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martedì 30 settembre 2025

93 anni e un Patrimonio d'amore

Ho scritto questo post pochi mesi fa. 
Lo pubblico ora, dopo il suo compleanno, il 27 Settembre. 

La prima domenica di questo Agosto, il numero 92 della sua vita, la nonna Rosa è uscita per andare prima a messa, e poi al mercato. 
La piega fatta il giorno prima, come tutti i sabato, la gonna lunga appena sotto il ginocchio, la borsetta al braccio, lei ha prima pregato per tutti noi e poi è andata a comprare la padella. 
La padella. Potremmo usare la maiuscola anche in mezzo alla frase, perchè, ogni anno, è un rito che si ripete. In vista dell'arrivo di figliolanza, cognatume e nipotame, l'invincibile strumento che tutto può friggere sostituisce quello ormai esausto dell'anno precedente. 

Non c'è mai stato nessuno, nella mia vita, che friggesse in padella come fa lei, e sempre godendo di ottima salute. Che siano melanzane, cotolette, frittelle, frittate, panzerotti, zeppole...poco importa. La bottiglia dell'olio è sempre pronta, e la padella (ora) nuova di zecca altrettanto. 

Questa, dunque, è una storia d'amore. Non solo per tutte le persone che, in Agosto, transitano da quell'appartamento in contrada Giardinello di un paese calabro (e prima, nella contrada Petto, forse ancora più numerose e rumorose, vista la quantità impressionante di cugini). Ma anche per se stessa. Perchè, quando finisce il caos delle vacanze, con stanze scambiate, letti aggiunti, sveglie e tavoli pieghevoli, sedie recuperate e tutte spaiate, resta lei, da sola. E lei, sola, cucina e apparecchia per sè sempre, senza saltare un pasto. E anche sola, la padella resta lo strumento indispensabile a tutto il desinare. 

E che desinare. Alcuni piatti della nostra iron grandma restano inarrivabili, nonostante la grande tradizione tramandata ai figli. Certi cavalli di battaglia possiedono tal razza superione che non è nemmeno giustificabile dal clima, dall'acqua, dai prodotti: la nonna Rosa ha dimostrato più e più volte che, anche nelle sue trasferte al Nord, le sue capacità restano immutabilmente irraggiungibili. 
Del resto, una campionessa olimpica lo è ovunque. 

A noi, dunque, non resta che partire e confluire lì, fili differenti e asincroni di uno stesso tessuto la cui matrice è là, con un nome così delicato, una volontà di ferro e una padella in mano. 

martedì 24 dicembre 2024

2024, more than words

Quando arriva la fine dell'anno guardo le foto scattate, sempre tante. Troppe, per qualcuno. Invasive, invadenti. Qualche amico le odia perchè "rubano" pezzi di anima. A me sono sempre piaciute, d'altra parte, volevo fare la fotografa da bambina da Foto Kennedy a Magenta. Oggi c'è una verità in più: la memoria di ferro che ho sempre avuto, ad un certo punto, ha deciso di prendere ruggine. Lo so perchè inizio a scambiare volti e nomi e a fare figure da vecchia zia. 

Guardo le foto e, mentre il mio primo pensiero è sempre uno: "anche quest'anno sono arrivata in fondo viva e intera e senza debiti", ecco questo muta e diventa considerazione, più che altro stupore. Continuo a vivere tante vite in una e non ho nemmeno finito. Nel mio destino, mi ha detto una persona, il mutamento è scritto a chiare lettere. Devo solo arrendermi e accoglierlo. 

In questo 2024 a cambiare è stato prima di tutto il lavoro, e non è stato semplice, anche se alla conquista del nuovo impiego pensavo di avere  tutte le carte in regola per fare subito bene, ecco: no. Non so che succederà il prossimo anno, so solo che ci ho messo davvero tutta me stessa, ad uscire da uno stato di sopore in cui era caduta professionalmente, metterci una casa in prestito, trovare una macchina, imparare nuovi metodi. E sentirmi dire, come sempre, di essere sempre un po' più a sinistra del punto. 

L'automobile è il vero miracolo economico di quest'anno ed è tutto merito di un atto d'amore, anzi due. Il primo di un prestito temporaneo e azzeccatissimo, il secondo, invece, è la realizzazione di un sogno: avere una Golf. Del 2003, ma questo è un dettaglio. Ed è tutto merito di Valeria e Alberto. Ho una Golf e la amavo da allora, anzi, dalla versione precedente. E ora è mia. Ah, avrei anche un nuovo cellulare, ma lo schermo è andato in frantumi in meno di un mese. Perciò sì, c'è. Sopito fino a riparazione economicamente sostenibile...

Sono riuscita a viaggiare. Cinque mete: Calabria, Irlanda del Nord, Foligno, Venezia, Calabria/Palermo. Il Sentiero dei Giganti e Palermo erano tra i miei desiderata di sempre ed è stato bellissimo. Pochi giorni in totale, solo quattro di mare, affetti che si stringono e tornano profondi. Persone dal cuore gigante, che mi hanno sommerso di amore e mi hanno restituito per un giorno una dimensione giornalistica quasi abbandonata. E queste emozioni che spesso fatico a trattenere, che aiutano a ridimensionare i piccoli problemi e le due piccole ulcere che, voilà, sono comparse a ricordarmi - quasi se ne sentisse il bisogno - che sì, sono brava a fare l'equilibrista ma non abbastanza, perchè il tormento della sindrome dell'impostora non mi lascia mai. Ho anche perso un'amica. E non me ne capacito. Ne ho conosciuta un'altra, un altro pezzo di anima in più, quello che mi toglie la fotografia selvaggia, credo.

Stadi 3, concerti 1, cultura sì, con le prime volte all'Ambrosiana, a San Sepolcro, alla Villa Reale e al Cenacolo. Teatro 1, cinema 2: si può fare di meglio su tutti i fronti. Ho già pianificato due viaggi e una gita, e ancora quest'anno non è ancora finito. E vorrei vedere Atene.

C'è qualcosa di più profondo che è cambiato. A parte il metodico scardinamento della gabbia giudicante che mi accompagna fin dalla nascita, è rinato in me un sentimento che pensavo non potesse più riapparire. C'è qualcosa che, nella seconda parte di quest'anno, mi sta facendo credere di poter amare un'altra volta. Una sensazione tutta mia, egoisticamente mia, che ha sganciato di botto una serie di zavorre di piombo e le ha lasciate cadere pesantemente a terra. E' un germoglio che, una volta spuntato, ha di nuovo allargato i confini del mio cuore. Mentre prendevo a martellate la mia gabbia, ad un certo punto anche il pavimento ha iniziato a muoversi e quel cinismo che mi porto dietro da quasi dieci anni è sciovolato via. Avevo smesso di crederci, davvero. Avevo iniziato a pensare di avere tutto alle spalle. 

Non so cosa succederà nel 2025. So solo di arrivarci alleggerita. 
So di arrivarci meritandomi di nuovo dell'amore, meritandomi le cose belle che verranno.
Non mi sembra poco.

Niente ci appartene, "mi" scrive Daniel Lumera nella sua newsletter. Riceviamo tutto in prestito per un periodo limitato di tempo. Il corpo, il respiro, la casa in cui abitiamo, la mente attraverso cui ragioniamo. La nostra forza vitale, le emozioni che proviamo, le situazioni che viviamo, le relazioni. Di tutte queste cose siamo solo aministratori temporanei. La vita scorre tra le nostre mani aperte come acqua. E più cerchiamo di trattenerla, più fugge via.

E questo vorrei. Più delle parole che più di altri anni sono state difficili da scrivere, vorrei essere acqua. E luce impressa in mille fotografie.

mercoledì 9 agosto 2023

Un addio da lontano, Luigia

Ho saputo che questa mattina si sono svolti i tuoi funerali, Luigia. 

L'ho saputo dal messaggio di Alessandro, ed è stata una fortuna e una sfortuna insieme. Da più di tre anni la tua casa è stata prima chiusa, come avevo scritto qui, e poi ha trovato un nuovo proprietario. E in tutto questo tempo io, Alessandro e gli altri vicini non siamo più riusciti a sapere nulla di te. Fino al messaggio di stamattina.

Succede. Soprattutto a una donna come te, classe 1929, senza figli e sola da decenni. Razionalmente è comprensibile: difficile risalire a una parentela lontana e più lenta di un figlio, ad esempio. Difficile capire come ti hanno protetta in pandemia e dove. Ma faccio fatica ad accettarlo, devo essere sincera. Perchè di noi, delle lunghe chiacchierate ingaggiate tra balcone e balcone, in piedi sotto casa tua, nel tuo salottino, c'è tutto il resto, ma non questo. Non ci interessava il contorno, avevamo della sostanza da esaminare.

Sei arrivata a questo 5 di Agosto, spero, con tutta la serenità del modo, perchè le tue ossa ti hanno dato dolori fin da bambina. Che questa vita ad ostacoli abbia preservato per te la dolcezza dei momenti belli, fino alla fine. Che quell'ultimo sospiro sia arrivato in pace. 

Mi sento impotente. Mi sento in colpa per averlo saputo così, per questi tre anni senza averti trovato. Ma sono felice di aver conosciuto la tua grande umanità. Di aver la conferma, ancora una volta, di come l'indole di una persona non cambia mai, ed emerge grande e potente anche quando il nostro involucro esterno non è proprio al massimo della forma. 

Un addio da lontano, Luigia. Ma solo negli spazi. 

venerdì 21 luglio 2023

In un cielo senza bombe

A volte le associazioni sono come fiori, come le canzoni, per fare una citazione. 
Sono come i soli: la riforma del terzo settore ha complicato la vita a quelle con uno statuto, un direttivo e spesso nessun aiuto dai Comuni, se non a rimborso. E con le spese del commercialista da sostenere. 

E allora, spesso, alcuni gruppi di persone si trovano virtualmente e dal vivo saltando questo passaggio "giuridico", ma dando vita a piccole società di mutuo soccorso che aiutano chi ha più bisogno, sorgendo a Est come tanti piccoli soli di speranza. E' il caso di "Tendi una mano". All'idea aveva contribuito un'amica, che mi spiegava la necessità di aiutare davvero il tuo vicino di casa, la persona che vive nel paese di fianco al tuo. Riconoscere un bisogno ed esaudirlo, semplicemente. Con un gruppo su Facebook. 

Certo, le cose non sono sempre facili. A volte, i sacchetti preparati fuori dal cancello delle persone più attive, quando si passa da un minimo di smistamento, vengono portati via dal furbetto che pattuglia più gruppi del genere e fa razzia anche di cose che non servono davvero. A volte, qualcuno si fa avanti e si propone da intermediario, rendendo sospetta la destinazione finale. Ma la maggior parte delle volte no. Anzi: tutto funziona benissimo. 

Semplicemente, una persona mette una foto dell'oggetto da donare. Può essere un divano, una cucina da smontare, un passeggino; oppure indumenti per adulti e bambini, o ancora generi alimentari, prodotti per la casa e l'igiene intatti. Si crea una coda, si cercano soluzioni per incontrarsi o trasportare. Altre volte si fanno domande dirette, per sè o per altre persone. E infine, è il caso delle coordinatrici, arriva del materiale a casa loro e viene diviso. 

Alla base c'è la fiducia, come per ogni donazione che decidiamo di fare nella nostra vita. 
Ed è così che ho incontrato Dima. 
Avevo degli stivaletti di pelle, usati ma ancora in buono stato, e mi sono chiesta se potessero essere utili a qualcuno. Mi risponde lui, alfabeto cirillico, non riesco nemmeno a capire qual è il suo nome, ma ci diamo appuntamento per la sera successiva in un parcheggio con un piccolo parco giochi e la casetta dell'acqua. Nel dubbio, prendo anche un altro paio di scarpe: deciderà lui se sono utili o meno, mi dico. 

E lui arriva: su un monopattino, dal paese di fianco, controllando la posizione che gli ho inviato. E' ucraino, Dima è il suo soprannome. Gli mostro entrambe le paia di scarpe, lui dice che vanno benissimo. Sono per sua madre, che è in Ucraina. Rimango lì senza dire molto, come succede spesso quando vengo presa in contropiede. Ci separiamo, lui risale sul monopattino con un piccolo cestino sul retro, come quello delle bici. 

A distanza di qualche giorno gli scrivo: senti, ma che ne dici se ti porto anche dei vestiti? Lui ringrazia, accetta. E io riempio due borse di tela di quegli indumenti che abbiamo tutti nel nostro armadio, che resistono ai cambi di stagione con la promessa che è l'ultima. La casetta dell'acqua è sempre la stessa, lui adesso sa dove trovarmi e arriva subito. Dima, ti ho messo un po' di tutto, ma controllate se c'è qualcosa che non vi piace. Sorride: mamma forse arriva presto qui in Italia, dice. Non può aver più di trent'anni. Gli dico che per questo clima forse non vanno bene, lui dice che prima o poi saranno utili, che sono in tanti e che niente andrà buttato. 

E io resto sempre lì, un po' impalata. Ragiono a stagione, nell'immediatezza, perché noi viviamo così, al consumo a breve termine. Lui sistema una borsa nel cestino sul retro e l'altra al timone del monopattino, sorride, ringrazia e se ne va. E io torno a casa, con l'acqua frizzante del sindaco come bottino di questo secondo giro e la sensazione di aver fatto pochissimo, di aver fatto un favore a me stessa. E con quel pensiero laterale che mi porta sempre a ringraziare la fatica di arrivare a fine mese, in una casa mia, con la corrente, l'acqua e la dispensa sempre piena. Con quel sole che splende, in un cielo senza bombe. 

https://www.corriere.it/futura/21-07-2023/facciamo-pace-d8c7fe66-23eb-11ee-bc92-6da2f0d0f6ef.shtml#item-2

mercoledì 23 novembre 2022

L'aMore di questi tempi

Da sempre il mare è sinonimo di amore. Sta tutto nella lettera M, ne sono convinta. Un suono che culla, che avvolge, riempie, calma ed emoziona insieme. Un moto continuo e paziente che fa vibrare ed emana energia. 

Quando penso all'aMore che vorrei mi vengono in mente due coppie che ho conosciuto nel giro di un anno. Monica e Marcello. Magda e Michele. Coppie incontrate al mare e con quella pienezza sconfinata negli sguardi. Con tanto alle spalle, ma ben ancorati al presente. Con una grande luce negli occhi, la luce dell'alba e del tramonto sull'acqua. 

Monica e Marcello li ho incontrati a Capo Verde. E' stata lei ad attirare la mia attenzione, sono stata io ad avvicinarmi e ad ascoltarla. Sono rimasta incantata dall'energia di questa donna che dalla Sicilia ha scelto un'altra isola per coltivare una nuova attività e unire due culture distanti geograficamente ma piene di colore, di calore, di spunti. E lui, accanto, che dopo una vita ad altissimo livello professionale finalmente lascia che le sue passioni fluiscano liberamente e si esprimano in cucina. 

Michele e Magda erano ad Alba Adriatica, quando li ho incontrati per la prima volta. Io lavoravo, lui ha scelto un tavolo vista mare per entrambi e mi ha chiesto di fermarlo per un'intera settimana. E' iniziata così, ricordando l'acqua frizzante e riponendo il loro vino per i pranzi successivi, accogliendoli per nome. Il resto è arrivato da sè. E di nuovo ho ritrovato quella felicità quieta e grata. E di nuovo ho chiesto di più, e ho ascoltato. Io che parlo sempre tanto, a tratti troppo, davanti a loro ho detto poco e prestato molta attenzione. 

E per entrambi, quel modo di guardarsi con fiducia ha restituito qualcosa anche a me. Qualcosa che sa di anima gemella. Esserci, semplicemente. Sapere di avere qualcuno a fianco che capisca, senza chiedere nulla, in realtà. Non essere soli, forse. Da mare calmo, o da ancora, o da porto sicuro nelle tempeste. L'aMore di questi tempi ha la consapevolezza che tutto si trasforma e, allo stesso tempo, resta. Non c'è nessuna lettera M nel mio nome, ma frammenti di anima li trovo in un messaggio a tarda notte, in un buongiorno, in un viaggio verso l'aeroporto, un vocale di due minuti, un aperitivo in stazione. Per te ci sono sempre, e mentre lo leggi senti quella voce. E tutto torna, come l'onda che frusciando arriva sempre a stendersi sulle mie orme, leggere e pesanti, leggiadre e faticose. 

sabato 10 settembre 2022

Correre in solitaria

Anni fa la mia caporedattrice mi chiamò e mi disse: ho un biglietto per il Gran Premio di Monza. Lo vuoi? Solo uno, però.

Era un periodo in cui succedevano cose belle. Era l'anno delle Olimpiadi invernali a Torino che seguimmo con grandissima attenzione. Aggiornavamo spesso il sito del ticketing, scoprendo quale gara a Pragelato o chissà dove aveva ancora disponibilità. Le colleghe andavano alle sfilate della Settimana della Moda e ogni tanto chiedevano se qualcuna volesse andare, inondate di inviti. Nelle redazioni che funzionano, che lavorano, era così.

Eppure io ero frenata. Pur avendo svolto mille lavori da universitaria, pur essendo indipendente da sempre, mi mancava ancora qualcosa. Mi mancava l'intraprendenza. O forse, come ora, mi mancava un briciolo di incoscienza. Lo vuoi, quel biglietto? Sì che lo voglio, ma non so nemmeno dove sia esattamente l'Autodromo, fuori dall'autostrada. E se sbaglio svincolo? E dove parcheggio? E cosa faccio da sola? Che bello deve essere...ma cosa faccio se succede qualcosa?

No, grazie, mi spiace tantissimo. Dallo a qualcun altro. E poi ci pensai e ripensai mille volte, rimuginando sulla mia scarsa capacità di lanciarmi, nel momento della mia vita - fra le altre cose - in cui mi sentivo più al sicuro di sempre.

Una capacità che poi ho messo alla prova in altri modi. Ho imparato ad andare ai concerti, da sola. Al cinema, al ristorante, ovunque. Lunghi viaggi in auto, lunghissimi in aereo. Trasferte e trasferimenti di giorno e di notte, con tutte le paure del caso, quelle che solo le donne hanno. In ambienti amichevoli e ostili.
Ma allora no, non vidi il curling, un catwalk e neanche la curva di Lesmo. Come se fossi inadeguata a mostrarmi senza un supporto al mio fianco. Poi ho capito che di supporti al fianco non ne voglio, a differenza di altri. Se ci sono, voglio persone a cui dire "oh ma hai visto anche tu?", semmai con stupore raddoppiato e non dimezzato.

Chissà se ci saranno altre occasioni, per il GP. Nel frattempo, come mi ha ricordato mia zia al battesimo della mia nipotina, in cui discorsi del tipo "ma allora quando ti sposi?" sono cessati da tempo...non mi manca niente. Di chicane ne ho un buon numero. Magari, qualche bandiera a scacchi in più non guasterebbe!

sabato 13 agosto 2022

Che poi, se ci pensi, la perfezione...


 ...è davvero noiosa come dicono tutti?

No, per me è solo molto faticosa. Perchè richiede davvero troppa, troppa energia. Me ne sono accorta...sai quando? Apprestandomi a trascorrere un fine settimana a Cagliari, per il quale ho dovuto preparare un bagaglio minimo, secondo gli standard di certe compagnie aeree. E anche non è andato lontano da quello che ho fatto spesso negli ultimi sei anni, a spasso per il Nord Italia in trasferta e poi a Capo Verde, realizzare di dover portare solo l'essenziale è stato libearatorio.

Una sola crema, un burrocacao, i capelli liberi di spettinarsi: non è importato. Le mie amiche e compagne di viaggio mi hanno ripetuto più volte quanto fosse bello e luminoso il mio sorriso, spesso con un bel vaffanculo d'amicizia. E, guarda, quell'insulto ci sta tutto. A me e a tutta quella sovastruttura che mi sono costruita e che mi porto a spasso come un carrozzone. Un carrozzone per una Carrozza: già il cognome è pesante epitome di un peso da portare a spasso, perchè amplificarlo ancora di più, perchè aggiungerci macigni? E allora basta.

Anche questo percorso che mi ha riportato nella mia pelle, in un peso normale, mi ha fatto capire quanto avevo aggiunto intorno per difendermi da me stessa. Una condizione di autodisciplina alienante. Per poi star male, in quella gabbia senza più divertimento, da cui l'allegria è rimasta fuori. Come ho potuto dimenticarla?

E allora, perfette per chi? Perchè questa è la vera domanda.

Io ho un sorrisone coi dentoni. Imperfetto. Eppure.

giovedì 4 agosto 2022

Volevo bailare in una Baleare

Ho sempre detto che avrei voluto trascorrere il mio addio al nubilato a Ibiza.

Ibiza. Un'isola di cui vidi solo due posti: l'aeroporto e il porto. E poi, allora, fu Formentera. Allora, anche allora, con quella frenata propensione a divertirmi ma non troppo, come se ci fosse sempre qualcuno a riprendermi, a puntare il dito e dirmi "eh, questo non si fa, stai esagerando".

Ecco perchè. Sognavo un'alba vista ballando. Mi piaceva tanto, andare a ballare. Ecco perchè un posto in cui perdersi davvero, forse. Allentare davvero le redini, forse. Deporre quest'ala di ghisa che, a tratti, diventa insopportabile. Ho scavato a fondo in me stessa e ho capito che non ho mai tolto il pilota automatico dell'autocontrollo. Con danni incalcolabili a tutte le relazioni della mia vita, di tutti i tipi, nonostante l'indirizzo di tutta una serie di spigolosità fossi sempre e solo io.

Forse, un'isola che sa vivere e lasciare che tutto scorra avrebbe potuto regalarmi quell'indulgenza che non riesco a trovare. Tra calette, luoghi da scoprire, parei e storie incredibili, avrei forse ascoltato il segreto della leggerezza, sussurrato dalle onde o sparato a mille decibel in technicolor e bolle di sapone. 

Se ripenso alle mie piccole e rare ibize, trovo qualche episodio divertente, ma non sempre edificante e sicuramente finito tragicomicamente, senza lasciare nulla all'immaginazione, senza misteri, impietosamente messi in piazza, con un che di ridicolo dal sapore un po' amaro. Forse, anche allora la mania del controllo agiva puntanto allo smascheramento. O sono io che la leggo così, e la realtà è stata invece differente da come la ricordo io. Per come la ricordo io, sono molto lontana da essere un'Eivissa.

Il pericolo è scampato: non ci sono addii al nubilato, passati o all'orizzonte. E, oggi, corriamo talmente tanto da rendere impossibile una pausa di qualche giorno.
Ma sogno sempre più spesso la mia Ibiza.
Chissà quando riuscirò a perdonarmi di essere questa. Qui.

sabato 16 aprile 2022

Sarò sempre dalla tua parte


Quell'estate l'Algarve regalò giornate calde e lunghissime, senza rovinare le sere, trascorse spesso con un bicchiere di vino bianco freddo tra le dita, i piedi nella sabbia o appena nei pressi e il sorriso di chi ha lasciato i pensieri lontani, da un'altra parte ma non qui.

E quelle spiagge tutte diverse, circondate da rocce disegnate a mano, o con grotte rosa dall'odore fortemente dolciastro di alghe, o lunghissime, piene di onde, tra surfisti extraterrestri. Da raggiungere con un piccolo battello, oppure con un aereo che sembra atterrare sopra le teste. Quelle giornate di mare scendendo scale o passando tra cespugli bassi non toglievano spazio e quelle serate belle, in mezzo a sconosciuti altrettanto felici di essere lì. 

E una di quelle sere lui la guardó e le indicó una coppia seduta un po' più in là alle sue spalle, vicino al mare. Vedi, le disse, ci sono persone fortunate, in questo mondo. E la fortuna è quella di tenersi compagnia per tutta la vita. 

A lei, in quel momento, non sembró una gran cosa; conosceva tante coppie cosí, la maggior parte dei loro amici aveva qualcuno...ma lui proseguì. Quei due si tengono la mano e si guardano come se si vedessero la prima volta. Lei guardó i due vecchi, ma attese ancora. E lui proseguì, sempre così restio a parlare di sentimenti, ma quella sera deciso ad andare avanti, quieto, sereno, sicuro.

L'amore è qualcosa che inseguiamo tutti e spesso pensiamo di aver trovato. Ma non è così. Confondiamo per amore molte altre cose, tra cui la paura folle di restare soli. Ma non è il caso di quei due.

Lei capí. E quando si rigiró, dopo aver spiato ancora una volta i vecchi vicini e complici, si sorprese a vedere gli occhi di lui, seri, quieti, sicuri, nei suoi. Anche noi possiamo essere come loro, disse. Anche noi.

Non andò così. Ma non importa. Non ci furono altre estati in Algarve insieme. Non ci furono altre estati, insieme. Ma oggi ognuno fa il tifo per l'altro. Oggi e sempre. Fino a che saranno vecchi. Non si tengono la mano, no. Quello era il momento sbagliato per loro, lei è convinta di non aver mai azzeccato i tempi, nella vita, mai. E ha imparato anche che la folle paura di stare soli non esiste, anche se tutti la temono come un mostro.

Ma l'amore assume forme che non sappiamo classificare. Anche noi sbagliamo, in questo. Pensavamo di averlo individuato bene e di aver definito ogni sua forma, ma non è così. Sfugge alle classificazioni. Sfugge al tempo e allo spazio. E resta.

Saró sempre dalla tua parte.



mercoledì 9 febbraio 2022

Come Mou a San Siro

Se penso a quante lacrime ho pianto in questi anni, non saprei nemmeno quantificarle.
Per tutte le colpe che mi sono data, per averti perso.
Per tutte le risposte che ho cercato.

Ci siamo incontrati nel momento più bello della nostra vita e abbiamo percorso anni tenendoci per mano. Quelle mani che, se chiudo gli occhi, ancora so immaginare con estrema esattezza. Quell'abbraccio in cui stavo così comoda, così avvolta. E quegli occhi che guardavo, guardata e vista, così drittamente. Così profondamente.

Poi tutto è finito, quando è finito davvero. Quando questa casa ha preso vita e la mia, di vita, ha squadernato improvvisamente su una nuova pagina, perdendo il segno su molte cose. La bellezza e la crudeltà del momento mi hanno fatto percorrere chilometri di strada tra casa e i lavori che sono arrivati cantando e piangendo, consumando cd che parlavano di me e per me di quel cambiamento, di quel dolore, di quella inaccettabile scelta, che fu anche mia, che fu condivisa. Voluta e respinta, giusta e sbagliata insieme.

C'è stato un dolore quotidiano fatto di luoghi schivati per sempre, amicizie immeritatamente troncate, liti collaterali senza senso. C'è stato il mio cuore rotto in mille pezzi che non ha trovato unità, ma solo frammenti di sentimento per molto tempo. Surrogati scambiati per prove generali di un evento che non si è mai realizzato, come sapevo, in fondo. Di comparse mai trasformate in attori, di metà ridotte a frazioni, usati e che hanno usato. E anche quando il vento ha portato a girare nuovamente le pagine di quel quaderno, violentemente, è finita male. Si è scomodata persino la morte: non potevo avere una riposta. E non la volevo nemmeno, avevo persino paura di chiedere. Sapevo che non mi sarebbe piaciuta.

E poi ci sono stati anni di fatica vera in cui sei sparito dal mio orizzonte, a parte qualche sporadica occasione, anni che solo la pandemia ha riscattato. E quel turbinio di pagine l'ho fermato io con la mano aperta, e invece di affidarmi al vento ho lasciato che questo soffiasse fuori da me. Non so se è stata magia, ma da quando quel cuore in balia della tempesta è comparso tatuato sulla mia pelle, tutto il nero che avevo dentro si è depositato sul fianco, immobile. Manca sempre una scritta, vicino a quel cuore, che è anche il titolo di una canzone che ascoltavamo insieme. E un giorno, ad un matrimonio, quella canzone è tornata e ho pianto le ultime lacrime. Tante, ma definitive.

Oggi non sento più dolore, finalmente. C'è voluta una giravolta lunghissima, ma è così, non so perchè, non so se è giusto o no, non so nemmeno cosa è giusto, tutto sommato. Mi restano tutte le cose belle, che sono anche mie, che attenuano tutte le colpe che mi sono inflitta. Il conoscerti e non conoscerti più insieme. Le mani e gli abbracci. E quegli occhi che mi vedono, e che vedo. Mi resta quella certezza che, in questo mondo che spesso fatico a riconoscere, c'è qualcuno che sa chi sono, anche quando nemmeno io ne sono così certa. Anche quando continuo a nascondermi. A partire, tornare e ripartire ancora. E, in definitiva, se gli anni passano, siamo e non siamo più gli stessi.

sabato 15 gennaio 2022

Son queste le stelle che usciamo a riveder

C'è stato un tempo in cui nella mia vita ci sono state le lunghe telefonate. Dalle scuole medie alla mia laurea, più o meno. In un periodo che va dagli anni '90 al 2005 circa. Un periodo in cui - prima - al fisso il filo era sfruttato nell'intera estensione della sua morbida spirale perchè finivo seduta per terra e - poi - quando mi sono comprata il cellulare alla fine degli anni '90 e si studiavano tutti i piani possibili per parlare con il numero preferito. E quel numero preferito c'era, ed era bellissimo spendere tutti i centesimi in un mare di parole, prima e dopo averne usate un altro mare dal vivo, e scritte anche in tutti gli sms possibili, sfruttando il numero limitato di caratteri di allora. 

La pandemia ha reso difficile la vicinanza fisica ma la tecnologia ha regalato ancora di più rispetto a prima una prossimità differente. Virtuale. L'ha restituita con i vocali, con le videochiamate e le telefonate. Ha accorciato quelle distanze che allora, nel tempo passato, c'era e non era colmabile in questo modo. Ha riavvicinato i confini del mondo. Oggi, raccontando per l'ennesima volta il mio viaggio dei venti anni in Australia alla mia cuginetta adolescente, le ho dovuto spiegare perchè e come fosse così differente. E come stare a Capo Verde cinque mesi, lo scorso anno, fosse invece stato decisamente più semplice.

Ma anche se tutto cambia, come è giusto che sia per noi esseri umani naturalmente portati a evolverci continuamente, la bellezza di certi legami resta e stupisce ogni volta che si trovano. Può essere un messaggio breve che propone un pranzo, cui si aggiunge una passeggiata a Milano, da parte di chi hai incontrato sul lavoro ma che è rimasto. Quell'annuncio mandato perchè mi hai pensata. Quell'articolo che fa al caso mio. Il video che mi farà ridere, lo sai già. Può essere quella telefonata nella notte, che dura un'ora e mezza come quel tempo andato ma senza filo allungato, con il cellulare appoggiato sul cuscino e lo sguardo perso nel buio, ma che scorre immagini impresse nella memoria e ne crea altre nuove e diverse. O solo un saluto, perchè ci siamo.

La fortuna è di aver saputo gettar fili a spirale lunghi, e invisibili. Che si allungano fino alla massima estensione o restano morbidi, che non devono necessariamente essere attivi sempre, perchè sono straordinari solamente per il fatto di esistere. La fortuna è che quando quei collegamenti si attivano, o riattivano, è come se fosse passato un giorno. Mi piace pensare che sono questi legami fatti di rapporti veri e autentici e sempre al momento giusto che rendono questo mondo migliore. Al di sopra di ogni interferenza. Al di sopra di ogni differenza. Al di sopra di ogni distanza fisica e temporale.

martedì 2 gennaio 2018

Impareremo a volerci bene, 2018!

Ti ho pensato tantissimo, la notte prima di Capodanno, e il sonno non arrivata. O forse è il contrario, il sonno non arrivava e pensavo. Fa lo stesso, già ti vedo ridere, e mi basta così.

Pensavo e cercavo di immaginare cosa mi avresti detto tu, a bilancio di quest'anno. Si dice che le donne abbiano meno capacità immaginativa degli uomini, ne parlammo anche io e te, scherzando sulle fantasie, te lo ricordi? Un'interessante e comica disanima su come funziona il cervello femminile e maschile. Ma non divaghiamo, scriverò questo post in pochi minuti come sempre e non ho le ore dell'altra notte.

Avremmo parlato di cosa salvare e cosa buttare via. Ti avrei detto che potrei fare un sacco della spazzatura enorme, ma tu avresti riso, socchiudendo gli occhi, fumando piano. E ti saresti alzato a fare un mohjito. In realtà avremmo parlato solo del lavoro, lo facevamo sempre, era il nostro rito: divano, tv, tu che fumi, il ghiaccio spaccato nei bicchieri con il pestello e due rum, uno chiaro e uno scuro. Quindi, ora che non ci sei più, sono anche più sincera con te. Più completa. Ti parlo di tutto.

So benissimo cosa salvare. C'è il viaggio a Capoverde. Valeria mi ha dato la sua stanza ma mi ha dato molto di più: la comprensione, la capacità di non giudicare. Mi ha scritto ogni mattina un biglietto del buongiorno, con quella scrittura che conoscevo da anni e che non vedevo da anni e che era così calda, famigliare, piena di quel sole. Mi ha dato la solitudine, mi ha dato tutto il tempo di dormire e sognare passati sepolti, mi ha dato il mare da guardare, il vento.

C'è il matrimonio di Pamela. C'è questa ragazza che ha fatto tutto come voleva, come lo desiderava. C'è questa mamma che non mi esclude mai, che mi ha fatto sentire un po' più materna, perchè mi ha raccontato tutto e mi ha trasmesso tutto e mi ha voluto vicina, davvero vicina. E anche per lei ho cercato di prendermi una settimana. Anche per lei ho cercato prima un po' di solitudine.

Mentirei però se riducessi tutto a questi due eventi. Quello che ho cercato di fare, e tu lo sai, Rudy, è cercare di ricordarmi quando le cose sono cambiate in meglio, i momenti precisi. Forse sono ubriaca da ieri sera, non ho più i tempi di recupero di una volta, ma questo lo sai già. O forse no e le cose sono diverse, non ci sono per forza sempre atti risolutivi, momenti topici. Quella è roba da film.

E' stato un anno molto difficile, in cui ho la sensazione di aver costruito una casa intera, ma con qualcosa di poco adatto, tipo coi mattoncini Lego. Una fatica immane e mai provata prima. E' crollato tutto il crollabile e per qualche tempo ho solo guardato quelle macerie, esposta a tutto. E poi ho iniziato a costruire. Ma non riesco a ricordare come.

Ho un sacco di buoni propositi per questo nuovo anno. Devo nuotare, ho un'ernia. Oltre a non recuperare più una serata e rischiare la sciatica mi tingerò i capelli, perchè ne ho trovati un altro paio bianchi. Oh: devo dimagrire. Ma questa l'hai sentita per dieci anni, anche quando non ero così vicina alla mezza età.
Comprerò un armadio per l'ingresso e metterò le zanzariere. Ogni tanto cucino. Forse sono pronta a ricominciare a fare cene, o ad aumentare il numero delle cene.
Andrò a Sharm, con una compagnia di sub. No, non faccio immersioni, ma mi hanno promesso il battesimo del mare. Forse allora andare a nuotare mi eviterà una brutta figura.
Sto decidendo che cosa fare per il mio 39esimo compleanno, l'ultimo di questa decade. E poi dovrò progettare il successivo, con la famiglia, visto che anche papà raggiungerà la cifra tonda. E poi ho mille altre idee. Viaggiare non è mai abbastanza. E ci sarà molta musica, anche, molti chilometri da percorrere.
Leggerò di più. Butterò via molti vestiti vecchi, quelli che negli anni di vacche magre ho usato migliaia di volte. Quando esco a comprare qualcosa adesso mi diverto.

Ho fatto fatica a ricucire le ferite del cuore. Tu mi avresti detto: non potevi andare avanti così, e me lo avresti detto davvero, perchè spesso mi hai raccolto con il cucchiaino. Ma ho fatto anche quello, quindi per quest'anno sarebbe bello non aver sentimenti, essere tutta razionalità, ma credo che sia un desiderio impossibile da realizzare, come quello di svegliarmi presto la mattina. Questa però non si chiama utopia, ma pigrizia. Ed è reale!

E quindi, amico, posso dirti che di momenti bellissimi ce ne sono stati. Posso solo desiderare di averne di più, con meno battute di arresto e con meno sensi di colpa. Perchè sembro la solita casinara senza filtri ma tu sai invece che mi ammazzo di lunghissime ed estenuanti autoanalisi. Preferisco pensare a questi, che ai momenti bui, alle piccole disperazioni. Ci ho già sprecato troppo tempo.

Fammi gli auguri. Eri sempre il primo, dopo la mezzanotte del 31, a mandarmi un messaggio. Un messaggio stupido e allegro, uno dei migliaia che mi hai mandato. Ecco: ti prometto che quest'anno sarò così, stupidamente allegra, perchè l'intelligenza fa paura.
Ti confesso che i migliori sono arrivati dalle donne. Dalle amiche. Sono loro che mi danno la forza di andare avanti e di pensare che, tutto sommato, ai 40 posso anche arrivarci. Le loro parole sono autentiche, a differenza alcuni tuoi simili che non sanno proprio utilizzarle, le sparano grosse e poi si schiantano nei retromarcia. Le parole sono importanti. Anche in quelle c'è tanto cuore. Scherzavo, quando ho scritto di non voler sentimenti. Ma già lo sai. Sono le mie ancore, come lo sei tu. Ovunque tu sia.

lunedì 11 aprile 2016

Per Elisa

Non ha fatto una piega, Alessia, quando don Christian l'ha presa e le ha immerso la testa nel fonte battesimale. Ha mantenuto quegli occhioni verdi spalancati sul mondo come fa da quando lo ha visto per la prima volta. E quella serenità con cui, come dice Andrea, ci guarda elaborando già chissà quali pensieri, già quale visione.

Ci siamo ritrovati per il Battesimo, e siamo amiche da sempre. Dalle scuole elementari, da quando io sono arrivata in questo paese. Ne abbiamo fatte tante insieme, trascorrendo tante di quelle ore da perdere il conto. Solo che da bambine erano ore che passavano veloci; da adolescenti erano spazi imprescindibili e allungati e oggi sono frazioni di ore, messaggi, pranzi veloci, occasioni.

La nostra concezione della vita è cambiata con noi. Abbiamo assistito a bellezze e brutture. Abbiamo saputo, l'una dell'altra, dolori e gioie. Abbiamo visto le nostre lacrime, anche quelle vere. Sappiamo tutto, pur senza saper nulla di dettagliato: coincidenze, sensazioni, sogni.
Qualche lacrima è scesa anche ieri, ma aveva tutto un altro sapore. Aveva l'emozione dentro. Aveva la gioia di condividere un momento con persone che - finalmente - stanno tutte bene. Quella lacrima era per Alessia, ma era anche per noi. A noi che non abbiamo mai smesso di volerci bene.

Ho fatto la fotografa, ieri. Lei poteva scegliere un soggetto un po' più artistico per questo compito, ma ha preferito me. Queste righe sono un'integrazione a quelle immagini che so terranno per sempre.

mercoledì 9 novembre 2011

It's your heart that holds your fate

Due anni fa la giornata era stata bella come oggi, nel New Jersey.
Ci avevo messo un po' per capire da quale stazione ferroviaria di New York prendere quel treno, ma poi, con pazienza e qualche domanda ripetuta un paio di volte ce l'ho fatta. Spesso mi succede così: mi perdo negli accenti e capisco pochissimo. Ma alla fine, come sempre, ce l'avevo fatta. Fino a Long Branch, e poi in taxi verso Asbury Park.
Io, e quei due che, già a quel punto, erano regrediti allo stato di bambini. In giro con due adolescenti. Impazienti, con il naso all'insù a fiutare la spiaggia, l'oceano, per trovare quei luoghi. E devo dirvi una cosa. Non eravamo soli. Piccoli pellegrinaggi come i nostri ce n'erano altri, con la stessa emozione tipica dei bambini.
Eccolo, l'oceano. Con la sua Asbury Avenue. Con il suo lungomare, di sabbia chiara e gli stabilimento chiusi, i negozietti serrati per l'inverno, così come il centro commerciale e il pontile, un misto di nuovo e vecchio, di parcheggi ed edifici abbandonati sullo sfondo. Ma tutto questo è passato in secondo piano, spazzato da quel vento caldo che mi scompigliava i capelli e rendeva inutilmente pesante il mio piumino.
Noi eravamo lì per lo Stone Pony. Una costruzione bianca e bassa, con un ingresso sormontato da un baldacchino, come succede qui per le migliori balere, forse. Ma con le scritte nere da comporre sui binari bianchi proprio come sulle facciate dei teatri di Broadway, in quel modo così esclusivamente americano. E, dentro, quel murales. Il primo disco di Bruce. E loro due già impazziti, capaci solo di scattare foto mosse, da quanto si era accelerato il loro polso. Capaci di girare intorno una sguardo famelico a chitarre, foto, articoli di giornale, manifesti, tutti appesi ovunque. Persino in bagno, dove per la verità si è compiuto un piccolo furto...
E poi infine eccoci tutti e tre al bancone, ma quello dei souvenir. Era troppo presto per bere, mai troppo presto per comprare qualcosa. Mi sono portata a casa una maglietta anche io, ovviamente.
A bere ci abbiamo pensato dopo, al Village. Un brindisi, due, tre, pienamente consapevoli di quello che quei giorni avrebbero significato per ognuno di noi. Allora, come adesso.

domenica 5 ottobre 2008

Pensiero fisso

Lui mi manca.
Resta lì, la radice di quello che siamo stati è ben piantata in mezzo al mio cuore.
Cerca di riattecchire, rigermogliare, ad ogni pensiero, ogni messaggio, ogni volta che lo vedo. E non senza dolore. Lo fa anche quando mi affanno a cercare surrogati, amicizie, diversivi.

Ma se c'è una cosa che sopporto meno di tutto è il senso di colpa. Deve essere innato nelle donne, come il desiderio di maternità, chessò. Non c'è nulla per cui essere in colpa, eppure è sempre in agguato, dietro l'angolino, quando meno te lo aspetti. Spunta e passi per una lunga autoanalisi, sempre la stessa, per arrivare a capire, per l'ennesima volta, che non ce n'è proprio bisogno.