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lunedì 24 novembre 2025

Molto più di un omaggio a Mia Martini


A volte accade che, mentre vivi nel momento, ti accorgi che quello resterà nella tua storia personale. 
Nel momento stesso in cui sta accadendo, quell'istante prende uno spazio all'interno del corpo, non solo nella mente, ma in un luogo imprecisato tra il cuore e lo stomaco. Per restarci. Per continuare ad emozionare anche nei giorni a venire. 

Domenica è accaduto questo. 
OPS!, Original People singing, ha nuovamente portato in scena a Corbetta qualcosa di irripetibile. Eppure, ormai, dovremmo saperlo: da undici anni a questa parte Alessandro Baronchelli, Patrizia Sevieri e il direttivo dell'associazione si impegnano a proporre eventi unici nel loro genere, spesso con la sola straordinaria forza della volontà e una capacità innata (tanto abusata nel termine, quanto rara, nella realtà): l'empatia. Quella che permette a questa piccola brigata di costruire legami solidi, duraturi, sinceri, con straordinari artisti della scena italiana. 

Domenica, dunque, Stephanie Ocean Ghizzoni è giunta da Verona insieme ai suoi musicisti, Anna e Marco Pasetto e Daniele Rotunno, per portare Mia Martini sul palco. L'ha portata fisicamente, con un dipinto fedelissimo realizzato da lei stessa, e con una straordinaria esibizione. Come è stato possibile che un'artista dal background soul, jazz, blues, funky e gospel si calasse perfettamente in un'interpretazione così, lo ha spiegato a inizio concerto Oriella Soncin, che da presidentessa di SonOriArte ha pensato a questo spettacolo. Da Bellinzona, Oriella non ha voluto mancare ed anzi ha delineato in pochi minuti la capacità interpretiva di Stephanie, così straodinariamente aderente alla sua idea. Solo lei avrebbe saputo cogliere tutte le sfumature di un'artista che ha tracciato una linea importante nella storia della musica italiana, insieme ad altre artiste e più di quanto la storiografia musicale sia, ad oggi, riuscita a riconoscere. "Se non canto non vivo", aveva detto un un'intervista dell'89 a Sanremo al suo ritorno, l'artista calabrese. 

Ed è stato così che centosessanta presenti in sala Aldo Savi hanno assistito a uno spettacolo unico, una vita cantata così. Nella musica e nella voce di Stephanie, che ha fatto sua Mia Martini senza stravolgerla, ma di fatto arricchendola, abbiamo trovato un oceano di emozioni. Abbiamo trovato una donna che ha affrontato il successo come le difficoltà, la fama come lo stigma sociale, le cadute e la rinascita con una classe, una potenza e una carica uniche. Un brivido ha percorso più volte la sala, soprendendo questo pubblico così eterogeneo e grato per l'opportunità che OPS! è riuscita nuovamente a regalare gratuitamente alla città di Corbetta. 

Un inedito "Amica Mia" ha accompagnato un repertorio di sedici successi, da "Mimì sarà" al bis, "Piccolo Uomo". Difficile spiegare quale tra "Gli uomini non cambiano", "E non finisce mica il cielo", "Minuetto" o una straordinaria "La nevicata del '56" arricchito dal ricordo personale di Stephanie abbia rappresentato il momento più alto della serata. E' stato tutto alto. Di un altissimo valore. 

C'è un aspetto in più che colpisce, non da poco. E' la gioia. La bellezza di OPS! di fare accadere le cose con una trasparenza e una semplicità percepita quasi al tatto. In molti, uscendo, hanno chiesto quale sarà il prossimo passo. Di certo e davvero vicine ci sono le attività legate ai mercatini di Natale a Santo Stefano Ticino e  Corbetta. Ma presto, in primavera, Original People Singing annuncerà un nuovo progetto, su un'opera originale. Sempre con questa straordinaria forza della volontà.

Non resta che seguire la pagina https://www.facebook.com/OPSCORBETTA


martedì 3 ottobre 2023

L'acqua salata

La cura per ogni cosa è l'acqua salata: sudore, lacrime, o il mare. Karen Blixen.

Io e Silvia ci siamo sempre volute bene e ultimamente ci sentiamo spesso. In modo asincrono, con messaggi scritti o vocali a raffica che arrivano al mattino presto, la sera tardi. Quando il pulviscolo tossico della vita incasinata in cui siamo immersi si posa e nitidamente riemerge il dolore. La mancanza di un marito che, in una calda mattinata di Luglio, ha scelto una linea ferroviaria e un treno regionale per togliersi la vita. Lei era al lavoro, lui non rispondeva al cellulare. E, una volta a casa, come ipnotizzata, è uscita fino ad arrivare lì, di fianco a quel treno fermo. 

Lui, così aggrappato alla vita. Il teatro, la divisa da arbitro, i giochi sempre diversi inventati per i bambini. Sì. Due figli piccoli. Lui che cucina, che si ritaglia la corsa mattutina prima di quel lavoro che adorava. Detronizzato professionalmente dopo anni di crescita, ha iniziato a scivolare sulle mille sfaccettature della sua esistenza, non riuscendo più a trovare grip. In nulla. Tanto sudore gettato per ridare un senso alle cose che, improvvisamente, lo hanno perso. 

Ci sono argomenti che non si possono toccare. Avvenimenti intorno ai quali non si parla, meglio di no, meglio così. Meglio girarsi dall'altra parte. Non esiste più nemmeno quella consuetudine al "dovere" che spinge a fare quella chiamata. Quella visita. Ai funerali, forse, meglio non presentarsi. Stare in disparte e scomparire. La manifestazione del dolore diventa quasi oscena, meglio nasconderla e, in fretta, dimenticarsene. Lacrime da non mostrare.

Quando una persona decide, di sua volontà, di mettere fine alla propria vita, ci si concentra solo su quest'atto finale. Certo: è quello definitivo. Da lì non si torna più indietro. Dopo quel gesto, è tutto cancellato, tutti i percorsi tracciati si interrompono, e tocca a qualcun altro chiudere definitivamente tutte le possibilità che questa vita, insufficientemente, ha fornito. Anzi, spesso queste possibilità non si vedono più: solo una stanza dalle pareti che si restringono intorno sempre di più, senza uscite di emergenza.  

Qualcuno lo chiama coraggio. O il coraggio della disperazione. Come se il gesto di togliersi la vita sia una decisione di un istante, il consiglio di una notte, una lampadina che si accende - o meglio - si fulmina all'improvviso. No.
Coraggio significa agire con il cuore e non è sempre la soluzione giusta, quando questo viene calpestato più volte. Si arriva al punto di aver la certezza di essere un peso per tutti. I momenti belli vengono vissuti come una breve parentesi che, senza di noi, sarebbero pure migliori. E forse è meglio togliere il disturbo, scrivere una parola fine alle lacrime e al sudore e immergersi in quel fondo che non si tocca mai. 

Silvia si ritrova così, vedova e con due bimbi orfani a cui ha scelto, con la giusta guida, di non nascondere nulla. In questo momento così doloroso deve esserci un solo, grande e incrollabile punto fermo: la verità. Vasta e tumultuosa come il mare, che causa domande difficili da soddisfare, tante lacrime, urla e calci e pugni tirati a un pungiball acquistato per l'occasione. Ha ricominciato a lavorare, scrive una lista di cose da fare tutti i giorni, perché sono tante e ci metterà molto tempo per smaltirle da sola. Un altro mare di incombenze in cui si ritrova immersa, suo malgrado, tutte da ricostruire. 

Come si torna a riemergere da tutto questo? Non da soli. Con un aiuto professionale, con un "come stai" davvero interessato e non di circostanza, e con il confronto. Lei vuole ascoltare le storie degli altri. Lei vuole capire e, un passo alla volta, un pezzetto al giorno, e scrollarsi da dosso un senso di colpa che non è suo. Quel mare nero, seppur così vasto, è difficile da capire davvero. Restano tutte le domande lì, sospese, quasi solide, a fare disordine in casa, a notte fonda, nei momenti di silenzio assoluto. Ma quel confronto le serve, fa ricerche, legge e chiama persone che hanno vissuto un distacco così definitivo. 

No, non se ne parla abbastanza. E' ora di vincere questo pudore.

martedì 5 settembre 2023

Le piume dell'angelo

Ci sono due donne che si guardano negli occhi davanti a una chiesa, quella di Masnago. Sono appena uscite sul sagrato, dopo la Messa e gli avvisi del giovanissimo prete sul Palio delle Contrade. Si tengono per le braccia, si guardano e gli occhi esprimono ancora più delle parole. 

Quella commemorazione esiste da dodici anni, da quando la legionella si è portato via un ragazzo sanissimo. Su alcune delle magliette c'è scritto "Ispettore", fatte quando alla Messa si aggiungeva un minitorneo di basket sempre lì, nel campo dell'oratorio. Da qualche anno, invece, ci si siede a tavola per una salamella, una birra e le patatine. 

Il tempo non cancella nulla.
Semmai, dice una, fa ricordare più cose belle.
Spesso all'improvviso, spesso in un gesto, spesso come un flashback. Ma il senso del vuoto, quello, diventa sempre più grande.
L'una è una compagna di Università di Stefano, l'Ispettore che negli anni più belli ha tenuto insieme il gruppo di studio intrecciando storie vere e inventate. Quel manipolo di persone, quelle radici riconosciutesi nel mare di studenti del 1998, sono diventate una grande pianta. Ognuno ha continuato a crescere senza di lui ma con lui come linfa. Non ci si vede più come prima, ma quando succede, una specie di magia cancella questo tempo che scorre incontrollato.

Quell'una ha trovato nella casella elettronica una serie di mail che Stefano aveva scritto sulla nonna, donna straordinaria, che è riuscito a salutare prima che lei morisse, e delle prospettive di lavoro, dopo alcune parentesi, tra cui una bellissima alla Pallacanestro Varese. E l'altra, la madre di Stefano, ascolta e ricorda. Sul suo viso passano tutti i sentimenti possibili.

E torna a illuminarsi per raccontare una piccola curiosità che si ripete da tempo. Oggi gli ho chiesto un segno, dice. Mi sono rivolta a lui, come se fosse nella sua stanza, ricordando la Messa di stasera. Sono entrata in Chiesa e sul tappetino c'era una piuma. Sai, troviamo tantissime piccole piume.
C'è questa sua amica che le raccoglie e le conserva e me lo dice. Lui le diceva sempre di sorridere, perchè era sempre troppo seria. E lei s'è tatuata sul polso "sorridi". 
Ogni volta che troviamo una piuma sorridiamo tutti. Il nostro angelo lascia il segno delle sue ali. 

Il tempo non cancella nulla. Ma noi lo onoriamo, cercando segni e con tantissimi ricordi per colmare il senso di vuoto che diventa sempre più grande. Della vita non trascorsa insieme, ma vissuta anche per te.

lunedì 6 febbraio 2023

L'Associazione Nerina cerca VET!


Hai presente quando ti trovi a invidiare chi cambia vita? 

Stai chiedendo all'universo qualcosa, e questa richiesta, prima o poi, arriverà da te. Però sta a te coglierla, poi. Riconoscerla. Darle il giusto valore. Metterla davanti a un milione di cose futili che ti fanno perdere la capacità di capire cosa vuoi davvero, anche se l'hai chiesto tu. 

Due anni fa, nel mio periodo sabbatico a Capo Verde, ho conosciuto Spartaco e Nathalie e la loro clinica veterinaria, Nerina. Prima di loro, anni, prima, avevo conosciuto una loro grande amica, Roberta, in escursione. Svizzeri italiani che, come me, hanno avvertito il magnetismo di Boa Vista e che hanno costruito qualcosa per sé e per gli altri. 

Ho raccontato la storia di questa clinica in un post sul blog di Trueboavista. Nell'ultimo periodo della mia permanenza, loro mi sono stati molto vicini a seguito di una brutta storta a un piede in diversi modi. E in questi mesi ho sempre pensato ad un modo adeguato per far conoscere la loro azione e sostenerli. Ho proposto ad alcuni periodici la loro storia, ma - anche quando scrivi - il tempismo è tutto, ancora più del come. 

Oggi Spartaco e Nathalie e il loro entourage cercano un veterinario. Offrono un alloggio, tutte le spese pagate, tutte le tasse pagate, internet e ovviamente uno stipendio. Si parte da tre mesi. 
No, il vet non ho imparato a farlo. Ma credo nelle connessioni e penso che questo post possa essere condiviso. Possa dare l'opportunità a qualcuno di vivere al Tropico per un po'. 

Una piccola domanda e una riposta, insomma. 

Vuoi saperne di più? 
www.associazionenerina.ch

venerdì 22 luglio 2022

Senza plastica si può! (ma non piace)

Era il 2019 quando Dana ha dato la svolta definitiva: niente più plastica nel suo chalet. E da quel momento non è più tornata indietro nella sua decisione. 

No, non siamo in una località di montagna, ma al mare, in Abruzzo, ad Alba Adriatica. Dove gli stabilimenti balneari hanno alle loro spalle tante casette, che prima di ogni trasformazione successiva somigliano molto alle semplici abitazioni di quota.
Il Piccolo Chalet
, ad esempio, conserva la struttura originaria, in legno e vetro, con una veranda affacciata verso il mare e grandi ombrelloni quadrati a fare ombra sulla piazzola, dove un tempo si ballava e ora si pranza e si cena coi sapori del mare.
Dana, rumena di nascita ma abruzzese per scelta e per amore, gestisce con il marito Cristiano il Piccolo Chalet da più tempo di chiunque altro, ad Alba Adriatica. È sempre stata molto attenta alla scelta dei materiali, al loro uso e all'abbattimento dello spreco, a casa come al ristorante.
Da tempo aveva ridotto la plastica, ma all'inizio del 2019 ha preso la decisione definitiva di eliminarla.
 

 "Non è stato facile", spiega Dana. "Ho iniziato a scegliere fornitori che utilizzano lattine e vetro per le loro bibite, o carta e cartone. Per il ristorante, usiamo tovaglie e tovaglioli di cotone bianco. Per cannucce, bicchieri e contenitori da asporto solo materiale riciclabile e compostabile, anche se costa molto di più. È una scelta consapevole che ha ridotto di almeno un quinto al giorno lo scarto della sera, ancora necessario per la cucina, gli involucri dei gelati confezionati e poco altro. Ma se fosse per me avrei escogitato qualcosa che eliminasse tutto, anche i sacchi stessi della spazzatura!". Dana è l'unica in tutta Alba a praticare con costanza e coscienza questa scelta, anche se, a volte, non raccoglie consensi.

"Vorrei una bottiglia d'acqua, per favore." "La trovo qui nel frigo rosso, poi mi riporti il vuoto, che è a rendere". "Ah. Non avete quelle di plastica?" Questo scambio di battute avviene ogni giorno, più volte al giorno. E, spesso, con rarissime eccezioni, la richiesta di riportare il vuoto genera, appunto, un certo stupore, se non fastidio. Eppure, si tratta solo di cambiare un'abitudine, educando i più piccoli a una visione più verde, piú attenta al pianeta.

O, forse, seguendo già quello che proprio i ragazzi hanno già capito prima dei genitori e dei nonni. Se ci si trova in spiaggia basta riporre le bottiglie nelle cassette lasciate appositamente presso le docce, oppure, dopo una passeggiata, basta riportarle al bancone del bar, o lasciarle su un tavolo dei gazebi esterni, anche la sera.
Alba Adriatica, luogo di villeggiatura perfetta per tutti e frequentata dalle famiglie spesso di generazione in generazione, sempre ventilata e dal lungomare ampio intervallato da una lunga e curatissima pineta, è un luogo ideale per il passeggio a piedi o in bicicletta, e riportare un contenitore indietro di qualche decina di metri non è poi così complicato. Senza contare che non si disperde nulla nell'ambiente...

Su questo, il Piccolo Chalet ricorda i centri di alcune capitali europee, dove si consuma all'aria aperta ma se si acquista nei piccoli market il vuoto va riportato. Sarà forse la natura cosmopolita di Dana e Cristiano, grandi viaggiatori, che ha ispirato questa pratica.

O forse, la voglia di fare un piccolo passo in più verso un rispetto che, a volte, diamo per scontato. Basta un piccolo passo laterale, un cambio di prospettiva, qualcosa da insegnare concretamente a chi sta crescendo con una sensibilità più sviluppata di noi, non solo teorica. E il "fastidio" scompare.

Senza plastica si può. Basta volerlo. Ma perchè Dana resta ancora l'unica?

sabato 15 gennaio 2022

Son queste le stelle che usciamo a riveder

C'è stato un tempo in cui nella mia vita ci sono state le lunghe telefonate. Dalle scuole medie alla mia laurea, più o meno. In un periodo che va dagli anni '90 al 2005 circa. Un periodo in cui - prima - al fisso il filo era sfruttato nell'intera estensione della sua morbida spirale perchè finivo seduta per terra e - poi - quando mi sono comprata il cellulare alla fine degli anni '90 e si studiavano tutti i piani possibili per parlare con il numero preferito. E quel numero preferito c'era, ed era bellissimo spendere tutti i centesimi in un mare di parole, prima e dopo averne usate un altro mare dal vivo, e scritte anche in tutti gli sms possibili, sfruttando il numero limitato di caratteri di allora. 

La pandemia ha reso difficile la vicinanza fisica ma la tecnologia ha regalato ancora di più rispetto a prima una prossimità differente. Virtuale. L'ha restituita con i vocali, con le videochiamate e le telefonate. Ha accorciato quelle distanze che allora, nel tempo passato, c'era e non era colmabile in questo modo. Ha riavvicinato i confini del mondo. Oggi, raccontando per l'ennesima volta il mio viaggio dei venti anni in Australia alla mia cuginetta adolescente, le ho dovuto spiegare perchè e come fosse così differente. E come stare a Capo Verde cinque mesi, lo scorso anno, fosse invece stato decisamente più semplice.

Ma anche se tutto cambia, come è giusto che sia per noi esseri umani naturalmente portati a evolverci continuamente, la bellezza di certi legami resta e stupisce ogni volta che si trovano. Può essere un messaggio breve che propone un pranzo, cui si aggiunge una passeggiata a Milano, da parte di chi hai incontrato sul lavoro ma che è rimasto. Quell'annuncio mandato perchè mi hai pensata. Quell'articolo che fa al caso mio. Il video che mi farà ridere, lo sai già. Può essere quella telefonata nella notte, che dura un'ora e mezza come quel tempo andato ma senza filo allungato, con il cellulare appoggiato sul cuscino e lo sguardo perso nel buio, ma che scorre immagini impresse nella memoria e ne crea altre nuove e diverse. O solo un saluto, perchè ci siamo.

La fortuna è di aver saputo gettar fili a spirale lunghi, e invisibili. Che si allungano fino alla massima estensione o restano morbidi, che non devono necessariamente essere attivi sempre, perchè sono straordinari solamente per il fatto di esistere. La fortuna è che quando quei collegamenti si attivano, o riattivano, è come se fosse passato un giorno. Mi piace pensare che sono questi legami fatti di rapporti veri e autentici e sempre al momento giusto che rendono questo mondo migliore. Al di sopra di ogni interferenza. Al di sopra di ogni differenza. Al di sopra di ogni distanza fisica e temporale.

giovedì 31 dicembre 2020

Cosa vuol dire rinascere

È notte; fonda. 
Il lampo filtra tra le persiane non perfettamente abbassate e si riflette sullo specchio appeso alla parete sulla parte opposta della stanza. 
Piove; a dirotto. 
Il rumore della pioggia che batte sulle mattonelle del giardino si mischia al tintinnio ritmico degli sgocciolatoi, delle grondaie. Piove a pochi metri da me, ferma immobile in un letto fin troppo grande e con un cuscino rosso da abbracciare. 
Ma non ho paura; non ne ho avuta mai. 
Immagino come mi piacerebbe che i troppi pensieri cadessero tutti insieme, come uno scroscio di pioggia estiva; così, improvvisi. E poi sgombrare in fretta. Quei pensieri che ti portano a credere di essere sempre un pochino sbagliata, un po' stonata, un po' fuori ritmo. 
Mentre tu vorresti averlo, un ritmo, fosse anche quello veloce e forte e monotono come la pioggia forte. 
Sì. In certi momenti vorresti perfino questo.


Che cos’hai paura di lasciare andare?
Le domande migliori sono quelle che arrivano senza preamboli. Sono quelle fatte dalle persone che non mirano tanto a riempire un vuoto discorsivo, né a provocarti. Sono quelle poste da persone che hanno davvero interesse nel capire cosa ti sta succedendo. Cosa ti passa per la testa. Qual è il nodo della questione.

Che cos’hai paura di lasciare andare?
C’è una bella differenza tra desiderare un cambiamento e cambiare. Eppure, la maggior parte del tempo, quello non buono, è trascorso confondendo le due cose. La confusione è stata spesso protagonista, ripiegata così tanto su se stessa da pretendere aiuti provvidenziali che pur sono arrivati, senza andare al nodo della questione.

Che cos’hai paura di lasciare andare?
Un minuto netto: il tempo che ho impiegato prima di scrivere quella risposta. Forse ho paura di ricominciare ancora una volta. E ancora una volta rovinare tutto, o non saper cogliere il meglio.
Prima di quest’anno l’ho sempre pensata così. Ed è stato un anno in cui ho fatto diecimila passi avanti, in cui forse me ne mancano sempre cento per scavallare. Sto sempre correndo in quel campo di calcio infinito giapponese, ma non sono ancora Holly, non ho ancora tirato in porta.

Quando ero al Liceo avevo paura di scegliere qualcosa che mi avrebbe precluso la vera strada, e quella sensazione non mi ha mai più lasciato. La sensazione di fare non le migliori scelte, di arrivare corta alla misura perfetta della mia felicità. Mi sono data la decina d’anni per calibrare e accogliere tutto come è arrivato: i grandi viaggi, il grande amore, i lavori, le passioni. E poi ho riposto tutte le aspettative di trovare la misura perfetta nei mei trent’anni. È qui che sono caduta.

Non ho fallito. Ma mi sono chiesta mille volte se avevo già avuto tutto. Se la dimensione perfetta fosse arrivata e non l’avessi riconosciuta, nel mezzo di tutta quella trance agonistica, quella gara (anche) contro me stessa. Mi veniva solo da piagnucolare, e quel piagnucolìo veniva mal tollerato dagli amici e di conseguenza soffocato sul nascere da me, che non mi sopportavo. A nessuno piace stare accanto a una persona così; vedevo a tratti l’insofferenza riflessa negli altri. Avevo paura di perderli, con lo strano effetto di isolarmi sempre di più proprio nel tentativo di non farlo. Quante volte ho detto sì senza poter poi saperne essere all’altezza. Saper essere adeguata.

Eppure non ho mai mollato davvero. Quest’anno ha squarciato un velo; quella confusione, quel groviglio appuntito di pensieri ha avuto il tempo di dipanarsi. Un conto è desiderare di cambiare, un conto è farlo: quando le condizioni sono diventate insostenibili, ho scelto. E poi ho deciso di tornare nella mia pelle. Un amico mi ha chiesto perché per me è così importante perdere peso; dovevo ritrovarmi, gli ho riposto. Riconoscermi.

Allora lascia andare quella paura di fallire, perché non ti appartiene.
Lascia andare questa paura di non farcela.
Ogni cosa arriva al momento giusto.
Impara a credere ed avere fiducia.

Buon 2021 a me.
Prima o poi Holly bucherà la rete.

domenica 29 novembre 2020

Ne abbiamo tante, di Scatole piene!


Quante volte ci siamo detti: ecco l'idea giusta! O meglio, ecco la formula giusta, di un'idea che frulla da mesi e mesi nella testa. Eccola, la formula: si chiama Scatole di Natale. 

Scatole di Natale nasce a Milano, inizialmente riguarda la città (ma si allarga subito) ed esprime in pieno lo spirito di condivisione che la pandemia ha stimolato in molti di noi. Basta una scatola delle scarpe da riempire con pochi componenti: qualcosa che scaldi (dai calzini, al maglione, alla sciarpa, al cappellino), qualcosa per la cura di sè (saponi, creme, profumi), qualcosa che diverta (giochi, libri, musica), qualcosa di goloso e un biglietto di auguri sincero, che arriva al cuore più di qualsiasi oggetto. E queste cose possono essere nuove acquistate, nuove mai usate di cui sono piene le nostre case, usate come nuove e integre, in corso di validità. Buone come il vento che le muove.

Ieri sera leggevo i post di un gruppo di Facebook composto da professioniste della comunicazione, ed ecco Francesca che espone questa iniziativa. Le scrivo, e ci rendiamo subito conto di conoscerci già da tempo: abbiamo amici in comune che lavorano nel mondo del giornalismo e dello sport, noi due ci siamo presentate anni fa. E allora rilancio, in questa partita ideale: faccio da punto di raccolta e vengo io a portare il tutto, per i prossimi due sabati. Facciamo rete, con Francesca, allargando il campo di gioco a Simona e Marion. Simona è la mente insieme a me del progetto fotografico Bastano gli Occhi, che raccoglie frammenti di storie professionali e personali di vita che continua oltre la mascherina e con tutta la forza dello sguardo; Marion è invece il motore logistico di Scatole di Natale, che ha ideato e sta organizzando di fatto la raccolta, accogliendo come con noi tutte le richieste di collaborazione. Francesca è contentissima perchè è una delle prime a condividere il Marion-pensiero: non sono solo io a proporre la rete. L'idea ha fatto gol, sfuggendo dai guantoni della naturale diffidenza con cui ormai accogliamo una proposta.

In sostanza, quindi, per Santo Stefano Ticino il punto di raccolta sarà lo Studio di Architettura Negrini Simona. Chi vorrà può portare la propria Scatola di Natale lì, in Vicolo Sant'Anna 2/A. O le proprie scatole, rivestite con carta o disegni, decorate come si desidera, ma corredate con una scritta in un angolo che spieghi se il regalo è destinato a un bimbo, una bimba (e l'età, più o meno), una donna o un uomo. Ma i punti di raccolta sono tantissimi: sulla pagina c'è un lungo elenco, e crescono proprio mentre sto scrivendo questo post, a Magenta, a Corbetta, in moltissimi posti e presso privati.  

Marion è sommersa dalle richieste, dunque. In 48 ore sono arrivati 5.000 like alla pagina Facebook, è presente anche su Instagram e il cellulare non smette un attimo di squillare, il whatsapp è caldo, i commenti sono tantissimi. Ha centrato il punto: la formula giusta che tutti noi possiamo applicare. La ricetta con pochi e semplici elementi che tutti abbiamo, conditi dall'affetto delle parole. Un modo per starci vicino senza filtri. 
Scatole di Natale ci rende tutti amici. I miei, ad esempio, ogni anno organizzano la tombola dei regali riciclati alla Befana. Questa idea, per quest'anno così particolare, la anticipa e la rende possibile a migliaia di noi. 

Saremmo molti, nei prossimi due sabati, a raggiungere il magazzino di San Siro. Carichi di Scatole di Natale colorate e utili, che alleggeriscono le nostre case spesso piene di doppioni e riempiono il nostro cuore. Ne abbiamo tante, di Scatole piene, e un'iniziativa come questa non toglie nulla alle altre di Natale. Semmai ci rende tutti più ricchi.

lunedì 16 marzo 2020

Il più bel compleanno di sempre

E' che, in effetti, compiere gli anni in queste settimane non dev'essere bellissimo. Ci pensavo l'altro giorno, ma, se non altro, per ognuno di noi ce ne sono stati altri molto belli. E per chi ha compiuto il primo, ad esempio, resteranno foto di sorrisi e i racconti di chi può ricordarlo e raccontarlo, in futuro.
Eppure, sono sicura che per Nino questo è stato il più bel compleanno della sua vita. Anche se lo ha dovuto passare da solo, sono sicura che questo lo racconta così, fin dal giorno dopo.

Lo conosco da quando sono bambina. L'amico dello zio, che è passato dal ciuffo laccato e la Uno turbo al matrimonio e tre figli mai perdendo di vista quello che è, mai snaturandosi e con accanto, appunto, gli amici di sempre. E lui pure, da ragazzi con il lupetto, o la maglietta con le maniche arrotolate, a padre di famiglia amorevolissimo. Hanno due lavori un po'...impegnativi, lo zio e Nino. Il primo fa il ferraiolo (non il fabbro, eh: il ferraiolo); il secondo è giardiniere. Tanto lavoro, tanto freddo e tanto caldo, tante ore, tanta fatica. Eppure, quando li vedo insieme, tutto questo non c'è.

Da molto tempo, i reni di Nino hanno iniziato a non funzionare più come prima. E le cose si sono complicate, per quest'uomo nel fiore degli anni. La vita ha imposto altre priorità e ha seminato dei nuovi ostacoli. La pancetta del benessere è via via sparita, quell'abbronzatura perenne che stava così bene sulla pelle olivastra ha iniziato ad avere una sfumatura diversa, grigiastra. E poi è iniziato un percorso più doloroso, difficile da spiegare a chi non lo ha provato, che lo ha portato alla dialisi.

La forza di questo ragazzo è cambiata. Ha fatto i bagagli, si è rintanata tutta all'interno del suo addome per allineare i giorni, per affrontare i viaggi verso il centro, per continuare a lavorare. Per riposare quando possibile, per mantenere alto l'umore, per sperare. Perchè presto la speranza ha avuto un nome. Presto, il momento di incertezza si è concretizzato intorno a un'unica soluzione: il trapianto. Con tutte le incognite del caso, con la ricerca di compatibilità in famiglia e fuori e con la famosa quanto ignota lista d'attesa.

E' passato molto tempo. La terapia ha subito diverse modifiche, i chili sono via via diminuiti, ci sono stati momenti migliori e altri peggiori, sempre con l'attesa, lì in un angolo. Chissà cosa significa vivere con un'incognita in più. Non una qualsiasi, ma da cui la vita dipende come un altro filo della Parca, come se lei avesse una forbice con una doppia lama.

Chissà come stato ricevere quella telefonata, il giorno del compleanno di Nino, ai tempi del Coronavirus. Che cosa significa sentirsi dire che l'attesa è finita, cosa significa fare una valigia e riporci dentro la speranza di anni, e affrontare a Varese quell'operazione che ha di nuovo permesso alla sua forza di uscire e tornare a manifestarsi fuori dall'addome, da dove si era rannicchiata. E passare giorni da solo, in ospedale, a rifiorire in mezzo ad altre vite, tutti di nuovo appesi a un'unico filo.

Lo sa solo lui, Nino, che non è mai cambiato. Ma che ora può di nuovo decidere come spendere il suo tempo, dopo il compleanno più bello di sempre.

lunedì 24 giugno 2019

Più snelli a teatro

Colazione da re, pranzo da principe, cena da povero”. Che cosa c’è all'origine di un detto che si tramanda dalla notte dei tempi? Ci sono tante verità, che poi si condensano in un proverbio come questo, ma che ha conferme in vari ambiti del nostro sapere, anche meno popolare.

Gianluca Macario, medico e nutrizionista, lo sa bene e lo applica nel suo quotidiano studio della salute dei suoi pazienti. Perché questo il punto fondamentale delle sue continue ricerche: una buona pratica da seguire come un filo rosso per tutta la vita per prevenire l’insorgenza di malattie legate alle cattive abitudini alimentari.
Come scoprire i suoi segreti, che in realtà fanno parte della storia dell’uomo fin dagli albori? Con uno spettacolo teatrale sorprendente.Lunedì 1 Luglio, alle 20.45, andrà in scena “Colazione da Re. La storia della piramide calorica: come ci siamo inventati l’obesità”. All’Auditorium Padre Reina di via Filippo Meda 20, a Rho, Giovanni Gorla e Ilaria Macario della Compagnia Teatrale “Le Schegge”, metteranno in scena uno spettacolo, scritto e diretto dalla stessa Ilaria Macario, in cui ci si immergerà in situazioni in cui il pubblico porrà trarre insegnamento.
All’interno di questa pièce, vero e proprio teatro terapeutico, si innesterà uno straordinario monologo del dott. Gianluca Macario che, attraverso la Storia, l’Antropologia, la Fisiologia umana, l’Arte e la Filosofia porterà gli spettatori a ragionare sulla natura dell’essere umano e dei suoi bisogni. Uno spettacolo nello spettacolo, introdotto da Marco Tizzoni del network civico “Gente Dì” e presentato dallo speaker di Radio Reporter Emilio Bianchi. Una radio che il dottor Macario conosce bene, in cui conduce una rubrica seguita e amata, a contatto con i radioascoltatori.
Un’occasione unica, a entrata libera, per ripensare alle proprie abitudini alimentari senza privazioni e senza eccessi, ma riscoprendo una pratica millenaria, scritta nel nostro DNA. Per informazioni, segreteria@dottormacario.it

domenica 12 maggio 2019

Delle città e delle Immensità

Non diresti mai quante persone lavorano in un luogo, finchè non le vedi tutte riunite.
Il motivo è semplice: non si lavora mai contemporaneamente e tutti in un luogo. Ci sono i turni, ci sono le trasferte, ci sono ruoli che portano lontani, ci sono riposi da rispettare, c'è lo smartworking.
Non lo diresti di moltissimi posti; mi verrebbe da scrivere in tutte le mie esperienze; certamente quasi in tutte, certamente in tutte quelle più importanti per me.

Non è semplice radunare i gruppi di lavoro, nemmeno quando è l'azienda a organizzarlo. Si scelgono delle date, si decide cosa fare, si verificano le disponibilità, si manda comunicazione a tutti. C'è un bel lavoro anche su questo: lo sa bene la Patty che ha appena organizzato per la sua azienda un convegno a Budapest, con tanto di turistic team building; due anni fa ho vissuto anche io una bellissima esperienza in barca a vela. Eppure manca sempre qualcosa, o qualcuno. Quanto poi si diventa ex colleghi tutto potrebbe complicarsi.

Potrebbe. Finchè non ci si prova. Finchè non arriva un messaggio e nel giro di pochi giorni si trova un giorno e un luogo, e il dove non ha importanza, perchè basta stare insieme.
Basta arrivare all'appuntamento e andarsi incontro, abbracciarsi, baciarsi e guardarsi negli occhi. Guardarsi per cancellare quello che non serve: i quattro anni che sono passati, come una camicetta troppo stropicciata perchè indossata ormai da molte ore. Si cancella anche il dolore di averlo perso, quel luogo che invece aveva un'importanza fondamentale, quel dolore che si è tramutato in questo legame che non finirà mai con queste persone, tutte diverse e con strade diverse e con obiettivi diversi; un dolore che prima applicavo a tutto l'orizzonte e poi ho ridimensionato fino a chiuderlo in una piccola, piccola scatola che ho dimenticato di avere, è lì in qualche luogo del cervello, ma non ha importanza. Quando smetti di addolorarti per quello che manca, ti accorgi di tutto quello che c'è.

Guardarsi, e capire quanto è stato importante farlo, quel gruppo. Allora non me ne sono resa conto, almeno, non con quella intensità. Ma venerdì trovarsi è stato un regalo grandissimo. Certo, non eravamo tutti; qualcuno non è arrivato, qualcuno non può farlo mai più, ma il pensiero ci ha abbracciato lo stesso. Il regalo è stato grandissimo perchè questo gruppo ha travalicato i confini professionali (altissimi) e ha tenuto aperte altre scatole, più grandi, stavolta nel cuore. Il regalo è quello di aver avuto la fortuna di incontrarli, tutti. Davvero tutti.

La fortuna è che mi era già successo, tra l'università e il periodo immediatamente successivo. Ma questo gruppo, adulto, eterogeneo, complicato, disarmonico e in altri momenti non così unito, insegna in un altro momento della vita l'importanza dell'incontro e del ricordo, della forza che scaturisce anche dai grandi dolori.
Negli ultimi quattro anni ho costruito altre cose; ho incontrato moltissime persone e forse, un giorno e con un po' di quella fortuna, alcune di queste saranno importanti al di fuori dei luoghi e al di fuori del tempo. Solo così la fatica, o i dolori piccoli e grandi che siano, possono avere un senso. Solo così i luoghi potranno essere anche importanti.
Solo così l'anima si riaccorda.

giovedì 27 dicembre 2018

Il fantasma di Cornaredo

Siamo avanti, siamo all'avanguardia.
Siamo alternativi, siamo sempre nuovi, provocatori, siamo originali.
Siamo noi i migliori di tutti i tempi. Il passato ci fa un baffo.
O forse no.

Perchè, mentre stai cercando di non addormentarti dopo il pranzo delle feste, l'ennesimo, quello di Santo Stefano, salta fuori una storia incredibile del passato che sovverte la percezione di essere, oggi, tutto e il contrario di tutto.
Si scherzava sul fatto di andare in pensione a quarant'anni, insieme al fratello di mio cognato. C'era anche Paolo, con le sue gemelle di poco più di un anno. Cosa possiamo fare per monetizzare? Vome possiamo fare per smettere di lavorare e senza reddito di cittadinanza?

Si dovrebbe avere un'idea geniale, come quella del fantasma di Cornaredo.
Come, prego?

Ed ecco la storia di questo pazzo geniale. Nel 1971, a Cornaredo, un uomo appariva sul muro del cimitero. Come spesso accade, i ricordi dei presenti si contraddicono, ma la sostanza è questa. Era nudo? Chi lo sa. Sicuramente si copriva con un lenzuolo bianco. Ma tutte le sere? No, non c'era regolarità nelle apparizioni, nè sugli orari. Appariva in modo imprevedibile, a orari sempre diversi.
E il pubblico cresceva. Faceva caldo, e i ragazzi si davano appuntamento fuori dal cimitero. Dove andiamo stasera? Ma al cimitero di Cornaredo, ovviamente.
I bar erano sempre pieni. E, addirittura, davanti al luogo dell'eterno riposo erano comparsi pure i camioncini dei panini. Dove si va, in questa calda notte di Settembre? Ma a Cornaredo! A vedere - o a non vedere - quel velocissimo ragazzo saltare sul muro e tra le tombe, seduto su un muretto, o nel campo, o ai tavolini del paese, ma insieme.

La storia divenne così famosa che un giornalista, Romolo Amicarella, riuscì a portarla all'attenzione nazionale. Il genio di bianco coperto non venne mai acchiappato ? No, assicurano i presenti. I Carabinieri arrivavano, spesso tardi, o spesso non lo trovavano. Probabilmente una tomba semi aperta e un anfratto buio giocava a favore del fantasma, che scompariva sotto i loro occhi. Fino alla prossima esibizione. Mi piace pensare all'adrenalina di questo performer sconosciuto, la pianificazione della sua messa in scena, il brivido di correre davanti ad un pubblico altrettanto carico di quella piccola eccitazione, di quel piccolo brivido per la scorrettezza, per la non convenzionalità. Per qualcosa che non si fa, ma non fa male a nessuno.

No, non ci inventiamo nulla; ma noi "ragazzi" ci siamo divertiti molto a pensare come sarebbe stato oggi, senza macchine fotografiche analogiche ma con strumenti diversi. Forse la magia e il divertimento sarebbero spariti subito, rivelati da occhi tecnologicamente più avanzati, ma sai il business, Paolo?

Siamo poi così diversi dai quei giovani di 47 anni fa?

giovedì 23 ottobre 2008

Niente è mai lontanamente sufficiente?

"Sei sola con te stessa, la tua felicità non dipende più da un fidanzato o dai tuoi genitori. Sei completa e felice, o cerchi di esserlo, autonomamente. Io ero in crisi perché non avevo capito che vado bene così, unica e solitaria (anche sposata con figli, parlo in assoluto). L'ho realizzato camminando nel grand canyon. Mi sembrava che mancasse qualcosa perché non potevo condividere il momento con nessuno. E invece no. Sai che c'è? Che era perfetto così, io ero lì e questo era più che sufficiente.
Ma perché non c'è niente di mai lontanamente sufficiente? Hai passato lo scritto e guarda cosa devo sentire. Rileggi per piacere quello che mi hai mandato. Rileggi e medita la gravità di quello che dici. Io sono certa che nove persone su dieci ci vedono e dicono: super impegnate, in gamba. Nel lasso di tempo che serve a quasi tutti per cercare di capire cosa fare nella vita, noi superiamo esami concorsi dottorati volontariati di vario tipo (anche calcistici), lavoriamo. Passiamo oltre".

Lei mi perdonerà per averlo fatto: pubblicare quello che mi ha scritto, rispondendo ad una laconica mail. Ma non posso, non devo, non voglio che queste parole vadano perdute. Preziose, importanti. Per aiutarmi a trovare nuovi stimoli.

Grazie, mia cara Sizza.

domenica 21 settembre 2008

Isola felice, almeno così pare

Lei non parla mai di se stessa.

E' curiosa, allegra, chiassosa, irriverente. Ma soprattutto, ha un sorriso radioso, aperto, disarmante. Talmente Sorriso che molti ne sono infastiditi e pensano che sia un po' vuota, dietro.

Lei non vuole che si parli di lei: i suoi sogni, le sue idee, ma anche le delusioni e i problemi, li chiude dentro il suo cuore e decide lei se, come e quando tirarli fuori. Ma non ammette che siano gli altri a iniziare il discorso sulle sue cose.

Lei ha lo stesso bisogno di essere ascoltata, compresa, amata, anche se tutti i suoi amici pensano che sia felice così, che basti sorridere. Per carità, non è poco: è moltissimo, le permette di essere una forza della natura. Ma non basta essere un'isola felice.