suo
battesimo, io capelli neri e dritti a caschetto da peruviana senza Perù, lei
con le guancette rosse e una puntina di naso, una piccola mela.
Ma prima della festa c'era stato un altro capitolo, non
tanto lieto e divertente in realtà. E riguarda lo stafilococco, contratto dalla
neonata Manuela proprio in quella maternità, in un ospedale normale. Mamma e
Manu tornarono a casa dopo i canonici tre giorni e, dopo un'altra settimana, il
subdolo inquilino iniziò a manifestarsi. Fu la febbre, subito molto alta, a
impensierire la giovane mamma poco più che ventenne. La pediatra di famiglia
era in vacanza e l'unica soluzione, da telefono grigio a ghiera, fu la guardia
medica. E la chiamata si fece una sera, dopo una giornata uggiosa e di prime
nebbie, piena di dubbi. Piena di quelle remore che un'intera generazione di
genitori aveva, quella del "non disturbare", del "vediamo come
va". Del "magari scende da sola". Ma quel febbrone non scendeva.
Anzi. Il termometro a mercurio sembrava spingere quella sottile linea rossa
oltre un limite possibile. Una bimba di pochi mesi e un senso di impotenza -
che solo i genitori conoscono - hanno però vinto anche le ultime resistenze.
E al telefono rispose lei. Ascoltò. E poi, semplicemente,
disse: arrivo. Papà si offrì di andarla a prendere, lei rifiutò. E arrivò, in
quella notte uggiosa e velata, con una macchina scassata e una guida che
definire sportiva è quasi un complimento, salendo un piano di scale e
riempiendo la stanza di ascolto attento, di fiducia totale. Guardò la piccola,
la visitò, aprì la sua bocca che scoprì piena di pus e disse: avete fatto bene
a chiamare, questa bambina è da portare subito in ospedale. E il resto fu un
ricovero, una serie di flebo assicurate alla testa con una piccola ingessatura
e un'eredità da portatrice sana che Manuela avrà per tutta la vita. Ma solo
questa.
Ancora oggi, raccontando questa storia, gli occhi di mamma e
papà si velano di quelle lacrime che brillano di gratitudine. Quella piccola
donna è comparsa e ha risolto una situazione pericolosa per tutti noi. Io non
ho dimenticato, suole raccontare papà. Che andò poi ai funerali della
dottoressa Sachsel, trovandosi in una marea commossa di umanità da lei tenuta
per mano, esattamente come ha fatto con noi. La vita di questa donna ha dello
straordinario.
Invito a leggere "La ragazza che sognava ad alta voce. Il romanzo vero di Elena Sachsel" di Elena Granata. La storia della mia famiglia è solo un piccolissimo frammento dell'immenso mosaico di bene che questa figura ha lasciato in eredità a Magenta come al mondo.
Ho scritto questa storia per il progetto “La Magenta delle
Donne”, presentato al pubblico lo scorso 26 marzo. Il link a tutte le storie: https://comune.magenta.mi.it/la-magenta-delle-donne/


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