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martedì 5 settembre 2023

Le piume dell'angelo

Ci sono due donne che si guardano negli occhi davanti a una chiesa, quella di Masnago. Sono appena uscite sul sagrato, dopo la Messa e gli avvisi del giovanissimo prete sul Palio delle Contrade. Si tengono per le braccia, si guardano e gli occhi esprimono ancora più delle parole. 

Quella commemorazione esiste da dodici anni, da quando la legionella si è portato via un ragazzo sanissimo. Su alcune delle magliette c'è scritto "Ispettore", fatte quando alla Messa si aggiungeva un minitorneo di basket sempre lì, nel campo dell'oratorio. Da qualche anno, invece, ci si siede a tavola per una salamella, una birra e le patatine. 

Il tempo non cancella nulla.
Semmai, dice una, fa ricordare più cose belle.
Spesso all'improvviso, spesso in un gesto, spesso come un flashback. Ma il senso del vuoto, quello, diventa sempre più grande.
L'una è una compagna di Università di Stefano, l'Ispettore che negli anni più belli ha tenuto insieme il gruppo di studio intrecciando storie vere e inventate. Quel manipolo di persone, quelle radici riconosciutesi nel mare di studenti del 1998, sono diventate una grande pianta. Ognuno ha continuato a crescere senza di lui ma con lui come linfa. Non ci si vede più come prima, ma quando succede, una specie di magia cancella questo tempo che scorre incontrollato.

Quell'una ha trovato nella casella elettronica una serie di mail che Stefano aveva scritto sulla nonna, donna straordinaria, che è riuscito a salutare prima che lei morisse, e delle prospettive di lavoro, dopo alcune parentesi, tra cui una bellissima alla Pallacanestro Varese. E l'altra, la madre di Stefano, ascolta e ricorda. Sul suo viso passano tutti i sentimenti possibili.

E torna a illuminarsi per raccontare una piccola curiosità che si ripete da tempo. Oggi gli ho chiesto un segno, dice. Mi sono rivolta a lui, come se fosse nella sua stanza, ricordando la Messa di stasera. Sono entrata in Chiesa e sul tappetino c'era una piuma. Sai, troviamo tantissime piccole piume.
C'è questa sua amica che le raccoglie e le conserva e me lo dice. Lui le diceva sempre di sorridere, perchè era sempre troppo seria. E lei s'è tatuata sul polso "sorridi". 
Ogni volta che troviamo una piuma sorridiamo tutti. Il nostro angelo lascia il segno delle sue ali. 

Il tempo non cancella nulla. Ma noi lo onoriamo, cercando segni e con tantissimi ricordi per colmare il senso di vuoto che diventa sempre più grande. Della vita non trascorsa insieme, ma vissuta anche per te.

venerdì 27 gennaio 2023

Rompere l'Indifferenza


Ho visto questo film a scuola, in questo periodo della mia vita in cui sono (anche) insegnante. 
Si chiama "Corri, ragazzo, corri". E parla di un bambino che viene salvato dal padre un soffio prima della fucilazione e che viene incitato a correre sempre verso Est, dalla Polonia invasa verso la Russia. La Maestra Silvia ha raccolto poi le parole che questo film a suscitato e la prima, in assoluto, è stata "tristezza". 

E una sera mi ha scritto Elisa, l'amica delle mie scuole elementari, che anche se non si chiamano più così per me restano tali. Mi ha scritto una storia che non conoscevo, una storia della sua famiglia. L'ha raccolta dalla mamma Luisella e l'ha trasmessa a Riccardo, suo figlio, che ne ha parlato nella sua, di scuola, davanti alle sue, di maestre. 

Il mio bisnonno Carlo, panettiere anche lui, aveva un bunker in giardino. Era bello fondo, cemento armato, un bestione. Era più o meno dove adesso mia mamma ha il posto auto coperto. Lui conosceva questa famiglia di Milano, avevano una ditta,  lavoravano pelli ed erano Ebrei. Abitavano nella Milano bene, dove c'erano palazzoni belli fuori e ricchi dentro. Durante la guerra il mio bisnonno li ha nascosti in soffitta, sopra al negozio. La sera, quando suonavano le sirene per avvisare che iniziavano i bombardamenti, correvano tutti nel bunker. I bisnonni, mia nonna, gli Ebrei. Quando i Tedeschi hanno capito cosa faceva il mio bisnonno, hanno rasato a zero la figlia...non so perché l'abbiano lasciata coi genitori, ma rasata. 

Carlo Ferrario, bisnonno di Elisa Pianta, riposa nel cimitero di Santo Stefano Ticino, Giusto tra i gli altri Giusti, ma rimasto sconosciuto, come molti. Come le suore di Besozzo che nascosero la dott.ssa Elena Sachsel, anche lei - come Liliana Segre - costretta a non frequentare più proprio la scuola elementare e non deportata  dal Binario 21 solo per la caparbietà di Maria Servetti, suora molto vicina al cardinale Schuster.

La mia, mi scrive Elisa, è una piccola storia a lieto fine perché quella famiglia ebrea milanese è stata salvata tutta dal bisnonno Carlo. Mi piace riflettere sul valore di questa "piccola" storia. Piccola, che ha permesso a delle vite di non essere falciate via, di esprimersi e ricordare. Piccola e molto vicina a noi, non su uno schermo, ma sulle strade del nostro territorio. 

Sul diario dei miei alunni ci sono delle frasi, vicine a questo giorno dell'anno. Di Primo Levi, di Anna Frank. Ma ce n'è una di Hannah Arendt che mi ha colpito. Scrisse un libro su un funzionario tedesco che, a processo, dichiarò semplicemente di aver eseguito gli ordini. Lei, tedesca di origine ebraica, scappò dalla Germania pochi anni dopo le prime leggi che limitavano la sua libertà, tra cui quella di insegnare. Quel funzionario è l'emblema dell'indifferenza. Cui si ribellò una piccola suora, Maria. Cui si ribellò un panettiere di un piccolo paese dell'Ovest Milanese, Carlo. 

Ho promesso a Elisa che questa storia doveva essere conosciuta di più. Intanto Riccardo ha chiesto di andare al cimitero e guardare la foto di quell'uomo, un volto tra i tanti, forse, ma che ha ora un nuovo significato. E non solo per lui. 

venerdì 1 aprile 2022

Il mondo si attraversa a piccoli passi

Marocco, Pakistan, Albania, Perù, Cina. E Ucraina.

Il mese di Marzo mi ha regalato un viaggio intorno al mondo. E io, che ho sempre in mente di partire. Sono salita su questo aereo ideale e sono atterrata a pochi chilometri da casa mia, viaggiando però lontano, negli occhi dei bambini.

E' la Scuola che mi ha dato questa possibilità. Prima, per una sola settimana, in un paese vicino al mio. Sono stata chiamata a sostituire una maestra malata e mi sono ritrovata in una quarta elementare (sì, i puristi storceranno il naso se non mi adatto a una delle riforme di qualche anno fa e non la chiamo primaria, ma su questo preferisco legare i miei ricordi a quelli che avranno questi bambini). Sedici menti accese sul presente, così diverso da quello che era il nostro. Dove il gruppo sa come indirizzare l'attenzione e subito distoglierla, in una marea tumultuosa fatta di domande che arrivano tutte insieme, senza ascoltarsi a vicenda, eredità di due anni di insegnamento a distanza, a singhiozzo, senza contatto. E, ora che il contatto c'è, è impellente, urgente, non può aspettare. Non sa stare seduto, è fuori tema. E non ci si ascolta.
In quella settimana ho imparato i nomi, spesso sbagliando, ma corretta senza scherno da questi bambini, che in ogni caso hanno ascoltato e hanno imparato quello che la loro maestra mi ha lasciato come traccia. Non ho dormito una sola notte serena. L'ansia di non essee all'altezza mi ha tolto il sonno, ma la rete di colleghi che ho trovato è stata la coccola più rassicurante che potessi mai trovare. Si naviga insieme, in questo mare impetuoso, pieno di imprevisti. Uniti. Dal vivo, con le chat, con le videocall.

E poi è arrivato un progetto da un altro Comune: aiutare i bambini stranieri a imparare meglio l'Italiano e avere più strumenti in classe. Perchè integrarsi, in Italia, non ha mai significato snaturarsi, ma arricchirsi. Un valore aggiunto che spesso tendiamo a dimenticare. Una prospettiva che dovremmo guadagnare, guardandoci da fuori. Questo progetto è stato fortemente voluto da un gruppo di donne: una dirigente, una preside, un'insegnante e un'amica. Sono stata contattata, ho parlato delle mie esperienze e questa scuola mi ha dato il riconoscimento composito, ricco, multisfaccettato che in altri ambiti non è più arrivato. E me lo ha dato senza false promesse. E con una fiducia totale.

Una scuola media e due elementari. Una dozzina di ragazzi, dai sei anni in su, verso cui mi è stata fatta una sola, grande richiesta: usa l'empatia. Quella capacità di sintonizzarsi su lunghezze d'onda differenti che avevo ritrovato solo davanti alla Natura. E, soprattutto, senza correre. Procedere lentamente, per gradi, per cogliere le reazioni così come iniziano a formarsi, le connessioni al momento del loro divenire.
L'empatia! Ma da che parte inizio? Ho chiesto dei libri a supporto, ora ne ho molti da sfogliare. Ho dormito di più questa settimana, perchè Anna mi ha scritto di procedere a piccoli passi e secondo il mio istinto. Un consiglio che ho tenuto subito stretto come la chiave del giardino segreto.

E creare attenzione. Con una canzone, con le parole, con un disegno. La lentezza ha un valore così prezioso da essere ormai dimenticato. Attenzione sui brevi periodi, come isole all'interno delle ore della mattinata, isole punteggiate da pause che aiutano a sedimentare.

C'è un'ultima sensazione che voglio fissare qui, e che mi riempie di emozione: è quella che arriva dagli sguardi. E dagli abbracci. Quel modo di chiedere sì impellente, sì disordinato e scollegato, sì sovrapposto, ha una componente affettiva spontanea che mi commuove, e che - vedete - in questo post non mi permette di essere ironica come al solito. Così come il grazie, ripetuto tante volte, da chi è arrivato dalle bombe e si sente sicuro, qui. Con il sorriso perfino negli occhi.

A piccoli passi. Nel mio giro del mondo.

venerdì 10 dicembre 2021

Non sono abbastanza MAD

Nelle mille possibilità che questo anno sabbatico, che questa vita in realtà, mi offre e mi toglie senza che io possa farci nulla, c'è anche una nuova e piccola parentesi di insegnamento, stavolta alle scuole elementari (che non si chiamano così ma per me sì, per sempre e nonostante qualunque altro nome prenderanno).

Una sera di fine Novembre, in un momento abbastanza complicato e di fronte a un Pronto Soccorso, mi scrive una mia amica. Lei fa parte di quel gruppo di persone che cresce di continuo: gli ex colleghi, una schiera enorme, con cui vanto rapporti stupendi, salvo qualche rara accezione (che conferma la regola). Prima mi scrive, poi mi chiama. Ed ecco la storia.

C'è una classe, in una scuola nella provincia di Varese, che avrebbe bisogno di un'insegnante di Italiano. Ora c'è, arriva dalla parte italofona di un altro Paese, ma ha mostrato gravi lacune nella conoscenza della lingua. Concetti come "aggettivo" e "qualificativo" faticano ad essere associati e difficilmente potranno essere trasmessi agli studenti.
Ma c'è una soluzione, che non include nè la meritocrazia (con tutto il rispetto, questa persona potrebbe fare altro, nella vita) nè i titoli sulla carta. La soluzione che lo Stato ha pensato a casi come questi ha un nome pazzo, MAD. E' l'acronimo di Messa A Disposizione, ma la sua essenza di follia non gliela toglie nessuno. E' una domanda che può essere compilata da chiunque abbia un titolo idoneo in qualsiasi momento dell'anno là dove c'è bisogno di correre ai ripari. Una toppa che però non comporta punteggio, quel numero cioè che cresce e permette nel tempo infinito dell'Istruzione di scalare la montagna del precariato, fatto di validissime persone che conoscono la lingua ufficiale. 

Il maestro dall'Italiano lasciato all'Ikea verrà assegnato ad altre mansioni (perchè lui è inamovibile). La scuola deve valutare se ha il budget per sostituirlo alla cattedra, ed è qui che inizia il dolore. Perchè è tutta questione di soldi, qui come in tutti gli ambiti possibili. E quella scuola non ha il fondo sufficiente per garantire un insegnamento con un'altra persona fino a fine anno. Così, gli altri insegnanti allungheranno un pochino la loro coperta, faranno qualche straordinario, aboliranno i riposi e copriranno l'incompetenza ormai non più mascherabile di questa persona, che avrà un Diploma Magistrale conseguito prima del '92, chissà. O un titolo, un aggiornamento, un concorso che lo ha reso abile sulla carta più di una laurea in Lettere.

Se non vinco, imparo. Questo me lo ha insegnato un'altra amica che mi ha preso per mano in questo ultimo anno e mezzo. E io ho imparato a non soffrire più.
Anzi.
Quella telefonata ricevuta in una sera difficile, davanti a un pronto Soccorso, è un regalo. E' un pensiero positivo, un pensiero bello. Un gesto concreto che arriva da una persona che non vedo da tempo, ma che, al di là della forza, della volontà di rinascere, della determinazione, legge attraverso le righe.
Bisognerebbe dare più valore ai pensieri belli. Sempre.
Bisognerebbe scriverseli nel cuore. In un bellissimo Italiano.

venerdì 3 aprile 2020

Tutti i computer del preside

La parte più bella di questo blog non è quando racconto i fatti miei, che sono solo dei piccoli episodi tragicomici di una donna impacciata. La parte più bella è quando riesco a raccontare una storia, e la storia emerge bene, sboccia e fiorisce da sola. E questo è un post che racconta una storia.

C'è un preside di un piccolo Istituto Comprensivo della provincia dell'Ovest Milanese che ha avuto una bella idea. L'Istituto raggruppa le scuole elementari e medie di tre Comuni vicini tra loro; non riesco a chiamarle primarie e secondarie, mi si conceda un'inesattezza, un errore storico, perchè applico la definizione di quando, quelle scuole, le frequentai io, proprio di uno di questi Comuni.

Ed è proprio di questo paese che racconto, anche se l'idea del preside si è ovviamente applicata per tutti gli studenti delle classi medie; il motivo è perchè sento questo gesto così vicino che mi viene naturale pensare che questa storia interessi i figli dei miei amici, dei miei compaesani.

Siamo ancora confusi, in questa quarantena; ci accorgiamo che le priorità non sono quelle che pensavamo di avere. Ci siamo accorti che i problemi che dobbiamo affrontare quotidianamente sono diversi e non di facilissima soluzione.
Ad esempio, i compiti della mattina, da fare al computer. Un PC o un fisso che magari è l'unico presente in famiglia, che ha anche qualche altro componente che magari deve utilizzarlo per lavorarci. E allora si usa lo smartphone per i compiti, oppure lo smartworking si sposta al pomeriggio e la sera; però ci sono anche altre incombenze, altri membri della famiglia con altre esigenze, un cane, chessò. Ci siamo liberati da un tetris di impegni per ritrovarci in un tetris di orari utili per fare qualcosa.

Molti presidi hanno chiesto, utilizzando i social, di aprire i wifi condominiali, perchè un altro problema sono proprio i giga, i contratti che abbiamo, gli usi della rete quando per 8/10 ore della giornata si stava fuori casa; ma questo preside ha fatto un passo in più.

Due giorni fa ha richiamato il personale scolastico per aprire il plessi e andare a recuperare tutti i computer disponibili nelle scuole per distribuirli a chi non li ha a disposizione, a casa. In particolare agli studenti della terza media, per quanto è stato possibile e nel modo più equo possibile. Il più bello di quelli in dotazione, già lo so, sarà andato a qualcuno che davvero ha meritato questo piccolo gesto.

E allora mi sono chiesta se, oltre ad aprire i wifi, ogni di noi può fare qualcosa. Se, ad esempio, può guardare se a casa ha qualche macchina (come direbbero i tecnici) che non si usa più se, è possibile chiamare la Protezione Civile, se è possibile formattare questi pc in modo da potersi collegare semplicemente alla rete, aprire un foglio di lavoro, usare internet. Ci sono molti bravi tecnici che, in pochi semplici passi, possono rendere uno strumento fruibile; distribuirli è possibile, lo ha dimostrato questo dirigente scolastico.

Non so se questa idea sia stata solo sua, anzi, sono sicura che altri presidi abbiano avuto la stessa pensata. Dare uno strumento a chi, oggi come non mai, ha capito che la scuola non è uno spreco. Alcuni dei miei coetanei, a volte, confessano che se avessero avuto più pazienza, più costanza, più "voglia di studiare", forse non avrebbero fatto le scelte che poi hanno intrapreso. Credo che questi studenti, più di noi, più delle generazioni precedenti, stiano comprendendo il valore di fare lezione, e che avranno una diversa prospettiva, nella loro vita futura. Almeno, ci penseranno due volte.

martedì 11 giugno 2019

Sport come unicorni

Mi incuriosisce questo entusiasmo per il calcio femminile, come se fosse un animale raro improvvisamente sbucato in città. Come se prima non fosse esistito. Anzi, come un animale mitologico.

Abbiamo ormai questa tendenza a vivere di impressioni momentanee, lasciando che questi lampi nel rumore assordante di tutte le azioni che compiamo ogni giorno in modo discontinuo, ingarbugliate, lasciate e riprese, intersecate, su più fronti reali e virtuali, ci colpiscano senza pensare più che sono frutto di un lavoro prima e dopo. Abbiamo la tendenza a credere che certe cose esistano solo in quel momento e siano proprio così come ce le dicano, senza troppo ragionarci su. Dimenticando la storia.

La storia è fatta di tutto quello che non c'è sotto i riflettori. Ho conosciuto Giulia, domenica, che mi ha parlato di un tempo ritrovato per sè dopo sei anni. Sei anni in cui Silvia, la figlia, ha fatto pattinaggio su ghiaccio sincronizzato a livello agonistico. Bellissimo, ho sospirato.

Sì: proprio bellissimo.
Sei allenamenti a settimana, dalle 19 alle 23. Scuola, lavoro, pranzo alle 18.00, macchina fino all'Agorà. Lunghe attese fuori, in auto, in via dei Ciclamini. Fuori al freddo, o dentro al freddo, perchè non è mai disponibile la sala che c'è sotto la pista, al massimo c'è il bar, coi vetri incrostati di ghiaccio.
E le gare, in Italia e in Europa, che quando sono fuori sono trasferte di più giorni, anche di una settimana.

E un Liceo che non accoglie i calendari della Federazione circa l'impegno di Silvia, e che non fa nulla per venire incontro alla giovane atleta. Per dirla di dritto: nessun favoritismo. Per dirla di rovescio: poca attenzione a una ragazza che investe così tanto sulla propria formazione agonistica. Poca attenzione a una famiglia che cerca di assicurare una buona base culturale a una figlia che vuole anche impegnarsi nello sport.

Perchè le scuole speciali, quelle belle dei film, non sono la normalità, da noi.
In quello stesso Liceo, 20 anni fa, c'era una ragazza che giocava a Basket nel Vittuone. Lei era di Venezia e per poter giocare ed allenarsi era stata costretta a trasferirsi come ragazza alla pari da una signora anziana, lontana da tutto e da tutti. Me la ricordo bene, quella ragazza altissima. Non parlava mai. Seguiva docilmente su e giù dal treno le sue compagne di classe di quell'anno senza aprire mai bocca.

Non ci sono unicorni, nella vita reale. Solo sacrifici. Paolo, il mio amico scrittore, lo ha ben inquadrato in un libro in cui racconta di quelli che, per varie ragioni, non emergono. Questi "999" non sono i perdenti, rispetto all'uno su mille. Non farcela non è sinonimo di sconfitta. Non far parlare di sè non significa non esistere.
E dunque, brave, ragazze del calcio. Continuate così, come sapete fare da molto tempo.
E brava anche Silvia, che presto andrà a studiare in Bielorussia e ci starà un paio d'anni. A 10 minuti da un palazzetto del ghiaccio rinomatissimo. E, per non sbagliare, ha ricominciato a fare tutti i suoi esercizi di stretching quotidiano...


martedì 20 settembre 2016

La banda del cerchietto

Questo post è rimasto nelle bozze da qualche tempo, e, contrariamente a quello che accade di solito quando scrivo, l'ho riletto, ripreso, lasciato più volte.
Niente di scritto in 4 minuti, insomma. Perchè vorrei approfondire il discorso dandogli uno spessore che probabilmente non ho.

Sto cercando di ricordare esattamente quali erano i pensieri ricorrenti, alle scuole medie.
Ho dei diari, da parte, salvati più e più volte da quei repulisti generali che hanno lo scopo dichiarato di far spazio fisico e mentale negli armadi, nei mobili, in case diverse; intento ovviamente fiaccato nello stesso momento in cui li prendo tra le mani, ne tocco la copertina, e definitivamente fuggito all'apertura di una pagina a caso. Perchè riportano alla memoria in un momento pensieri e parole; perchè pensieri e parole riaccendono ricordo come in un film a spezzoni. E una breve frequentazione degli studenti mi è bastata e anzi, non fa altro che far risaltare le differenze con quello che ero, che eravamo noi.

I ragazzi hanno la testa tra le nuvole, e fin qui niente di nuovo. Si distraggono molto facilmente, e se funziona il divieto di portare a scuola cellulari o altro la distrazione rientra nel genere tradizionale: la scemata dell'amico, le femmine della classe, le dediche sul diario, i pettegolezzi. A questo si aggiunge una maleducazione paurosa.

Ecco, la differenza sta tutta qui: la maleducazione e il mancato riconoscimento delle figure educative. Neanche il più scalmanato degli scalmanati di venti anni fa somiglia allo studente medio di oggi, che non ha più nessun punto di riferimento. Non lo ha, non ne sente la mancanza, non lo riconoscerà mai, se non a suon di punizioni di vario genere, anche se non è detto che queste siano efficaci. Nel periodo del mio insegnamento ho portato uno studente dalla preside e questo, davanti a me esterrefatta, ha mantenuto lo stesso atteggiamento strafottente e anzi ha manipolato la realtà talmente a suo favore che Feltri avrebbe potuto prenderlo subito nelle sue redazioni.

Il punto è che questo genere di supermenefreghismo caratterizza maschi e femmine indiscriminatamente, con battaglie che iniziano su Facebook al cospetto di migliaia di amici (perchè più ne aggiungi, meglio è; tutti gli amici di tutti i tuoi amici devono essere anche i tuoi, con buona pace delle lezioni a scuoola sui pericoli della rete) a corredo di foto in mini shorts, occhi pittati e bocca a forma di culo; e finiscono con insulti scritti sul marciapiede davanti a scuola e tirate di capelli in mensa. E si consumano su tutti i livelli, per cui sei parte della banda - o meno - se usi un certo colore di smalto, se metti o no il cerchietto, se ti compri lo stesso paio di scarpe (quest'ultima in verità è sempre esistita...).

C'è comunque speranza. Il rifiuto dei no scavano comunque come una goccia nella roccia. A distanza di mesi, certe sfuriate non accettate, certe note chilometriche lette con sfida alle amiche appena fuori dal cancello dello scuola, sortiscono timidi effetti. Piccoli pianti nascosti fuori dalla classe, sommesse richieste di scusa, colloqui straordinari coi genitori e prove d'esame perfette.
Che fatica, però.


lunedì 6 ottobre 2008

Parietti tuttologa

Ma che peccato, ieri, essersi persa quella bellezza di prgramma che è L'Arena del viscido Giletti, dove la Parietti, pare, abbia dispensato perle di saggezza sulla scuola...
E' arrivata a casa mia mamma dal lavoro, arrabbiatissima, raccontandomi dell'illuminante discorso dell'Alba sul numero di bidelli e maestre in Italia. La mia mamma fa la collaboratrice scolastica, o meglio, la bidella (chiamiamo le cose con il loro nome!). Si è quindi sentita punta sul vivo...

Non penso che esista un bidello per classe come si è detto in tv (ma su che base?), so solo quello che conosco per esperienza diretta. Nel mio percorso scolastico i bidelli erano 2-3 su tutta la scuola o al massimo 2 per piano, come succede nella scuola elementare in cui lavora mia madre. Pare che il delirio dei numeri sia stato scatenato da un'intervista ad una mamma che ha dichiarato di avere "a disposizione" per il figlio 9 maestre. Ma è stato verificato? Possibile che ognuno possa andare in tv a dire proprio tutto quello che vuole?

Contiamo queste 9 maestre: 1 per italiano, storia e geografia; 1 per scienze e matematica; 1 per religione; 1 per inglese....1 per educazione fisica....mmm magari ce n'è 1 di affiancamento per i bimbi stranieri, 1 per i portatori di handicap....me ne mancano comunque 2. Mi vengono in mente solo battute cretine.