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giovedì 2 aprile 2026

Donna, vita, umanità


Questo post racconta una piccola storia di una donna straordinaria, che ha fatto sì che altre donne importanti della mia vita crescessero al mio fianco sane e salve. E' il racconto di come Elena Sachsel ha salvato mia sorella, incrociando le nostre vite così come ha fatto per migliaia di famiglie, nello stesso identico modo, quello della cura. Nazionalità, ceto, istruzione, non hanno avuto importanza. La dottoressa Elena ha accudito tutti, arrivando ovunque, a discapito della sua stessa salute.

Mia sorella nacque un mercoledì di fine agosto di 44 anni fa, nel 1981. Faceva un caldo incredibile, ma mia madre tremava di freddo, in quel letto d'ospedale, con più coperte addosso, dopo il rischio di un'emorragia. Io avevo due anni, una foto ricordo di me impressa nella mente mentre pretendo di salire al piano rialzato del blocco parti da sola, con papà in paziente attesa, forse uno dei ricordi che ancora conservo in memoria della mia infanzia, o che la mia mente riproduce come veritiera, chissà. E poi un'altra foto, autentica stavolta, con la sorellina in braccio, al suo battesimo, io capelli neri e dritti a caschetto da peruviana senza Perù, lei con le guancette rosse e una puntina di naso, una piccola mela.

Ma prima della festa c'era stato un altro capitolo, non tanto lieto e divertente in realtà. E riguarda lo stafilococco, contratto dalla neonata Manuela proprio in quella maternità, in un ospedale normale. Mamma e Manu tornarono a casa dopo i canonici tre giorni e, dopo un'altra settimana, il subdolo inquilino iniziò a manifestarsi. Fu la febbre, subito molto alta, a impensierire la giovane mamma poco più che ventenne. La pediatra di famiglia era in vacanza e l'unica soluzione, da telefono grigio a ghiera, fu la guardia medica. E la chiamata si fece una sera, dopo una giornata uggiosa e di prime nebbie, piena di dubbi. Piena di quelle remore che un'intera generazione di genitori aveva, quella del "non disturbare", del "vediamo come va". Del "magari scende da sola". Ma quel febbrone non scendeva. Anzi. Il termometro a mercurio sembrava spingere quella sottile linea rossa oltre un limite possibile. Una bimba di pochi mesi e un senso di impotenza - che solo i genitori conoscono - hanno però vinto anche le ultime resistenze.

E al telefono rispose lei. Ascoltò. E poi, semplicemente, disse: arrivo. Papà si offrì di andarla a prendere, lei rifiutò. E arrivò, in quella notte uggiosa e velata, con una macchina scassata e una guida che definire sportiva è quasi un complimento, salendo un piano di scale e riempiendo la stanza di ascolto attento, di fiducia totale. Guardò la piccola, la visitò, aprì la sua bocca che scoprì piena di pus e disse: avete fatto bene a chiamare, questa bambina è da portare subito in ospedale. E il resto fu un ricovero, una serie di flebo assicurate alla testa con una piccola ingessatura e un'eredità da portatrice sana che Manuela avrà per tutta la vita. Ma solo questa.

Ancora oggi, raccontando questa storia, gli occhi di mamma e papà si velano di quelle lacrime che brillano di gratitudine. Quella piccola donna è comparsa e ha risolto una situazione pericolosa per tutti noi. Io non ho dimenticato, suole raccontare papà. Che andò poi ai funerali della dottoressa Sachsel, trovandosi in una marea commossa di umanità da lei tenuta per mano, esattamente come ha fatto con noi. La vita di questa donna ha dello straordinario.

Invito a leggere "La ragazza che sognava ad alta voce. Il romanzo vero di Elena Sachsel" di Elena Granata. La storia della mia famiglia è solo un piccolissimo frammento dell'immenso mosaico di bene che questa figura ha lasciato in eredità a Magenta come al mondo.





Ho scritto questa storia per il progetto “La Magenta delle Donne”, presentato al pubblico lo scorso 26 marzo. Il link a tutte le storie: https://comune.magenta.mi.it/la-magenta-delle-donne/

venerdì 27 marzo 2026

La casa degli zii

La casa è rimasta vuota. 
Quell'appartamento lungo e stretto, con la porta d'ingresso nel bel mezzo di quel rettangolo stretto e lungo, su un corridoio buio che collega tutto, camera dal letto, bagno, salotto, cucina e altra camera da letto, tutte in fila. Una casa che non è mai stata silenziosa e, a dispetto della sua dimensione, neanche poco frequentata, ma in cui c'è sempre stato modo di trovare posto. 

La casa è rimasta vuota e si sta svuotando - ulteriormente - di tutto, la cameretta con l'armadio a ponte sui due lettini singoli, la camera da letto con la credenza e l'armadio scuro, classico. La sala con il divano e i centrini. Non resterà più niente, ed è facile pensare che anche quel corridoio buio, lungo e stretto non resisterà a lungo. 

Ma sono le cose - la roba, scriverebbe Verga - che iniziano a non esserci più. A distanza di tempo, dopo quel brevissimo tempo che ha racchiuso due vite nell'abbraccio della morte in due modi del tutto differenti, sono gli oggetti di tutta una vita che fatichiamo a lasciare andare. 
Gli abiti appesi nell'armadio. Tutti, quelli usati fino a consumarli. Quelli nuovissimi, dai tessuti così belli, così pregiati. 
Le damigiane della cantina, con la macchinetta chiudibottiglie. 
I documenti.
Le foto. Tantissime foto, a colori e in bianco e nero, che ritraggono decine di persone a tutte le età. 

C'è una vita che continua anche dopo e non si cancella mai, anche quando una casa non risuona più di voci conosciute, anche quando resta vuota, anche quando - presto - sarà venduta, ristrutturata e abitata da altre vite differenti. 

C'è una vita che continua anche se gli averi, come siamo abituati a nominarli, sono selezionati, regalati o venduti, buttati. E' qualcosa che va al di là della roba. Al di là dello spazio che abbiamo occupato su questo suolo, dei passi percorsi negli stesso luoghi e in posti visti poche volte, o una sola. 

Mentre una casa scompare, il luogo del cuore resta. 
In molti di noi, che lo abitiamo in modi diversi e lo nominiamo quando siamo distanti e quando riusciamo a vederci. E' nei nostri occhi quando si incrociano, è nel nostro sorriso, di affetto dolce, malinconico. E' sottopelle, perchè è perta del nostro vissuto. E' nostro del tutto, scritto nelle fibre, e lo viviamo in un modo del tutto nuovo, lo portiamo agli altri con il nostro filtro. 

Quella porta della memoria aprirà sempre sul corridoio degli zii. 


mercoledì 1 ottobre 2025

Cosa ci insegna la morte

Stasera ho stappato una bottiglia di vino rosso. 
Ho preso un calice, ampio, di quelli riposti per le occasioni. E ho versato tre quarti di bicchiere. 

Oggi è una giornata di morte, lo scrivo senza giri di parole. Già dal primo mattino al lavoro è giunta la notizia di un incidente stradale, oltreoceano, che ha strappato alla vita la giovane figlia di un uomo che ha lavorato in azienda sempre, da poco tempo in pensione. E' una strana sensazione assistere ad una vicinanza corale che non è mia, perchè sono arrivata dopo. E' come camminare in punta di piedi tra i ricordi e i racconti e una commozione tangibile, duratura. Capire come stare vicina e contemporaneamente ai margini di un dolore autentico dei colleghi. E' stata una grande lezione di ridimensionamento, improvviso, di tutti i problemi che lasciamo giganteggiare ogni giorno, convinti che lo siano davvero, e non lo sono affatto.

E poi sono arrivata a casa e, dal parcheggio interno, attraversando il giardino antistante al mio palazzo, mi sono accorta della coccarda funebre appesa al cancelletto, verso l'esterno. Coi passi pesanti, nelle scarpe che mi hanno fatto male tutto il giorno, sono uscita verso la strada per scoprire il nome.
Sandro. 
In quindici anni qui, ho incrociato quest'uomo coi baffi innumerevoli volte. Soprattutto alle 4 di mattina, quando attraversavo longitunalmente Milano per il turno del mattino alla radio. Ci trovavamo al buio, al freddo, grattando il gelo dal vetro della mia C3 e della sua Audi, a scambiare qualche parola, subito rappresa in una piccola nuvoletta in almeno tre stagioni all'anno. Sempre cortese, sempre spiritoso. Vederlo, dava alla messa in moto e al mio tragitto di 35 chilometri uno sprint in più. Ogni singola volta. 
Dopo, sono arrivati altri lavori (miei) e la pensione (sua). E altre auto mie, perchè la C3 mi ha abbandonato ed è stata sostituita, per anni, da una serie più o meno longeva di auto aziendali dalle forme più svariate, fino alla Golf. La sua Audi coupè, invece, immutata, splendida, dello stesso argento lucente, invecchiava benissimo. Parlavamo di questo avvicendamento, scherzandoci su, sempre con lo stesso garbo, lo stesso spirito cortese. 

Poi l'ho visto deperire. La vita ci cambia in un modo che difficilmente possiamo prevedere. Ne parlavo ieri con Laura, citando Manzoni: la falce si abbatte su steli robusti e giovani germogli, senza guardare in faccia nessuno. Niente, però, che preannunciasse questo epilogo. 
Aveva rotto il femore. Hanno sconsigliato l'operazione, per le condizioni generali, ma quell'osso lungo non aveva in autonomia fatto progressi. E lui, Sandro, con quei baffi così belli, come quelli di papà da giovane, ha incoraggiato i medici ad operarlo, pur conoscendo le scarse probabilità. 

Sono andata da suo figlio Paolo, stasera. Lui, la moglie, la bimba e la madre mi hanno pure ringraziato ma, ancora una volta, la lezione l'ho imparata io.
Non vendete l'Audi, ho detto. 
Ho tenuto le lacrime per dopo, fuori dalla loro porta, e poi ho stappato la mia bottiglia. 

Domattina metterò quel profumo che uso solo qualche volta. 

martedì 5 agosto 2025

Adriana e l'Inter


Ci sono momenti in cui l'urgenza di scrivere si manifesta in molti modi. Prima di dormire, compaiono nella mia mente testi e frasi esattamente come in questo foglio appunti, si compongono velocemente, di getto, in pochi istanti, e li lascio fluire così, senza memorizzarli in altro modo. Altre volte sono pensieri fulminanti mentre sto facendo altro. Ultimamente, lascio che i pensieri si scrivano tra i capelli al vento nei miei giri in bici, tra campi a granturco e canali. 

E poi ci sono gli anniversari, non appuntati, che tornano. 


Sono giorni che penso ad Adriana e, andando a cercare nel mio blog, ho trovato solo una piccola parte della sua storia bellissima, e quella piccola parte riguarda solo il giorno in cui è morta, nella serenità di una mattina sonnolenta. 

Dieci anni fa, il 16 maggio del 2015, incontrai allo stadio, nel mio anno di consulenza tra una carriera radiofonica e un'altra, una donna straordinaria. Lei avrebbe compiuto cento anni il 24 maggio e da oltre 60 anni frequentava San Siro, per la sua Inter. Il figlio Roberto al suo fianco, in auto da bambino, poi con il tram e ora con la metro lilla. La loro storia mi colpì per due motivi: era fatta di una passione gioiosa, ma piana, di riti che si costruiscono nel tempo, qualunque cosa accada, in qualunque condizione atmosferica. E avevo di fronte due persone che dimostravano almeno 25 anni in meno: l'Inter allena il cuore, è un dato di fatto. La prima foto è di quel giorno. 

Ci ho pensato a lungo e poi ho fatto arrivare la storia prima a una tv locale e poi alla società, per la quale avevo iniziato questa consulenza. 15 giorni dopo, il 31 maggio, Adriana è stata invitata a ritirare la sua maglia numero 100 in campo, prima della partita. Ero con lei, Roberto e Luigi, lo steward che me l'aveva presentata e che svolgeva servizio nel suo settore. A consegnarle la maglia, Capitan Zanetti, Benny e il mio Ciccio, tra gli altri. Abbiamo fatto a braccetto mezzo giro di campo, dal suo posto alla linea immaginaria in cui si scherano i giocatori e lei ha raccolto gli applausi con una felicità impossibile da dimenticare. 

E' stato un momento di grande bellezza, di quelli che travalicano le regole e restituiscono al calcio una dimensione romantica. Una dimensione sociale, quella che avevo scritto nella mia tesi. A volte, la vita restituisce momenti perfetti. Non avevo ancora finito, con lei. Ecco perchè in questi giorni è tornata così, prepotentemente, a bussare. Seppur brevemente, le dovevo un  post. O lo dovevo a me stessa e, sono sicura, è comunque la stessa cosa.

 

martedì 24 dicembre 2024

2024, more than words

Quando arriva la fine dell'anno guardo le foto scattate, sempre tante. Troppe, per qualcuno. Invasive, invadenti. Qualche amico le odia perchè "rubano" pezzi di anima. A me sono sempre piaciute, d'altra parte, volevo fare la fotografa da bambina da Foto Kennedy a Magenta. Oggi c'è una verità in più: la memoria di ferro che ho sempre avuto, ad un certo punto, ha deciso di prendere ruggine. Lo so perchè inizio a scambiare volti e nomi e a fare figure da vecchia zia. 

Guardo le foto e, mentre il mio primo pensiero è sempre uno: "anche quest'anno sono arrivata in fondo viva e intera e senza debiti", ecco questo muta e diventa considerazione, più che altro stupore. Continuo a vivere tante vite in una e non ho nemmeno finito. Nel mio destino, mi ha detto una persona, il mutamento è scritto a chiare lettere. Devo solo arrendermi e accoglierlo. 

In questo 2024 a cambiare è stato prima di tutto il lavoro, e non è stato semplice, anche se alla conquista del nuovo impiego pensavo di avere  tutte le carte in regola per fare subito bene, ecco: no. Non so che succederà il prossimo anno, so solo che ci ho messo davvero tutta me stessa, ad uscire da uno stato di sopore in cui era caduta professionalmente, metterci una casa in prestito, trovare una macchina, imparare nuovi metodi. E sentirmi dire, come sempre, di essere sempre un po' più a sinistra del punto. 

L'automobile è il vero miracolo economico di quest'anno ed è tutto merito di un atto d'amore, anzi due. Il primo di un prestito temporaneo e azzeccatissimo, il secondo, invece, è la realizzazione di un sogno: avere una Golf. Del 2003, ma questo è un dettaglio. Ed è tutto merito di Valeria e Alberto. Ho una Golf e la amavo da allora, anzi, dalla versione precedente. E ora è mia. Ah, avrei anche un nuovo cellulare, ma lo schermo è andato in frantumi in meno di un mese. Perciò sì, c'è. Sopito fino a riparazione economicamente sostenibile...

Sono riuscita a viaggiare. Cinque mete: Calabria, Irlanda del Nord, Foligno, Venezia, Calabria/Palermo. Il Sentiero dei Giganti e Palermo erano tra i miei desiderata di sempre ed è stato bellissimo. Pochi giorni in totale, solo quattro di mare, affetti che si stringono e tornano profondi. Persone dal cuore gigante, che mi hanno sommerso di amore e mi hanno restituito per un giorno una dimensione giornalistica quasi abbandonata. E queste emozioni che spesso fatico a trattenere, che aiutano a ridimensionare i piccoli problemi e le due piccole ulcere che, voilà, sono comparse a ricordarmi - quasi se ne sentisse il bisogno - che sì, sono brava a fare l'equilibrista ma non abbastanza, perchè il tormento della sindrome dell'impostora non mi lascia mai. Ho anche perso un'amica. E non me ne capacito. Ne ho conosciuta un'altra, un altro pezzo di anima in più, quello che mi toglie la fotografia selvaggia, credo.

Stadi 3, concerti 1, cultura sì, con le prime volte all'Ambrosiana, a San Sepolcro, alla Villa Reale e al Cenacolo. Teatro 1, cinema 2: si può fare di meglio su tutti i fronti. Ho già pianificato due viaggi e una gita, e ancora quest'anno non è ancora finito. E vorrei vedere Atene.

C'è qualcosa di più profondo che è cambiato. A parte il metodico scardinamento della gabbia giudicante che mi accompagna fin dalla nascita, è rinato in me un sentimento che pensavo non potesse più riapparire. C'è qualcosa che, nella seconda parte di quest'anno, mi sta facendo credere di poter amare un'altra volta. Una sensazione tutta mia, egoisticamente mia, che ha sganciato di botto una serie di zavorre di piombo e le ha lasciate cadere pesantemente a terra. E' un germoglio che, una volta spuntato, ha di nuovo allargato i confini del mio cuore. Mentre prendevo a martellate la mia gabbia, ad un certo punto anche il pavimento ha iniziato a muoversi e quel cinismo che mi porto dietro da quasi dieci anni è sciovolato via. Avevo smesso di crederci, davvero. Avevo iniziato a pensare di avere tutto alle spalle. 

Non so cosa succederà nel 2025. So solo di arrivarci alleggerita. 
So di arrivarci meritandomi di nuovo dell'amore, meritandomi le cose belle che verranno.
Non mi sembra poco.

Niente ci appartene, "mi" scrive Daniel Lumera nella sua newsletter. Riceviamo tutto in prestito per un periodo limitato di tempo. Il corpo, il respiro, la casa in cui abitiamo, la mente attraverso cui ragioniamo. La nostra forza vitale, le emozioni che proviamo, le situazioni che viviamo, le relazioni. Di tutte queste cose siamo solo aministratori temporanei. La vita scorre tra le nostre mani aperte come acqua. E più cerchiamo di trattenerla, più fugge via.

E questo vorrei. Più delle parole che più di altri anni sono state difficili da scrivere, vorrei essere acqua. E luce impressa in mille fotografie.

martedì 19 novembre 2024

Non scrivo più

 Non scrivo più. 

Le uniche mie note scritte su post it, agende, calendari e fogli volanti riguardano solo il lavoro, e non sono più nemmeno rinchiusi in ordine (no, bell'ordine da mai, ad essere onesta) in un'unica agendina, poi messa via e sostituita dalla successiva. 

Ho perso la consequenzialità. Ma ho perso anche una grande parte di me. O forse è nascosta; ecco, sì, diciamo che si è andata a nascondere molto bene. Era quella capacità di dare al pensiero una forma in un modo che è solo mio. Fatto di immagini, metafore, periodi brevi e lunghi insieme. Nel dormiveglia pensavo a frasi da mettere giù. Ho scritto nella mente mille incipit di un libro che non ha mai visto la luce e ho usato diversi tovaglioli di carta come spunto, le note del cellulare, anche. 
E ora? Non scrivo più nemmeno per me stessa, nelle agende mensili, di incontri e fatti che mi hanno spostato il battito del cuore di qualche millimetro. Sì, mi stupisco sempre e mi commuovo anche di più, ma se prima all'emozione seguivano parole, ora faccio fatica a vederle comparire su uno schermo, a vederle scorrere sulla carta. 
Sono anche a secco. Ho sempre scritto di getto, in pochissimo tempo, e mi sono sempre chiesta se, in un ipotetico mestiere scrittorio che è arrivato sì, ma non a grandissimi volumi come avrei desiderato, la "gestione di una commessa" avrebbe inibito questo sgorgare spontaneo. E ora mi ritrovo spesso davanti a un foglio bianco, senza sapere come iniziare. Perchè iniziare. 
E' una secca legata a questo mare di legno, ho interiorizzato questa aridità? E' una possibilità che non riesco davvero ad accettare. 

E allora direi che è giunto il momento di fare qualche esercizio. Come il cardio sulla cyclette, i pesetti del mattino, anche scrivere rientrerà nella lista delle cose da fare per mantenermi in forma, dentro. Con la speranza che ritorni ad essere un'abitudine spontanea, fulminea, piena di immagini. C'è sempre molto da dire in questo continuo mutamento. E' ora di stanare il nascondiglio.

martedì 3 ottobre 2023

L'acqua salata

La cura per ogni cosa è l'acqua salata: sudore, lacrime, o il mare. Karen Blixen.

Io e Silvia ci siamo sempre volute bene e ultimamente ci sentiamo spesso. In modo asincrono, con messaggi scritti o vocali a raffica che arrivano al mattino presto, la sera tardi. Quando il pulviscolo tossico della vita incasinata in cui siamo immersi si posa e nitidamente riemerge il dolore. La mancanza di un marito che, in una calda mattinata di Luglio, ha scelto una linea ferroviaria e un treno regionale per togliersi la vita. Lei era al lavoro, lui non rispondeva al cellulare. E, una volta a casa, come ipnotizzata, è uscita fino ad arrivare lì, di fianco a quel treno fermo. 

Lui, così aggrappato alla vita. Il teatro, la divisa da arbitro, i giochi sempre diversi inventati per i bambini. Sì. Due figli piccoli. Lui che cucina, che si ritaglia la corsa mattutina prima di quel lavoro che adorava. Detronizzato professionalmente dopo anni di crescita, ha iniziato a scivolare sulle mille sfaccettature della sua esistenza, non riuscendo più a trovare grip. In nulla. Tanto sudore gettato per ridare un senso alle cose che, improvvisamente, lo hanno perso. 

Ci sono argomenti che non si possono toccare. Avvenimenti intorno ai quali non si parla, meglio di no, meglio così. Meglio girarsi dall'altra parte. Non esiste più nemmeno quella consuetudine al "dovere" che spinge a fare quella chiamata. Quella visita. Ai funerali, forse, meglio non presentarsi. Stare in disparte e scomparire. La manifestazione del dolore diventa quasi oscena, meglio nasconderla e, in fretta, dimenticarsene. Lacrime da non mostrare.

Quando una persona decide, di sua volontà, di mettere fine alla propria vita, ci si concentra solo su quest'atto finale. Certo: è quello definitivo. Da lì non si torna più indietro. Dopo quel gesto, è tutto cancellato, tutti i percorsi tracciati si interrompono, e tocca a qualcun altro chiudere definitivamente tutte le possibilità che questa vita, insufficientemente, ha fornito. Anzi, spesso queste possibilità non si vedono più: solo una stanza dalle pareti che si restringono intorno sempre di più, senza uscite di emergenza.  

Qualcuno lo chiama coraggio. O il coraggio della disperazione. Come se il gesto di togliersi la vita sia una decisione di un istante, il consiglio di una notte, una lampadina che si accende - o meglio - si fulmina all'improvviso. No.
Coraggio significa agire con il cuore e non è sempre la soluzione giusta, quando questo viene calpestato più volte. Si arriva al punto di aver la certezza di essere un peso per tutti. I momenti belli vengono vissuti come una breve parentesi che, senza di noi, sarebbero pure migliori. E forse è meglio togliere il disturbo, scrivere una parola fine alle lacrime e al sudore e immergersi in quel fondo che non si tocca mai. 

Silvia si ritrova così, vedova e con due bimbi orfani a cui ha scelto, con la giusta guida, di non nascondere nulla. In questo momento così doloroso deve esserci un solo, grande e incrollabile punto fermo: la verità. Vasta e tumultuosa come il mare, che causa domande difficili da soddisfare, tante lacrime, urla e calci e pugni tirati a un pungiball acquistato per l'occasione. Ha ricominciato a lavorare, scrive una lista di cose da fare tutti i giorni, perché sono tante e ci metterà molto tempo per smaltirle da sola. Un altro mare di incombenze in cui si ritrova immersa, suo malgrado, tutte da ricostruire. 

Come si torna a riemergere da tutto questo? Non da soli. Con un aiuto professionale, con un "come stai" davvero interessato e non di circostanza, e con il confronto. Lei vuole ascoltare le storie degli altri. Lei vuole capire e, un passo alla volta, un pezzetto al giorno, e scrollarsi da dosso un senso di colpa che non è suo. Quel mare nero, seppur così vasto, è difficile da capire davvero. Restano tutte le domande lì, sospese, quasi solide, a fare disordine in casa, a notte fonda, nei momenti di silenzio assoluto. Ma quel confronto le serve, fa ricerche, legge e chiama persone che hanno vissuto un distacco così definitivo. 

No, non se ne parla abbastanza. E' ora di vincere questo pudore.

mercoledì 30 agosto 2023

Al lupo, al lupo

Ieri al mercato di via Fauchè ho comprato una maglia di seta scollata. Chissà se "il lupo" approva. Perchè bisogna stare sempre attente, e ogni tanto qualcuno si sente di consigliare alle donne di non provocare. 
Un unico comandamento, valido oggi, come ieri, come nel Medioevo. Occhi bassi, mutismo, zone coperte. 

Provocazione al lupo, si dice oggi. Rammarico, diceva qualche tempo fa il Procuratore di Bergamo, di cui avevo scritto qui, in questo blog. Al di fuori delle metafore (il calcio, la guerra, gli animali, perchè francamente sono un po' stufa) e di ritrattazioni (no, non abbiamo travisato nulla), di buoni consigli ne siamo piene tutte. Nel tempo, mi si è raccomandato di non prendere treni tardi, di non uscire da sola, di non viaggiare da sola (con qualche biasimo a un paio di viaggi con un'amica in Marocco e in Turchia). 
Una volta, ad una cena, una persona a cui tenevo mi ha detto che, se ci sono tanti #metoo, la colpa non può essere degli uomini. 

Il lupo. Chissà se Anna, classe '67, tornata a vivere con la madre per scappare da una storia malata, era scollata, quando il lupo l'ha accoltellata vicino all'auto. Chissà se Giulia, incinta, aveva provocato il lupo, che stava studiando da mesi come far fuori due vite. Magari Sofia al telefono ha detto qualcosa che il lupo non ha gradito, nascosto nel suo armadio. 
Eppure ci dimentichiamo di Brembate e della piccola ginnasta. O del lupo cattolico di Elisa Claps. 
Chissà tutte queste donne, così diverse per età, aspetto, fisicità, cosa hanno in comune per provocare il lupo, se non il solo fatto di esistere. E poi non esistere più. 

Non so cosa ci sia da travisare nel pensiero più stupido del mondo di credere che una donna sbagli a prescindere. La cosa peggiore è che alcune di noi finiscono per crederci, a forza di gridare "al lupo, al lupo". Lo vedo negli occhi della mia vicina, quando mi incontra sulle scale. Che sgrida ogni giorno ad ogni ora la figlia per qualsiasi cosa, a tutte le ore, da quando è nata, mentre il figlio no, è perfetto. 
Liberarsi da una cultura che ci vuole così, in subalternità, è anche questo: liberare le figlie dal fardello delle madri.  

venerdì 21 luglio 2023

In un cielo senza bombe

A volte le associazioni sono come fiori, come le canzoni, per fare una citazione. 
Sono come i soli: la riforma del terzo settore ha complicato la vita a quelle con uno statuto, un direttivo e spesso nessun aiuto dai Comuni, se non a rimborso. E con le spese del commercialista da sostenere. 

E allora, spesso, alcuni gruppi di persone si trovano virtualmente e dal vivo saltando questo passaggio "giuridico", ma dando vita a piccole società di mutuo soccorso che aiutano chi ha più bisogno, sorgendo a Est come tanti piccoli soli di speranza. E' il caso di "Tendi una mano". All'idea aveva contribuito un'amica, che mi spiegava la necessità di aiutare davvero il tuo vicino di casa, la persona che vive nel paese di fianco al tuo. Riconoscere un bisogno ed esaudirlo, semplicemente. Con un gruppo su Facebook. 

Certo, le cose non sono sempre facili. A volte, i sacchetti preparati fuori dal cancello delle persone più attive, quando si passa da un minimo di smistamento, vengono portati via dal furbetto che pattuglia più gruppi del genere e fa razzia anche di cose che non servono davvero. A volte, qualcuno si fa avanti e si propone da intermediario, rendendo sospetta la destinazione finale. Ma la maggior parte delle volte no. Anzi: tutto funziona benissimo. 

Semplicemente, una persona mette una foto dell'oggetto da donare. Può essere un divano, una cucina da smontare, un passeggino; oppure indumenti per adulti e bambini, o ancora generi alimentari, prodotti per la casa e l'igiene intatti. Si crea una coda, si cercano soluzioni per incontrarsi o trasportare. Altre volte si fanno domande dirette, per sè o per altre persone. E infine, è il caso delle coordinatrici, arriva del materiale a casa loro e viene diviso. 

Alla base c'è la fiducia, come per ogni donazione che decidiamo di fare nella nostra vita. 
Ed è così che ho incontrato Dima. 
Avevo degli stivaletti di pelle, usati ma ancora in buono stato, e mi sono chiesta se potessero essere utili a qualcuno. Mi risponde lui, alfabeto cirillico, non riesco nemmeno a capire qual è il suo nome, ma ci diamo appuntamento per la sera successiva in un parcheggio con un piccolo parco giochi e la casetta dell'acqua. Nel dubbio, prendo anche un altro paio di scarpe: deciderà lui se sono utili o meno, mi dico. 

E lui arriva: su un monopattino, dal paese di fianco, controllando la posizione che gli ho inviato. E' ucraino, Dima è il suo soprannome. Gli mostro entrambe le paia di scarpe, lui dice che vanno benissimo. Sono per sua madre, che è in Ucraina. Rimango lì senza dire molto, come succede spesso quando vengo presa in contropiede. Ci separiamo, lui risale sul monopattino con un piccolo cestino sul retro, come quello delle bici. 

A distanza di qualche giorno gli scrivo: senti, ma che ne dici se ti porto anche dei vestiti? Lui ringrazia, accetta. E io riempio due borse di tela di quegli indumenti che abbiamo tutti nel nostro armadio, che resistono ai cambi di stagione con la promessa che è l'ultima. La casetta dell'acqua è sempre la stessa, lui adesso sa dove trovarmi e arriva subito. Dima, ti ho messo un po' di tutto, ma controllate se c'è qualcosa che non vi piace. Sorride: mamma forse arriva presto qui in Italia, dice. Non può aver più di trent'anni. Gli dico che per questo clima forse non vanno bene, lui dice che prima o poi saranno utili, che sono in tanti e che niente andrà buttato. 

E io resto sempre lì, un po' impalata. Ragiono a stagione, nell'immediatezza, perché noi viviamo così, al consumo a breve termine. Lui sistema una borsa nel cestino sul retro e l'altra al timone del monopattino, sorride, ringrazia e se ne va. E io torno a casa, con l'acqua frizzante del sindaco come bottino di questo secondo giro e la sensazione di aver fatto pochissimo, di aver fatto un favore a me stessa. E con quel pensiero laterale che mi porta sempre a ringraziare la fatica di arrivare a fine mese, in una casa mia, con la corrente, l'acqua e la dispensa sempre piena. Con quel sole che splende, in un cielo senza bombe. 

https://www.corriere.it/futura/21-07-2023/facciamo-pace-d8c7fe66-23eb-11ee-bc92-6da2f0d0f6ef.shtml#item-2

lunedì 13 febbraio 2023

Perchè non hai figli?

Passo a prendere una mia amica, anche se non è proprio di strada, ma il destino di chi abita fuori Milano è un po' questo: già che ci sei, vieni a prendermi? 
E dai, passo. La serata è sul Naviglio, il ristorante è basco e la tavolata è bellissima. Quella paella ce la pregustiamo da un po'. Facciamo accoppiata con sangria, da classicone, per aggiungere ancora più gioia. 

Arriviamo, ci sediamo, ordiniamo. Tre delle donne al tavolo hanno lasciato i bimbi a casa, piccoli. Forse è una delle prime serate di libertà, forse la prima per due di loro. Una piccola parentesi qui fuori, per guardarsi in viso, per respirare, magari bere poco, ma non importa. 

E poi una di loro attacca il discorso. E parla di lui, il bambino. Solo che il discorso non finisce più. Lei è un fiume impetuoso che probabilmente ha rotto gli argini. In quel ristorante basco, forse, con noi, le colleghe che hanno condiviso turni, occhiaie, orecchiette alla salentina d'asporto o improbabili schiscette, difficoltà, successi e cazziatoni, viste in tutti i modi possibili, ecco, forse lei ci ha ritenute uno sfogatoio. E il discorso è cresciuto, includendo tutti i particolari della maternità, tutti. E gli unici interventi ammessi sono stati di conferma. 

E sì, dentro esplode qualcosa. Ad un tratto ho desiderato di scappare. Di inventarmi un malore, di fuggire via lontano da quel tavolo dove solo la maternità sembrava ammessa. Solo la condivisione di un pensiero unico aveva il permesso di manifestarsi. C'è questo qualcosa che non conosci e di cui non puoi parlare che si pianta lì, in mezzo al petto. E fa male. E sì, male ho iniziato a sentirmi davvero. Guardavo il piatto e spostavo quello che era contenuto, senza appeal e senza davvero vederlo. E sì, volevo scappare da queste ragazze cui voglio bene come sorelle, ma non potevo. Avevo lei da portare a casa. E il pensiero di riattraversare Milano in due mi faceva stare anche peggio. 

Non mi ricordo come ho fatto, ma quel magone me lo ricordo bene. Quelle lacrime amarissime me le ricordo bene. Quella è stata la prova peggiore, ma poi è arrivato anche un pranzo, a Rho, in una di quelle trattorie a prezzo fisso e un altro aperitivo, ancora sui Navigli, con altre donne. In questo caso un'altra lei si sente di consigliarti un figlio, senza se e senza ma.

Non sono madre. 
Ci sono stati due momenti nella mia vita da potenziale portatrice di vita in cui ci ho pensato davvero. 
Il primo è stato con la persona giusta, ma ero giovane, appena laureata e con un lavoro immediato e, in quel momento, carico di promesse. Dall'altra parte c'era un mio coetaneo che no, non ci pensava nemmeno lui davvero. 
Il secondo è stato una decina di anni dopo, in quella seconda età che rappresenta un po' la soglia dell'ultima chiamata, almeno nelle mie idee. La persona era sbagliatissima, in questo caso.

Nel mezzo è come se fossi stata scagliata contro un muro ad alta velocità, fuori da una navetta che contiene tutte le altre, tranne te. E nessuno che venga a raccoglierti. 

Nella vita di ogni donna ci sono tanti ingombri invisibili. 
Il più grande è culturale e non finisce mai di occupare tempo, spazio, coscienza. 
Un formidabile produttore di sensi di colpa.
Il tempo ti insegna a non sentire più quel dolore fisico. 
La consapevolezza, quando arriva, ti aiuta a vedere il resto, il cambio di prospettiva, quello che sei. Ma l'ingombro occupa sempre la metà del letto, si fa spazio nell'armadio, in bagno. Reclama quella sofferenza che non vuoi provare più, ma che tutti si sentono in dovere di sottolineare. Hai meno valore al lavoro, nel condominio, in consiglio comunale; persino il prete dal pulpito ti ha dedicato un pensiero prelettorale. Peccato non sia epoca di Inquisizione.

lunedì 6 febbraio 2023

L'Associazione Nerina cerca VET!


Hai presente quando ti trovi a invidiare chi cambia vita? 

Stai chiedendo all'universo qualcosa, e questa richiesta, prima o poi, arriverà da te. Però sta a te coglierla, poi. Riconoscerla. Darle il giusto valore. Metterla davanti a un milione di cose futili che ti fanno perdere la capacità di capire cosa vuoi davvero, anche se l'hai chiesto tu. 

Due anni fa, nel mio periodo sabbatico a Capo Verde, ho conosciuto Spartaco e Nathalie e la loro clinica veterinaria, Nerina. Prima di loro, anni, prima, avevo conosciuto una loro grande amica, Roberta, in escursione. Svizzeri italiani che, come me, hanno avvertito il magnetismo di Boa Vista e che hanno costruito qualcosa per sé e per gli altri. 

Ho raccontato la storia di questa clinica in un post sul blog di Trueboavista. Nell'ultimo periodo della mia permanenza, loro mi sono stati molto vicini a seguito di una brutta storta a un piede in diversi modi. E in questi mesi ho sempre pensato ad un modo adeguato per far conoscere la loro azione e sostenerli. Ho proposto ad alcuni periodici la loro storia, ma - anche quando scrivi - il tempismo è tutto, ancora più del come. 

Oggi Spartaco e Nathalie e il loro entourage cercano un veterinario. Offrono un alloggio, tutte le spese pagate, tutte le tasse pagate, internet e ovviamente uno stipendio. Si parte da tre mesi. 
No, il vet non ho imparato a farlo. Ma credo nelle connessioni e penso che questo post possa essere condiviso. Possa dare l'opportunità a qualcuno di vivere al Tropico per un po'. 

Una piccola domanda e una riposta, insomma. 

Vuoi saperne di più? 
www.associazionenerina.ch

venerdì 27 gennaio 2023

Rompere l'Indifferenza


Ho visto questo film a scuola, in questo periodo della mia vita in cui sono (anche) insegnante. 
Si chiama "Corri, ragazzo, corri". E parla di un bambino che viene salvato dal padre un soffio prima della fucilazione e che viene incitato a correre sempre verso Est, dalla Polonia invasa verso la Russia. La Maestra Silvia ha raccolto poi le parole che questo film a suscitato e la prima, in assoluto, è stata "tristezza". 

E una sera mi ha scritto Elisa, l'amica delle mie scuole elementari, che anche se non si chiamano più così per me restano tali. Mi ha scritto una storia che non conoscevo, una storia della sua famiglia. L'ha raccolta dalla mamma Luisella e l'ha trasmessa a Riccardo, suo figlio, che ne ha parlato nella sua, di scuola, davanti alle sue, di maestre. 

Il mio bisnonno Carlo, panettiere anche lui, aveva un bunker in giardino. Era bello fondo, cemento armato, un bestione. Era più o meno dove adesso mia mamma ha il posto auto coperto. Lui conosceva questa famiglia di Milano, avevano una ditta,  lavoravano pelli ed erano Ebrei. Abitavano nella Milano bene, dove c'erano palazzoni belli fuori e ricchi dentro. Durante la guerra il mio bisnonno li ha nascosti in soffitta, sopra al negozio. La sera, quando suonavano le sirene per avvisare che iniziavano i bombardamenti, correvano tutti nel bunker. I bisnonni, mia nonna, gli Ebrei. Quando i Tedeschi hanno capito cosa faceva il mio bisnonno, hanno rasato a zero la figlia...non so perché l'abbiano lasciata coi genitori, ma rasata. 

Carlo Ferrario, bisnonno di Elisa Pianta, riposa nel cimitero di Santo Stefano Ticino, Giusto tra i gli altri Giusti, ma rimasto sconosciuto, come molti. Come le suore di Besozzo che nascosero la dott.ssa Elena Sachsel, anche lei - come Liliana Segre - costretta a non frequentare più proprio la scuola elementare e non deportata  dal Binario 21 solo per la caparbietà di Maria Servetti, suora molto vicina al cardinale Schuster.

La mia, mi scrive Elisa, è una piccola storia a lieto fine perché quella famiglia ebrea milanese è stata salvata tutta dal bisnonno Carlo. Mi piace riflettere sul valore di questa "piccola" storia. Piccola, che ha permesso a delle vite di non essere falciate via, di esprimersi e ricordare. Piccola e molto vicina a noi, non su uno schermo, ma sulle strade del nostro territorio. 

Sul diario dei miei alunni ci sono delle frasi, vicine a questo giorno dell'anno. Di Primo Levi, di Anna Frank. Ma ce n'è una di Hannah Arendt che mi ha colpito. Scrisse un libro su un funzionario tedesco che, a processo, dichiarò semplicemente di aver eseguito gli ordini. Lei, tedesca di origine ebraica, scappò dalla Germania pochi anni dopo le prime leggi che limitavano la sua libertà, tra cui quella di insegnare. Quel funzionario è l'emblema dell'indifferenza. Cui si ribellò una piccola suora, Maria. Cui si ribellò un panettiere di un piccolo paese dell'Ovest Milanese, Carlo. 

Ho promesso a Elisa che questa storia doveva essere conosciuta di più. Intanto Riccardo ha chiesto di andare al cimitero e guardare la foto di quell'uomo, un volto tra i tanti, forse, ma che ha ora un nuovo significato. E non solo per lui. 

mercoledì 23 novembre 2022

L'aMore di questi tempi

Da sempre il mare è sinonimo di amore. Sta tutto nella lettera M, ne sono convinta. Un suono che culla, che avvolge, riempie, calma ed emoziona insieme. Un moto continuo e paziente che fa vibrare ed emana energia. 

Quando penso all'aMore che vorrei mi vengono in mente due coppie che ho conosciuto nel giro di un anno. Monica e Marcello. Magda e Michele. Coppie incontrate al mare e con quella pienezza sconfinata negli sguardi. Con tanto alle spalle, ma ben ancorati al presente. Con una grande luce negli occhi, la luce dell'alba e del tramonto sull'acqua. 

Monica e Marcello li ho incontrati a Capo Verde. E' stata lei ad attirare la mia attenzione, sono stata io ad avvicinarmi e ad ascoltarla. Sono rimasta incantata dall'energia di questa donna che dalla Sicilia ha scelto un'altra isola per coltivare una nuova attività e unire due culture distanti geograficamente ma piene di colore, di calore, di spunti. E lui, accanto, che dopo una vita ad altissimo livello professionale finalmente lascia che le sue passioni fluiscano liberamente e si esprimano in cucina. 

Michele e Magda erano ad Alba Adriatica, quando li ho incontrati per la prima volta. Io lavoravo, lui ha scelto un tavolo vista mare per entrambi e mi ha chiesto di fermarlo per un'intera settimana. E' iniziata così, ricordando l'acqua frizzante e riponendo il loro vino per i pranzi successivi, accogliendoli per nome. Il resto è arrivato da sè. E di nuovo ho ritrovato quella felicità quieta e grata. E di nuovo ho chiesto di più, e ho ascoltato. Io che parlo sempre tanto, a tratti troppo, davanti a loro ho detto poco e prestato molta attenzione. 

E per entrambi, quel modo di guardarsi con fiducia ha restituito qualcosa anche a me. Qualcosa che sa di anima gemella. Esserci, semplicemente. Sapere di avere qualcuno a fianco che capisca, senza chiedere nulla, in realtà. Non essere soli, forse. Da mare calmo, o da ancora, o da porto sicuro nelle tempeste. L'aMore di questi tempi ha la consapevolezza che tutto si trasforma e, allo stesso tempo, resta. Non c'è nessuna lettera M nel mio nome, ma frammenti di anima li trovo in un messaggio a tarda notte, in un buongiorno, in un viaggio verso l'aeroporto, un vocale di due minuti, un aperitivo in stazione. Per te ci sono sempre, e mentre lo leggi senti quella voce. E tutto torna, come l'onda che frusciando arriva sempre a stendersi sulle mie orme, leggere e pesanti, leggiadre e faticose. 

giovedì 17 novembre 2022

Perdonarsi nelle difficoltà

Le si è rotta la macchina, improvvisamente, mentre tornava a casa dal lavoro. Ok, aveva oltre 400mila km, ma il motore è sbiellato all'improvviso e lei è viva per miracolo. L'auto è scivolata sull'asfalto finendo contro un camion, senza ribaltarsi e rallentando sempre più. Una fortuna. 

Il problema ora è come andarci, a lavoro. Prima abitava a Latina Scalo, vicina al luogo dove lei e altre cinque persone assemblano uno speciale prototipo che avrà un'ottima presa sul mercato, andando a colmare un vuoto, grazie all'inventiva di due ragazzi. A turni di poche ore al giorno, per mantenere alta l'efficienza. Non è molto, al momento, ma se tutto va bene, e le premesse ci sono, il lavoro aumenterà. 
Ma lei non vive più lì. L'affitto è diventato proibitivo e ha deciso di andare a vivere con la sorella. E ora, con il pullman di linea, ci vuole un'ora abbondante. 

E poi certe giornate possono essere particolarmente difficili. Ad esempio, il bus può non passare. Lo stipendio ha bisogno di quel giorno in più per salire sul conto. Bisogna aspettare qualche giorno per ricaricare il cellulare. E allora i pensieri iniziano a ingarbugliarsi uno sull'altro. 

Eppure lei è una ragazza simpatica e disponibile. Il gruppo ha legato, e ha trovato in questo nuovo lavoro qualcosa che altrove è mancata: la solidarietà. Ci si aiuta a vicenda, si coprono le esigenze di ognuna, si lavora a questo assemblaggio in modo interscambiabile. Una collega ha portato una radiolina, la coordinatrice regala le capsule del caffè. La proprietà è contenta e incoraggia, con entusiasmo e senza strappi, ad aumentare la produzione. 

Ma quando i pensieri si scontrano tra loro diventa tutto faticoso. Si ha paura di tutto e si pensa di essere solo un peso. Che le compagne di lavoro possano stancarsi di offrire uno strappo fino alla fermata dell'autobus, ad esempio. Chiedere aiuto mette in una condizione di inferiorità difficile da accettare. Difficile da digerire. Da piangere. Ci si sente soli.

E allora c'è bisogno di ritrovare un equilibrio, e questa rivelazione assume forme e aspetti inusuali. Basta un messaggio. O un amico che offre un aiuto. O anche una mezza sgridata, una piccola ramanzina senza giudizio, ma anche senza pietismo. Basta, ascoltami: le tue colleghe sono qui anche per te, il lavoro va bene e, beh, i mezzi pubblici possono anche non essere del tutto efficienti. Quello che ricevi oggi lo renderai nei prossimi giorni. Usa il wifi e dammi un numero alternativo, per poterti chiamare quando serve. Questa parte di vita va bene, anzi, migliorerà. Non riporre angoscia su questa, rivolgi la tua cura altrove. Un passo alla volta. 

Certo, non è facile. Ma un passo alla volta, un pensiero alla volta, sono sempre ottime soluzioni. 
In un mondo ideale la nostra possibilità di spesa dovrebbe essere adeguata al qui e ora, e non ferma a vent'anni fa, ovviamente. Ma saper chiedere e perdonarsi per questo dona comunque serenità.



venerdì 16 settembre 2022

500 lire e la Bianchi Sport

Quando ha iniziato a lavorare, a metà degli anni '60, papà prendeva diecimila lire alla settimana. Quando, dopo anni, il Cerani l'ha messo a libri, la busta paga arrivava a trentunomila lire al mese. E lui li girava a suo fratello.

Vivevano tutti all'Isola, in una casa nuovissima in via Silvio Pellico. Era arrivato con la nonna e il nonno, che dopo qualche anno se n'eran tornati in Calabria. Il nonno curava il giardino dei fratelli Lattuada, che prima vendevano legna, poi carbone, poi gasolio, e avevano una grande casa con un bel pezzo di terreno in fondo a via Silvio Pellico, prima del sentiero per la cascina. La nonna spennava i fagiani che loro cacciavano, piccoli lavori così. Entrambi in pensione, ma ancora in attesa del primo "stipendio" dallo Stato, dopo una vita a coltivare la terra e raccogliere olive. Se ne tornarono al Sud perchè non riuscirono a trovare al nonno un pezzo di terra qui, dove gli inverni in un appartamento dovevano essere insopposrtabili per qualcuno che, dopo la Grande Guerra, ha sempre vissuto in campagna.

Anche le zie mettevano i soldi in casa. Le ventimila della più piccola, qualcosa di più della zia Concetta, che però aveva il permesso di tenere per sè qualcosa per il matrimonio imminente. Più di mille lire alla settimana di abbonamento del pullman, 30 lire per ogni tram preso. Anche allora spostarsi era carissimo, insomma.

A papà lo zio concedeva 500 lire alla settimana. Pochissimo, rispetto ai suoi amici che in tasca ne avevano almeno quattro volte tanto, magari con l'aggiunta della mancetta dei nonni. Ma lui se li faceva bastare comunque, iniziando a lavorare anche il sabato o a rendersi disponibile nelle pause del lavoro, che di tanto in tanto si verificavano. Una volta era andato ad aiutare l'Ambrogio a fare i salami cotti, nel negozio sullo stradone in cui si vendeva di tutto, di fianco al macellaio. Nàn, preocupas no. Ven chì dumàan. Riordinare, pulire e poi aiutare a fare i salamini, con un bel sanduiss al jambòn fatto fare dalla moglie. Mi volevano bene, sai. E io me l'immagino, questa vita all'Isola, e questi occhi neri neri e la zazzera di papà, piccolo immigrato che lavora tanto e li conquista così, tutti.

Nàn, specia. Voglio darti qualcosa per il tuo aiuto. Ambrogio, la usa quella bicicletta lì? Ha la ruota storta, se me la dà la aggiusto io, non voglio altro. Aggiunge 15 lire al regalo e sistema la Bianchi Sport. E poi che fa? Insegna alle zie a pedalare, le prime di una lunga serie. E la zia Domenica inizia a utilizzarla per andare a lavorare, dividendola con papà solo la domenica. Poi lei si sarebbe comprata un'Aquiletta, fregata in poco tempo in fabbrica. Ma nel frattempo papà era riuscito ad ottenere sempre più riconoscimento, al lavoro. Con i soldi extra busta poteva finalmente comprarsi i primi vestiti, alla soglia dei diciott'anni. E poi il patentino e la Vespa, settantamila lire. Surante i quindici mesi di militare a Bologna, si fa spedire periodicamente dei vaglia, e sono tutti soldi suoi, che ha già messo da parte.

E poi un giorno, a Nerviano, affronta il suo primo cantiere da solo, di nove appartamenti. Gli bastano pochi giorni per vincere la diffidenza dei capicantiere. Ha 22 anni e decide di iniziare a lavorare da solo. Da quel momento in poi, la sera, lo aspettano sotto casa per affidargli un cantiere alla volta, un lavoro alla volta.

Un passo alla volta. Senza perdersi d'animo mai, ma conoscendo il proprio lavoro e vederlo riconosciuto. Che epoca bellissima dev'essere stata. 

venerdì 22 luglio 2022

Senza plastica si può! (ma non piace)

Era il 2019 quando Dana ha dato la svolta definitiva: niente più plastica nel suo chalet. E da quel momento non è più tornata indietro nella sua decisione. 

No, non siamo in una località di montagna, ma al mare, in Abruzzo, ad Alba Adriatica. Dove gli stabilimenti balneari hanno alle loro spalle tante casette, che prima di ogni trasformazione successiva somigliano molto alle semplici abitazioni di quota.
Il Piccolo Chalet
, ad esempio, conserva la struttura originaria, in legno e vetro, con una veranda affacciata verso il mare e grandi ombrelloni quadrati a fare ombra sulla piazzola, dove un tempo si ballava e ora si pranza e si cena coi sapori del mare.
Dana, rumena di nascita ma abruzzese per scelta e per amore, gestisce con il marito Cristiano il Piccolo Chalet da più tempo di chiunque altro, ad Alba Adriatica. È sempre stata molto attenta alla scelta dei materiali, al loro uso e all'abbattimento dello spreco, a casa come al ristorante.
Da tempo aveva ridotto la plastica, ma all'inizio del 2019 ha preso la decisione definitiva di eliminarla.
 

 "Non è stato facile", spiega Dana. "Ho iniziato a scegliere fornitori che utilizzano lattine e vetro per le loro bibite, o carta e cartone. Per il ristorante, usiamo tovaglie e tovaglioli di cotone bianco. Per cannucce, bicchieri e contenitori da asporto solo materiale riciclabile e compostabile, anche se costa molto di più. È una scelta consapevole che ha ridotto di almeno un quinto al giorno lo scarto della sera, ancora necessario per la cucina, gli involucri dei gelati confezionati e poco altro. Ma se fosse per me avrei escogitato qualcosa che eliminasse tutto, anche i sacchi stessi della spazzatura!". Dana è l'unica in tutta Alba a praticare con costanza e coscienza questa scelta, anche se, a volte, non raccoglie consensi.

"Vorrei una bottiglia d'acqua, per favore." "La trovo qui nel frigo rosso, poi mi riporti il vuoto, che è a rendere". "Ah. Non avete quelle di plastica?" Questo scambio di battute avviene ogni giorno, più volte al giorno. E, spesso, con rarissime eccezioni, la richiesta di riportare il vuoto genera, appunto, un certo stupore, se non fastidio. Eppure, si tratta solo di cambiare un'abitudine, educando i più piccoli a una visione più verde, piú attenta al pianeta.

O, forse, seguendo già quello che proprio i ragazzi hanno già capito prima dei genitori e dei nonni. Se ci si trova in spiaggia basta riporre le bottiglie nelle cassette lasciate appositamente presso le docce, oppure, dopo una passeggiata, basta riportarle al bancone del bar, o lasciarle su un tavolo dei gazebi esterni, anche la sera.
Alba Adriatica, luogo di villeggiatura perfetta per tutti e frequentata dalle famiglie spesso di generazione in generazione, sempre ventilata e dal lungomare ampio intervallato da una lunga e curatissima pineta, è un luogo ideale per il passeggio a piedi o in bicicletta, e riportare un contenitore indietro di qualche decina di metri non è poi così complicato. Senza contare che non si disperde nulla nell'ambiente...

Su questo, il Piccolo Chalet ricorda i centri di alcune capitali europee, dove si consuma all'aria aperta ma se si acquista nei piccoli market il vuoto va riportato. Sarà forse la natura cosmopolita di Dana e Cristiano, grandi viaggiatori, che ha ispirato questa pratica.

O forse, la voglia di fare un piccolo passo in più verso un rispetto che, a volte, diamo per scontato. Basta un piccolo passo laterale, un cambio di prospettiva, qualcosa da insegnare concretamente a chi sta crescendo con una sensibilità più sviluppata di noi, non solo teorica. E il "fastidio" scompare.

Senza plastica si può. Basta volerlo. Ma perchè Dana resta ancora l'unica?

giovedì 16 giugno 2022

Manca il lavoro o la voglia?

Che ormai siamo abituati a estremizzare tutto, e accorgerci solo di quando la notizia assume gli aspetti del paradosso per rimaner colpiti giusto quel tanto, fino a che un'altra sparata arriva a occupare il posto della precedente.

Eppure, la provocazione di Alessandro Borghese continua a tener banco anche a distanza di settimane. Perchè tocca due temi decisamente scottanti, che montano da tre generazioni abbondanti e hanno decretato la morte della classe media. E allora, sono i giovani a non voler lavorare o sono gli imprenditori (del settore della ristorazione) a essere dei farabutti? In medio stat virtus. O meglio, la questione non è risolvibile in due frasi fatte. Ne ho parlato con Dana Gomotriceanu e Cristiano Cianciarelli del Piccolo Chalet di Alba Adriatica, un ristorante di pesce sul lungomare a due passi dalla spiaggia. Che, per inciso, sono i miei datori di lavoro. Perchè anche io ho fatto una scelta personale che sa un po' di esperimento e di sfida, e mi sono trovata nel cuore del problema che Borghese avrà pure tirato fuori, ma che riguarda l'intero settore del turismo in Italia. Un problema concreto e non teorico, che va analizzato là dove questo lavoro si realizza, giorno dopo giorno.

Allora, chi è il fannullone e chi il bandito? In realtà è una commistione tra le due cose. La questione va vista da destra e da sinistra, come scriverebbe sicuramente meglio Giovanni Guareschi, e con un acume maggiore. Ma ci provo.
Intanto, il contesto sociale è un elefante invisibile che ingombra e parecchio; anche di più, in un locale pieno di bicchieri e calici...

"I ragazzi crescono in una maniera molto diversa dalla nostra"
, dice Cristiano, classe 1980, abruzzese doc, che con Dana forma la coppia di gestori più longeva di Alba Adriatica (anche se a vent'anni, per  iniziare la loro attività, hanno dovuto avere tre garanti). "Mio padre non mi ha mai dato una lira. Io non avevo soldi in tasca, ero sempre squattrinato. In più, a casa avevamo un'educazione super rigida, per cui per me il lavoro a 16 anni ha rappresentato indipendenza economica ed emancipazione verso il mondo". Solo così lui poteva avere qualche soldo da spendere con gli amici nel fine settimana. Estremo? No, nessun ragazzo è stato maltrattato all'epoca della sua adolescenza. Era molto naturale imparare il giusto valore delle cose da un'educazione di questo tipo, la regola. "Ora - prosegue Cristiano - il sabato sera i padri danno 100 euro ai figli per divertirsi". E a casa - aggiunge Dana, che da Bucarest è arrivata in Italia dopo la Rivoluzione e un'infanzia e un'adolescenza vissuta nel parzialissimo mondo comunista della dittatura - "a casa hanno un'educazione più libera e non esiste nessun motivo per cui oggi un ragazzo di diciott'anni debba lavorare". 

E questa è la cornice. Ma non basta. D'altra parte e nello stesso tempo, l'impresa ristorativa italiana si è fondata sulla frode fiscale. "Il 99% dei ristoranti, se non evadessero, sarebbero chiusi", dice Cristiano, senza nessun tipo di inflessione nella voce. Si tratta di una constatazione, molto simile a quella precedente sull'evoluzione culturale. Ma c'è un passo ulteriore. Mentre un tempo i ragazzi erano disposti ad accettare questa situazione elastica, con una parte di compenso fuori busta, oggi non lo fanno più. "Non c'è bisogno di soldi. Si preferisce aver meno ore o più tempo, oppure esser parte di un progetto che coinvolga anche emotivamente", dice Cristiano. C'è forse una maggiore consapevolezza, dicevo io prima. Ma poi ho iniziato la stagione e aggiungo che il lavoro del cameriere è come quello del contadino, per cui "la terra è bassa". Non lo nego dal primo minuto: in sala, come in cucina, il lavoro di pulizia, preparazione, contatto con il pubblico, servizio, ri-pulizia e chiusura, svolto tutti i giorni, richiede un grande dispendio di energia.


Ma c'è dell'altro. C'è anche un discorso di monte ore da affrontare che, in questo momento storico, nessun contratto collettivo nazionale riesce a inquadrare davvero. Il settore turistico nella sua totalità sfugge a qualsiasi regolamentazione. In parte, in epoca di pandemia, questo è emerso anche per tutto il personale medico; nella ristorazione e nel turismo in generale, nel settore in l'Italia potrebbe tranquillamente essere leader mondiale da decenni, il meccanismo è inceppato da tempo, con larghissime zone d'ombra.

"Anche in cucina la legge vorrebbe 6 ore e 30 al giorno; e questa è un'unità che non esiste", spiega Cristiano. "Non c'è una normativa che regoli e consenta davvero un normale svolgimento di una routine quotidiana di cucina". Ancora una volta, facciamo l'esempio pratico. In una realtà ristorativa come il Piccolo Chalet, che prepara tutta la linea ogni mattina e poi serve antipasti, primi piatti e secondi tutti preparati al momento da zero, a pranzo e a cena tutti i giorni, quell'unità di lavoro quotidiano è infattibile. Aggiungiamo il servizio di sala, con un tovagliato nuovo ogni giorno, il personale in un luogo aperto dalla mattina per la colazione... "L'80% di posti come il nostro andrà a morire. Ne rimarranno pochi ad appannaggio di clienti ad alto potenziale di spesa e la ristorazione andrà verso un'americanizzazione in cui non ci sarà bisogno di talento", constata Cristiano. Non ci sarà bisogno di capire cosa si sta facendo, ma si tratterà di mettere in atto delle procedure semplici e ripetitive. "in questa nuova tendenza, se domani va via il cuoco, nel giro di due giorni una qualsiasi persona potrà essere formata per lo stesso compito". 

Bisognerebbe ripensare al sistema turistico nella sua totalità, dove le ore si concentrano in determinati periodi dell'anno. Uno stagionale che vuole condensare, ad esempio, in sei mesi le ore di lavoro di un anno non può. "Come noi che siamo operatori di settore, anche il collaboratore stagionale vorrebbe fare lo stesso. Ad oggi, non esiste condizione che permetta di regolarizzare questo modo di concepire la propria vita lavorativa", conclude Cristiano.

C'è solo una domanda da porsi, senza scagliarsi contro nessuno: perchè? Perchè una persona non può scegliere di fare un'esperienza intensa che permetta di avere altro tempo a disposizione per viaggiare, ad esempio, o dedicarsi allo studio o ad altro? Un'esperienza di lavoro che, allo stato attuale e senza nascondersi dietro un ombrellone, prevede già 10/12 ore di lavoro al giorno che in qualche modo vengono svolte, nei ristoranti, nelle gelaterie, negli stabilimenti balneari, per non parlare degli alberghi... perchè? Quanto un lavoratore potrà trovare scuse nelle pieghe di un contesto sociale mutato e quanto un imprenditore potrà continuare a fare il farabutto? E quanti improperi dovrà ancora sorbirsi Borghese, senza considerare dove sta davvero l'imborghesimento?

Tutta questa energia nella polemica si potrebbe impiegare nel servizio. Ma poi, una sera, arriva a cena un altro ristoratore della zona, che parla della stessa difficoltà nel trovare personale e condivide una storia. Quella di un signore in età di pensione, cameriere per tutta la vita, che entra a proporsi perchè sapete, le spese, le bollette, il figlio all'università...che già studia tutto l'anno, poverino, non posso mica mandarlo a fare la stagione in estate, che deve riposare e divertirsi. Lui.
E allora cosa manca? Il lavoro o la voglia?

web: piccolochalet.net
FB: Piccolo Chalet Alba Adriatica
IG: @piccolo.chalet

domenica 24 aprile 2022

Liste da spuntare

Ho preso una decisione che mi porterà ancora lontano da questa casa, che ancora è della banca per il 59%. Quindi, a parte ottemperare alle rate del mutuo come ho sempre fatto, i mattoni che la delimitano e i mobili che la riempiono non sentiranno la mia mancanza. Se avessero un'anima, sarebbero di più i miei vestiti a tremare, perchè molti di quelli che non mi seguiranno saranno buttati, o regalati, o venduti. Ho deciso di non tener più le cose che mi ricordano fatica e dolore.

E anche questa mia partenza c'entra con questo allontanamento. No, non sto scappando, anzi. Sto cercando di dare continuità a uno dei tre filoni che che ho trovato finora sulla mia strada: il giornalismo, lo sport e la ristorazione. Ma questa volta volerò via senza fatica e dolore, quelli che mi sono caricata sulle spalle. No, non da sempre: più o meno dai trent'ann in poi. Quando ho cominciato a credere in una unica via da percorrere, una strada ben segnata, e quando chi mi stava intorno ha iniziato ad alimentare le mie aspettative, facendomi credere che sì, c'era qualcosa che mi era dovuto, c'era qualcosa che prima o poi dovevo riscuotere, come valore materiale e morale. Ma questo accredito non c'è mai stato. Semplicemente, non c'era. Ma mi sono sentita derubata di qualcosa lo stesso, per molto tempo. Sono diventata affilata, spinosa, irosa. Per anni.

Quindi no, non sono sprecata a scegliere di trascorrere quasi cinque mesi su un'altra spiaggia, per lavorare. Non merito di più: in realtà non merito niente. Ho invece una straordinaria opportunità di leggerezza, senza le zavorre che mi sono portata dietro per oltre un decennio. Senza questi sogni, che tirano fuori certe frasi del passato e mi lasciano ancora qualche inquietudine al risveglio. 

E allora stilo liste di cose da fare in tre settimane, per chiudere tutto e ri-partire trascinando solo i chili del bagaglio da stiva. E più la penna indugia sul post it giallo, più scorre e scrive riempiendo tutti gli angoli, perchè le cose da fare sono tante e di vario tipo. E' una lista democratica, questa: mette insieme così come spuntano dalla memoia visite mediche, pagamenti, la dichiarazione dei redditi, la bicicletta da regalare e gli ultimi acquisti, la permanente e l'anabbagliante da cambiare della Focus, che non sarà più la mia macchina. Sposta dentista, appunto ora al volo. Anche i denti aspetteranno.

Le prossime liste che vedrò contempleranno vini e piatti di pesce. I prossimi appunti saranno prenotazioni e piantine di tavoli. Ma questo pc verrà con me e troverò il tempo per scrivere, perchè una cosa l'ho capita benissimo: ci sono momenti in cui srotolare i pensieri digitando caratteri e scarabocchiando sulla mia agenda diventa qualcosa di istintivo e naturale. Anche questo fa parte del fluire incessante dei cambiamenti che attraverso, delle possibilità che mi concedo, delle opportunità che tocco e che mi lasciano sempre qualcosa. Anche questi sono semi che lascio e che, prima o poi fioriscono.

lunedì 24 gennaio 2022

Nebulose visioni

Ci sono giornate fredde e nebulose che anche chi è nato nella bassa, a volte, fatica a sopportare, probabilmente perchè - nel mio caso - la provenienza delle precedenti generazioni è leggermente più a Sud, e i geni non ne avvertono la poesia.

L'umidità entra piano nelle ossa; la scighera si scioglie lentamente e la senti sul viso, sulla testa, sul cappotto che non è mai abbastanza impermeabile. E intorno tutto resta seminascosto, le strade hanno nuovi particolari da tenere a bada e le distanze acquistano nuove dimensioni. E mentre tu organizzi la giornata come tutti gli altri giorni, noti dei particolari che non vedi di solito, nonostante gli occhiali più appannati, se è possibile. Nonostante la cervicale che monta fino a farti scappare a casa, rigirare lo stomaco e lasciare il cellulare più lontano possibile per il resto del pomeriggio, ti soffermi a pensare a quel trattore che arava il campo in mezzo alla campagna lattiginosa.

Mentre la macchina scivola piano lungo la strada stretta e tortuosa tra le frazioni di Corbetta, quel trattore disegna traiettorie parallele rigirando la terra bruna di lato. La cabina semiaperta, il movimento preciso, regolare, sempre uguale, iniziato chissà a che ora, da finire chissà quanto dopo. Un sienzio umido fatto di minuscole goccioline intorno, in quell'intorno che non si vede, un po' più in là. In quella campagna che in estate, piena di grano o granturco, riempie le mie lunghe e lente pedalate. 

Quelle gocce piccole, che entrano lentamente nelle ossa sotto qualsiasi strato di protezione, risintonizzano i pensieri di quell'uomo alla guida meglio dei nostri, alle prese di una giornata come un'altra. Magari ascolta canzoni metal, chissà. Ma lui sì. Lui coglie quella poesia che a me oggi sfugge. Quel patto tra uomo e Natura scritto nei geni di molte generazioni. Quel legame che tendiamo a non vedere più. Una scighera che sta dentro, un insieme di preoccupazioni che invade le ossa, contro cui non siamo mai del tutto impermeabili.

lunedì 13 dicembre 2021

Se si vivesse solo di inizi...

E' quell'emozione che dà la conquista, quell'innamoramento senza testa e senza pensiero.
Partirei, come se fosse la prima volta. Avrei sempre paura dell'ignoto, dell'altro, ma questo accommuna ogni inizio. Sarei a mio agio in questa pelle di camaleonte che muta e muta e muta sempre senza mai essere definitiva. Questi colori che esplodono nelle mente sarebbero sempre luminosi.

Se si vivesse solo di inizi, non ci sarebbero bottiglie di champagne chiuse in frigorifero per un anno o più. Berrei quello e acqua fresca allo stesso modo, chiudendo gli occhi e assaporando ogni sorso. Non sarebbe più dolce il gusto della vita? Non sarebbe forse più intenso? Più inteso?

Si vivesse solo di inizi, mi libererei dalle pazze bipolari angosce di questa società che ti vuole santa e spregiudicata, buona e feroce insieme, limpida e torbida, eterna giovane dalla sapienza antica, ben nascosta però sotto una bella scorza di esteriorità. 

Si vivesse solo di inizi, avrei forse scelto altre strade che mi avrebbero portato molto lontano da qui. Ma le porte in faccia insegnano ad essere autentici e qui, dove dovrei essere. Smetterei di essere così severa con me stessa in tutte le età di questa vita percorsa per metà. Questa meravogliosa, soprendente vita.

"Se si vivesse solo di inizi" è il primo esercizio di scrittura libera che Ilaria Mangiardi mi ha proposto. 7FLOW Challenge di scrittura libera: 5 minuti con la penna in mano e un foglio e solo una musica di sottofondo. Nient'altro che questo, non serve altro per lasciare che l'inchiostro lasci la punta a sfera per tracciare il proprio quadro personale.

Esperienza bellissima a contatto con i propri sensi. Perchè scrivere, per me, è questo. Sensoriale.
Si vivesse solo di inizi? Ma è così, ogni giorno lo è.
Non resta che sentire questo sapore sempre.