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martedì 30 settembre 2025

Sì, San Siro merita un nuovo stadio


Ed eccomi qui, signor giudice, ad esprimere un parere non richiesto. 

Questa volta, però, si tratta di un pensiero legittimo. Una parte della mia vita che ritengo decisamente importante è legata a questo luogo che amo e di cui sento la mancanza, dopo vent'anni di frequentazione, e che mi suscita un sentimento potente. Un sentimento che ha una data precisa, un colpo di fulmine arrampicato su una delle torri a lato del terzo anello blu: 4 giugno 1995, Inter Padova, 2 a 1 e ultima partita di Ruben Sosa. Ravvivato in piedi sui seggiolini della Curva davanti ai due gol di Recoba al suo esordio in Inter Brescia, 31 agosto 1997 e iniziato, come una lunga storia d'amore, con il Campionato 99/00 e poi con nove abbonamenti di fila, da Ronaldo-Baggio-Zamorano-Recoba-Vieri in poi, dal terzo rosso al secondo arancio. E poi altri nove anni in servizio, in sala Executive e in garage, agli skybox della tribuna rossa e al primo arancio. E poi come osservatrice e al lavoro con gli steward, entrando in tutte le stanza di questo colosso, sale stampa, gos, scale interne, consorzio Inter Milan, sede dell'Inter, spogliatoi, mix zone. Lontanto dai match, con i pitch parterre in costruzione, le lampade per il prato, l'allestimento per i concerti. Non credo ci sia un angolo che non abbia visto, infermeria compresa. Dei concerti ho già perso il conto. 

Sì, posso dirlo: scrivo di un luogo che conosco e amo molto. A cui sono pronta a dire addio. Perchè questo stadio è come una casa, un bene immobile: è quello che vi succede all'interno che rende la vita vissuta là indimenticabile, non il contrario. Sono le emozioni, le azioni, le gioie e le disperazioni, i climi che mutano da un minuto all'altro, la rabbia e la felicità, il canto e la folla, il freddo, la pioggia, il caldo torrido e il sole accecante, la calca e il vuoto delle porte chiuse che fanno di San Siro il luogo che è. Il pubblico e i giocatori, i colori e gli striscioni, i cori e le persone. Il rito, le canzoni, lo speaker, la società, i fotografi, gli steward. E novanta minuti di imprevedibilità, le birre vendute sugli spalti, le bandiere enormi e piccolissime, i sorrisi e le lacrime, i veterani e gli occasionali, i bambini entusiasti e addormentati,  le mogli annoiate e le generazioni di tifose che arrivano insieme, gli sguardi d'intesa tra sconosciuti e l'annullamento totale di ogni differenza sociale. E' l'adesione e la contestazione, è la fila all'ingresso e il deflusso pieno di adrenalina che, piano piano, cala sulle gambe. Sono nervi che si tendono, tensione che va scogliendosit, lacrimogeni, fumogeni, bontà e cattiveria. Sono i geloni ai piedi, che tornano a sentire di nuovo tepore solo dopo aver raggiunto la macchina in parcheggi lontani. Quei silenzi improvvisi che portano fino agli spalti lo schiocco secco del pallone che impatta sul palo, il fischio dell'allenatore, l'imprecazione da fallo. 

Il sapore del panino con la salamella, la cipolla e i peperoni sarà sempre quello, anche dopo. 

Perchè ci vuole un dopo. Le stanze del Comune che inghiottiscono decine di imbucati, scale strette e maleodoranti, bagni inadeguati, vie di fuga lente, ascensori microscopici e lentissimi e centinaia di metri quadri di cemento nudo mal rasato. Nessun adeguamento, dalla finale di Champions in poi, non può nascondere un pachiderma stanco. Nessuna nuova sala rivestita di pannelli semovibili. Gli spazi restano inadeguati, anche mascherati. 

Il Meazza è uno stato dell'anima. Lo sapeva benissimo anche colui che gli ha dato il nome, primo divo di questo sport che con il ciclismo ebbe una funzione sociale cruciale in Italia. Lui, talento straordinario, grande giocatore d'azzardo e pieno di donne, sapeva che dal letto al rettangolo di gioco era il sentimento a muoverlo.

San Siro è ben più di uno stadio. E' un anelito che non morirà mai. La caduta del palazzetto lo ha già mostrato: ci sono dolori lancinanti che si superano, perchè quello che resta è decisamente più grande e più eterno di un contenitore di emozioni. Invertiamo la sineddoche: torniamo al tutto e non alla parte, al contenuto e non al contenitore, all'essenza e non alla materia. 
Conserverò con estrema gioia tutti i ricordi che mi legano a quel luogo, e con altrettanta gioia attenderò quelli che verranno.


Ho finito, signor giudice. Tutto quello che desidero sono altri vent'anni di partite dal vivo.

martedì 5 agosto 2025

Adriana e l'Inter


Ci sono momenti in cui l'urgenza di scrivere si manifesta in molti modi. Prima di dormire, compaiono nella mia mente testi e frasi esattamente come in questo foglio appunti, si compongono velocemente, di getto, in pochi istanti, e li lascio fluire così, senza memorizzarli in altro modo. Altre volte sono pensieri fulminanti mentre sto facendo altro. Ultimamente, lascio che i pensieri si scrivano tra i capelli al vento nei miei giri in bici, tra campi a granturco e canali. 

E poi ci sono gli anniversari, non appuntati, che tornano. 


Sono giorni che penso ad Adriana e, andando a cercare nel mio blog, ho trovato solo una piccola parte della sua storia bellissima, e quella piccola parte riguarda solo il giorno in cui è morta, nella serenità di una mattina sonnolenta. 

Dieci anni fa, il 16 maggio del 2015, incontrai allo stadio, nel mio anno di consulenza tra una carriera radiofonica e un'altra, una donna straordinaria. Lei avrebbe compiuto cento anni il 24 maggio e da oltre 60 anni frequentava San Siro, per la sua Inter. Il figlio Roberto al suo fianco, in auto da bambino, poi con il tram e ora con la metro lilla. La loro storia mi colpì per due motivi: era fatta di una passione gioiosa, ma piana, di riti che si costruiscono nel tempo, qualunque cosa accada, in qualunque condizione atmosferica. E avevo di fronte due persone che dimostravano almeno 25 anni in meno: l'Inter allena il cuore, è un dato di fatto. La prima foto è di quel giorno. 

Ci ho pensato a lungo e poi ho fatto arrivare la storia prima a una tv locale e poi alla società, per la quale avevo iniziato questa consulenza. 15 giorni dopo, il 31 maggio, Adriana è stata invitata a ritirare la sua maglia numero 100 in campo, prima della partita. Ero con lei, Roberto e Luigi, lo steward che me l'aveva presentata e che svolgeva servizio nel suo settore. A consegnarle la maglia, Capitan Zanetti, Benny e il mio Ciccio, tra gli altri. Abbiamo fatto a braccetto mezzo giro di campo, dal suo posto alla linea immaginaria in cui si scherano i giocatori e lei ha raccolto gli applausi con una felicità impossibile da dimenticare. 

E' stato un momento di grande bellezza, di quelli che travalicano le regole e restituiscono al calcio una dimensione romantica. Una dimensione sociale, quella che avevo scritto nella mia tesi. A volte, la vita restituisce momenti perfetti. Non avevo ancora finito, con lei. Ecco perchè in questi giorni è tornata così, prepotentemente, a bussare. Seppur brevemente, le dovevo un  post. O lo dovevo a me stessa e, sono sicura, è comunque la stessa cosa.

 

giovedì 9 dicembre 2021

Quelli che...e quello che.


E così Quelli che il Calcio ha chiuso.

La notizia mi arriva da Andrea, autore del programma ma prima di tutto grandissimo amico. Da molti mesi, pandemia in mezzo, pubblico ridotto, difficoltà di spostamenti del format, cercavamo una quadra perchè mi fosse possibile andare a vedere la trasmissione. Non importa, io e Andrea troveremo altri modi per vederci. Ma entrambi viviamo quella sensazione di disarmo, a distanza e in modi differenti, che già avevamo sperimentato altrove, che ci ha accomunato altre volte. Consci di aver fatto benissimo, ma con quel piccolo dolore per aver perso qualcosa di nostro. Del nostro sogno.

Correva l'anno accademico 2003/2004 quando la trasmissione è entrata nella mia tesi di laurea. E il 2004, in effetti, è stato l'anno in cui ho assistito più volte alla creazione di quello spettacolo televisivo. L'edificio Carlo Martello di Corso Sempione, a parlare della struttura organizzativa. E poi la mensa, il bar, la messa in onda ancora nella ex Fiera. Ho un cd di foto finito chissà dove di scatti da tutte le angolazioni possibili e un ricordo solido, un po' trascendentale per una venticinquenne che vede il reale e il televisivo comporsi da dietro la telecamera, a fianco di un operatore. Era lì che, dieci anni dopo la mia prima partita a San Siro con papà e sorella e quella promessa di diventare giornalista sportiva, rinnovavo la mia convinzione. Era lì che, assistendo a un rito televisivo stavolta, sentivo il sogno possibile. 

Nella mia vita da tifosa, prima televisiva e allora solo da un paio d'anni anche non occasionale allo stadio, Quelli che il Calcio era il contorno fantastico, visto fin dai tempi di Fazio. Lo sport tra parentesi ma che ci stava benissimo, perchè avevamo lo stadio, avevamo le partite al bar.
Oggi non abbiamo (quasi) più niente di tutto questo. E quando mi capita, come sabato scorso, di entrare in un pub di Milano e dividere un tavolo con due sconosciuti per vedere la partita...avverto ancora di più quel cambiamento. Mi sento un po' anziana, e in effetti questo post è solo un modo più articolato di dire che certe cose finiscono e non torneranno. Come certi amori, che siamo contenti di aver vissuto con tutta la passione possibile.

domenica 29 novembre 2020

Ne abbiamo tante, di Scatole piene!


Quante volte ci siamo detti: ecco l'idea giusta! O meglio, ecco la formula giusta, di un'idea che frulla da mesi e mesi nella testa. Eccola, la formula: si chiama Scatole di Natale. 

Scatole di Natale nasce a Milano, inizialmente riguarda la città (ma si allarga subito) ed esprime in pieno lo spirito di condivisione che la pandemia ha stimolato in molti di noi. Basta una scatola delle scarpe da riempire con pochi componenti: qualcosa che scaldi (dai calzini, al maglione, alla sciarpa, al cappellino), qualcosa per la cura di sè (saponi, creme, profumi), qualcosa che diverta (giochi, libri, musica), qualcosa di goloso e un biglietto di auguri sincero, che arriva al cuore più di qualsiasi oggetto. E queste cose possono essere nuove acquistate, nuove mai usate di cui sono piene le nostre case, usate come nuove e integre, in corso di validità. Buone come il vento che le muove.

Ieri sera leggevo i post di un gruppo di Facebook composto da professioniste della comunicazione, ed ecco Francesca che espone questa iniziativa. Le scrivo, e ci rendiamo subito conto di conoscerci già da tempo: abbiamo amici in comune che lavorano nel mondo del giornalismo e dello sport, noi due ci siamo presentate anni fa. E allora rilancio, in questa partita ideale: faccio da punto di raccolta e vengo io a portare il tutto, per i prossimi due sabati. Facciamo rete, con Francesca, allargando il campo di gioco a Simona e Marion. Simona è la mente insieme a me del progetto fotografico Bastano gli Occhi, che raccoglie frammenti di storie professionali e personali di vita che continua oltre la mascherina e con tutta la forza dello sguardo; Marion è invece il motore logistico di Scatole di Natale, che ha ideato e sta organizzando di fatto la raccolta, accogliendo come con noi tutte le richieste di collaborazione. Francesca è contentissima perchè è una delle prime a condividere il Marion-pensiero: non sono solo io a proporre la rete. L'idea ha fatto gol, sfuggendo dai guantoni della naturale diffidenza con cui ormai accogliamo una proposta.

In sostanza, quindi, per Santo Stefano Ticino il punto di raccolta sarà lo Studio di Architettura Negrini Simona. Chi vorrà può portare la propria Scatola di Natale lì, in Vicolo Sant'Anna 2/A. O le proprie scatole, rivestite con carta o disegni, decorate come si desidera, ma corredate con una scritta in un angolo che spieghi se il regalo è destinato a un bimbo, una bimba (e l'età, più o meno), una donna o un uomo. Ma i punti di raccolta sono tantissimi: sulla pagina c'è un lungo elenco, e crescono proprio mentre sto scrivendo questo post, a Magenta, a Corbetta, in moltissimi posti e presso privati.  

Marion è sommersa dalle richieste, dunque. In 48 ore sono arrivati 5.000 like alla pagina Facebook, è presente anche su Instagram e il cellulare non smette un attimo di squillare, il whatsapp è caldo, i commenti sono tantissimi. Ha centrato il punto: la formula giusta che tutti noi possiamo applicare. La ricetta con pochi e semplici elementi che tutti abbiamo, conditi dall'affetto delle parole. Un modo per starci vicino senza filtri. 
Scatole di Natale ci rende tutti amici. I miei, ad esempio, ogni anno organizzano la tombola dei regali riciclati alla Befana. Questa idea, per quest'anno così particolare, la anticipa e la rende possibile a migliaia di noi. 

Saremmo molti, nei prossimi due sabati, a raggiungere il magazzino di San Siro. Carichi di Scatole di Natale colorate e utili, che alleggeriscono le nostre case spesso piene di doppioni e riempiono il nostro cuore. Ne abbiamo tante, di Scatole piene, e un'iniziativa come questa non toglie nulla alle altre di Natale. Semmai ci rende tutti più ricchi.

martedì 11 giugno 2019

Sport come unicorni

Mi incuriosisce questo entusiasmo per il calcio femminile, come se fosse un animale raro improvvisamente sbucato in città. Come se prima non fosse esistito. Anzi, come un animale mitologico.

Abbiamo ormai questa tendenza a vivere di impressioni momentanee, lasciando che questi lampi nel rumore assordante di tutte le azioni che compiamo ogni giorno in modo discontinuo, ingarbugliate, lasciate e riprese, intersecate, su più fronti reali e virtuali, ci colpiscano senza pensare più che sono frutto di un lavoro prima e dopo. Abbiamo la tendenza a credere che certe cose esistano solo in quel momento e siano proprio così come ce le dicano, senza troppo ragionarci su. Dimenticando la storia.

La storia è fatta di tutto quello che non c'è sotto i riflettori. Ho conosciuto Giulia, domenica, che mi ha parlato di un tempo ritrovato per sè dopo sei anni. Sei anni in cui Silvia, la figlia, ha fatto pattinaggio su ghiaccio sincronizzato a livello agonistico. Bellissimo, ho sospirato.

Sì: proprio bellissimo.
Sei allenamenti a settimana, dalle 19 alle 23. Scuola, lavoro, pranzo alle 18.00, macchina fino all'Agorà. Lunghe attese fuori, in auto, in via dei Ciclamini. Fuori al freddo, o dentro al freddo, perchè non è mai disponibile la sala che c'è sotto la pista, al massimo c'è il bar, coi vetri incrostati di ghiaccio.
E le gare, in Italia e in Europa, che quando sono fuori sono trasferte di più giorni, anche di una settimana.

E un Liceo che non accoglie i calendari della Federazione circa l'impegno di Silvia, e che non fa nulla per venire incontro alla giovane atleta. Per dirla di dritto: nessun favoritismo. Per dirla di rovescio: poca attenzione a una ragazza che investe così tanto sulla propria formazione agonistica. Poca attenzione a una famiglia che cerca di assicurare una buona base culturale a una figlia che vuole anche impegnarsi nello sport.

Perchè le scuole speciali, quelle belle dei film, non sono la normalità, da noi.
In quello stesso Liceo, 20 anni fa, c'era una ragazza che giocava a Basket nel Vittuone. Lei era di Venezia e per poter giocare ed allenarsi era stata costretta a trasferirsi come ragazza alla pari da una signora anziana, lontana da tutto e da tutti. Me la ricordo bene, quella ragazza altissima. Non parlava mai. Seguiva docilmente su e giù dal treno le sue compagne di classe di quell'anno senza aprire mai bocca.

Non ci sono unicorni, nella vita reale. Solo sacrifici. Paolo, il mio amico scrittore, lo ha ben inquadrato in un libro in cui racconta di quelli che, per varie ragioni, non emergono. Questi "999" non sono i perdenti, rispetto all'uno su mille. Non farcela non è sinonimo di sconfitta. Non far parlare di sè non significa non esistere.
E dunque, brave, ragazze del calcio. Continuate così, come sapete fare da molto tempo.
E brava anche Silvia, che presto andrà a studiare in Bielorussia e ci starà un paio d'anni. A 10 minuti da un palazzetto del ghiaccio rinomatissimo. E, per non sbagliare, ha ricominciato a fare tutti i suoi esercizi di stretching quotidiano...


martedì 14 maggio 2019

La foto di Daniele

Mi è tornato alla mente un episodio di quando facevo la steward a San Siro. Del periodo bello, quello che mi portava allo stadio con entusiasmo insieme al mio amico Cesare, a fare servizio in area hospitality e poi aspettare lui che invece era in garage e che doveva attendere che se ne andassero tutti, o quasi, che gli allenatori abbandonassero dopo le interviste, che l'antidoping portasse via il suo carico, che il quadro delle chiavi delle auto dei calciatori si svuotasse e che i pullman delle squadre salissero la rampa.

C'era stato un Inter Roma, ma non ricordo nulla. Non sono mai stata una da almanacco, mi sono sempre piaciute le storie e quando ricordo particolari in campo è perchè è successo qualcosa di significativo fuori, a margine, prima o dopo. E la storia è questa.

Ero appoggiata alla transenna che, insieme ad altre, creava una specie di area di passaggio tra il cancello che divide una piccola area e una più grande, nella pancia del Meazza. Quella piccola è direttamente collegata con le scale che scendono dagli spogliatoi e dalla mixed zone, dove i calciatori hanno già rilasciato le loro interviste; quella grande ospita le auto di chi ha il privilegio di parcheggiare lì.

Sicuramente chiacchieravo. Imbastire relazioni sociali è ciò che più mi riesce meglio, soprattutto quando c'è da ammazzare il tempo discretamente, in un angolo vicino al muro, attendendo la sfilata verso l'area grande degli interisti e la salita sul pullman dei romanisti, destinazione aeroporto. Ammazzavo il tempo aspettando il mio socio e gustandomi quello spettacolo da 8 e mezzo, quando la notorietà  si sveste e, fuori dai riflettori, rientra in uno scenario diverso, normale. Quando l'atleta ha la tuta, i capelli ancora bagnati, sa di bagnoschiuma, abbraccia la moglie, prende in braccio il figlio e mentre sale in macchina firma gli ultimi autografi, si presta a qualche foto, da ragazzo normale, solo più prestante di altri. Erano gli interisti a uscire così: arrivavano alla partita dal ritiro e tornavano ognuno a casa loro, lasciando che il pullman tornasse vuoto ad Appiano Gentile.

Quel bagno di normalità non interessava invece i romanisti, accomunati sì dalla stanchezza post partita, ma solo da quello. Fino a De Rossi e a quel ragazzo. Un ragazzo che lo chiama per nome, con la E aperta che nemmeno i milanesi che hanno riscritto le regole della dizione potrebbero mai utilizzare. "Daniele, Daniele, aspetta. Daniele, sono venuto per te. Ti seguo da sempre, sei il mio idolo, Daniele, non salire subito!"
Fin qui, poca reazione. De Rossi lo guarda da dietro il cancello, sorride, rallenta solo un po', lo saluta da lontano.
"Daniele, Daniele. Aspetta. Guarda, sono venuto per te". Il ragazzo estrae il portafoglio dai jeans. Lo apre, tira fuori la foto di un ragazzino con la divisa della Roma. "Daniele, ho la tua foto nel portafogli, guarda, la porto sempre con me!".

De Rossi si ferma. Non sa se crederci o no, ma si avvicina, varca il cancelletto che divide l'area piccola da quella grande e si avvicina alla transenna a cui è aggrappato il ragazzo. Hanno pochi anni di differenza, è possibile? Ma la foto è sua, è davvero sua. Stupore, un abbraccio, due grandi sorrisi.

Oggi ho pensato a quel ragazzo. Ha ancora con sé la foto di De Rossi? Chissà.
Chissà che fa ora, se affronta ancora una trasferta, se manifesta il suo entusiasmo ancora in questo modo così genuino, senza filtri, con la gioia di chi incontra il proprio idolo.
Un gesto, in mezzo ad un mare di gesti, che forse solo lui ricorderà, che forse solo qui si leggerà.

mercoledì 30 gennaio 2019

Elogio della lentezza

Molti pensano che il mio lavoro negli stadi sia una passeggiata di piacere. Non è così, è solo la parte visibile di un lavoro più lungo, che inizia prima e finisce dopo, ma non importa, ho smesso di preoccuparmene.
Una parte di questo lavoro somiglia a quello di tutti gli altri. Una parte importante, come tutti gli altri: è quella che la costruzione della fiducia. Quella che deve nascere con le persone che vi andranno a lavorare, allo stadio, controllando che sia agibile, aprendone i cancelli, visionando documenti e borse, zaini, biglietti, indicando posti, rispondendo a domande, mantenendo un clima disteso.
Quella che nasce con le autorità. Perchè - svelo un segreto - io allo stadio non sono nessuno. E sarei anche inutile, se non fosse per la responsabilità che mi lega con il referente della società. E la mia facoltà di interagire al GOS.

Non vado a sedermi, allo stadio. Non ho un posto in prima fila. Anzi, in alcuni di loro, dove ho avuto il lusso di avere un ufficio, spesso non vedevo nè campo, nè tribune. Ma posso stare là dove si riunisce il Gruppo Operativo Sicurezza, dove ci sono le telecamere che vedono fino alla penna dentro un taschino e dove dialogano Croce Rossa, Carabinieri, Polizia, Polizia Locale, rappresentanti della Questura e della Prefettura, e Vigili del Fuoco.

Cremona è una città bellissima. In realtà, spesso percorro solo la strada che porta allo stadio e, fuori di lì, quella che riporta all'autostrada. Ho a che fare con circa duecento persone, con esigenze molto diverse; alcune di loro fingono di non capire, a volte qualcuno buca un impegno, spesso non leggono le mie comunicazioni...ma allo stadio tutto svanisce, grazie al carisma del Delegato, che li armonizza come farebbe un accordatore di violino. Un perfezionista spesso preso in giro proprio dalle autorità che si riuniscono al GOS, amabilmente. Perchè si conoscono da anni.

Sabato, però, lo scherno è toccato al referente dei Vigili del Fuoco. Da quanto tempo non lavi la divisa? , gli dicono. In effetti è sporca di olio, è vero. Ma dovevate vederla quando sono stato a L'Aquila. Era talmente bianca che sono serviti tre lavaggi.
L'Aquila. C'è stata anche mia sorella, per le opere d'arte, ma non poteva muoversi senza di voi. Anzi, spesso non poteva muoversi affatto, aspettava le opere d'arte in un luogo predisposto e le curava lì.

Sai, è stata l'esperienza più segnante della mia vita. Mi ricordo ancora il primo turno. Siamo arrivati alle quattro del pomeriggio, ci hanno assegnato un'area in centro, davanti alla Casa dello Studente. Era tutto raso al suolo. Quel primo turno finì alle cinque del mattino, ma non ce ne siamo accorti, del tempo. L'adrenalina non ci ha fatto fermare un minuto, e non ci ha poi mai abbandonato. Ci appoggiavamo ai mezzi, ci coprivamo gli occhi con le mani, mangiavamo qualcosa, ma poi ricominciavamo. Ho dormito dopo, a casa, lunghissime ore di fila.
Lì, davanti alla Casa dello Studente, c'erano anche i Carabinieri. Ce n'erano due, arrivati vestiti di tutto punto. C'erano due spazi vuoti, due parcheggi, e abbiamo deciso che sarebbero stati i punti di raccolta di tutti gli effetti personali che le macerie restituivano.
Abbiamo iniziato a spostare i mattoni, i calcinacci. Tutto veniva passato al setaccio, lentamente. Dopo quelle prime tredici ore, i parcheggi erano montagne di cose: effetti personali, catenine, anelli, portafogli. E quei due Carabinieri,  ufficiali immobili a sorvegliare quegli averi, immobili nel prenderli in consegna, erano completamente bianchi, coperti di polvere.

L'Abruzzo è stupendo. Lui c'è stato più volte, in questi anni. A lavorare, ma ha approfittato anche per vederne un po', di quella Regione. Di portare la moglie in vacanza, di fare dei lunghissimi giri. Come a Santo Stefano in Sessanio. Borgo medievale di una bellezza commovente. Lesionato, semiabbandonato, perchè la paura ha scelto per alcuni dei suo abitanti.
Poi, un giorno, un ragazzo scandinavo ci è capitato in uno dei suoi giri a piedi. Sono molti gli stranieri che scelgono di viaggiare in Italia in questo modo, e il ragazzo, innamorato di quel luogo, tornò a casa, radunò il suo denaro, lasciò la Svezia e comprò molte di quelle case e mise in piedi uno degli alberghi diffusi più belli d'Italia. Ho fatto un giro su booking: mi è venuta voglia di partire subito. C'è anche un laghetto, lì vicino, con una Chiesa, della Madonna del Lago. Dopo il terremoto de L'Aquila la messa in sicurezza non è stata facile: il prete, indiano, non voleva aprire ai Vigili. E dopo Amatrice i danni sono aumentati.

Anche un altro paese, su un altro lago, è stato colpito due volte. Campotosto si affaccia su uno specchio d'acqua creato dall'uomo, ma non lo diresti mai. Il lago è bellissimo, il paese è bellissimo e si mangia divinamente (ma dove non è così?). Il primo terremoto lo affollato di crepe, ma il secondo lo ha raso al suolo. A camminarci in mezzo, si vedono i pavimenti delle case, dove case non sono più. Pavimenti bellissimi, rovine di un passato davvero troppo, troppo prossimo.

Ricostruire è un processo lento. Ricucire. Tornare. Non avere paura, provare fiducia.
Tutto sommato, una divisa così è meravigliosa. Non protegge dal freddo, ma dal fuoco. Non è pulita, è sporca d'olio. Ma va benissimo.
Ci sono molte ragioni per cui amo girare stadi e palazzetti nei miei fine settimana. C'è una costruzione, lenta, di rapporti, che non nasce all'improvviso. C'è il rispetto delle procedure, c'è l'importanza delle regole. C'è una lenta comprensione di un processo, ci sono le proposte per migliorarlo. C'è il rispetto dei ruoli. C'è la scoperta delle persone, oltre i ruoli. C'è la scelta di una divisa, ma c'è anche la vita, quella di tutti.
Tra queste, mi pare, non c'è la passeggiata di piacere.

lunedì 11 settembre 2017

Storie di diffidenze

Settimana scorsa mi sono recata in una città lombarda per la partita di calcio della squadra. La prima in casa, la prima dalla promozione in B, la prima con un sostanzioso servizio, la prima con la nuova normativa di regolamentazione del lavoro.

Già, il lavoro. Stavolta non parlo del mio ruolo, ma di proposte di lavoro.
Piccole. Accessorie. Di contorno.
Parlo di lavoro allo stadio in una città con una (sola) squadra di livello, che quindi gioca in casa due volte al mese, salvo amichevoli, coppe, infrasettimanali. Di un lavoro che si fa più che altro per passione, perchè chi decide di partecipare ad un pubblico servizio (con tutti i rischi del caso) è esposto al caldo, al freddo, alla pioggia, agli insulti, e se va bene finisce qui.

Oggi non ci sono più neanche i voucher, che fino ad una bella sommetta non andavano dichiarati perchè già prevedevano le tasse incluse (anche più del solito, la trattenuta era al 25%). C'è solo un unico modo per tutelare chi lavora in uno stadio: il contratto a tempo determinato. Della durata dell'evento, tutto, che garantisce contributi e coperture assicurative.

Ma, attenzione: questa è una storia di diffidenza. Una storia che si rinnova ad ogni stagione ma che porta le cicatrici di quelle precedenti. Una storia che oscilla tra tutela e dilettantismo allo sbaraglio, una storia che va da pagamenti bassi, bassissimi, promessi e poi effettuati dopo mesi. Tre, sei, nove. Anche diciassette mesi. Di pazienze tenute a lungo e poi perse, di gocce che traboccano nei momenti più impensati.

E qui arrivo io, in una domenica di inizio Settembre. Arrivo a raccontare ad una platea gialla fosforescente che aspetta di sapere dove sarà posizionata che facciamo un contratto a tempo determinato, che il netto orario dipende dal loro reddito, che fa cumulo con il loro reddito, che le trattenute sono variabili, che saranno conteggiati tutti gli straordinari, che il pagamento è a metà del prossimo mese.

La reazione è freddissima. Anzi. Le cicatrici pulsano. I fantasmi sono cattivi consiglieri.
E anche spiegando che la legge prevede solo questa soluzione, non ci credono. Perchè altrove, vicino o lontano, vien detto loro che non è vero, vengono stipulati altri tipi di collaborazioni.

Poi c'è sempre un po' di altro: sono interrotta subito. Mi si ride in faccia. Mi si parla sopra.
E' vero: avevo scritto che non avrei parlato del mio ruolo. E' vero, si tratta solo di maleducazione.
Ma forse davanti ad un uomo avremmo parlato di una diffidenza diversa. O di una sola. Forse.

lunedì 19 settembre 2016

Destino crudele, realtà perfide

Si chiamava Fausto e non lo conoscevo.
Non ancora, almeno.

Perchè aveva deciso di lavorare per con la mia azienda allo stadio di Udine.
Lui viveva nella provincia da poco, ci si era trasferito da quella di Parma. Forse per lavoro, chissà.
Aveva fatto domanda, compilato i moduli, era risultato idoneo e aveva iniziato il corso di venti ore in cui si insegna, prima di giungere a contatto con il pubblico, nozioni di giuridica, ordine pubblico, primo soccorso, così come vuole la legge.
Il corso si è svolto la settimana scorsa e lui vi si recava in macchina, come tutti.
Solo che, venerdì, dopo il corso è rimasto fuori, in giro, magari con qualche amico. Solo che, poi, la strada ha deciso che non sarebbe più rientrato.

Non lo conoscevo, ma ieri avevo il suo nome stampato sulla lista per le firme. E lo avrei conosciuto, eccome. Perchè questo lavoro mi porta a contatto con centinaia di persone che si stupiscono se li saluti per nome, se rivolgi anche solo un sorriso.
Ci sono mestieri che saranno sempre giudicati meno qualificanti di altri. Categorie che vengono considerate in blocco, come un'astratta forza lavoro, senza distinzione di volti e di storie.
Solo che io non ci ho mai creduto. E mi sono sempre vergognata per chi ha mostrato superiorità nei confronti di un cameriere, solo per fare un esempio. Mi sono sempre vergognata della maleducazione altrui e della convinzione di essere migliori. Migliori degli altri non si è mai, migliori si deve essere solo nei confronti di se stessi, semmai. Come obiettivo personale, come atto d'amore verso chi ci vive accanto. Mi sono sempre vergognata anche di fronte ad altre gestioni simili a questo lavoro, in ambienti simili. Si chiamano "risorse" non perchè puoi permetterti di trattarli come il tappetino di casa.

Non è il mestiere che qualifica il percorso di una persona; non più. La ruota gira. Gira davvero. E gira di continuo, finchè il destino decide di arrestarla del tutto.


lunedì 22 agosto 2016

Uno zar al giorno!

Sono finite, finalmente!
Lo ha detto mia madre ieri, quando le ho detto che all'una di notte ci sarebbe stata la cerimonia di chiusura.
Ma dai, perchè questa avversione?
Perchè ha sconvolto tutto: impossibile avere altre notizie...

Ha ragione. E che bello. Le Olimpiadi sono state una festa, allora. Capace di interrompere la routine, capace di essere davvero grande evento. Certo, non è più come quando ci si ritrovava tutti al bar a vedere quella partita. O ancora prima, quando non tutti avevano la tv. Ma l'evento è stato tale.

E non solo quello: anche gli atleti. Abbiamo scoperto persone straordinarie. Straordinariamente normali. E simpatiche! E il nostro idolo è subito diventato quello cui offriremmo una media nel nostro pub preferito, tatuato bestemmiatore dallo sguardo guerriero. O il ventenne che si gasa e gonfia il petto come un pischello all'aperitivo. O quello che, urtato, cade dalla bici e poi vince in pista sul favorito e piange a dirotto. O quello che fa volare la maschera e si piazza braccia al cielo davanti al pubblico prima che il giudice convalidi l'ultima stoccata.

Oh, simpatici proprio. Chi lo avrebbe mai detto. Ora, da bravi, tornate nelle vostre nicchie. Dove fare un altro mestiere per pagare il vostro costosissimo sport declassato quasi a hobby, o dove vi rifugiate sotto l'ala protettiva di qualche Arma perchè non ci sono altre possibilità.
Così, noi torneremo al nostro calcio fatto di capitani non capitani, discorsi preparati e riproposti in Italiani creativi a giornalisti che non fanno domande scomode, mandati in onda in trasmissioni in cui la sostanza è partecipare.
E tra quattro anni torneremo a stupirci di quanto spontanei siano i nostri Italiani in gara.