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mercoledì 1 ottobre 2025

Cosa ci insegna la morte

Stasera ho stappato una bottiglia di vino rosso. 
Ho preso un calice, ampio, di quelli riposti per le occasioni. E ho versato tre quarti di bicchiere. 

Oggi è una giornata di morte, lo scrivo senza giri di parole. Già dal primo mattino al lavoro è giunta la notizia di un incidente stradale, oltreoceano, che ha strappato alla vita la giovane figlia di un uomo che ha lavorato in azienda sempre, da poco tempo in pensione. E' una strana sensazione assistere ad una vicinanza corale che non è mia, perchè sono arrivata dopo. E' come camminare in punta di piedi tra i ricordi e i racconti e una commozione tangibile, duratura. Capire come stare vicina e contemporaneamente ai margini di un dolore autentico dei colleghi. E' stata una grande lezione di ridimensionamento, improvviso, di tutti i problemi che lasciamo giganteggiare ogni giorno, convinti che lo siano davvero, e non lo sono affatto.

E poi sono arrivata a casa e, dal parcheggio interno, attraversando il giardino antistante al mio palazzo, mi sono accorta della coccarda funebre appesa al cancelletto, verso l'esterno. Coi passi pesanti, nelle scarpe che mi hanno fatto male tutto il giorno, sono uscita verso la strada per scoprire il nome.
Sandro. 
In quindici anni qui, ho incrociato quest'uomo coi baffi innumerevoli volte. Soprattutto alle 4 di mattina, quando attraversavo longitunalmente Milano per il turno del mattino alla radio. Ci trovavamo al buio, al freddo, grattando il gelo dal vetro della mia C3 e della sua Audi, a scambiare qualche parola, subito rappresa in una piccola nuvoletta in almeno tre stagioni all'anno. Sempre cortese, sempre spiritoso. Vederlo, dava alla messa in moto e al mio tragitto di 35 chilometri uno sprint in più. Ogni singola volta. 
Dopo, sono arrivati altri lavori (miei) e la pensione (sua). E altre auto mie, perchè la C3 mi ha abbandonato ed è stata sostituita, per anni, da una serie più o meno longeva di auto aziendali dalle forme più svariate, fino alla Golf. La sua Audi coupè, invece, immutata, splendida, dello stesso argento lucente, invecchiava benissimo. Parlavamo di questo avvicendamento, scherzandoci su, sempre con lo stesso garbo, lo stesso spirito cortese. 

Poi l'ho visto deperire. La vita ci cambia in un modo che difficilmente possiamo prevedere. Ne parlavo ieri con Laura, citando Manzoni: la falce si abbatte su steli robusti e giovani germogli, senza guardare in faccia nessuno. Niente, però, che preannunciasse questo epilogo. 
Aveva rotto il femore. Hanno sconsigliato l'operazione, per le condizioni generali, ma quell'osso lungo non aveva in autonomia fatto progressi. E lui, Sandro, con quei baffi così belli, come quelli di papà da giovane, ha incoraggiato i medici ad operarlo, pur conoscendo le scarse probabilità. 

Sono andata da suo figlio Paolo, stasera. Lui, la moglie, la bimba e la madre mi hanno pure ringraziato ma, ancora una volta, la lezione l'ho imparata io.
Non vendete l'Audi, ho detto. 
Ho tenuto le lacrime per dopo, fuori dalla loro porta, e poi ho stappato la mia bottiglia. 

Domattina metterò quel profumo che uso solo qualche volta. 

martedì 3 ottobre 2023

L'acqua salata

La cura per ogni cosa è l'acqua salata: sudore, lacrime, o il mare. Karen Blixen.

Io e Silvia ci siamo sempre volute bene e ultimamente ci sentiamo spesso. In modo asincrono, con messaggi scritti o vocali a raffica che arrivano al mattino presto, la sera tardi. Quando il pulviscolo tossico della vita incasinata in cui siamo immersi si posa e nitidamente riemerge il dolore. La mancanza di un marito che, in una calda mattinata di Luglio, ha scelto una linea ferroviaria e un treno regionale per togliersi la vita. Lei era al lavoro, lui non rispondeva al cellulare. E, una volta a casa, come ipnotizzata, è uscita fino ad arrivare lì, di fianco a quel treno fermo. 

Lui, così aggrappato alla vita. Il teatro, la divisa da arbitro, i giochi sempre diversi inventati per i bambini. Sì. Due figli piccoli. Lui che cucina, che si ritaglia la corsa mattutina prima di quel lavoro che adorava. Detronizzato professionalmente dopo anni di crescita, ha iniziato a scivolare sulle mille sfaccettature della sua esistenza, non riuscendo più a trovare grip. In nulla. Tanto sudore gettato per ridare un senso alle cose che, improvvisamente, lo hanno perso. 

Ci sono argomenti che non si possono toccare. Avvenimenti intorno ai quali non si parla, meglio di no, meglio così. Meglio girarsi dall'altra parte. Non esiste più nemmeno quella consuetudine al "dovere" che spinge a fare quella chiamata. Quella visita. Ai funerali, forse, meglio non presentarsi. Stare in disparte e scomparire. La manifestazione del dolore diventa quasi oscena, meglio nasconderla e, in fretta, dimenticarsene. Lacrime da non mostrare.

Quando una persona decide, di sua volontà, di mettere fine alla propria vita, ci si concentra solo su quest'atto finale. Certo: è quello definitivo. Da lì non si torna più indietro. Dopo quel gesto, è tutto cancellato, tutti i percorsi tracciati si interrompono, e tocca a qualcun altro chiudere definitivamente tutte le possibilità che questa vita, insufficientemente, ha fornito. Anzi, spesso queste possibilità non si vedono più: solo una stanza dalle pareti che si restringono intorno sempre di più, senza uscite di emergenza.  

Qualcuno lo chiama coraggio. O il coraggio della disperazione. Come se il gesto di togliersi la vita sia una decisione di un istante, il consiglio di una notte, una lampadina che si accende - o meglio - si fulmina all'improvviso. No.
Coraggio significa agire con il cuore e non è sempre la soluzione giusta, quando questo viene calpestato più volte. Si arriva al punto di aver la certezza di essere un peso per tutti. I momenti belli vengono vissuti come una breve parentesi che, senza di noi, sarebbero pure migliori. E forse è meglio togliere il disturbo, scrivere una parola fine alle lacrime e al sudore e immergersi in quel fondo che non si tocca mai. 

Silvia si ritrova così, vedova e con due bimbi orfani a cui ha scelto, con la giusta guida, di non nascondere nulla. In questo momento così doloroso deve esserci un solo, grande e incrollabile punto fermo: la verità. Vasta e tumultuosa come il mare, che causa domande difficili da soddisfare, tante lacrime, urla e calci e pugni tirati a un pungiball acquistato per l'occasione. Ha ricominciato a lavorare, scrive una lista di cose da fare tutti i giorni, perché sono tante e ci metterà molto tempo per smaltirle da sola. Un altro mare di incombenze in cui si ritrova immersa, suo malgrado, tutte da ricostruire. 

Come si torna a riemergere da tutto questo? Non da soli. Con un aiuto professionale, con un "come stai" davvero interessato e non di circostanza, e con il confronto. Lei vuole ascoltare le storie degli altri. Lei vuole capire e, un passo alla volta, un pezzetto al giorno, e scrollarsi da dosso un senso di colpa che non è suo. Quel mare nero, seppur così vasto, è difficile da capire davvero. Restano tutte le domande lì, sospese, quasi solide, a fare disordine in casa, a notte fonda, nei momenti di silenzio assoluto. Ma quel confronto le serve, fa ricerche, legge e chiama persone che hanno vissuto un distacco così definitivo. 

No, non se ne parla abbastanza. E' ora di vincere questo pudore.

lunedì 6 febbraio 2023

L'Associazione Nerina cerca VET!


Hai presente quando ti trovi a invidiare chi cambia vita? 

Stai chiedendo all'universo qualcosa, e questa richiesta, prima o poi, arriverà da te. Però sta a te coglierla, poi. Riconoscerla. Darle il giusto valore. Metterla davanti a un milione di cose futili che ti fanno perdere la capacità di capire cosa vuoi davvero, anche se l'hai chiesto tu. 

Due anni fa, nel mio periodo sabbatico a Capo Verde, ho conosciuto Spartaco e Nathalie e la loro clinica veterinaria, Nerina. Prima di loro, anni, prima, avevo conosciuto una loro grande amica, Roberta, in escursione. Svizzeri italiani che, come me, hanno avvertito il magnetismo di Boa Vista e che hanno costruito qualcosa per sé e per gli altri. 

Ho raccontato la storia di questa clinica in un post sul blog di Trueboavista. Nell'ultimo periodo della mia permanenza, loro mi sono stati molto vicini a seguito di una brutta storta a un piede in diversi modi. E in questi mesi ho sempre pensato ad un modo adeguato per far conoscere la loro azione e sostenerli. Ho proposto ad alcuni periodici la loro storia, ma - anche quando scrivi - il tempismo è tutto, ancora più del come. 

Oggi Spartaco e Nathalie e il loro entourage cercano un veterinario. Offrono un alloggio, tutte le spese pagate, tutte le tasse pagate, internet e ovviamente uno stipendio. Si parte da tre mesi. 
No, il vet non ho imparato a farlo. Ma credo nelle connessioni e penso che questo post possa essere condiviso. Possa dare l'opportunità a qualcuno di vivere al Tropico per un po'. 

Una piccola domanda e una riposta, insomma. 

Vuoi saperne di più? 
www.associazionenerina.ch

venerdì 22 luglio 2022

Senza plastica si può! (ma non piace)

Era il 2019 quando Dana ha dato la svolta definitiva: niente più plastica nel suo chalet. E da quel momento non è più tornata indietro nella sua decisione. 

No, non siamo in una località di montagna, ma al mare, in Abruzzo, ad Alba Adriatica. Dove gli stabilimenti balneari hanno alle loro spalle tante casette, che prima di ogni trasformazione successiva somigliano molto alle semplici abitazioni di quota.
Il Piccolo Chalet
, ad esempio, conserva la struttura originaria, in legno e vetro, con una veranda affacciata verso il mare e grandi ombrelloni quadrati a fare ombra sulla piazzola, dove un tempo si ballava e ora si pranza e si cena coi sapori del mare.
Dana, rumena di nascita ma abruzzese per scelta e per amore, gestisce con il marito Cristiano il Piccolo Chalet da più tempo di chiunque altro, ad Alba Adriatica. È sempre stata molto attenta alla scelta dei materiali, al loro uso e all'abbattimento dello spreco, a casa come al ristorante.
Da tempo aveva ridotto la plastica, ma all'inizio del 2019 ha preso la decisione definitiva di eliminarla.
 

 "Non è stato facile", spiega Dana. "Ho iniziato a scegliere fornitori che utilizzano lattine e vetro per le loro bibite, o carta e cartone. Per il ristorante, usiamo tovaglie e tovaglioli di cotone bianco. Per cannucce, bicchieri e contenitori da asporto solo materiale riciclabile e compostabile, anche se costa molto di più. È una scelta consapevole che ha ridotto di almeno un quinto al giorno lo scarto della sera, ancora necessario per la cucina, gli involucri dei gelati confezionati e poco altro. Ma se fosse per me avrei escogitato qualcosa che eliminasse tutto, anche i sacchi stessi della spazzatura!". Dana è l'unica in tutta Alba a praticare con costanza e coscienza questa scelta, anche se, a volte, non raccoglie consensi.

"Vorrei una bottiglia d'acqua, per favore." "La trovo qui nel frigo rosso, poi mi riporti il vuoto, che è a rendere". "Ah. Non avete quelle di plastica?" Questo scambio di battute avviene ogni giorno, più volte al giorno. E, spesso, con rarissime eccezioni, la richiesta di riportare il vuoto genera, appunto, un certo stupore, se non fastidio. Eppure, si tratta solo di cambiare un'abitudine, educando i più piccoli a una visione più verde, piú attenta al pianeta.

O, forse, seguendo già quello che proprio i ragazzi hanno già capito prima dei genitori e dei nonni. Se ci si trova in spiaggia basta riporre le bottiglie nelle cassette lasciate appositamente presso le docce, oppure, dopo una passeggiata, basta riportarle al bancone del bar, o lasciarle su un tavolo dei gazebi esterni, anche la sera.
Alba Adriatica, luogo di villeggiatura perfetta per tutti e frequentata dalle famiglie spesso di generazione in generazione, sempre ventilata e dal lungomare ampio intervallato da una lunga e curatissima pineta, è un luogo ideale per il passeggio a piedi o in bicicletta, e riportare un contenitore indietro di qualche decina di metri non è poi così complicato. Senza contare che non si disperde nulla nell'ambiente...

Su questo, il Piccolo Chalet ricorda i centri di alcune capitali europee, dove si consuma all'aria aperta ma se si acquista nei piccoli market il vuoto va riportato. Sarà forse la natura cosmopolita di Dana e Cristiano, grandi viaggiatori, che ha ispirato questa pratica.

O forse, la voglia di fare un piccolo passo in più verso un rispetto che, a volte, diamo per scontato. Basta un piccolo passo laterale, un cambio di prospettiva, qualcosa da insegnare concretamente a chi sta crescendo con una sensibilità più sviluppata di noi, non solo teorica. E il "fastidio" scompare.

Senza plastica si può. Basta volerlo. Ma perchè Dana resta ancora l'unica?

giovedì 16 giugno 2022

Manca il lavoro o la voglia?

Che ormai siamo abituati a estremizzare tutto, e accorgerci solo di quando la notizia assume gli aspetti del paradosso per rimaner colpiti giusto quel tanto, fino a che un'altra sparata arriva a occupare il posto della precedente.

Eppure, la provocazione di Alessandro Borghese continua a tener banco anche a distanza di settimane. Perchè tocca due temi decisamente scottanti, che montano da tre generazioni abbondanti e hanno decretato la morte della classe media. E allora, sono i giovani a non voler lavorare o sono gli imprenditori (del settore della ristorazione) a essere dei farabutti? In medio stat virtus. O meglio, la questione non è risolvibile in due frasi fatte. Ne ho parlato con Dana Gomotriceanu e Cristiano Cianciarelli del Piccolo Chalet di Alba Adriatica, un ristorante di pesce sul lungomare a due passi dalla spiaggia. Che, per inciso, sono i miei datori di lavoro. Perchè anche io ho fatto una scelta personale che sa un po' di esperimento e di sfida, e mi sono trovata nel cuore del problema che Borghese avrà pure tirato fuori, ma che riguarda l'intero settore del turismo in Italia. Un problema concreto e non teorico, che va analizzato là dove questo lavoro si realizza, giorno dopo giorno.

Allora, chi è il fannullone e chi il bandito? In realtà è una commistione tra le due cose. La questione va vista da destra e da sinistra, come scriverebbe sicuramente meglio Giovanni Guareschi, e con un acume maggiore. Ma ci provo.
Intanto, il contesto sociale è un elefante invisibile che ingombra e parecchio; anche di più, in un locale pieno di bicchieri e calici...

"I ragazzi crescono in una maniera molto diversa dalla nostra"
, dice Cristiano, classe 1980, abruzzese doc, che con Dana forma la coppia di gestori più longeva di Alba Adriatica (anche se a vent'anni, per  iniziare la loro attività, hanno dovuto avere tre garanti). "Mio padre non mi ha mai dato una lira. Io non avevo soldi in tasca, ero sempre squattrinato. In più, a casa avevamo un'educazione super rigida, per cui per me il lavoro a 16 anni ha rappresentato indipendenza economica ed emancipazione verso il mondo". Solo così lui poteva avere qualche soldo da spendere con gli amici nel fine settimana. Estremo? No, nessun ragazzo è stato maltrattato all'epoca della sua adolescenza. Era molto naturale imparare il giusto valore delle cose da un'educazione di questo tipo, la regola. "Ora - prosegue Cristiano - il sabato sera i padri danno 100 euro ai figli per divertirsi". E a casa - aggiunge Dana, che da Bucarest è arrivata in Italia dopo la Rivoluzione e un'infanzia e un'adolescenza vissuta nel parzialissimo mondo comunista della dittatura - "a casa hanno un'educazione più libera e non esiste nessun motivo per cui oggi un ragazzo di diciott'anni debba lavorare". 

E questa è la cornice. Ma non basta. D'altra parte e nello stesso tempo, l'impresa ristorativa italiana si è fondata sulla frode fiscale. "Il 99% dei ristoranti, se non evadessero, sarebbero chiusi", dice Cristiano, senza nessun tipo di inflessione nella voce. Si tratta di una constatazione, molto simile a quella precedente sull'evoluzione culturale. Ma c'è un passo ulteriore. Mentre un tempo i ragazzi erano disposti ad accettare questa situazione elastica, con una parte di compenso fuori busta, oggi non lo fanno più. "Non c'è bisogno di soldi. Si preferisce aver meno ore o più tempo, oppure esser parte di un progetto che coinvolga anche emotivamente", dice Cristiano. C'è forse una maggiore consapevolezza, dicevo io prima. Ma poi ho iniziato la stagione e aggiungo che il lavoro del cameriere è come quello del contadino, per cui "la terra è bassa". Non lo nego dal primo minuto: in sala, come in cucina, il lavoro di pulizia, preparazione, contatto con il pubblico, servizio, ri-pulizia e chiusura, svolto tutti i giorni, richiede un grande dispendio di energia.


Ma c'è dell'altro. C'è anche un discorso di monte ore da affrontare che, in questo momento storico, nessun contratto collettivo nazionale riesce a inquadrare davvero. Il settore turistico nella sua totalità sfugge a qualsiasi regolamentazione. In parte, in epoca di pandemia, questo è emerso anche per tutto il personale medico; nella ristorazione e nel turismo in generale, nel settore in l'Italia potrebbe tranquillamente essere leader mondiale da decenni, il meccanismo è inceppato da tempo, con larghissime zone d'ombra.

"Anche in cucina la legge vorrebbe 6 ore e 30 al giorno; e questa è un'unità che non esiste", spiega Cristiano. "Non c'è una normativa che regoli e consenta davvero un normale svolgimento di una routine quotidiana di cucina". Ancora una volta, facciamo l'esempio pratico. In una realtà ristorativa come il Piccolo Chalet, che prepara tutta la linea ogni mattina e poi serve antipasti, primi piatti e secondi tutti preparati al momento da zero, a pranzo e a cena tutti i giorni, quell'unità di lavoro quotidiano è infattibile. Aggiungiamo il servizio di sala, con un tovagliato nuovo ogni giorno, il personale in un luogo aperto dalla mattina per la colazione... "L'80% di posti come il nostro andrà a morire. Ne rimarranno pochi ad appannaggio di clienti ad alto potenziale di spesa e la ristorazione andrà verso un'americanizzazione in cui non ci sarà bisogno di talento", constata Cristiano. Non ci sarà bisogno di capire cosa si sta facendo, ma si tratterà di mettere in atto delle procedure semplici e ripetitive. "in questa nuova tendenza, se domani va via il cuoco, nel giro di due giorni una qualsiasi persona potrà essere formata per lo stesso compito". 

Bisognerebbe ripensare al sistema turistico nella sua totalità, dove le ore si concentrano in determinati periodi dell'anno. Uno stagionale che vuole condensare, ad esempio, in sei mesi le ore di lavoro di un anno non può. "Come noi che siamo operatori di settore, anche il collaboratore stagionale vorrebbe fare lo stesso. Ad oggi, non esiste condizione che permetta di regolarizzare questo modo di concepire la propria vita lavorativa", conclude Cristiano.

C'è solo una domanda da porsi, senza scagliarsi contro nessuno: perchè? Perchè una persona non può scegliere di fare un'esperienza intensa che permetta di avere altro tempo a disposizione per viaggiare, ad esempio, o dedicarsi allo studio o ad altro? Un'esperienza di lavoro che, allo stato attuale e senza nascondersi dietro un ombrellone, prevede già 10/12 ore di lavoro al giorno che in qualche modo vengono svolte, nei ristoranti, nelle gelaterie, negli stabilimenti balneari, per non parlare degli alberghi... perchè? Quanto un lavoratore potrà trovare scuse nelle pieghe di un contesto sociale mutato e quanto un imprenditore potrà continuare a fare il farabutto? E quanti improperi dovrà ancora sorbirsi Borghese, senza considerare dove sta davvero l'imborghesimento?

Tutta questa energia nella polemica si potrebbe impiegare nel servizio. Ma poi, una sera, arriva a cena un altro ristoratore della zona, che parla della stessa difficoltà nel trovare personale e condivide una storia. Quella di un signore in età di pensione, cameriere per tutta la vita, che entra a proporsi perchè sapete, le spese, le bollette, il figlio all'università...che già studia tutto l'anno, poverino, non posso mica mandarlo a fare la stagione in estate, che deve riposare e divertirsi. Lui.
E allora cosa manca? Il lavoro o la voglia?

web: piccolochalet.net
FB: Piccolo Chalet Alba Adriatica
IG: @piccolo.chalet

domenica 24 aprile 2022

Liste da spuntare

Ho preso una decisione che mi porterà ancora lontano da questa casa, che ancora è della banca per il 59%. Quindi, a parte ottemperare alle rate del mutuo come ho sempre fatto, i mattoni che la delimitano e i mobili che la riempiono non sentiranno la mia mancanza. Se avessero un'anima, sarebbero di più i miei vestiti a tremare, perchè molti di quelli che non mi seguiranno saranno buttati, o regalati, o venduti. Ho deciso di non tener più le cose che mi ricordano fatica e dolore.

E anche questa mia partenza c'entra con questo allontanamento. No, non sto scappando, anzi. Sto cercando di dare continuità a uno dei tre filoni che che ho trovato finora sulla mia strada: il giornalismo, lo sport e la ristorazione. Ma questa volta volerò via senza fatica e dolore, quelli che mi sono caricata sulle spalle. No, non da sempre: più o meno dai trent'ann in poi. Quando ho cominciato a credere in una unica via da percorrere, una strada ben segnata, e quando chi mi stava intorno ha iniziato ad alimentare le mie aspettative, facendomi credere che sì, c'era qualcosa che mi era dovuto, c'era qualcosa che prima o poi dovevo riscuotere, come valore materiale e morale. Ma questo accredito non c'è mai stato. Semplicemente, non c'era. Ma mi sono sentita derubata di qualcosa lo stesso, per molto tempo. Sono diventata affilata, spinosa, irosa. Per anni.

Quindi no, non sono sprecata a scegliere di trascorrere quasi cinque mesi su un'altra spiaggia, per lavorare. Non merito di più: in realtà non merito niente. Ho invece una straordinaria opportunità di leggerezza, senza le zavorre che mi sono portata dietro per oltre un decennio. Senza questi sogni, che tirano fuori certe frasi del passato e mi lasciano ancora qualche inquietudine al risveglio. 

E allora stilo liste di cose da fare in tre settimane, per chiudere tutto e ri-partire trascinando solo i chili del bagaglio da stiva. E più la penna indugia sul post it giallo, più scorre e scrive riempiendo tutti gli angoli, perchè le cose da fare sono tante e di vario tipo. E' una lista democratica, questa: mette insieme così come spuntano dalla memoia visite mediche, pagamenti, la dichiarazione dei redditi, la bicicletta da regalare e gli ultimi acquisti, la permanente e l'anabbagliante da cambiare della Focus, che non sarà più la mia macchina. Sposta dentista, appunto ora al volo. Anche i denti aspetteranno.

Le prossime liste che vedrò contempleranno vini e piatti di pesce. I prossimi appunti saranno prenotazioni e piantine di tavoli. Ma questo pc verrà con me e troverò il tempo per scrivere, perchè una cosa l'ho capita benissimo: ci sono momenti in cui srotolare i pensieri digitando caratteri e scarabocchiando sulla mia agenda diventa qualcosa di istintivo e naturale. Anche questo fa parte del fluire incessante dei cambiamenti che attraverso, delle possibilità che mi concedo, delle opportunità che tocco e che mi lasciano sempre qualcosa. Anche questi sono semi che lascio e che, prima o poi fioriscono.

venerdì 1 aprile 2022

Il mondo si attraversa a piccoli passi

Marocco, Pakistan, Albania, Perù, Cina. E Ucraina.

Il mese di Marzo mi ha regalato un viaggio intorno al mondo. E io, che ho sempre in mente di partire. Sono salita su questo aereo ideale e sono atterrata a pochi chilometri da casa mia, viaggiando però lontano, negli occhi dei bambini.

E' la Scuola che mi ha dato questa possibilità. Prima, per una sola settimana, in un paese vicino al mio. Sono stata chiamata a sostituire una maestra malata e mi sono ritrovata in una quarta elementare (sì, i puristi storceranno il naso se non mi adatto a una delle riforme di qualche anno fa e non la chiamo primaria, ma su questo preferisco legare i miei ricordi a quelli che avranno questi bambini). Sedici menti accese sul presente, così diverso da quello che era il nostro. Dove il gruppo sa come indirizzare l'attenzione e subito distoglierla, in una marea tumultuosa fatta di domande che arrivano tutte insieme, senza ascoltarsi a vicenda, eredità di due anni di insegnamento a distanza, a singhiozzo, senza contatto. E, ora che il contatto c'è, è impellente, urgente, non può aspettare. Non sa stare seduto, è fuori tema. E non ci si ascolta.
In quella settimana ho imparato i nomi, spesso sbagliando, ma corretta senza scherno da questi bambini, che in ogni caso hanno ascoltato e hanno imparato quello che la loro maestra mi ha lasciato come traccia. Non ho dormito una sola notte serena. L'ansia di non essee all'altezza mi ha tolto il sonno, ma la rete di colleghi che ho trovato è stata la coccola più rassicurante che potessi mai trovare. Si naviga insieme, in questo mare impetuoso, pieno di imprevisti. Uniti. Dal vivo, con le chat, con le videocall.

E poi è arrivato un progetto da un altro Comune: aiutare i bambini stranieri a imparare meglio l'Italiano e avere più strumenti in classe. Perchè integrarsi, in Italia, non ha mai significato snaturarsi, ma arricchirsi. Un valore aggiunto che spesso tendiamo a dimenticare. Una prospettiva che dovremmo guadagnare, guardandoci da fuori. Questo progetto è stato fortemente voluto da un gruppo di donne: una dirigente, una preside, un'insegnante e un'amica. Sono stata contattata, ho parlato delle mie esperienze e questa scuola mi ha dato il riconoscimento composito, ricco, multisfaccettato che in altri ambiti non è più arrivato. E me lo ha dato senza false promesse. E con una fiducia totale.

Una scuola media e due elementari. Una dozzina di ragazzi, dai sei anni in su, verso cui mi è stata fatta una sola, grande richiesta: usa l'empatia. Quella capacità di sintonizzarsi su lunghezze d'onda differenti che avevo ritrovato solo davanti alla Natura. E, soprattutto, senza correre. Procedere lentamente, per gradi, per cogliere le reazioni così come iniziano a formarsi, le connessioni al momento del loro divenire.
L'empatia! Ma da che parte inizio? Ho chiesto dei libri a supporto, ora ne ho molti da sfogliare. Ho dormito di più questa settimana, perchè Anna mi ha scritto di procedere a piccoli passi e secondo il mio istinto. Un consiglio che ho tenuto subito stretto come la chiave del giardino segreto.

E creare attenzione. Con una canzone, con le parole, con un disegno. La lentezza ha un valore così prezioso da essere ormai dimenticato. Attenzione sui brevi periodi, come isole all'interno delle ore della mattinata, isole punteggiate da pause che aiutano a sedimentare.

C'è un'ultima sensazione che voglio fissare qui, e che mi riempie di emozione: è quella che arriva dagli sguardi. E dagli abbracci. Quel modo di chiedere sì impellente, sì disordinato e scollegato, sì sovrapposto, ha una componente affettiva spontanea che mi commuove, e che - vedete - in questo post non mi permette di essere ironica come al solito. Così come il grazie, ripetuto tante volte, da chi è arrivato dalle bombe e si sente sicuro, qui. Con il sorriso perfino negli occhi.

A piccoli passi. Nel mio giro del mondo.

venerdì 10 dicembre 2021

Non sono abbastanza MAD

Nelle mille possibilità che questo anno sabbatico, che questa vita in realtà, mi offre e mi toglie senza che io possa farci nulla, c'è anche una nuova e piccola parentesi di insegnamento, stavolta alle scuole elementari (che non si chiamano così ma per me sì, per sempre e nonostante qualunque altro nome prenderanno).

Una sera di fine Novembre, in un momento abbastanza complicato e di fronte a un Pronto Soccorso, mi scrive una mia amica. Lei fa parte di quel gruppo di persone che cresce di continuo: gli ex colleghi, una schiera enorme, con cui vanto rapporti stupendi, salvo qualche rara accezione (che conferma la regola). Prima mi scrive, poi mi chiama. Ed ecco la storia.

C'è una classe, in una scuola nella provincia di Varese, che avrebbe bisogno di un'insegnante di Italiano. Ora c'è, arriva dalla parte italofona di un altro Paese, ma ha mostrato gravi lacune nella conoscenza della lingua. Concetti come "aggettivo" e "qualificativo" faticano ad essere associati e difficilmente potranno essere trasmessi agli studenti.
Ma c'è una soluzione, che non include nè la meritocrazia (con tutto il rispetto, questa persona potrebbe fare altro, nella vita) nè i titoli sulla carta. La soluzione che lo Stato ha pensato a casi come questi ha un nome pazzo, MAD. E' l'acronimo di Messa A Disposizione, ma la sua essenza di follia non gliela toglie nessuno. E' una domanda che può essere compilata da chiunque abbia un titolo idoneo in qualsiasi momento dell'anno là dove c'è bisogno di correre ai ripari. Una toppa che però non comporta punteggio, quel numero cioè che cresce e permette nel tempo infinito dell'Istruzione di scalare la montagna del precariato, fatto di validissime persone che conoscono la lingua ufficiale. 

Il maestro dall'Italiano lasciato all'Ikea verrà assegnato ad altre mansioni (perchè lui è inamovibile). La scuola deve valutare se ha il budget per sostituirlo alla cattedra, ed è qui che inizia il dolore. Perchè è tutta questione di soldi, qui come in tutti gli ambiti possibili. E quella scuola non ha il fondo sufficiente per garantire un insegnamento con un'altra persona fino a fine anno. Così, gli altri insegnanti allungheranno un pochino la loro coperta, faranno qualche straordinario, aboliranno i riposi e copriranno l'incompetenza ormai non più mascherabile di questa persona, che avrà un Diploma Magistrale conseguito prima del '92, chissà. O un titolo, un aggiornamento, un concorso che lo ha reso abile sulla carta più di una laurea in Lettere.

Se non vinco, imparo. Questo me lo ha insegnato un'altra amica che mi ha preso per mano in questo ultimo anno e mezzo. E io ho imparato a non soffrire più.
Anzi.
Quella telefonata ricevuta in una sera difficile, davanti a un pronto Soccorso, è un regalo. E' un pensiero positivo, un pensiero bello. Un gesto concreto che arriva da una persona che non vedo da tempo, ma che, al di là della forza, della volontà di rinascere, della determinazione, legge attraverso le righe.
Bisognerebbe dare più valore ai pensieri belli. Sempre.
Bisognerebbe scriverseli nel cuore. In un bellissimo Italiano.

giovedì 9 dicembre 2021

Quelli che...e quello che.


E così Quelli che il Calcio ha chiuso.

La notizia mi arriva da Andrea, autore del programma ma prima di tutto grandissimo amico. Da molti mesi, pandemia in mezzo, pubblico ridotto, difficoltà di spostamenti del format, cercavamo una quadra perchè mi fosse possibile andare a vedere la trasmissione. Non importa, io e Andrea troveremo altri modi per vederci. Ma entrambi viviamo quella sensazione di disarmo, a distanza e in modi differenti, che già avevamo sperimentato altrove, che ci ha accomunato altre volte. Consci di aver fatto benissimo, ma con quel piccolo dolore per aver perso qualcosa di nostro. Del nostro sogno.

Correva l'anno accademico 2003/2004 quando la trasmissione è entrata nella mia tesi di laurea. E il 2004, in effetti, è stato l'anno in cui ho assistito più volte alla creazione di quello spettacolo televisivo. L'edificio Carlo Martello di Corso Sempione, a parlare della struttura organizzativa. E poi la mensa, il bar, la messa in onda ancora nella ex Fiera. Ho un cd di foto finito chissà dove di scatti da tutte le angolazioni possibili e un ricordo solido, un po' trascendentale per una venticinquenne che vede il reale e il televisivo comporsi da dietro la telecamera, a fianco di un operatore. Era lì che, dieci anni dopo la mia prima partita a San Siro con papà e sorella e quella promessa di diventare giornalista sportiva, rinnovavo la mia convinzione. Era lì che, assistendo a un rito televisivo stavolta, sentivo il sogno possibile. 

Nella mia vita da tifosa, prima televisiva e allora solo da un paio d'anni anche non occasionale allo stadio, Quelli che il Calcio era il contorno fantastico, visto fin dai tempi di Fazio. Lo sport tra parentesi ma che ci stava benissimo, perchè avevamo lo stadio, avevamo le partite al bar.
Oggi non abbiamo (quasi) più niente di tutto questo. E quando mi capita, come sabato scorso, di entrare in un pub di Milano e dividere un tavolo con due sconosciuti per vedere la partita...avverto ancora di più quel cambiamento. Mi sento un po' anziana, e in effetti questo post è solo un modo più articolato di dire che certe cose finiscono e non torneranno. Come certi amori, che siamo contenti di aver vissuto con tutta la passione possibile.

venerdì 3 dicembre 2021

Il sapore dell'indentità


Milano ha il grande pregio di farti incontrare Persone. Nonostante gli imbruttimenti, che sono solo un debolissimo tentativo di rincorrere quella milanesità genuina che oggi non esiste più se non in piccole, isolate enclave che dell'imbruttimento non hanno nemmeno memoria, è una città che fa incontrare, e che travalica i piani, le classi, le provenienze.

L'occasione per comprendere quanta potenza c'è nella città che continua a crescere me l'ha fornita Cinzia, invitandomi alla presentazione del libro, ultimo nato, di Nicoletta Polliotto e laria Legato, straodinarie docenti e professioniste. Il libro indaga sulle infinite possibilità del mondo della ristorazione di creare identità di successo. "Creative Restaurant Branding", per essere precisi. Tradotto, piani di sviluppo concreti ed efficaci, personalissimi ma duraturi.

E così, intervistate dal critico Visintin e con incursioni vivaci, ho assistito per la prima volta alla presentazione di un libro che, nononostante gli inglesismi, è davvero il frutto di un lavoro di persone che hanno una competenza trasversale e reale. Nicoletta e llaria, così differenti nell'esposizione, hanno parlato di casistiche così vivide da leggerle, quasi, nelle esperienze dei presenti e non tra le righe delle loro pagine. Della realtà della ristorazione, dei problemi da affrontare con la cucina e la sala, la devozione ma anche l'umoralità di chef, o di proprietari. Di necessità di avere una struttura, ma giusta per ognuno.

Perchè quello che mi ha colpito di più - da giornalaia quale sono - è lo storytelling. Quella storia che si cerca sempre di raccontare intorno a una realtà e che, spesso, risulta forzata, o ricercata, o intessuta di particolari fittizi. E' strano per una persona come me, che di fatto ha sempre raccontato, capire improvvisamente che è la storia che deve farsi viva, e non l'opposto. Semplice, nuda, vera.

La Bellezza di questo evento avvenuto in Talent Garden, con la pista di ghiaccio circondata di luci al di là del vetro, è stata come sempre l'incontro di chi ha ottenuto nel tempo un riconoscimento. Con pazienza, studiando, con l'esperienza. E che piano piano ha allargato queste conoscenze andando a indagare quei particolari che ognuno di loro ha nelle corde. Questi professionisti si conoscono e offrono il massimo delle loro capacità. Un tesoro da ammirare e da cui imparare ad attingere. Da gustare, visto il tema decisamente irresistibile.

domenica 4 aprile 2021

Domani è sempre un nuovo inizio

Facebook mi ha ricordato che lo scorso anno, il 4 Aprile, scrivevo il primo post sulla mia disoccupazione che era iniziata quattro giorni prima, senza essere uno scherzo. 
Lo scorso anno uscivo di casa dopo settimane, per percorrere circa 1,5 km che mi separa dalla casa paterna. Lo scorso anno c'era il sole. Che beffa, in lockdown. Dopo anni a battere i denti dal freddo, di grigliate strette in maglioni o spostate in cantina. Di 

Oggi guardo i dodici mesi alle spalle e non mi sembra vero niente. Non mi sembra vero che, dopo gli accordi e le firme, fosse arrivata, come una piccola prova, la possibilità di stare, per poche ore al giorno, con una bimba di quattordici mesi. Farla dormire e leggere i libri della sua mamma, vederla camminare, giocare. Ascoltare le sue prime parole e poi, finalmente, portarla fuori con il passeggino, darle da mangiare, cambiarla. Non avevo mai accudito a una piccola: nei duecento lavori passati, il baby sitting non ha voci in capitolo. 

Le camminate, anche quelle mai così frequenti, hanno dato seguito a pedalate. E anche qui, per la prima volta, un regalo dei miei, fino a quel momento poco utilizzato, ha acquistato un valore ben più alto di quello del suo costo. Cigolando, la bicicletta nera ha iniziato a percorrere le frazioni del mio paese, per poi sconfinare nei Comuni circostanti, con piccole modifiche, sempre più lunghe. E guardando quelle vie e quelle case come se le vedessi per la prima volta, mi venivano in mente frammenti de "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta". Ancora adesso vorrei una moto. Ma già la bicicletta nera cigolante mi dava grandi soddisfazioni. 

E poi? E poi, mentre finalmente il forno sopito da dieci anni iniziava a funzionare, mentre meditavo di cambiare le padelle, mentre iniziavo a fare la spesa davvero, ho pensato di dare fiducia a una naturopata che ormai seguivo da mesi. Le ho scritto una mail lunghissima che lei ha accolto con gioia. L'ho incontrata, e a Giugno, il 22, il giorno dopo della grigliata estiva con gli amici, ho iniziato a fare la spesa come diceva lei. A camminare e pedalare senza fretta, ma con continuità. A scoprire una dote che non pensavo di avere: la costanza. 

Aprire gli occhi e mettere le cuffie. La bicicletta nera ha cigolato sempre, ma io non la sentivo. Ho cantato Tiziano Ferro nel centro di Corbetta come nelle campagne di Cassinetta, senza ritegno. Senza vergogna. Senza smettere di sorridere nemmeno su quelle canzoni per cui, anni prima, piangevo in macchina andando in agenzia e pensando al mio amore perduto. Da quando ho tatuato le tempeste del cuore sul costato, quello dentro deve aver cambiato forma. Deve aver anche cambiato suono, o forse impulso. Anche senza cuffie, non sentivo la bicicletta cigolare. C'era quel ritmo nuovo, tutto interno, a riempire il vuoto di anni.

Non ci sono mai stati vuoti nella mia vita, a pensarci bene. Anche dopo, coi concorsi, due altri lavori, i viaggi che il 2020 mi ha comunque permesso di fare. Nessun vuoto a perdere e nessuna sensazione di inutilità. Ho cercato di crearlo quando ho deciso di partire, di mettermi in pausa con un biglietto di sola andata. Ma oggi, dopo due mesi a Boa Vista, Capo Verde, Africa, ho capito che c'è una pienezza ancora più grande. Quella delle decisioni che spettano solo a te. E' strano, perchè non sono nata ieri e ho determinato molte scelte. Ma impacchettare una casa e volare via è stata una vera cesura. 

Mi manca la mia bicicletta nera cigolante, anche qui l'avrei usata, magari cantando senza ritegno. 
Invece cammino, e scopro ogni giorno i particolari di quello sguardo zen sulla motocicletta. Quello che mi manca davvero è la condivisione fisica, reale, con chi amo. E allora la sostituisco con quella virtuale, come ho imparato da anni: con @TrueBoaVista su Facebook e Instagram. E da domani anche su trueboavista.blogspot.com, per combattere il mare di legno in cui siamo immersi da ben prima della pandemia e ridurlo a un sogno, quello che ho raccontato qualche post fa. 

Sì, c'è stata molta strada, dopo il chilometro e mezzo di un anno fa. E molta ce ne sarà. Domani è sempre un nuovo inizio.

mercoledì 30 settembre 2020

Fantasmini professionali

I colloqui sono diventati impossibili. 
lo avevo scritto nel post precedente, no?

Oltre alle tirate d'orecchio via mail e via telefono, ci sono anche le risposte mancate. Solo che, ora, alla classica non risposta si aggiunge quella situazione paradossale che si verifica in certe storie d'amore non corrisposte: il ghosting. 

Forse perchè tendiamo a mescolare professione e privato più spesso di quanto noi stessi immaginiamo, forse perchè anche quando si parla di lavoro si fa leva su promesse che non si possono mantenere, mandando all'aria anni di studio sulla gestione delle risorse umane, anche a livello più elementare, succede che, se si chiede un aggiornamento a quando ci si è detti, ad esempio, prima delle vacanze estive, non si ottiene più risposta. 

E si resta appesi, con quel sentimento di amorino non corrisposto che lascia dentro l'inquietudine e il dubbio di aver commesso qualche passo falso, che ti porta a ripensare mentalmente a tutti i passaggi, tutte le parole scambiate, a mettere alla prova la memoria e, quasi, ad analizzare il proprio comportamento per capire dove sta l'errore.

Dove ho sbagliato? Perchè, quando mi sono fatta viva alla data concordata, non ho ottenuto alcuna risposta? C'è sempre una ragione per tutto, e un'ipotesi potrebbe semplicemente essere che non si può realizzare, nel qui e ora; che c'è stata solo una valutazione sbagliata del momento. Va tutto bene: basta dirlo. Anche gli amori spesso hanno tempi diversi e si rincorrono negli anni...

Appesi, soprattutto quando si tratta del lavoro dei sogni. Sarà meglio ricacciarlo tra questi, e andare avanti.

venerdì 11 settembre 2020

Il colloquio, un percorso ad ostacoli

E' facile dire "cercati un altro lavoro".
 
Intanto, per chi praticamente ha indagato largamente il vasto campo delle possibilità, cercare di far entrare in una sola pagina il CV è già una bella impresa, scegliendo un modello diverso dal solito e cercando di non riempire quell'unica pagina di troppe parole. Un lavoro di lima che contempla sinonimi, frasi brevi ed eliminazione anche delle virgole, se serve. 
Secondo punto, bisognerebbe anche capire da che punto ripartire. Quando dai il massimo per quello che fai e lasci ricordi positivi ovunque resta un punto di domanda che cosa lasciare indietro e cosa tenere per quello che verrà. Che poi, anche se si sceglie un campo di competenza rispetto ad un altro, non è detto che ci siano condizioni favorevoli tali da trovarla, questa nuova via. 

E allora? Mentre aspetti il tuo Mercoledì da Leoni, si fa come sempre: si selezionano più proposte e questo Cv mosaico viene inviato tre, quattro volte al giorno alle proposte che arrivano dalle piattaforme cui ci si iscrive e per le quali ci sono alcuni punti di contatto. Perchè, diciamocelo con grandissima sincerità: nessuno di noi, nessuno, giunge in un nuovo posto di lavoro possedendo già tutti gli strumento per svolgerlo. Anzi, l'aspetto più stimolante del nostro tempo è quello di poter acquisire sempre più competenze, di confrontarsi, di imparare. Di mettere quei nuovi mattoncini che ricostruiscono meglio quel "si è sempre fatto così" e che danno nuova linfa, nuova soddisfazione. E che creano bellissimi sodalizi. 

E che succede dopo? Come prima, non si ottiene neanche uno straccio di risposta al 98% degli invii. Non una mail, nè una chiamata, è un segnale di fumo, neppure in questa epoca di interconnessione totale. A volte, si ottiene una risposta generata automaticamente, quella che non eleva il candidato nemmeno allo status di numero. Raramente, arriva subito una risposta di accoglimento del sudato curriculum, senza altro seguito. 
Ma questo 2020 ha aggiunto un ulteriore spartan-ostacolo al colloquio, sempre più lontano: la chiamata di rimprovero. Scusi eh, ma perchè ha risposto ad un annuncio se tutti i 52 punti elencati non le sono cuciti addosso? Come si permette di non possedere tutti i 120 requisiti richiesti? 

Mi chiedo, a volte, dove sono i super esperti di risorse umane che tutti millantano di avere già. Dove li nascondete? Dove li avete mandati in quarantena multipla? In tempo di Skype, Zoom, videochiamate, room, stanze, bugigattoli e anfratti, che cosa vieta di spendere venti minuti di conoscenza, in luogo di tre minuti di piccata chiamata, manco fossi il broker che insiste su una nuova offerta della bolletta della luce? Ma i colloqui esistono davvero o sono stati aboliti come i voucher? Chiedo, e non proprio per un'amica. 

giovedì 6 agosto 2020

Bastano gli occhi: ripartire dal turismo

Bastano Gli Occhi
Bastano gli Occhi, il progetto fotografico nato con Simona Negrini, e portato avanti da una sua intuizione, si sta trasformando con la fine del lockdown, ma non con il termine dell'emergenza Covid. 
Portato avanti sui due social principali Facebook e Instagram, ma con il primo a raccogliere tutte le testimonianze nel modo migliore, questo progetto, che ha visto la luce lo scorso 24 Maggio, ha mostrato centinaia di istantanee scattate da tutti noi, che ci siamo chiesti fin dall'inizio di questa ripartenza che tipo di linguaggio avremmo messo in atto, tornando a popolare luoghi e città; che cosa il distanziamento ci avrebbe portato ad usare di più, insieme ai nostri occhi, fondamentali. 
E' stato una sorta di esperimento dal basso, un citizen journalism che voleva attestare, più del fatto, la presenza nuovamente fuori casa. E le foto, appunto, non sono mancate. 

Con Simona abbiamo poi cercato di capire che direzione prendere, e grazie anche alle nostre uscite, alle nostre gite, ci siamo rese conto che ristabilire la rete di relazioni sarebbe stato importante. Una rete fatta non solo di persone, ma anche di luoghi da tornare a vedere o da scoprire per la prima volta. Il motivo è duplice: riappropriarsi del proprio spazio è stato fondamentale per lasciare indietro i lacci della paura, vissuta davvero o solo sfiorata. Cercarne di nuovi, non lontani da casa con un semplice giro in bici, o a un'ora di macchina, o in Italia (anche a causa dei voli cancellati e delle frontiere chiuse a lungo) ci ha portato a riflettere sui luoghi del cuore, o sulle nuove mete che lo diventeranno.

In questo Agosto sospeso tra normalità e inquietudine, in cui alcuni non rinunceranno alle ferie, altri non possono proprio scegliere e altri ancora non se le godranno appieno, Bastano gli Occhi punta l'attenzione a quella che il nostro Paese dovrebbe ritenere la Ricchezza inestimabile n.1: il turismo. Lo spazio, ampio, è a disposizione delle guide turistiche abilitate, ai piccoli circuiti, alle nostre città tutte da scoprire. E anche noi abbiamo scoperto storie e persone che continuano a svolgere il loro mestiere con straordinaria passione. 

Ci sono però anche altre storie che abbiamo raccolto: foto che giungono da tutto il mondo e che ci fanno capire che, se da una parte l'emergenza non è finita e anzi, in molti posti la nostra amata e odiata mascherina è arrivata colpevolmente in ritardo, i modi per affrontarla sono diversi e non sempre efficaci. E c'è anche una finestra aperta sulla formazione, altro punto focale che presto ogni famiglia dovrà affrontare: con ItaliaDidattica abbiamo scoperto un portale utile per fare incontrare Musei, Fattorie, Parchi, Grotte e città d'Arte con insegnanti, educatori e genitori. In attesa di ripartire gli spunti e le idee non mancano, per loro (e anche per noi). Non a caso la sezione del sito che sta raccogliendo le idee per la ripartenza si chiama RE-START. 

Con Simona, mi auguro di poter tener vivo Bastano gli Occhi a lungo. Non sappiamo cosa ci porteranno i prossimi mesi, ma di sicuro la voglia di vivere appieno la vita anche in emergenza non ci manca, nè ci manca il desiderio di testimoniarla. 

domenica 15 marzo 2020

La cassa come una trincea

Lella lavora in un grande supermercato in uno dei nostri capoluoghi di provincia, che non è Milano.
Ci lavora da anni, è sindacalista e spesso si muove sul territorio per fare aggiornamenti e incontrare gli altri rappresentanti per meglio dialogare con la propria azienda.

Lei ama moltissimo il suo lavoro di cassiera, che le permette di ritagliarsi molto tempo libero, godersi la città in riva al lago e viaggiare. Ha una bella casa sempre aperta alle vicine, con una camera per gli ospiti per gli amici. Ha un carattere solare e ama stare a contatto con il pubblico.

O amava, forse. Perchè da tre settimane il suo lavoro è cambiato, radicalmente. Prima l'assalto ai viveri che l'ha annientata per qualche giorno, mentre i colleghi cercavano di riempire gli scaffali di notte in vista dell'assalto successivo. Poi i provvedimenti, presi in corsa e senza chiudere mai. A ranghi ridotti, perchè sono iniziate a fioccare le malattie, e senza più pause. Anche lei ha avuto una brutta faringite, ma senza febbre, e ha perciò deciso di continuare a lavorare. Ma in un clima totalmente differente dal solito.

Oggi gli ingressi sono contigentati, ma per Lella non cambia nulla. Si apre prima, si chiude dopo, per 10 ore va tenuta la mascherina, che significa respirare nel proprio precedente respiro, che dà un senso di soffocamento e che impone di mantenere la calma. Quella che non riscontra nei frequentatori del supermercato, che sfogano con lei e le colleghe tutta la loro frustrazione: maleducazione, distanza non mantenuta, toni alterati e sputacchianti.

Anche le colleghe sono demoralizzate. Lei torna a casa la sera e crolla a letto, con il cervello in fiamme. Il pensiero di ricominciare l'indomani mattina alle 7.30 pesa sulla bocca dello stomaco. Anche le altre, anche chi tra loro ha sempre avuto un carattere posato, perde la pazienza, sbrocca anche con i clienti. Cercano di farsi forza a vicenda e, quando non c'è nessuno, spostano la mascherina per prendere un lungo e profondo respiro non filtrato.

Viviamo un tempo sospeso in cui abbiamo perso tutti i nostri riferimenti, tutte le nostre certezze. Per molti di noi andare a fare la spesa è uno spazio settimanale; o un momento di fuga solitario dai figli, oppure un'operazione che si fa tornando da lavoro; per altri è rilassante. Un piccolo rito, insomma, che ognuno celebra in modi differenti. Oggi non è così. Ma non per questo deve mancare il rispetto per chi ci permette di farlo.

Lella è una cara amica. Mi fa sempre ridere, sa sempre trovare il lato positivo di ogni situazione, per me e per Federica. Siamo un trio che conserva il lato lieve della vita, quello che ci fa programmare vacanze, che ci fa incontrare a Monza per una cioccolata, che ci fa guardare il lago che luccica nelle sere d'estate. Tengo molto alla sua allegria. Tengo molto al suo sorriso.

lunedì 24 giugno 2019

Più snelli a teatro

Colazione da re, pranzo da principe, cena da povero”. Che cosa c’è all'origine di un detto che si tramanda dalla notte dei tempi? Ci sono tante verità, che poi si condensano in un proverbio come questo, ma che ha conferme in vari ambiti del nostro sapere, anche meno popolare.

Gianluca Macario, medico e nutrizionista, lo sa bene e lo applica nel suo quotidiano studio della salute dei suoi pazienti. Perché questo il punto fondamentale delle sue continue ricerche: una buona pratica da seguire come un filo rosso per tutta la vita per prevenire l’insorgenza di malattie legate alle cattive abitudini alimentari.
Come scoprire i suoi segreti, che in realtà fanno parte della storia dell’uomo fin dagli albori? Con uno spettacolo teatrale sorprendente.Lunedì 1 Luglio, alle 20.45, andrà in scena “Colazione da Re. La storia della piramide calorica: come ci siamo inventati l’obesità”. All’Auditorium Padre Reina di via Filippo Meda 20, a Rho, Giovanni Gorla e Ilaria Macario della Compagnia Teatrale “Le Schegge”, metteranno in scena uno spettacolo, scritto e diretto dalla stessa Ilaria Macario, in cui ci si immergerà in situazioni in cui il pubblico porrà trarre insegnamento.
All’interno di questa pièce, vero e proprio teatro terapeutico, si innesterà uno straordinario monologo del dott. Gianluca Macario che, attraverso la Storia, l’Antropologia, la Fisiologia umana, l’Arte e la Filosofia porterà gli spettatori a ragionare sulla natura dell’essere umano e dei suoi bisogni. Uno spettacolo nello spettacolo, introdotto da Marco Tizzoni del network civico “Gente Dì” e presentato dallo speaker di Radio Reporter Emilio Bianchi. Una radio che il dottor Macario conosce bene, in cui conduce una rubrica seguita e amata, a contatto con i radioascoltatori.
Un’occasione unica, a entrata libera, per ripensare alle proprie abitudini alimentari senza privazioni e senza eccessi, ma riscoprendo una pratica millenaria, scritta nel nostro DNA. Per informazioni, segreteria@dottormacario.it

domenica 12 maggio 2019

Delle città e delle Immensità

Non diresti mai quante persone lavorano in un luogo, finchè non le vedi tutte riunite.
Il motivo è semplice: non si lavora mai contemporaneamente e tutti in un luogo. Ci sono i turni, ci sono le trasferte, ci sono ruoli che portano lontani, ci sono riposi da rispettare, c'è lo smartworking.
Non lo diresti di moltissimi posti; mi verrebbe da scrivere in tutte le mie esperienze; certamente quasi in tutte, certamente in tutte quelle più importanti per me.

Non è semplice radunare i gruppi di lavoro, nemmeno quando è l'azienda a organizzarlo. Si scelgono delle date, si decide cosa fare, si verificano le disponibilità, si manda comunicazione a tutti. C'è un bel lavoro anche su questo: lo sa bene la Patty che ha appena organizzato per la sua azienda un convegno a Budapest, con tanto di turistic team building; due anni fa ho vissuto anche io una bellissima esperienza in barca a vela. Eppure manca sempre qualcosa, o qualcuno. Quanto poi si diventa ex colleghi tutto potrebbe complicarsi.

Potrebbe. Finchè non ci si prova. Finchè non arriva un messaggio e nel giro di pochi giorni si trova un giorno e un luogo, e il dove non ha importanza, perchè basta stare insieme.
Basta arrivare all'appuntamento e andarsi incontro, abbracciarsi, baciarsi e guardarsi negli occhi. Guardarsi per cancellare quello che non serve: i quattro anni che sono passati, come una camicetta troppo stropicciata perchè indossata ormai da molte ore. Si cancella anche il dolore di averlo perso, quel luogo che invece aveva un'importanza fondamentale, quel dolore che si è tramutato in questo legame che non finirà mai con queste persone, tutte diverse e con strade diverse e con obiettivi diversi; un dolore che prima applicavo a tutto l'orizzonte e poi ho ridimensionato fino a chiuderlo in una piccola, piccola scatola che ho dimenticato di avere, è lì in qualche luogo del cervello, ma non ha importanza. Quando smetti di addolorarti per quello che manca, ti accorgi di tutto quello che c'è.

Guardarsi, e capire quanto è stato importante farlo, quel gruppo. Allora non me ne sono resa conto, almeno, non con quella intensità. Ma venerdì trovarsi è stato un regalo grandissimo. Certo, non eravamo tutti; qualcuno non è arrivato, qualcuno non può farlo mai più, ma il pensiero ci ha abbracciato lo stesso. Il regalo è stato grandissimo perchè questo gruppo ha travalicato i confini professionali (altissimi) e ha tenuto aperte altre scatole, più grandi, stavolta nel cuore. Il regalo è quello di aver avuto la fortuna di incontrarli, tutti. Davvero tutti.

La fortuna è che mi era già successo, tra l'università e il periodo immediatamente successivo. Ma questo gruppo, adulto, eterogeneo, complicato, disarmonico e in altri momenti non così unito, insegna in un altro momento della vita l'importanza dell'incontro e del ricordo, della forza che scaturisce anche dai grandi dolori.
Negli ultimi quattro anni ho costruito altre cose; ho incontrato moltissime persone e forse, un giorno e con un po' di quella fortuna, alcune di queste saranno importanti al di fuori dei luoghi e al di fuori del tempo. Solo così la fatica, o i dolori piccoli e grandi che siano, possono avere un senso. Solo così i luoghi potranno essere anche importanti.
Solo così l'anima si riaccorda.

lunedì 1 aprile 2019

Piccole guerre di genere

Quando inizio un nuovo progetto in una nuova città, mi affido a quel sesto senso che spesso lasciamo da parte e, pur senza volerlo, senza troppo meccanicamente registrarlo, faccio la somma delle sensazioni.

Quando ho iniziato a frequentare Trento è stato così. Mi sono dedicata per più di un anno solo ed esclusivamente all'aspetto tecnico del lavoro da svolgere. La priorità era incentrata sulla modalità del servizio. E, nonostante questo, le prime difficoltà sono arrivate dal fatto che io sia una donna, e le mie osservazioni a qualche maschio alfa non sono state gradite.
Che fare? Nulla, basta sedersi e aspettare. E continuare a lavorare con un gruppo di persone all'interno di un palazzetto pieno di aperture, su tre piani tutti comunicanti, senza settori separati.
E formare un coordinatore e una coordinatrice. E questo post è dedicato a Chiara.

Chiara è di Ferrara, ma studia a Trento e abita in pieno centro, in condivisione. Il suo accento è un mix meraviglioso di suoni morbidi e ha un numero di anni meno di me imbarazzante. Ha occhi grandi e ha sempre un sottile gusto nel vestire, seppur di nero, seppur abiti adatti ad un lavoro di stewarding, seppur dovendo camminare molto. E ha una capacità di organizzare quaranta persone unica. Non urla mai, anche quando ha a che fare con tifosi molesti, ubriachi, offensivi. Quando le chiedono: chi sai tu?, voglio parlare con il responsabile!, risponde con calma che la responsabile è lei. Perchè è vero: è la mia coordinatrice e solo Gabriele, il suo pari, svolge come lei questo lavoro. Ma, a differenza di Gabriele, deve subire una serie di piccole dimostrazioni di maleducazioni, battute, trattamenti differenti, solo in quanto Chiara. Anche nella civilissima e fantastica Trento.

Ma anche lei ha imparato ad aspettare. Un lavoro si costruisce con il tempo, con gli eventi che si affastellano partita dopo partita, stagione dopo stagione. Prima crollano quelli che pensano: che ci vuole a fare il coordinatore? Poi quelli che dicono: perchè lei e non io? Poi persino quelli che sospettano un privilegio (anche se in questo caso no, non me l'ha data). Resistono solo i maschilisti veri, purtroppo. O gli occasionali misuratori di peni, quelli che devono entrare senza biglietto o passare per forza dove non si può o ignorare una norma del palazzetto solo perchè sono loro, splendidi Italiani privi di regole. Che non ammettono errore, mascherandolo dietro l'insulto del momento.

Sedersi e aspettare costa molta fatica. Il mio fegato lo sa benissimo, ma ogni volta che posso cerco di dare a Chiara un'altra prospettiva, che ridimensiona tutto,la restituisce nella giusta prospettiva. Io ho urlato e picchiato i piedi e ingoiato bile moltissime volte e sospetto di farlo ancora per molto.
Ma poi guardo Chiara, e Gabriele, e penso che sia una fatica ampiamente ripagata.
Mi piace pensare di condurre una piccola battaglia in un piccolissimo pezzetto di mondo e vincerla, insieme a questa generazione di venticinquenni decisamente più forti di me.

giovedì 21 marzo 2019

La sicurezza, prima di tutto

Ho imparato a miei spese a non commentare a caldo le notizie, che invece generano grosse onde tempestose e astiose, sospinte dalle contemporanee strategie di comunicazione delle fonti primarie e gonfiate e sporcate come rifiuti da bufale e venti d'odio indicibile.

Mi astengo da fare un trattato di deontologia, mi astengo anche dal commento giornalistico. Oggi va così, non se ne esce con il buon senso, anche quello soffiato via rabbiosamente.

Mi interessa però il tema della sicurezza. Fingerò di non essere stata mai null'altro che una project manager, quindi affronterò il tema in questo modo.
Nella nostra vita, la conoscenza assume sempre di più un grandissimi rilievo. Ma se nei secoli scorsi si potevano dedicare anni di studio esclusivo, poi assottigliati a periodi della giovinezza, diventati obbligatori per legge, assicurando democraticamente un sapere minimo lasciato alla discrezione di ognuno per quel che riguarda l'ampliamento, da 7, 8 anni, il bombardamento di informazioni è così articolato, multilivello, crossmediale, simultaneo, alto e basso, che quasi il valore della conoscenza si è disperso.

Per valore intendo l'acquisizione di informazioni che depositiamo dentro di noi, li facciamo maturare, li assimiliamo e li prendiamo ad esempio per episodi futuri. Tutto quello che oggi ci si schianta addosso fatica a non scivolare via, a rimanerci dentro. E quando poi dobbiamo acquisire per forza nuove conoscenze, quasi è una fatica insostenibile.

Il tema della sicurezza sul lavoro è lì, gigante. Una grana per ogni project manager che deve iniziare un progetto e mettere in campo nuove risorse, sperando che siano affidabili e non vadano, ancora, a ingrossare le fila dell'assenteismo ingiustificato (un fenomeno ormai senza razza nè età, nè genere), perchè deve organizzare tutto in tempo per essere in regola.
Sabbia nelle mutande per il lavoratore, che spesso cerca tutti gli escamotage per evitare persino la visita medica del datore di lavoro (con giustificazione degne del peggior diario di scuola). E si lamenta dei corsi. Corsi che servono per dare semplici norme di comportamento all'interno di un luogo per evitare cadute, tagli, folgorazioni, investimenti; per dare le giuste alternative in caso di imprevisti, per informare sulla catena di responsabilità, quando intervenire e quando no, chi chiamare per primo. Sabbia nelle mutande.

Spesso, e a lungo, un decreto come l'81/2008 è stato ignorato. E oggi, spiegare perchè si usa un casco protettivo, delle scarpe antinfortunistica, un giubbino identificativo sembra poco utile. Spesso, incontrare i lavoratori in queste occasioni sembra superfluo.
Ho ricevuto chiamate e messaggi vari sul perchè farli, persino se frequentarli preveda un compenso. Perchè è tempo sprecato, una rottura, non vale niente, tanto settimana prossima diserto il lavoro e non avviso.

No. La sicurezza non è prima di tutto, non in questo Paese. Perchè se lo fosse, anche minima, anche essenziale, ovunque e nella stessa misura, contribuirebbe ad attenuare quella irresistibile voglia di fottere il prossimo e additare gli altri, tirandosene fuori.

mercoledì 30 gennaio 2019

Elogio della lentezza

Molti pensano che il mio lavoro negli stadi sia una passeggiata di piacere. Non è così, è solo la parte visibile di un lavoro più lungo, che inizia prima e finisce dopo, ma non importa, ho smesso di preoccuparmene.
Una parte di questo lavoro somiglia a quello di tutti gli altri. Una parte importante, come tutti gli altri: è quella che la costruzione della fiducia. Quella che deve nascere con le persone che vi andranno a lavorare, allo stadio, controllando che sia agibile, aprendone i cancelli, visionando documenti e borse, zaini, biglietti, indicando posti, rispondendo a domande, mantenendo un clima disteso.
Quella che nasce con le autorità. Perchè - svelo un segreto - io allo stadio non sono nessuno. E sarei anche inutile, se non fosse per la responsabilità che mi lega con il referente della società. E la mia facoltà di interagire al GOS.

Non vado a sedermi, allo stadio. Non ho un posto in prima fila. Anzi, in alcuni di loro, dove ho avuto il lusso di avere un ufficio, spesso non vedevo nè campo, nè tribune. Ma posso stare là dove si riunisce il Gruppo Operativo Sicurezza, dove ci sono le telecamere che vedono fino alla penna dentro un taschino e dove dialogano Croce Rossa, Carabinieri, Polizia, Polizia Locale, rappresentanti della Questura e della Prefettura, e Vigili del Fuoco.

Cremona è una città bellissima. In realtà, spesso percorro solo la strada che porta allo stadio e, fuori di lì, quella che riporta all'autostrada. Ho a che fare con circa duecento persone, con esigenze molto diverse; alcune di loro fingono di non capire, a volte qualcuno buca un impegno, spesso non leggono le mie comunicazioni...ma allo stadio tutto svanisce, grazie al carisma del Delegato, che li armonizza come farebbe un accordatore di violino. Un perfezionista spesso preso in giro proprio dalle autorità che si riuniscono al GOS, amabilmente. Perchè si conoscono da anni.

Sabato, però, lo scherno è toccato al referente dei Vigili del Fuoco. Da quanto tempo non lavi la divisa? , gli dicono. In effetti è sporca di olio, è vero. Ma dovevate vederla quando sono stato a L'Aquila. Era talmente bianca che sono serviti tre lavaggi.
L'Aquila. C'è stata anche mia sorella, per le opere d'arte, ma non poteva muoversi senza di voi. Anzi, spesso non poteva muoversi affatto, aspettava le opere d'arte in un luogo predisposto e le curava lì.

Sai, è stata l'esperienza più segnante della mia vita. Mi ricordo ancora il primo turno. Siamo arrivati alle quattro del pomeriggio, ci hanno assegnato un'area in centro, davanti alla Casa dello Studente. Era tutto raso al suolo. Quel primo turno finì alle cinque del mattino, ma non ce ne siamo accorti, del tempo. L'adrenalina non ci ha fatto fermare un minuto, e non ci ha poi mai abbandonato. Ci appoggiavamo ai mezzi, ci coprivamo gli occhi con le mani, mangiavamo qualcosa, ma poi ricominciavamo. Ho dormito dopo, a casa, lunghissime ore di fila.
Lì, davanti alla Casa dello Studente, c'erano anche i Carabinieri. Ce n'erano due, arrivati vestiti di tutto punto. C'erano due spazi vuoti, due parcheggi, e abbiamo deciso che sarebbero stati i punti di raccolta di tutti gli effetti personali che le macerie restituivano.
Abbiamo iniziato a spostare i mattoni, i calcinacci. Tutto veniva passato al setaccio, lentamente. Dopo quelle prime tredici ore, i parcheggi erano montagne di cose: effetti personali, catenine, anelli, portafogli. E quei due Carabinieri,  ufficiali immobili a sorvegliare quegli averi, immobili nel prenderli in consegna, erano completamente bianchi, coperti di polvere.

L'Abruzzo è stupendo. Lui c'è stato più volte, in questi anni. A lavorare, ma ha approfittato anche per vederne un po', di quella Regione. Di portare la moglie in vacanza, di fare dei lunghissimi giri. Come a Santo Stefano in Sessanio. Borgo medievale di una bellezza commovente. Lesionato, semiabbandonato, perchè la paura ha scelto per alcuni dei suo abitanti.
Poi, un giorno, un ragazzo scandinavo ci è capitato in uno dei suoi giri a piedi. Sono molti gli stranieri che scelgono di viaggiare in Italia in questo modo, e il ragazzo, innamorato di quel luogo, tornò a casa, radunò il suo denaro, lasciò la Svezia e comprò molte di quelle case e mise in piedi uno degli alberghi diffusi più belli d'Italia. Ho fatto un giro su booking: mi è venuta voglia di partire subito. C'è anche un laghetto, lì vicino, con una Chiesa, della Madonna del Lago. Dopo il terremoto de L'Aquila la messa in sicurezza non è stata facile: il prete, indiano, non voleva aprire ai Vigili. E dopo Amatrice i danni sono aumentati.

Anche un altro paese, su un altro lago, è stato colpito due volte. Campotosto si affaccia su uno specchio d'acqua creato dall'uomo, ma non lo diresti mai. Il lago è bellissimo, il paese è bellissimo e si mangia divinamente (ma dove non è così?). Il primo terremoto lo affollato di crepe, ma il secondo lo ha raso al suolo. A camminarci in mezzo, si vedono i pavimenti delle case, dove case non sono più. Pavimenti bellissimi, rovine di un passato davvero troppo, troppo prossimo.

Ricostruire è un processo lento. Ricucire. Tornare. Non avere paura, provare fiducia.
Tutto sommato, una divisa così è meravigliosa. Non protegge dal freddo, ma dal fuoco. Non è pulita, è sporca d'olio. Ma va benissimo.
Ci sono molte ragioni per cui amo girare stadi e palazzetti nei miei fine settimana. C'è una costruzione, lenta, di rapporti, che non nasce all'improvviso. C'è il rispetto delle procedure, c'è l'importanza delle regole. C'è una lenta comprensione di un processo, ci sono le proposte per migliorarlo. C'è il rispetto dei ruoli. C'è la scoperta delle persone, oltre i ruoli. C'è la scelta di una divisa, ma c'è anche la vita, quella di tutti.
Tra queste, mi pare, non c'è la passeggiata di piacere.