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martedì 5 agosto 2025

Adriana e l'Inter


Ci sono momenti in cui l'urgenza di scrivere si manifesta in molti modi. Prima di dormire, compaiono nella mia mente testi e frasi esattamente come in questo foglio appunti, si compongono velocemente, di getto, in pochi istanti, e li lascio fluire così, senza memorizzarli in altro modo. Altre volte sono pensieri fulminanti mentre sto facendo altro. Ultimamente, lascio che i pensieri si scrivano tra i capelli al vento nei miei giri in bici, tra campi a granturco e canali. 

E poi ci sono gli anniversari, non appuntati, che tornano. 


Sono giorni che penso ad Adriana e, andando a cercare nel mio blog, ho trovato solo una piccola parte della sua storia bellissima, e quella piccola parte riguarda solo il giorno in cui è morta, nella serenità di una mattina sonnolenta. 

Dieci anni fa, il 16 maggio del 2015, incontrai allo stadio, nel mio anno di consulenza tra una carriera radiofonica e un'altra, una donna straordinaria. Lei avrebbe compiuto cento anni il 24 maggio e da oltre 60 anni frequentava San Siro, per la sua Inter. Il figlio Roberto al suo fianco, in auto da bambino, poi con il tram e ora con la metro lilla. La loro storia mi colpì per due motivi: era fatta di una passione gioiosa, ma piana, di riti che si costruiscono nel tempo, qualunque cosa accada, in qualunque condizione atmosferica. E avevo di fronte due persone che dimostravano almeno 25 anni in meno: l'Inter allena il cuore, è un dato di fatto. La prima foto è di quel giorno. 

Ci ho pensato a lungo e poi ho fatto arrivare la storia prima a una tv locale e poi alla società, per la quale avevo iniziato questa consulenza. 15 giorni dopo, il 31 maggio, Adriana è stata invitata a ritirare la sua maglia numero 100 in campo, prima della partita. Ero con lei, Roberto e Luigi, lo steward che me l'aveva presentata e che svolgeva servizio nel suo settore. A consegnarle la maglia, Capitan Zanetti, Benny e il mio Ciccio, tra gli altri. Abbiamo fatto a braccetto mezzo giro di campo, dal suo posto alla linea immaginaria in cui si scherano i giocatori e lei ha raccolto gli applausi con una felicità impossibile da dimenticare. 

E' stato un momento di grande bellezza, di quelli che travalicano le regole e restituiscono al calcio una dimensione romantica. Una dimensione sociale, quella che avevo scritto nella mia tesi. A volte, la vita restituisce momenti perfetti. Non avevo ancora finito, con lei. Ecco perchè in questi giorni è tornata così, prepotentemente, a bussare. Seppur brevemente, le dovevo un  post. O lo dovevo a me stessa e, sono sicura, è comunque la stessa cosa.

 

mercoledì 30 agosto 2023

Al lupo, al lupo

Ieri al mercato di via Fauchè ho comprato una maglia di seta scollata. Chissà se "il lupo" approva. Perchè bisogna stare sempre attente, e ogni tanto qualcuno si sente di consigliare alle donne di non provocare. 
Un unico comandamento, valido oggi, come ieri, come nel Medioevo. Occhi bassi, mutismo, zone coperte. 

Provocazione al lupo, si dice oggi. Rammarico, diceva qualche tempo fa il Procuratore di Bergamo, di cui avevo scritto qui, in questo blog. Al di fuori delle metafore (il calcio, la guerra, gli animali, perchè francamente sono un po' stufa) e di ritrattazioni (no, non abbiamo travisato nulla), di buoni consigli ne siamo piene tutte. Nel tempo, mi si è raccomandato di non prendere treni tardi, di non uscire da sola, di non viaggiare da sola (con qualche biasimo a un paio di viaggi con un'amica in Marocco e in Turchia). 
Una volta, ad una cena, una persona a cui tenevo mi ha detto che, se ci sono tanti #metoo, la colpa non può essere degli uomini. 

Il lupo. Chissà se Anna, classe '67, tornata a vivere con la madre per scappare da una storia malata, era scollata, quando il lupo l'ha accoltellata vicino all'auto. Chissà se Giulia, incinta, aveva provocato il lupo, che stava studiando da mesi come far fuori due vite. Magari Sofia al telefono ha detto qualcosa che il lupo non ha gradito, nascosto nel suo armadio. 
Eppure ci dimentichiamo di Brembate e della piccola ginnasta. O del lupo cattolico di Elisa Claps. 
Chissà tutte queste donne, così diverse per età, aspetto, fisicità, cosa hanno in comune per provocare il lupo, se non il solo fatto di esistere. E poi non esistere più. 

Non so cosa ci sia da travisare nel pensiero più stupido del mondo di credere che una donna sbagli a prescindere. La cosa peggiore è che alcune di noi finiscono per crederci, a forza di gridare "al lupo, al lupo". Lo vedo negli occhi della mia vicina, quando mi incontra sulle scale. Che sgrida ogni giorno ad ogni ora la figlia per qualsiasi cosa, a tutte le ore, da quando è nata, mentre il figlio no, è perfetto. 
Liberarsi da una cultura che ci vuole così, in subalternità, è anche questo: liberare le figlie dal fardello delle madri.  

venerdì 27 gennaio 2023

Rompere l'Indifferenza


Ho visto questo film a scuola, in questo periodo della mia vita in cui sono (anche) insegnante. 
Si chiama "Corri, ragazzo, corri". E parla di un bambino che viene salvato dal padre un soffio prima della fucilazione e che viene incitato a correre sempre verso Est, dalla Polonia invasa verso la Russia. La Maestra Silvia ha raccolto poi le parole che questo film a suscitato e la prima, in assoluto, è stata "tristezza". 

E una sera mi ha scritto Elisa, l'amica delle mie scuole elementari, che anche se non si chiamano più così per me restano tali. Mi ha scritto una storia che non conoscevo, una storia della sua famiglia. L'ha raccolta dalla mamma Luisella e l'ha trasmessa a Riccardo, suo figlio, che ne ha parlato nella sua, di scuola, davanti alle sue, di maestre. 

Il mio bisnonno Carlo, panettiere anche lui, aveva un bunker in giardino. Era bello fondo, cemento armato, un bestione. Era più o meno dove adesso mia mamma ha il posto auto coperto. Lui conosceva questa famiglia di Milano, avevano una ditta,  lavoravano pelli ed erano Ebrei. Abitavano nella Milano bene, dove c'erano palazzoni belli fuori e ricchi dentro. Durante la guerra il mio bisnonno li ha nascosti in soffitta, sopra al negozio. La sera, quando suonavano le sirene per avvisare che iniziavano i bombardamenti, correvano tutti nel bunker. I bisnonni, mia nonna, gli Ebrei. Quando i Tedeschi hanno capito cosa faceva il mio bisnonno, hanno rasato a zero la figlia...non so perché l'abbiano lasciata coi genitori, ma rasata. 

Carlo Ferrario, bisnonno di Elisa Pianta, riposa nel cimitero di Santo Stefano Ticino, Giusto tra i gli altri Giusti, ma rimasto sconosciuto, come molti. Come le suore di Besozzo che nascosero la dott.ssa Elena Sachsel, anche lei - come Liliana Segre - costretta a non frequentare più proprio la scuola elementare e non deportata  dal Binario 21 solo per la caparbietà di Maria Servetti, suora molto vicina al cardinale Schuster.

La mia, mi scrive Elisa, è una piccola storia a lieto fine perché quella famiglia ebrea milanese è stata salvata tutta dal bisnonno Carlo. Mi piace riflettere sul valore di questa "piccola" storia. Piccola, che ha permesso a delle vite di non essere falciate via, di esprimersi e ricordare. Piccola e molto vicina a noi, non su uno schermo, ma sulle strade del nostro territorio. 

Sul diario dei miei alunni ci sono delle frasi, vicine a questo giorno dell'anno. Di Primo Levi, di Anna Frank. Ma ce n'è una di Hannah Arendt che mi ha colpito. Scrisse un libro su un funzionario tedesco che, a processo, dichiarò semplicemente di aver eseguito gli ordini. Lei, tedesca di origine ebraica, scappò dalla Germania pochi anni dopo le prime leggi che limitavano la sua libertà, tra cui quella di insegnare. Quel funzionario è l'emblema dell'indifferenza. Cui si ribellò una piccola suora, Maria. Cui si ribellò un panettiere di un piccolo paese dell'Ovest Milanese, Carlo. 

Ho promesso a Elisa che questa storia doveva essere conosciuta di più. Intanto Riccardo ha chiesto di andare al cimitero e guardare la foto di quell'uomo, un volto tra i tanti, forse, ma che ha ora un nuovo significato. E non solo per lui. 

martedì 29 novembre 2022

Paura non abbiamo

C'è una Piazza delle Donne, a Buccinasco. 
In un angolo, vicino a un lungo muro dipinto di rosa sul perimetro lungo di questa piazza rettangolare piena di parcheggi, c'è un grosso cilindro in plexiglass trasparente, stretto e lungo. Contiene sassi, rossi e bianchi. Il primo strato di sassi rossi, in basso, simboleggia le donne morte lo scorso anno, il 2021. I bianchi, semplicemente, separano quel numero da quello di quest'anno non ancora concluso, il 2022. E uno di quelli l'ho messo io. 

Avevo un bigliettino con un nome. La numero 84. Vera, uccisa a Spinea il 20 Novembre 2022. Una domenica, Vera è stata uccisa dall'ex marito che aveva lasciato da un anno e mezzo. Era arrivata in Italia otto anni fa, lei, poi aveva fatto il ricongiungimento famigliare. Aveva due figlie, di cui una in carrozzina. Aveva sempre lavorato negli alberghi di Venezia e con la pandemia faceva la parrucchiera e l'estetista a casa. Prima di aver il coraggio di lasciarlo era stata picchiata da anni. Lei aveva da poco un nuovo compagno.

Vera, uccisa Domenica 20 Novembre 2022 a Spinea. L'ho urlato al megafono, che poi è passato di bocca in bocca. Perchè i nomi sono tanti, come i sassi rossi che sono finiti nel cilindro a comporre il secondo strato. E dopo, noi senza sasso ci siamo messe tutte lungo il muro rosa del perimetro lungo della piazza. E abbiamo pianto, osservate da un pubblico ammutolito.

Ho partecipato a due manifestazioni, lo scorso fine settimana. Ed entrambe sono state difficili. E' difficile accettare che essere una donna dà diritto a un uomo di fare quel che gli passa per la testa. Qualsiasi cosa. E' difficile accettare anche tutto quel rosso, tutto quel simbolo che per certi uomini, anche quando presiedono questo tipo di manifestazioni, resta solo un colore. Ma c'è stata una differenza. Se qualcuno non ha perso l'occasione di fare battute cretine mentre "oh, sto facendo una foto con le donne", una giovane Assessora alle Pari Opportunità ha parlato con tutta la sua anima. E le parole, che sono finestre e porte della nostra percezione, sono quanto di più prezioso possiamo declinare per farci sentire. Per Vera, le 83 precedenti e quelle successive. Per noi stesse, mai davvero al sicuro.

giovedì 17 novembre 2022

Perdonarsi nelle difficoltà

Le si è rotta la macchina, improvvisamente, mentre tornava a casa dal lavoro. Ok, aveva oltre 400mila km, ma il motore è sbiellato all'improvviso e lei è viva per miracolo. L'auto è scivolata sull'asfalto finendo contro un camion, senza ribaltarsi e rallentando sempre più. Una fortuna. 

Il problema ora è come andarci, a lavoro. Prima abitava a Latina Scalo, vicina al luogo dove lei e altre cinque persone assemblano uno speciale prototipo che avrà un'ottima presa sul mercato, andando a colmare un vuoto, grazie all'inventiva di due ragazzi. A turni di poche ore al giorno, per mantenere alta l'efficienza. Non è molto, al momento, ma se tutto va bene, e le premesse ci sono, il lavoro aumenterà. 
Ma lei non vive più lì. L'affitto è diventato proibitivo e ha deciso di andare a vivere con la sorella. E ora, con il pullman di linea, ci vuole un'ora abbondante. 

E poi certe giornate possono essere particolarmente difficili. Ad esempio, il bus può non passare. Lo stipendio ha bisogno di quel giorno in più per salire sul conto. Bisogna aspettare qualche giorno per ricaricare il cellulare. E allora i pensieri iniziano a ingarbugliarsi uno sull'altro. 

Eppure lei è una ragazza simpatica e disponibile. Il gruppo ha legato, e ha trovato in questo nuovo lavoro qualcosa che altrove è mancata: la solidarietà. Ci si aiuta a vicenda, si coprono le esigenze di ognuna, si lavora a questo assemblaggio in modo interscambiabile. Una collega ha portato una radiolina, la coordinatrice regala le capsule del caffè. La proprietà è contenta e incoraggia, con entusiasmo e senza strappi, ad aumentare la produzione. 

Ma quando i pensieri si scontrano tra loro diventa tutto faticoso. Si ha paura di tutto e si pensa di essere solo un peso. Che le compagne di lavoro possano stancarsi di offrire uno strappo fino alla fermata dell'autobus, ad esempio. Chiedere aiuto mette in una condizione di inferiorità difficile da accettare. Difficile da digerire. Da piangere. Ci si sente soli.

E allora c'è bisogno di ritrovare un equilibrio, e questa rivelazione assume forme e aspetti inusuali. Basta un messaggio. O un amico che offre un aiuto. O anche una mezza sgridata, una piccola ramanzina senza giudizio, ma anche senza pietismo. Basta, ascoltami: le tue colleghe sono qui anche per te, il lavoro va bene e, beh, i mezzi pubblici possono anche non essere del tutto efficienti. Quello che ricevi oggi lo renderai nei prossimi giorni. Usa il wifi e dammi un numero alternativo, per poterti chiamare quando serve. Questa parte di vita va bene, anzi, migliorerà. Non riporre angoscia su questa, rivolgi la tua cura altrove. Un passo alla volta. 

Certo, non è facile. Ma un passo alla volta, un pensiero alla volta, sono sempre ottime soluzioni. 
In un mondo ideale la nostra possibilità di spesa dovrebbe essere adeguata al qui e ora, e non ferma a vent'anni fa, ovviamente. Ma saper chiedere e perdonarsi per questo dona comunque serenità.



sabato 13 agosto 2022

Che poi, se ci pensi, la perfezione...


 ...è davvero noiosa come dicono tutti?

No, per me è solo molto faticosa. Perchè richiede davvero troppa, troppa energia. Me ne sono accorta...sai quando? Apprestandomi a trascorrere un fine settimana a Cagliari, per il quale ho dovuto preparare un bagaglio minimo, secondo gli standard di certe compagnie aeree. E anche non è andato lontano da quello che ho fatto spesso negli ultimi sei anni, a spasso per il Nord Italia in trasferta e poi a Capo Verde, realizzare di dover portare solo l'essenziale è stato libearatorio.

Una sola crema, un burrocacao, i capelli liberi di spettinarsi: non è importato. Le mie amiche e compagne di viaggio mi hanno ripetuto più volte quanto fosse bello e luminoso il mio sorriso, spesso con un bel vaffanculo d'amicizia. E, guarda, quell'insulto ci sta tutto. A me e a tutta quella sovastruttura che mi sono costruita e che mi porto a spasso come un carrozzone. Un carrozzone per una Carrozza: già il cognome è pesante epitome di un peso da portare a spasso, perchè amplificarlo ancora di più, perchè aggiungerci macigni? E allora basta.

Anche questo percorso che mi ha riportato nella mia pelle, in un peso normale, mi ha fatto capire quanto avevo aggiunto intorno per difendermi da me stessa. Una condizione di autodisciplina alienante. Per poi star male, in quella gabbia senza più divertimento, da cui l'allegria è rimasta fuori. Come ho potuto dimenticarla?

E allora, perfette per chi? Perchè questa è la vera domanda.

Io ho un sorrisone coi dentoni. Imperfetto. Eppure.

venerdì 11 febbraio 2022

Bastano Gli Occhi, ma a viso aperto

A Maggio di due anni fa, Simona e io inauguravamo il progetto Bastano Gli Occhi.
Invitare le persone a mostrarsi in foto con la mascherina per uscire da un periodo di chiusura che pensavamo essere unico era solo un modo, per noi, di affrontare la nuova realtà facendo caso alla semantica. Ai nuovi significati che stavamo cercando di dare a un momento storico che, nostro malgrado, ci aveva resi protagonisti. Al senso di reagire in tutte le sfumature del quotidiano. Reagire con forza e positività.

Abbiamo raccolto centinaia di foto. Abbiamo parlato brevemente, molto brevemente, di alcune storie, oltre a lasciare che fossero le nostre immagini a raccontarla meglio di tutto. Storie di turismo che andava avanti, locali, negozi, attività. E poi abbiamo lasciato che le pagine Facebook e Instagram fungessero da vetrina a tutto il materiale raccolto. Per il Natale 2020, con lo stesso spirito costruttivo, abbiamo partecipato a Scatole di Natale e - oltre agli occhi - è bastato un semplice tam tam. Abbiamo raccolto scatole di regali per Milano, per le associazioni di zona e persino per il Comune, persino per chi non aveva neanche voglia di guardarci, negli occhi.

Oggi inizia il percorso inverso. Oggi, ufficialmente e senza colpe, il volto inizia a riprendere spazio. La mimica torna ad avere significato e il non verbale torna ad arricchirsi di tutti i suoi elementi. Dopo quasi due anni, invece di scappare in massa dalle stazioni, da oggi siamo autorizzati a mostrare il sorriso. Oggi ne parlano tutti, alla radio e alla tv. Si sdrammatizza sugli sbadigli, i brufoli, i baffetti e i commenti a mezza voce. Si ride su quello che si è celato, giustamente. Il potere dell'ironia serve a suggellare questa fine, con una certezza in più rispetto ai mesi che hanno preceduto questo momento.

Bastano Gli Occhi è stata una bella occasione per raccogliere foto che sono arrivate da tutto il mondo. Spesso pensiamo che quello che succede a noi sia più grande, più grave e più ingiusto. A volte lo è: abbiamo avuto perdite e dolori importanti in tutte le famiglie. Altre non lo è, e la condivisione aiuta a ridimensionare o dare un'altra prospettiva a quello che ci succede.
Oggi non finisce tutto, magicamente. Ma abbiamo la certezza che qualcosa sia davvero, davvero cambiato.
Eh, sì, spesso bastano gli occhi, ancora. Come prima.

sabato 15 gennaio 2022

Son queste le stelle che usciamo a riveder

C'è stato un tempo in cui nella mia vita ci sono state le lunghe telefonate. Dalle scuole medie alla mia laurea, più o meno. In un periodo che va dagli anni '90 al 2005 circa. Un periodo in cui - prima - al fisso il filo era sfruttato nell'intera estensione della sua morbida spirale perchè finivo seduta per terra e - poi - quando mi sono comprata il cellulare alla fine degli anni '90 e si studiavano tutti i piani possibili per parlare con il numero preferito. E quel numero preferito c'era, ed era bellissimo spendere tutti i centesimi in un mare di parole, prima e dopo averne usate un altro mare dal vivo, e scritte anche in tutti gli sms possibili, sfruttando il numero limitato di caratteri di allora. 

La pandemia ha reso difficile la vicinanza fisica ma la tecnologia ha regalato ancora di più rispetto a prima una prossimità differente. Virtuale. L'ha restituita con i vocali, con le videochiamate e le telefonate. Ha accorciato quelle distanze che allora, nel tempo passato, c'era e non era colmabile in questo modo. Ha riavvicinato i confini del mondo. Oggi, raccontando per l'ennesima volta il mio viaggio dei venti anni in Australia alla mia cuginetta adolescente, le ho dovuto spiegare perchè e come fosse così differente. E come stare a Capo Verde cinque mesi, lo scorso anno, fosse invece stato decisamente più semplice.

Ma anche se tutto cambia, come è giusto che sia per noi esseri umani naturalmente portati a evolverci continuamente, la bellezza di certi legami resta e stupisce ogni volta che si trovano. Può essere un messaggio breve che propone un pranzo, cui si aggiunge una passeggiata a Milano, da parte di chi hai incontrato sul lavoro ma che è rimasto. Quell'annuncio mandato perchè mi hai pensata. Quell'articolo che fa al caso mio. Il video che mi farà ridere, lo sai già. Può essere quella telefonata nella notte, che dura un'ora e mezza come quel tempo andato ma senza filo allungato, con il cellulare appoggiato sul cuscino e lo sguardo perso nel buio, ma che scorre immagini impresse nella memoria e ne crea altre nuove e diverse. O solo un saluto, perchè ci siamo.

La fortuna è di aver saputo gettar fili a spirale lunghi, e invisibili. Che si allungano fino alla massima estensione o restano morbidi, che non devono necessariamente essere attivi sempre, perchè sono straordinari solamente per il fatto di esistere. La fortuna è che quando quei collegamenti si attivano, o riattivano, è come se fosse passato un giorno. Mi piace pensare che sono questi legami fatti di rapporti veri e autentici e sempre al momento giusto che rendono questo mondo migliore. Al di sopra di ogni interferenza. Al di sopra di ogni differenza. Al di sopra di ogni distanza fisica e temporale.

venerdì 10 dicembre 2021

Non sono abbastanza MAD

Nelle mille possibilità che questo anno sabbatico, che questa vita in realtà, mi offre e mi toglie senza che io possa farci nulla, c'è anche una nuova e piccola parentesi di insegnamento, stavolta alle scuole elementari (che non si chiamano così ma per me sì, per sempre e nonostante qualunque altro nome prenderanno).

Una sera di fine Novembre, in un momento abbastanza complicato e di fronte a un Pronto Soccorso, mi scrive una mia amica. Lei fa parte di quel gruppo di persone che cresce di continuo: gli ex colleghi, una schiera enorme, con cui vanto rapporti stupendi, salvo qualche rara accezione (che conferma la regola). Prima mi scrive, poi mi chiama. Ed ecco la storia.

C'è una classe, in una scuola nella provincia di Varese, che avrebbe bisogno di un'insegnante di Italiano. Ora c'è, arriva dalla parte italofona di un altro Paese, ma ha mostrato gravi lacune nella conoscenza della lingua. Concetti come "aggettivo" e "qualificativo" faticano ad essere associati e difficilmente potranno essere trasmessi agli studenti.
Ma c'è una soluzione, che non include nè la meritocrazia (con tutto il rispetto, questa persona potrebbe fare altro, nella vita) nè i titoli sulla carta. La soluzione che lo Stato ha pensato a casi come questi ha un nome pazzo, MAD. E' l'acronimo di Messa A Disposizione, ma la sua essenza di follia non gliela toglie nessuno. E' una domanda che può essere compilata da chiunque abbia un titolo idoneo in qualsiasi momento dell'anno là dove c'è bisogno di correre ai ripari. Una toppa che però non comporta punteggio, quel numero cioè che cresce e permette nel tempo infinito dell'Istruzione di scalare la montagna del precariato, fatto di validissime persone che conoscono la lingua ufficiale. 

Il maestro dall'Italiano lasciato all'Ikea verrà assegnato ad altre mansioni (perchè lui è inamovibile). La scuola deve valutare se ha il budget per sostituirlo alla cattedra, ed è qui che inizia il dolore. Perchè è tutta questione di soldi, qui come in tutti gli ambiti possibili. E quella scuola non ha il fondo sufficiente per garantire un insegnamento con un'altra persona fino a fine anno. Così, gli altri insegnanti allungheranno un pochino la loro coperta, faranno qualche straordinario, aboliranno i riposi e copriranno l'incompetenza ormai non più mascherabile di questa persona, che avrà un Diploma Magistrale conseguito prima del '92, chissà. O un titolo, un aggiornamento, un concorso che lo ha reso abile sulla carta più di una laurea in Lettere.

Se non vinco, imparo. Questo me lo ha insegnato un'altra amica che mi ha preso per mano in questo ultimo anno e mezzo. E io ho imparato a non soffrire più.
Anzi.
Quella telefonata ricevuta in una sera difficile, davanti a un pronto Soccorso, è un regalo. E' un pensiero positivo, un pensiero bello. Un gesto concreto che arriva da una persona che non vedo da tempo, ma che, al di là della forza, della volontà di rinascere, della determinazione, legge attraverso le righe.
Bisognerebbe dare più valore ai pensieri belli. Sempre.
Bisognerebbe scriverseli nel cuore. In un bellissimo Italiano.

venerdì 3 dicembre 2021

Il sapore dell'indentità


Milano ha il grande pregio di farti incontrare Persone. Nonostante gli imbruttimenti, che sono solo un debolissimo tentativo di rincorrere quella milanesità genuina che oggi non esiste più se non in piccole, isolate enclave che dell'imbruttimento non hanno nemmeno memoria, è una città che fa incontrare, e che travalica i piani, le classi, le provenienze.

L'occasione per comprendere quanta potenza c'è nella città che continua a crescere me l'ha fornita Cinzia, invitandomi alla presentazione del libro, ultimo nato, di Nicoletta Polliotto e laria Legato, straodinarie docenti e professioniste. Il libro indaga sulle infinite possibilità del mondo della ristorazione di creare identità di successo. "Creative Restaurant Branding", per essere precisi. Tradotto, piani di sviluppo concreti ed efficaci, personalissimi ma duraturi.

E così, intervistate dal critico Visintin e con incursioni vivaci, ho assistito per la prima volta alla presentazione di un libro che, nononostante gli inglesismi, è davvero il frutto di un lavoro di persone che hanno una competenza trasversale e reale. Nicoletta e llaria, così differenti nell'esposizione, hanno parlato di casistiche così vivide da leggerle, quasi, nelle esperienze dei presenti e non tra le righe delle loro pagine. Della realtà della ristorazione, dei problemi da affrontare con la cucina e la sala, la devozione ma anche l'umoralità di chef, o di proprietari. Di necessità di avere una struttura, ma giusta per ognuno.

Perchè quello che mi ha colpito di più - da giornalaia quale sono - è lo storytelling. Quella storia che si cerca sempre di raccontare intorno a una realtà e che, spesso, risulta forzata, o ricercata, o intessuta di particolari fittizi. E' strano per una persona come me, che di fatto ha sempre raccontato, capire improvvisamente che è la storia che deve farsi viva, e non l'opposto. Semplice, nuda, vera.

La Bellezza di questo evento avvenuto in Talent Garden, con la pista di ghiaccio circondata di luci al di là del vetro, è stata come sempre l'incontro di chi ha ottenuto nel tempo un riconoscimento. Con pazienza, studiando, con l'esperienza. E che piano piano ha allargato queste conoscenze andando a indagare quei particolari che ognuno di loro ha nelle corde. Questi professionisti si conoscono e offrono il massimo delle loro capacità. Un tesoro da ammirare e da cui imparare ad attingere. Da gustare, visto il tema decisamente irresistibile.

domenica 4 aprile 2021

Domani è sempre un nuovo inizio

Facebook mi ha ricordato che lo scorso anno, il 4 Aprile, scrivevo il primo post sulla mia disoccupazione che era iniziata quattro giorni prima, senza essere uno scherzo. 
Lo scorso anno uscivo di casa dopo settimane, per percorrere circa 1,5 km che mi separa dalla casa paterna. Lo scorso anno c'era il sole. Che beffa, in lockdown. Dopo anni a battere i denti dal freddo, di grigliate strette in maglioni o spostate in cantina. Di 

Oggi guardo i dodici mesi alle spalle e non mi sembra vero niente. Non mi sembra vero che, dopo gli accordi e le firme, fosse arrivata, come una piccola prova, la possibilità di stare, per poche ore al giorno, con una bimba di quattordici mesi. Farla dormire e leggere i libri della sua mamma, vederla camminare, giocare. Ascoltare le sue prime parole e poi, finalmente, portarla fuori con il passeggino, darle da mangiare, cambiarla. Non avevo mai accudito a una piccola: nei duecento lavori passati, il baby sitting non ha voci in capitolo. 

Le camminate, anche quelle mai così frequenti, hanno dato seguito a pedalate. E anche qui, per la prima volta, un regalo dei miei, fino a quel momento poco utilizzato, ha acquistato un valore ben più alto di quello del suo costo. Cigolando, la bicicletta nera ha iniziato a percorrere le frazioni del mio paese, per poi sconfinare nei Comuni circostanti, con piccole modifiche, sempre più lunghe. E guardando quelle vie e quelle case come se le vedessi per la prima volta, mi venivano in mente frammenti de "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta". Ancora adesso vorrei una moto. Ma già la bicicletta nera cigolante mi dava grandi soddisfazioni. 

E poi? E poi, mentre finalmente il forno sopito da dieci anni iniziava a funzionare, mentre meditavo di cambiare le padelle, mentre iniziavo a fare la spesa davvero, ho pensato di dare fiducia a una naturopata che ormai seguivo da mesi. Le ho scritto una mail lunghissima che lei ha accolto con gioia. L'ho incontrata, e a Giugno, il 22, il giorno dopo della grigliata estiva con gli amici, ho iniziato a fare la spesa come diceva lei. A camminare e pedalare senza fretta, ma con continuità. A scoprire una dote che non pensavo di avere: la costanza. 

Aprire gli occhi e mettere le cuffie. La bicicletta nera ha cigolato sempre, ma io non la sentivo. Ho cantato Tiziano Ferro nel centro di Corbetta come nelle campagne di Cassinetta, senza ritegno. Senza vergogna. Senza smettere di sorridere nemmeno su quelle canzoni per cui, anni prima, piangevo in macchina andando in agenzia e pensando al mio amore perduto. Da quando ho tatuato le tempeste del cuore sul costato, quello dentro deve aver cambiato forma. Deve aver anche cambiato suono, o forse impulso. Anche senza cuffie, non sentivo la bicicletta cigolare. C'era quel ritmo nuovo, tutto interno, a riempire il vuoto di anni.

Non ci sono mai stati vuoti nella mia vita, a pensarci bene. Anche dopo, coi concorsi, due altri lavori, i viaggi che il 2020 mi ha comunque permesso di fare. Nessun vuoto a perdere e nessuna sensazione di inutilità. Ho cercato di crearlo quando ho deciso di partire, di mettermi in pausa con un biglietto di sola andata. Ma oggi, dopo due mesi a Boa Vista, Capo Verde, Africa, ho capito che c'è una pienezza ancora più grande. Quella delle decisioni che spettano solo a te. E' strano, perchè non sono nata ieri e ho determinato molte scelte. Ma impacchettare una casa e volare via è stata una vera cesura. 

Mi manca la mia bicicletta nera cigolante, anche qui l'avrei usata, magari cantando senza ritegno. 
Invece cammino, e scopro ogni giorno i particolari di quello sguardo zen sulla motocicletta. Quello che mi manca davvero è la condivisione fisica, reale, con chi amo. E allora la sostituisco con quella virtuale, come ho imparato da anni: con @TrueBoaVista su Facebook e Instagram. E da domani anche su trueboavista.blogspot.com, per combattere il mare di legno in cui siamo immersi da ben prima della pandemia e ridurlo a un sogno, quello che ho raccontato qualche post fa. 

Sì, c'è stata molta strada, dopo il chilometro e mezzo di un anno fa. E molta ce ne sarà. Domani è sempre un nuovo inizio.

lunedì 21 dicembre 2020

L'attimo rivelatore


Arriva un momento, nella vita, in cui all’improvviso, aprendo gli occhi al nuovo mattino o sotto la doccia, davanti al caffè, ma sempre in un attimo rivelatore, si prende quella decisione di cambiare qualcosa. Di dare una svolta. Di fare quel passo fuori dall’impasse che blocca in una posizione scomoda, in una situazione non più riconoscibile. E quella luce che si accende all’improvviso illumina la stanza monocolore in cui ci eravamo rannicchiate. L’angolo di sComfort.

Per Laura l’attimo rivelatore è arrivato in questo anno decisamente fuori da comune. Perde il lavoro a Gennaio, e una nuova occasione di entrare in una grande azienda sfuma per lo scoppio della pandemia. Perché ormai ognuno di noi sa che, per non perdere terreno, non ci possono essere pause né tentennamenti. Soprattutto per una donna, in qualsiasi condizione sia. Lei è sposata, ha un bimbo, ma la sostanza non cambierebbe se la sua condizione fosse differente: superare lo stop e trovare una soluzione per sè e per quello che pensa la gente. Non tanto per l’opinione, ma per il carico sociale che comporta. Questo arresto la lascia per un attimo senza terreno sotto i piedi. Una delusione che ha fatto però scattare qualcosa nel profondo: la ferma volontà di buttare fuori e lasciarsi tutto alle spalle.

Laura si iscrive in una palestra di Boffalora e non si ferma più. In lei lo staff trova e alimenta una straordinaria volontà di trasformazione. Giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, una dieta ferrea e tanto impegno. Sacrificio, lavoro, sudore anche, per mostrare entrambe le facce della medaglia. Una lunga preparazione che l’ha portata a partecipare, nel giro di dieci giorni, alle sue due prime gare IFBB, della Federazione Nazionale Italiana di Bodybuilding e Fitness. A Roma, nella Notte delle Stelle, e a Bologna, dove conquista la sua prima medaglia, a cui fa riferimento la foto. Ad attenderla ci sono poi stati i campionati italiani. Il confronto con le altre atlete è stato uno stimolo per crescere, queste tre gare le hanno dato nuova consapevolezza, perché la competizione è proprio questo: confronto diretto.

Anche perchè Laura ha continuato, nel frattempo, ad aiutare il marito nella sua attività e da poco ha intrapreso una nuova avventura professionale. E di occuparsi di tutto, come sempre, compreso l’impegno di raccogliere la nuova sfida lavorativa, informarsi, leggere e studiare. E continuare a cambiare, dentro e fuori. In un modo straordinariamente adattivo che solo le donne conoscono davvero. Gli angoli di sComfort sono antiestetici.  

domenica 29 novembre 2020

Ne abbiamo tante, di Scatole piene!


Quante volte ci siamo detti: ecco l'idea giusta! O meglio, ecco la formula giusta, di un'idea che frulla da mesi e mesi nella testa. Eccola, la formula: si chiama Scatole di Natale. 

Scatole di Natale nasce a Milano, inizialmente riguarda la città (ma si allarga subito) ed esprime in pieno lo spirito di condivisione che la pandemia ha stimolato in molti di noi. Basta una scatola delle scarpe da riempire con pochi componenti: qualcosa che scaldi (dai calzini, al maglione, alla sciarpa, al cappellino), qualcosa per la cura di sè (saponi, creme, profumi), qualcosa che diverta (giochi, libri, musica), qualcosa di goloso e un biglietto di auguri sincero, che arriva al cuore più di qualsiasi oggetto. E queste cose possono essere nuove acquistate, nuove mai usate di cui sono piene le nostre case, usate come nuove e integre, in corso di validità. Buone come il vento che le muove.

Ieri sera leggevo i post di un gruppo di Facebook composto da professioniste della comunicazione, ed ecco Francesca che espone questa iniziativa. Le scrivo, e ci rendiamo subito conto di conoscerci già da tempo: abbiamo amici in comune che lavorano nel mondo del giornalismo e dello sport, noi due ci siamo presentate anni fa. E allora rilancio, in questa partita ideale: faccio da punto di raccolta e vengo io a portare il tutto, per i prossimi due sabati. Facciamo rete, con Francesca, allargando il campo di gioco a Simona e Marion. Simona è la mente insieme a me del progetto fotografico Bastano gli Occhi, che raccoglie frammenti di storie professionali e personali di vita che continua oltre la mascherina e con tutta la forza dello sguardo; Marion è invece il motore logistico di Scatole di Natale, che ha ideato e sta organizzando di fatto la raccolta, accogliendo come con noi tutte le richieste di collaborazione. Francesca è contentissima perchè è una delle prime a condividere il Marion-pensiero: non sono solo io a proporre la rete. L'idea ha fatto gol, sfuggendo dai guantoni della naturale diffidenza con cui ormai accogliamo una proposta.

In sostanza, quindi, per Santo Stefano Ticino il punto di raccolta sarà lo Studio di Architettura Negrini Simona. Chi vorrà può portare la propria Scatola di Natale lì, in Vicolo Sant'Anna 2/A. O le proprie scatole, rivestite con carta o disegni, decorate come si desidera, ma corredate con una scritta in un angolo che spieghi se il regalo è destinato a un bimbo, una bimba (e l'età, più o meno), una donna o un uomo. Ma i punti di raccolta sono tantissimi: sulla pagina c'è un lungo elenco, e crescono proprio mentre sto scrivendo questo post, a Magenta, a Corbetta, in moltissimi posti e presso privati.  

Marion è sommersa dalle richieste, dunque. In 48 ore sono arrivati 5.000 like alla pagina Facebook, è presente anche su Instagram e il cellulare non smette un attimo di squillare, il whatsapp è caldo, i commenti sono tantissimi. Ha centrato il punto: la formula giusta che tutti noi possiamo applicare. La ricetta con pochi e semplici elementi che tutti abbiamo, conditi dall'affetto delle parole. Un modo per starci vicino senza filtri. 
Scatole di Natale ci rende tutti amici. I miei, ad esempio, ogni anno organizzano la tombola dei regali riciclati alla Befana. Questa idea, per quest'anno così particolare, la anticipa e la rende possibile a migliaia di noi. 

Saremmo molti, nei prossimi due sabati, a raggiungere il magazzino di San Siro. Carichi di Scatole di Natale colorate e utili, che alleggeriscono le nostre case spesso piene di doppioni e riempiono il nostro cuore. Ne abbiamo tante, di Scatole piene, e un'iniziativa come questa non toglie nulla alle altre di Natale. Semmai ci rende tutti più ricchi.

giovedì 6 agosto 2020

Bastano gli occhi: ripartire dal turismo

Bastano Gli Occhi
Bastano gli Occhi, il progetto fotografico nato con Simona Negrini, e portato avanti da una sua intuizione, si sta trasformando con la fine del lockdown, ma non con il termine dell'emergenza Covid. 
Portato avanti sui due social principali Facebook e Instagram, ma con il primo a raccogliere tutte le testimonianze nel modo migliore, questo progetto, che ha visto la luce lo scorso 24 Maggio, ha mostrato centinaia di istantanee scattate da tutti noi, che ci siamo chiesti fin dall'inizio di questa ripartenza che tipo di linguaggio avremmo messo in atto, tornando a popolare luoghi e città; che cosa il distanziamento ci avrebbe portato ad usare di più, insieme ai nostri occhi, fondamentali. 
E' stato una sorta di esperimento dal basso, un citizen journalism che voleva attestare, più del fatto, la presenza nuovamente fuori casa. E le foto, appunto, non sono mancate. 

Con Simona abbiamo poi cercato di capire che direzione prendere, e grazie anche alle nostre uscite, alle nostre gite, ci siamo rese conto che ristabilire la rete di relazioni sarebbe stato importante. Una rete fatta non solo di persone, ma anche di luoghi da tornare a vedere o da scoprire per la prima volta. Il motivo è duplice: riappropriarsi del proprio spazio è stato fondamentale per lasciare indietro i lacci della paura, vissuta davvero o solo sfiorata. Cercarne di nuovi, non lontani da casa con un semplice giro in bici, o a un'ora di macchina, o in Italia (anche a causa dei voli cancellati e delle frontiere chiuse a lungo) ci ha portato a riflettere sui luoghi del cuore, o sulle nuove mete che lo diventeranno.

In questo Agosto sospeso tra normalità e inquietudine, in cui alcuni non rinunceranno alle ferie, altri non possono proprio scegliere e altri ancora non se le godranno appieno, Bastano gli Occhi punta l'attenzione a quella che il nostro Paese dovrebbe ritenere la Ricchezza inestimabile n.1: il turismo. Lo spazio, ampio, è a disposizione delle guide turistiche abilitate, ai piccoli circuiti, alle nostre città tutte da scoprire. E anche noi abbiamo scoperto storie e persone che continuano a svolgere il loro mestiere con straordinaria passione. 

Ci sono però anche altre storie che abbiamo raccolto: foto che giungono da tutto il mondo e che ci fanno capire che, se da una parte l'emergenza non è finita e anzi, in molti posti la nostra amata e odiata mascherina è arrivata colpevolmente in ritardo, i modi per affrontarla sono diversi e non sempre efficaci. E c'è anche una finestra aperta sulla formazione, altro punto focale che presto ogni famiglia dovrà affrontare: con ItaliaDidattica abbiamo scoperto un portale utile per fare incontrare Musei, Fattorie, Parchi, Grotte e città d'Arte con insegnanti, educatori e genitori. In attesa di ripartire gli spunti e le idee non mancano, per loro (e anche per noi). Non a caso la sezione del sito che sta raccogliendo le idee per la ripartenza si chiama RE-START. 

Con Simona, mi auguro di poter tener vivo Bastano gli Occhi a lungo. Non sappiamo cosa ci porteranno i prossimi mesi, ma di sicuro la voglia di vivere appieno la vita anche in emergenza non ci manca, nè ci manca il desiderio di testimoniarla. 

mercoledì 1 aprile 2020

La spa a casa: cronache di professionismo che manca

No, non tornerò dalla mia estetista come un castello diroccato.
No: devo fare qualcosa. Potrò pure fare qualcosa, no? Alla fine, cosa ci vuole?

E quindi ho finto di aprire la mia personale spa. Mentre riempivo la vasca, piano, ho lavato i capelli con un trattamento a quattro fasi, anche se l'ultima l'ho tenuta poi per tutto il tempo del bagno e quando ho asciugato i capelli sembravano stranamente collosi.

Mi sono spalmata una maschera all'argilla che, durante la durata del bagno, si è cementificata tanto da sembrare calce; fa parte della squadra numerosissima di campioncini che erano sparsi in mille cassetti e mille pochette e che ho deciso di far fuori assolutamente prima di fare nuovi acquisti. Quindi, la calcina potrebbe avere anche qualche anno, chi lo sa. Ma ho stoicamente perseverato.

Mi sono immersa nell'acqua bollente, in cui ho buttato una manciata di sale grosso e due bagnoschiuma diversi, che probabilmente si sono annullati a vicenda, in fatto di bolle. Calda, caldissima: la speranza era vederla trasformata in brodo, con larghe chiazze di grasso a condimento delle timide bollicine. Ma non è successo. La gallina non è più giovanissima, ma l'osmosi non avviene; peccato. E allora pace: ho acceso una  candela, ho acceso la musica e ho lasciato che i capelli si ammollassero nel trattamento e la maschera si indurisse.

Ho poi aperto il barattolo del sapone nero che ho comprato a Marrakech. Profumato all'eucalipto. Acquistato al duty-free dell'aeroporto perchè, si sa, resta sempre qualcosa da spendere prima dell'imbarco. Ovviamente, pagato il quadruplo di quello che mi tiravano dietro nel bazar, un classico che nemmeno la mia compagna di viaggio Claudia ha avuto la forza di obiettare.
Fumavo talmente tanto che si è spalmato in un baleno, senza sforzo. E poi con il guanto mi sono adoperata per levare almeno due strati di epidermide, sempre nella vana speranza di attivare quell'osmosi impossibile e grattare via anche qualcosa di più. Già che c'ero, il guanto mi è servito per asportare la sindone del viso.

E poi e iniziata la seconda fase, con accanimento sui talloni, sulle unghie, e accendendo infine il maledico silkepìl, il mio tessoro. Con il quale, probabilmente, avrei anche abraso un terzo strato di derma, se fosse stato possibile. Un modello con la luce incorporata per non permettere nemmeno a un sottile piccolo filo indifeso di sfuggire alla follia estirpatoria.

Ho concluso aprendo una bustina di anticellulite di ignota provenienza, di una marca che continuerò a usare per i prossimi 4 giorni prima di sostituirla prima con una crema termale, poi con un siero che spargerò con foga con una specie di minipialla di legno con le rotelle. In un lampo, mi sono passati davanti come in un film tutti i bei trattamenti che ho provato, provando una fitta di nostalgia che nessun silkepìl potrà mai eguagliare, nemmeno nei punti più delicati.

Domani metterò lo smalto, per pensare ancora un po' a quei preziosi momenti di fuga che, invece di trasformare un bagno in un campo di battaglia per oltre due ore, mi regalavano benessere, ascolto, competenza.
Torneremo, castello diroccati da ricostruire!


domenica 15 marzo 2020

La cassa come una trincea

Lella lavora in un grande supermercato in uno dei nostri capoluoghi di provincia, che non è Milano.
Ci lavora da anni, è sindacalista e spesso si muove sul territorio per fare aggiornamenti e incontrare gli altri rappresentanti per meglio dialogare con la propria azienda.

Lei ama moltissimo il suo lavoro di cassiera, che le permette di ritagliarsi molto tempo libero, godersi la città in riva al lago e viaggiare. Ha una bella casa sempre aperta alle vicine, con una camera per gli ospiti per gli amici. Ha un carattere solare e ama stare a contatto con il pubblico.

O amava, forse. Perchè da tre settimane il suo lavoro è cambiato, radicalmente. Prima l'assalto ai viveri che l'ha annientata per qualche giorno, mentre i colleghi cercavano di riempire gli scaffali di notte in vista dell'assalto successivo. Poi i provvedimenti, presi in corsa e senza chiudere mai. A ranghi ridotti, perchè sono iniziate a fioccare le malattie, e senza più pause. Anche lei ha avuto una brutta faringite, ma senza febbre, e ha perciò deciso di continuare a lavorare. Ma in un clima totalmente differente dal solito.

Oggi gli ingressi sono contigentati, ma per Lella non cambia nulla. Si apre prima, si chiude dopo, per 10 ore va tenuta la mascherina, che significa respirare nel proprio precedente respiro, che dà un senso di soffocamento e che impone di mantenere la calma. Quella che non riscontra nei frequentatori del supermercato, che sfogano con lei e le colleghe tutta la loro frustrazione: maleducazione, distanza non mantenuta, toni alterati e sputacchianti.

Anche le colleghe sono demoralizzate. Lei torna a casa la sera e crolla a letto, con il cervello in fiamme. Il pensiero di ricominciare l'indomani mattina alle 7.30 pesa sulla bocca dello stomaco. Anche le altre, anche chi tra loro ha sempre avuto un carattere posato, perde la pazienza, sbrocca anche con i clienti. Cercano di farsi forza a vicenda e, quando non c'è nessuno, spostano la mascherina per prendere un lungo e profondo respiro non filtrato.

Viviamo un tempo sospeso in cui abbiamo perso tutti i nostri riferimenti, tutte le nostre certezze. Per molti di noi andare a fare la spesa è uno spazio settimanale; o un momento di fuga solitario dai figli, oppure un'operazione che si fa tornando da lavoro; per altri è rilassante. Un piccolo rito, insomma, che ognuno celebra in modi differenti. Oggi non è così. Ma non per questo deve mancare il rispetto per chi ci permette di farlo.

Lella è una cara amica. Mi fa sempre ridere, sa sempre trovare il lato positivo di ogni situazione, per me e per Federica. Siamo un trio che conserva il lato lieve della vita, quello che ci fa programmare vacanze, che ci fa incontrare a Monza per una cioccolata, che ci fa guardare il lago che luccica nelle sere d'estate. Tengo molto alla sua allegria. Tengo molto al suo sorriso.

venerdì 13 marzo 2020

Luigia, dove sei?

L'appartamento della Luigia è vuoto da un po' di tempo.
Ci ho messo diversi giorni per accorgermene. Ero immersa nella mia personale disperazione, ero impiegata a trasportare a occhi bassi la mia piccola croce, per alzare gli occhi, o aprire la portafinestra e guardare a destra del mio balcone, a quello che, come il mio, ha lo stesso finto fogliame e le stesse fioriere, come mi aveva lei stessa chiesto di mettere e come io avevo fatto per lei.

Quando finalmente ho alzato lo sguardo dal cortile, o ho ruotato la testa di pochi gradi, mi sono accorta di non aver nessun strumento per capire come fare per sapere cosa fosse successo. Non ho nessun numero, nè della nipote adorata, nè del nipote ultimamente n po' latitante, che ho conosciuto solo attraverso le sue parole. Avevo solo un numero fisso sul cellulare, ma l'ho cambiato e, in ogni caso, ora non ha più senso.

Ora la casa è stata completamente svuotata. Qualche giorno fa qualcuno ha sollevato le serrande e non c'è nulla, all'interno. Restano solo la "nostra" edera finta, i "nostri" vasi vuoti, e le sue tende da sole, che aveva aggiunto e che usava spesso. Quante volte e avevamo parlato, di quella spesa che non posso mettere in conto! E oggi loro sono lì, senza Luigia.

Ho scritto alla vicina. Mi ha detto che hanno deciso per lei, che stava perdendo colpi. Me n'ero accorta anche io, ma prima di tutti lo sapeva bene lei stessa: mi parlava di nuovi farmaci che la rendevano meno lucida, di come dimenticasse se aveva mangiato, quando si era alzata, se aveva cucinato. mi parlava di tante cose, ripetendole però più e più volte, e a tratti se ne rendeva conto. Aveva iniziato a fare le stesse chiamate più volte al giorno, ai nipoti, ma anche alla guardia medica. E presumibilmente anche alla signora che l'aiutava con le pulizie e la fisioterapista e la dottoressa. Da qui la decisione di non lasciarla più sola.

Mi manca, Luigia. Mi mancano i nostri dialoghi del balcone, a un volume leggermente più alto di quello che il bon ton condominiale richiederebbe. Mi manca il suo ottimismo, che la porta al decimo decennio della sua vita. Mi mancano i racconti, la forza d'animo, i consigli ad andare avanti, e quel suo modo di chiedermi, preoccupata e ammirata contemporaneamente, dove sarò nel prossimo fine settimana.

Cara amica, non viaggerò più come prima, forse. O forse invece lo farò di più, o andrò più lontano. Io invece ti troverò. E, stai sicura, in qualsiasi di questi casi ti porterò sempre con me.

mercoledì 13 febbraio 2019

Tetris letterari

Andare a una presentazione, ogni tanto: appunto mentale di sempre.
Andare a un reading e a un caffè letterario in una sola serata: prima volta di ieri.

Colpa mia. Con un'agenda cartacea, Google Calendar e Outlook sono comunque riuscita a fissare due appuntamenti in un solo giorno. Ma è andata bene, anzi, benissimo. Ecco come ho fatto.
Annalisa mi ha scritto la scorsa settimana, quando il raffreddore si era impossessato di me, della mia testa, delle mie orecchie, ed ero suonata come un gong. C'eravamo date appuntamento sul divano di casa sua per la finale di SanRemo; poi lei ha ricevuto un invito per entrambe, ma ho preferito non mostrarmi a sconosciuti in modalità mostro della palude e ho declinato rilanciando per la settimane.
La nuova proposta è stata la presentazione di Quinta Vez, di Maria Pia Quintavalle.
Un testo denso di significato, sul rapporto madre e figlia, pieno di rimandi ancestrali, culturali, emancipazione, scambio di ruolo nel corso della vita. E una presentazione profonda, da seguire con attenzione, di fronte a una larga platea sorprendentemente eterogenea, con evidenti habitè della Libreria delle Donne. Un'autrice puntuale, che srotola la sua poesia con pause imprevedibili, voce profonda, intonazione riflessiva che accentua le parole, le rende ora tetre, ora leggere.

Non so spiegare cosa suscita in noi, questo momento. Sicuramente, io e Annalisa viviamo la questione in modi molto differenti, e le nostre storie personali giustificano a pieno questo diverso sentire. Ma siamo colpite dai richiami alla psicanalisi, all'idea platonica e al mito della caverna, all'uso di parole che, per quell'ora, ci salvano dalla banalità. Lei, timida, si avvicina poi alla presentatrice della serata, chiede dei prossimi appuntamenti, le ricorda un articolo che aveva scritto su di lei anni fa. La bellezza di questi momenti si specchia anche nella facilità di tessere piccoli fili invisibili, di mostrare la possibilità di fare seguito, conseguenza, serie a questi momenti. Di riflettere; magari di scriverci su.

In auto, la porto a casa e volo al mio Caffè Letterario. Iniziava ieri sera, proseguirà con altri 5 appuntamenti. Arrivo in volata, siamo un bel gruppo in uno studio di psicoterapia bellissimo, di cui - confesso - non sapevo l'esistenza. Uno scrigno nel cuore del paese in cui sono cresciuta, con un cerchio di donne pronte a parlare di Eleanor Oliphant. La ragazza, che parla di sè in prima persona nel romanzo, si scherma dal mondo anestetizzandosi in settimana con il lavoro e una routine di ferro, sempre uguale, e nel week end bevendo vodka. Ma la vita si insinuerà in questa comoda solitudine crepando l'armatura, fino a farla cadere.

Le parole non richiamano Jung, ma il sentimento è condiviso dalle uditrici, tutte veramente diverse, tutte con età e storie differenti. Ed Elena aggiunge allo svelamento del romanzo alcune considerazioni che toccano le vite di tutti, che parlano di amicizia come appartenza, come sostegno sociale verso autostima e autorealizzazione.
Riflettiamo, insieme, sulla profondità dei rapporti di oggi; sugli strumenti che abbiamo noi, che non siamo nativi digitali, e di quelli che forse mancheranno ai millenials, chi lo sa! Ci scambiamo impressioni davanti a una tisana bollente, una frittella; allacciamo collegamenti con il prossimo libro, il prossimo incontro.

Milano e Santo Stefano Ticino. Nella prima, tanti momenti come questi ogni giorno, a ore diverse. Nel secondo, una preziosissima iniziativa legata alla libreria Controvento di Inveruno che sa essere ossigeno puro, come direbbe il magnifico dr. Shepherd. Non facile in entrambi i casi. Nel secondo di più, per me, perchè questo libro che ancora mi accingo a leggere è molto vicino a quello che sento in questo momento, e perchè alcune delle persone che ho rincontrato sono state da me ignorate in passato, una di queste non rispettata, a dire la verità.
Eppure, rincasando e riflettendo sul tutto, ho pensato che le possibilità per recuperare, per rimediare, per incontrare nuovamente sono davvero inedite.

Il mio grazie è enorme e va solo alle donne incontrate; ad Annina, appunto, e a Barbara, che mi ha coinvolto nel Caffè che potremmo ribattezzare Yogi Tea Letterario!
Non che non ci fossero uomini, nell'incontro milanese. Tutti distratti dal telefonino.
Dr. Shepherd escluso, ovviamente.

martedì 2 gennaio 2018

Impareremo a volerci bene, 2018!

Ti ho pensato tantissimo, la notte prima di Capodanno, e il sonno non arrivata. O forse è il contrario, il sonno non arrivava e pensavo. Fa lo stesso, già ti vedo ridere, e mi basta così.

Pensavo e cercavo di immaginare cosa mi avresti detto tu, a bilancio di quest'anno. Si dice che le donne abbiano meno capacità immaginativa degli uomini, ne parlammo anche io e te, scherzando sulle fantasie, te lo ricordi? Un'interessante e comica disanima su come funziona il cervello femminile e maschile. Ma non divaghiamo, scriverò questo post in pochi minuti come sempre e non ho le ore dell'altra notte.

Avremmo parlato di cosa salvare e cosa buttare via. Ti avrei detto che potrei fare un sacco della spazzatura enorme, ma tu avresti riso, socchiudendo gli occhi, fumando piano. E ti saresti alzato a fare un mohjito. In realtà avremmo parlato solo del lavoro, lo facevamo sempre, era il nostro rito: divano, tv, tu che fumi, il ghiaccio spaccato nei bicchieri con il pestello e due rum, uno chiaro e uno scuro. Quindi, ora che non ci sei più, sono anche più sincera con te. Più completa. Ti parlo di tutto.

So benissimo cosa salvare. C'è il viaggio a Capoverde. Valeria mi ha dato la sua stanza ma mi ha dato molto di più: la comprensione, la capacità di non giudicare. Mi ha scritto ogni mattina un biglietto del buongiorno, con quella scrittura che conoscevo da anni e che non vedevo da anni e che era così calda, famigliare, piena di quel sole. Mi ha dato la solitudine, mi ha dato tutto il tempo di dormire e sognare passati sepolti, mi ha dato il mare da guardare, il vento.

C'è il matrimonio di Pamela. C'è questa ragazza che ha fatto tutto come voleva, come lo desiderava. C'è questa mamma che non mi esclude mai, che mi ha fatto sentire un po' più materna, perchè mi ha raccontato tutto e mi ha trasmesso tutto e mi ha voluto vicina, davvero vicina. E anche per lei ho cercato di prendermi una settimana. Anche per lei ho cercato prima un po' di solitudine.

Mentirei però se riducessi tutto a questi due eventi. Quello che ho cercato di fare, e tu lo sai, Rudy, è cercare di ricordarmi quando le cose sono cambiate in meglio, i momenti precisi. Forse sono ubriaca da ieri sera, non ho più i tempi di recupero di una volta, ma questo lo sai già. O forse no e le cose sono diverse, non ci sono per forza sempre atti risolutivi, momenti topici. Quella è roba da film.

E' stato un anno molto difficile, in cui ho la sensazione di aver costruito una casa intera, ma con qualcosa di poco adatto, tipo coi mattoncini Lego. Una fatica immane e mai provata prima. E' crollato tutto il crollabile e per qualche tempo ho solo guardato quelle macerie, esposta a tutto. E poi ho iniziato a costruire. Ma non riesco a ricordare come.

Ho un sacco di buoni propositi per questo nuovo anno. Devo nuotare, ho un'ernia. Oltre a non recuperare più una serata e rischiare la sciatica mi tingerò i capelli, perchè ne ho trovati un altro paio bianchi. Oh: devo dimagrire. Ma questa l'hai sentita per dieci anni, anche quando non ero così vicina alla mezza età.
Comprerò un armadio per l'ingresso e metterò le zanzariere. Ogni tanto cucino. Forse sono pronta a ricominciare a fare cene, o ad aumentare il numero delle cene.
Andrò a Sharm, con una compagnia di sub. No, non faccio immersioni, ma mi hanno promesso il battesimo del mare. Forse allora andare a nuotare mi eviterà una brutta figura.
Sto decidendo che cosa fare per il mio 39esimo compleanno, l'ultimo di questa decade. E poi dovrò progettare il successivo, con la famiglia, visto che anche papà raggiungerà la cifra tonda. E poi ho mille altre idee. Viaggiare non è mai abbastanza. E ci sarà molta musica, anche, molti chilometri da percorrere.
Leggerò di più. Butterò via molti vestiti vecchi, quelli che negli anni di vacche magre ho usato migliaia di volte. Quando esco a comprare qualcosa adesso mi diverto.

Ho fatto fatica a ricucire le ferite del cuore. Tu mi avresti detto: non potevi andare avanti così, e me lo avresti detto davvero, perchè spesso mi hai raccolto con il cucchiaino. Ma ho fatto anche quello, quindi per quest'anno sarebbe bello non aver sentimenti, essere tutta razionalità, ma credo che sia un desiderio impossibile da realizzare, come quello di svegliarmi presto la mattina. Questa però non si chiama utopia, ma pigrizia. Ed è reale!

E quindi, amico, posso dirti che di momenti bellissimi ce ne sono stati. Posso solo desiderare di averne di più, con meno battute di arresto e con meno sensi di colpa. Perchè sembro la solita casinara senza filtri ma tu sai invece che mi ammazzo di lunghissime ed estenuanti autoanalisi. Preferisco pensare a questi, che ai momenti bui, alle piccole disperazioni. Ci ho già sprecato troppo tempo.

Fammi gli auguri. Eri sempre il primo, dopo la mezzanotte del 31, a mandarmi un messaggio. Un messaggio stupido e allegro, uno dei migliaia che mi hai mandato. Ecco: ti prometto che quest'anno sarò così, stupidamente allegra, perchè l'intelligenza fa paura.
Ti confesso che i migliori sono arrivati dalle donne. Dalle amiche. Sono loro che mi danno la forza di andare avanti e di pensare che, tutto sommato, ai 40 posso anche arrivarci. Le loro parole sono autentiche, a differenza alcuni tuoi simili che non sanno proprio utilizzarle, le sparano grosse e poi si schiantano nei retromarcia. Le parole sono importanti. Anche in quelle c'è tanto cuore. Scherzavo, quando ho scritto di non voler sentimenti. Ma già lo sai. Sono le mie ancore, come lo sei tu. Ovunque tu sia.

venerdì 1 dicembre 2017

Siamo così, e per fortuna!

Eh lo so, parlo solo di donne, ultimamente.

Eppure non posso farne a meno, perchè la comunicazione con l'emisfero altro dell'universo risulta difficile o frammentaria o lontana, confinata spesso a poche parole su uno schermo.

E quindi scrivo di ieri sera. Di un posto meraviglioso, un concept store che Milano si merita, di cui questa città può rendere grazie. Abiti da guardare, toccare, abiti che fanno sognare. Gioielli particolari, scarpe irresistibili. Ed elementi di design, quadri, lezioni di trucco personalizzato e con un ritorno in prodotti. Ma, soprattutto, uno spazio da vivere con Mariarosa, la sua squadra e tutti quelli che vogliono fare qualcosa, incontrarsi e conoscersi.

Lucia mi ha di nuovo coinvolto con il suo libro. Ormai siamo collaudate: ci diamo e ci togliamo la parola, siamo un metronomo, abbiamo ampie divagazioni sul tema, accorciamo o allunghiamo, leggiamo, ci guardiamo, rivolgiamo lo sguardo alla platea, cercando gli occhi di chi ascolta.

Lucia è esplosiva, non so definirla in altro modo. In questo "Siamo Così" ogni volta trovo un pezzetto di me, e le persone che ci ascoltano lo percepiscono, perchè vogliono la loro copia, perchè sanno che leggeranno anche solo una parte di questo vocabolario di parole nuove e troveranno anche loro una tessera di puzzle personale.

Lucia aggrega e conosce designer, creatrici di gioielli, personal shopper, pr e malcapitati (spesso uomini) e li intreccia tra loro con una parlantina che avvolge come un caldo gomitolo di mohair. La stessa lana che ieri Mari e Gian Marco mi hanno dato per la serata, insieme ad un abito che mi ha chiesto di comprarlo (non è colpa mia! Mi ha implorato!).

Parlo solo di donne, non è colpa mia. Perchè Lucia, Beatrice, Daniela, Giulia, sono le donne che ieri speravo di vedere. Altre volevo partecipassero, ma succederà. Perchè Annalisa se lo è perso, ma non può perdersi l'occasione di conoscere queste donne, non può. Perchè Isabella deve smettere di dare buca.

Parlo solo di donne perchè solo loro che mi "opzionano", perchè con loro mi voglio confidare.

Sarò anche noiosa, ho già scritto di questa bellissima opportunità, ma mi brillano gli occhi. Perchè Dicembre è arrivato, ultimo mese di questo anno di ricostruzione, insegnandomi ancora una volta, tra tutto questo amore, che dobbiamo regalarci molto, che non dobbiamo permettere a nessuno di invaderci e minare le nostre fondamenta.

Sono noiosa. Che ci posso fare!