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giovedì 16 giugno 2022

Manca il lavoro o la voglia?

Che ormai siamo abituati a estremizzare tutto, e accorgerci solo di quando la notizia assume gli aspetti del paradosso per rimaner colpiti giusto quel tanto, fino a che un'altra sparata arriva a occupare il posto della precedente.

Eppure, la provocazione di Alessandro Borghese continua a tener banco anche a distanza di settimane. Perchè tocca due temi decisamente scottanti, che montano da tre generazioni abbondanti e hanno decretato la morte della classe media. E allora, sono i giovani a non voler lavorare o sono gli imprenditori (del settore della ristorazione) a essere dei farabutti? In medio stat virtus. O meglio, la questione non è risolvibile in due frasi fatte. Ne ho parlato con Dana Gomotriceanu e Cristiano Cianciarelli del Piccolo Chalet di Alba Adriatica, un ristorante di pesce sul lungomare a due passi dalla spiaggia. Che, per inciso, sono i miei datori di lavoro. Perchè anche io ho fatto una scelta personale che sa un po' di esperimento e di sfida, e mi sono trovata nel cuore del problema che Borghese avrà pure tirato fuori, ma che riguarda l'intero settore del turismo in Italia. Un problema concreto e non teorico, che va analizzato là dove questo lavoro si realizza, giorno dopo giorno.

Allora, chi è il fannullone e chi il bandito? In realtà è una commistione tra le due cose. La questione va vista da destra e da sinistra, come scriverebbe sicuramente meglio Giovanni Guareschi, e con un acume maggiore. Ma ci provo.
Intanto, il contesto sociale è un elefante invisibile che ingombra e parecchio; anche di più, in un locale pieno di bicchieri e calici...

"I ragazzi crescono in una maniera molto diversa dalla nostra"
, dice Cristiano, classe 1980, abruzzese doc, che con Dana forma la coppia di gestori più longeva di Alba Adriatica (anche se a vent'anni, per  iniziare la loro attività, hanno dovuto avere tre garanti). "Mio padre non mi ha mai dato una lira. Io non avevo soldi in tasca, ero sempre squattrinato. In più, a casa avevamo un'educazione super rigida, per cui per me il lavoro a 16 anni ha rappresentato indipendenza economica ed emancipazione verso il mondo". Solo così lui poteva avere qualche soldo da spendere con gli amici nel fine settimana. Estremo? No, nessun ragazzo è stato maltrattato all'epoca della sua adolescenza. Era molto naturale imparare il giusto valore delle cose da un'educazione di questo tipo, la regola. "Ora - prosegue Cristiano - il sabato sera i padri danno 100 euro ai figli per divertirsi". E a casa - aggiunge Dana, che da Bucarest è arrivata in Italia dopo la Rivoluzione e un'infanzia e un'adolescenza vissuta nel parzialissimo mondo comunista della dittatura - "a casa hanno un'educazione più libera e non esiste nessun motivo per cui oggi un ragazzo di diciott'anni debba lavorare". 

E questa è la cornice. Ma non basta. D'altra parte e nello stesso tempo, l'impresa ristorativa italiana si è fondata sulla frode fiscale. "Il 99% dei ristoranti, se non evadessero, sarebbero chiusi", dice Cristiano, senza nessun tipo di inflessione nella voce. Si tratta di una constatazione, molto simile a quella precedente sull'evoluzione culturale. Ma c'è un passo ulteriore. Mentre un tempo i ragazzi erano disposti ad accettare questa situazione elastica, con una parte di compenso fuori busta, oggi non lo fanno più. "Non c'è bisogno di soldi. Si preferisce aver meno ore o più tempo, oppure esser parte di un progetto che coinvolga anche emotivamente", dice Cristiano. C'è forse una maggiore consapevolezza, dicevo io prima. Ma poi ho iniziato la stagione e aggiungo che il lavoro del cameriere è come quello del contadino, per cui "la terra è bassa". Non lo nego dal primo minuto: in sala, come in cucina, il lavoro di pulizia, preparazione, contatto con il pubblico, servizio, ri-pulizia e chiusura, svolto tutti i giorni, richiede un grande dispendio di energia.


Ma c'è dell'altro. C'è anche un discorso di monte ore da affrontare che, in questo momento storico, nessun contratto collettivo nazionale riesce a inquadrare davvero. Il settore turistico nella sua totalità sfugge a qualsiasi regolamentazione. In parte, in epoca di pandemia, questo è emerso anche per tutto il personale medico; nella ristorazione e nel turismo in generale, nel settore in l'Italia potrebbe tranquillamente essere leader mondiale da decenni, il meccanismo è inceppato da tempo, con larghissime zone d'ombra.

"Anche in cucina la legge vorrebbe 6 ore e 30 al giorno; e questa è un'unità che non esiste", spiega Cristiano. "Non c'è una normativa che regoli e consenta davvero un normale svolgimento di una routine quotidiana di cucina". Ancora una volta, facciamo l'esempio pratico. In una realtà ristorativa come il Piccolo Chalet, che prepara tutta la linea ogni mattina e poi serve antipasti, primi piatti e secondi tutti preparati al momento da zero, a pranzo e a cena tutti i giorni, quell'unità di lavoro quotidiano è infattibile. Aggiungiamo il servizio di sala, con un tovagliato nuovo ogni giorno, il personale in un luogo aperto dalla mattina per la colazione... "L'80% di posti come il nostro andrà a morire. Ne rimarranno pochi ad appannaggio di clienti ad alto potenziale di spesa e la ristorazione andrà verso un'americanizzazione in cui non ci sarà bisogno di talento", constata Cristiano. Non ci sarà bisogno di capire cosa si sta facendo, ma si tratterà di mettere in atto delle procedure semplici e ripetitive. "in questa nuova tendenza, se domani va via il cuoco, nel giro di due giorni una qualsiasi persona potrà essere formata per lo stesso compito". 

Bisognerebbe ripensare al sistema turistico nella sua totalità, dove le ore si concentrano in determinati periodi dell'anno. Uno stagionale che vuole condensare, ad esempio, in sei mesi le ore di lavoro di un anno non può. "Come noi che siamo operatori di settore, anche il collaboratore stagionale vorrebbe fare lo stesso. Ad oggi, non esiste condizione che permetta di regolarizzare questo modo di concepire la propria vita lavorativa", conclude Cristiano.

C'è solo una domanda da porsi, senza scagliarsi contro nessuno: perchè? Perchè una persona non può scegliere di fare un'esperienza intensa che permetta di avere altro tempo a disposizione per viaggiare, ad esempio, o dedicarsi allo studio o ad altro? Un'esperienza di lavoro che, allo stato attuale e senza nascondersi dietro un ombrellone, prevede già 10/12 ore di lavoro al giorno che in qualche modo vengono svolte, nei ristoranti, nelle gelaterie, negli stabilimenti balneari, per non parlare degli alberghi... perchè? Quanto un lavoratore potrà trovare scuse nelle pieghe di un contesto sociale mutato e quanto un imprenditore potrà continuare a fare il farabutto? E quanti improperi dovrà ancora sorbirsi Borghese, senza considerare dove sta davvero l'imborghesimento?

Tutta questa energia nella polemica si potrebbe impiegare nel servizio. Ma poi, una sera, arriva a cena un altro ristoratore della zona, che parla della stessa difficoltà nel trovare personale e condivide una storia. Quella di un signore in età di pensione, cameriere per tutta la vita, che entra a proporsi perchè sapete, le spese, le bollette, il figlio all'università...che già studia tutto l'anno, poverino, non posso mica mandarlo a fare la stagione in estate, che deve riposare e divertirsi. Lui.
E allora cosa manca? Il lavoro o la voglia?

web: piccolochalet.net
FB: Piccolo Chalet Alba Adriatica
IG: @piccolo.chalet

mercoledì 31 agosto 2016

Fertilizziamoci

Al giudizio degli altri non c'è rimedio.
Quando compri una casa, a trent'anni, da sola, in un paese, subisci fin dalla prima riunione condominiale le occhiate diffidenti delle giovani coppie che già affollano le porte accanto, sopra e sotto le tue. Cattivelle se sono femminili, con una percentuale variabile di curiosità quelle maschili.
La diffidenza non abbandona mai i condomini: neanche se la tua casa è sempre chiusa, se non inviti nessuno, se butti via la spazzatura nel giorno giusto, esponendola la sera tardi e recuperando il vuoto al mattino presto. Dividendo perfettamente secondo la più ortodossa raccolta differenziata. Tacendo, per sei anni, la radio sparata a tutto volume a tutte le ore sotto le tue finestre (che affacciano sui garage e sul cancello di entrata), i bambini che piangono a tutte le ore e le urla di chi pensa di abitare un atollo atlantico da solo. L'unica che non ti guarda storto è la Luigia. Che non è più fertile da qualche decennio.

Ora che le battute sulla zitellaggine sono placate (non esistono single fuori da Milano) ci pensa l'editto di un Ministro a rinfocolare altri tipi di vituperio. Ora c'è la fertilità responsabile. Ma si somma alla religione, che è cosa buona e giusta? Cioè, la convivenza è ammessa oppure come faceva una mia conoscente quando facevamo notare che il figlio viveva con la morosa prima del matrimonio urlava come una matta? Aumenteranno i matrimonio e saranno vietati separazioni e divorzi per tutelare la futura prole? Ci saranno tempi e tabellari da rispettare? Il bene comune va diviso?

A parte gli scherzi. Non ho drammi personali da esporre. Non ho nemmeno istinti materni da esibire, ma sono una donna (ancora una volta, mi sento di dire grazie al cielo, nonostante questo provenga da una ministra). E ho amiche mamme, e non. E ho amiche che soffrono, se non riescono a esserlo. Ci sono sofferenze che condizionano la felicità di una vita e la mancanza di un figlio per svariati motivi è uno di questi. Non mi sembra poco, non mi sembra leggero come questo spot pubblicitario del Giorno della Fertilità (ho capito perchè non hanno usato l'Italiano: fa tanto di paganesimo e anche gli atei sono ancora una categoria odiosa, per questo 2016).

Mi interessa il futuro di questi pargoli voluti dal regim...dal Ministero. Non sono l'unica, ne sono sicura. Aspetto i pacchi. Quelli maschili per par condicio; mi augurerei che fossero pacchetti di contributi, ma temo proprio che saranno solo sòle.

martedì 18 ottobre 2011

Domenica sarda

Ieri sera sono andata al compleanno del mio cuginetto Matteo. C'erano tutti, come sempre. Sono arrivata un po' più tardi degli altri, come sempre, giusto in tempo per le mie due fette di torta, il prosecco generosamente versato dallo zio (e poi riversato), i bacioni di Gaia, il gol vittoria della Lazio, i regali del festeggiato.

Tutto come sempre, insomma. Se non fosse che arrivavo da Cagliari. E fin qui niente di eccezionale, se non fosse che ci sono andata in giornata. Non so, continuo a stupirmi. Un giorno in Sardegna e una serata come tante, come quelle che passo in famiglia. E'...bellissimo. Una delle miriadi di cose che mi riempie di stupore. Poter, per esempio, seguire per questa trasferta fuori dal...Continente questa squadra di football americano. Questi Under 18 che, in due volte, hanno imparato a conoscermi, così come ho imparato a conoscere loro. Che giocano duro, ma non per far male, ma per placcare e interrompere il gioco altrui e, ancor di più, eseguire alla lettera gli schemi dei coach, difendere senza punto ferire, e offendere per arrivare al touch down e al tiro tra i pali.

Questi ragazzi sono tutti diversi. Bassi e alti, magri e giganti, italiani, un moldavo, un gruppo di sudamericani. Ieri si sono svegliati alle 3 e mezza, alle 4, per questa trasferta. Hanno preparato il riso, che poi hanno mangiato in aeroporto alle 9, qualcuno si è svegliato in ritardo, per qualcun altro è stato il primo volo. Un Ryanair da Orio al Serio delle 7, su cui anche la hostess inglese è stata travolta dalla loro chiassosa simpatia. Poi l'arrivo al campo, che abbiamo scoperto essere di terra battuta. Risultato: 3 punti ad un ginocchio, un altro gonfio come una mela, un gomito decisamente sbucciato e scocciato, perchè in partita niente deve sanguinare.

Una gara vinta con decisione, 48 a 6. Senza cali di attenzione, nonostante la levataccia; con la giusta concentrazione, con il giusto impegno. E alla fine è stata solo festa di una vera squadra. Loro impolverati e sudati, e noi, che di Cagliari abbiamo visto giusto il campo e il sole, i dolci della squadra ospitante e poi di nuovo l'aeroporto. Ragazzi stanchi, ma decisamente felici, accolti dai genitori all'arrivo a Linate, già pronti stasera per un nuovo allenamento. E io sulla via di casa, ops, di Matteo. Già a raccontare di una domenica incredibile, a 700 chilometri da lì, racchiusi tra alba e tramonto.

giovedì 2 aprile 2009

Alla conquista del Parlamento Europeo

Ultimo giorno di marzo. Una splendida giornata a Bruxelles. Il sole splende sulla città, riflette sulle migliaia di finestroni del Parlamento Europeo, brilla come l'entusiasmo di un gruppo di giovani, italiano e greci, che sono qui che parlano del loro futuro, della loro occupazione e delle loro possibilità. Un programma lungo una giornata, diviso in più parti e organizzato da Antonio Panzeri, italiano, e Maria Matzouka, greca. Eurodeputati, dei socialisti europei, seconda forza politica in seno al Parlamento, dopo i Popolari. Un partito che parla 23 lingue diverse e che concretamente, in questo 31 di marzo, ha dato voce a questi ragazzi che vogliono, nonostante le difficoltà, pensare positivo.

La situazione lavorativa dei giovani greci sembra anche più tragica dei coetanei italiani. Sembra: loro parlano di "generazione 700€", ma noi abbiamo smesso di parlare di "1000" da qualche mese; loro contano un venti/trentenne disoccupato su 6; noi "solo" 1 su 5, e dobbiamo fare i conti con 375mila licenziati nei primi tre mesi di quest'anno. Per tutti, lo stesso interrogativo: come entrare nel modo del lavoro e rimanerci.

E' quindi l'accesso al lavoro il nostro vero cruccio: i più ottimisti parlano di mobilità creativa, ma molti di noi vogliono entrarci, dimostrare i propri skills, le proprie possibilità, le proprie abilità, e costruirsi, e proprio con creatività, una professione che sarà solo nostra.

Sono tornata con il volo della sera. Stanca, ma con un piccolo tesoro: la speranza. E la consolazione di aver incontrato persone che ammettono le colpe della loro generazione, che lavorano per dare sicurezza alla flessibilità e che ascoltano. Un particolare non da poco.