martedì 30 settembre 2025

93 anni e un Patrimonio d'amore

Ho scritto questo post pochi mesi fa. 
Lo pubblico ora, dopo il suo compleanno, il 27 Settembre. 

La prima domenica di questo Agosto, il numero 92 della sua vita, la nonna Rosa è uscita per andare prima a messa, e poi al mercato. 
La piega fatta il giorno prima, come tutti i sabato, la gonna lunga appena sotto il ginocchio, la borsetta al braccio, lei ha prima pregato per tutti noi e poi è andata a comprare la padella. 
La padella. Potremmo usare la maiuscola anche in mezzo alla frase, perchè, ogni anno, è un rito che si ripete. In vista dell'arrivo di figliolanza, cognatume e nipotame, l'invincibile strumento che tutto può friggere sostituisce quello ormai esausto dell'anno precedente. 

Non c'è mai stato nessuno, nella mia vita, che friggesse in padella come fa lei, e sempre godendo di ottima salute. Che siano melanzane, cotolette, frittelle, frittate, panzerotti, zeppole...poco importa. La bottiglia dell'olio è sempre pronta, e la padella (ora) nuova di zecca altrettanto. 

Questa, dunque, è una storia d'amore. Non solo per tutte le persone che, in Agosto, transitano da quell'appartamento in contrada Giardinello di un paese calabro (e prima, nella contrada Petto, forse ancora più numerose e rumorose, vista la quantità impressionante di cugini). Ma anche per se stessa. Perchè, quando finisce il caos delle vacanze, con stanze scambiate, letti aggiunti, sveglie e tavoli pieghevoli, sedie recuperate e tutte spaiate, resta lei, da sola. E lei, sola, cucina e apparecchia per sè sempre, senza saltare un pasto. E anche sola, la padella resta lo strumento indispensabile a tutto il desinare. 

E che desinare. Alcuni piatti della nostra iron grandma restano inarrivabili, nonostante la grande tradizione tramandata ai figli. Certi cavalli di battaglia possiedono tal razza superione che non è nemmeno giustificabile dal clima, dall'acqua, dai prodotti: la nonna Rosa ha dimostrato più e più volte che, anche nelle sue trasferte al Nord, le sue capacità restano immutabilmente irraggiungibili. 
Del resto, una campionessa olimpica lo è ovunque. 

A noi, dunque, non resta che partire e confluire lì, fili differenti e asincroni di uno stesso tessuto la cui matrice è là, con un nome così delicato, una volontà di ferro e una padella in mano. 

martedì 9 settembre 2025

Ri-definirsi. Alla ricerca di una bellezza intriseca.

C'è una bella differenza tra il sapere cosa fare per stare meglio e farlo davvero. 
Magari sono mesi, anni, che ti ripeti costantemente che le cose devono cambiare. Lo fai appena sveglia al mattino, cercando di inquadrarti nella cornice di uno specchio che riflette qualcosa che non ti piace. Oppure con la radio in sottofondo e il caffè sotto il naso, o guidando con la mano sulla leva del freno a mano, o svegliandoti di notte. 
No, ti dici, così non va: è ora di cambiare. Solo che quel cambiamento non arriva...finchè...
Finchè un giorno, improvvisamente, si rompe qualcosa. 

Quello che hai pensato, hai espresso in qualche confidenza, ma soprattutto ha lavorato inconsciamente rompe la superficie ed emerge. Più di tutto, si libera dalle opinioni degli altri, di quello che ti hanno consigliato o raccomandato. 
Settembre è questo: una rottura. Non di balle e nemmeno dolorosa. 
E' come prendere atto, improvvisamente, di un cambiamento che ha causato molto dolore prima, in passato, e anche a lungo. E' come capire, improvvisamente, perchè quel dolore è arrivato, a cosa servisse davvero (non tutto, eh: certi colloqui agghiaccianti, ad esempio, restano ancora senza senso). 

Ci sono stati momenti in cui la distruzione delle certezze ha lasciato delle grandi macerie. E che, in mezzo alla rovina del castello, mi sentissi io in aria, senza sapere come fare e davvero per molto, molto tempo, avviluppandomi in vittimismo e autocommiserazione, in una non-reazione.
Oggi, invece, è tutto pulito, sgombro, libero. Uno spazio nuovo, recuperato nelle autentiche fondamenta, in cui ricomincio a vedere me. 

C'è solo un aspetto che sento di dover ricalibrare: riguarda la bellezza. No, non quella che ci si aspetta, ma più profondamente quella che mi caratterizza. Facendo spazio, liberando tutto, mi sono resa conto di non aver più il paramentro del giudizio esterno. E se in passato, ad esempio, avevo lasciato che un narcisista minasse subdolamente tutto il mio territorio, oggi è il contrario: la ricerca riparte da quella che sono davvero, bonificata. 

Stranamente, e nel modo più contraddittorio possibile, in questo caso la superficie si è rotta perchè è arrivata da una dichiarazione inaspettata: l'esternazione della (mia) bellezza superlativa da parte di chi non l'aveva mai espressa davvero. Cadendo da quel pero ben radicato, la reazione è stata quella di aprire un mini sondaggio, per poi chiuderlo subito. No. Non è la statistica la materia che mi interessa, io che dai numeri ho preso sempre e solo schiaffi. E no. Nessuna doxa: di fatto è proprio l'opinione altrui che non mi serve. Più. 

La donna che vedo allo specchio, in qualsiasi condizione, mi piace. Trovo che mi somigli abbastanza. Ma quell'abbastanza non basta più: è ora di mirare alla totalità. "Enough" mi è servito per arrivare fin qui, alla sommità di questa collina. Me lo sono pure tatuato, in un momento in cui anche pensare di essere abbastanza sembrava inarrivabile. Anche quando il mio nome, Sabrina, sembrava quello di un'altra persona, persa per strada. 

Non resta che trasformare questa ri-definizione in movimento.
Senza più fermate, si va dritti a Casa.

martedì 5 agosto 2025

Adriana e l'Inter


Ci sono momenti in cui l'urgenza di scrivere si manifesta in molti modi. Prima di dormire, compaiono nella mia mente testi e frasi esattamente come in questo foglio appunti, si compongono velocemente, di getto, in pochi istanti, e li lascio fluire così, senza memorizzarli in altro modo. Altre volte sono pensieri fulminanti mentre sto facendo altro. Ultimamente, lascio che i pensieri si scrivano tra i capelli al vento nei miei giri in bici, tra campi a granturco e canali. 

E poi ci sono gli anniversari, non appuntati, che tornano. 


Sono giorni che penso ad Adriana e, andando a cercare nel mio blog, ho trovato solo una piccola parte della sua storia bellissima, e quella piccola parte riguarda solo il giorno in cui è morta, nella serenità di una mattina sonnolenta. 

Dieci anni fa, il 16 maggio del 2015, incontrai allo stadio, nel mio anno di consulenza tra una carriera radiofonica e un'altra, una donna straordinaria. Lei avrebbe compiuto cento anni il 24 maggio e da oltre 60 anni frequentava San Siro, per la sua Inter. Il figlio Roberto al suo fianco, in auto da bambino, poi con il tram e ora con la metro lilla. La loro storia mi colpì per due motivi: era fatta di una passione gioiosa, ma piana, di riti che si costruiscono nel tempo, qualunque cosa accada, in qualunque condizione atmosferica. E avevo di fronte due persone che dimostravano almeno 25 anni in meno: l'Inter allena il cuore, è un dato di fatto. La prima foto è di quel giorno. 

Ci ho pensato a lungo e poi ho fatto arrivare la storia prima a una tv locale e poi alla società, per la quale avevo iniziato questa consulenza. 15 giorni dopo, il 31 maggio, Adriana è stata invitata a ritirare la sua maglia numero 100 in campo, prima della partita. Ero con lei, Roberto e Luigi, lo steward che me l'aveva presentata e che svolgeva servizio nel suo settore. A consegnarle la maglia, Capitan Zanetti, Benny e il mio Ciccio, tra gli altri. Abbiamo fatto a braccetto mezzo giro di campo, dal suo posto alla linea immaginaria in cui si scherano i giocatori e lei ha raccolto gli applausi con una felicità impossibile da dimenticare. 

E' stato un momento di grande bellezza, di quelli che travalicano le regole e restituiscono al calcio una dimensione romantica. Una dimensione sociale, quella che avevo scritto nella mia tesi. A volte, la vita restituisce momenti perfetti. Non avevo ancora finito, con lei. Ecco perchè in questi giorni è tornata così, prepotentemente, a bussare. Seppur brevemente, le dovevo un  post. O lo dovevo a me stessa e, sono sicura, è comunque la stessa cosa.

 

giovedì 30 gennaio 2025

"Intanto prendi": perchè non è mai un consiglio

In principio era "è gratis, ma ti fai le ossa". Poi è diventata una vetrina di visibilità, un modo per fare contatti. Adesso è "intanto prendi e poi si vedrà". 

Intanto prendi. 
Un lavoro che non è esattamente quello che cercavi; non è nemmeno quello che ti fa divertire, però. 
Uno stipendio che continua a tenerti la testa incassata tra le spalle e il fango della trincea ti arriva ad altezza occhi, o quella cosa lì, di quel colore, insomma. Intanto prendi, però. Non ci sono troppe soluzioni e non c'è nemmeno troppo tempo: se poi scappa anche questa, che farai?

Volevo dirti una cosa, amico: è davvero un consiglio di merda. Ed è retaggio di come siamo cresciuti noi: intanto mangia questo, non ci sono alternative. Intanto fai questa scuola. Intanto ti metti questo. 
Stamattina alla radio di parlava della parola "contento": aver già dentro di sé la consapevolezza di aver tutto quello che serve. Ecco: accontentarsi non è "intanto prendi", zio. 

E' inutile che lo scriva, ma molti di noi vivono parti delle loro vite come se fossero state imposte, ed in parte è così: abbiamo obblighi verso noi stessi, gli altri, la banca sicuramente, qualche amante forse, che impongono regole che non vorremmo. Nessuno di noi si merita un intanto prendi. 

Dieci anni fa ho iniziato a pensare di dover cambiare strada. Per un po' l'alternativa ha retto, perchè si è trattato del mio miglior piano B, il calcio. Un lustro di strada panoramica a fianco alla highway che non stavo percorrendo, convincendomi che quella mi avrebbe portato all'inferno, dimenticando però la bellezza di quel rock potente che pulsava sempre nella cassa toracica, un basso senza scampo. Un culo enorme, allo stesso modo di precedenti anni di turni. E poi altre soluzioni a venire, fino a questo ultimo anno. 

Il 2024 ha spinto sulla mia tavola l'offerta da commerciale, più volte rimandata in cucina nel corso di questa vita. Lo sa bene Giuliano, lo sa bene Carlo, lo sanno anche le mille salse con cui questa attività è stata variamente presentata. Stavolta, però, persone, luogo, opportunità, comodità, struttura, avevano molte voci nella lista dei pro. "INTANTO PRENDI" è la frase arrivata da talmente tante persone che ho temuto di vederla incisa sulla fiancata dell'auto. 

Ringrazio il cielo di averla colta. Ma come? (vi sento eh!) Hai scritto che è un consiglio demmm...!
Come scrisse il poeta, è da lì che nascono i fior. Consapevolezza, si diceva. Ed eccola. 
Imparare un nuovo mestiere significa uscire da una zona sicura. Come al solito, il primo mese e mezzo ho dormito male e ho cercato di districare i dubbi uno ad uno, ed erano tanti, molti scritti sulla mia fronte, altri attaccati al mio già scarso amor proprio. Ho cancellato una vacanza, prestato la casa, per far andare le cose meglio più velocemente, ottenendo l'effetto contrario. Sono stata una buona Caronte, ma non sbarco, resto lì un pochino e poi torno indietro. 

Perché la verità è che non si dovrebbe prendere niente, nell'intanto. Lo sa bene il basso che vibra nelle fibre del tuo essere anche se pensi che siano solo scosse di assestamento. Fallire è fallire, non prendiamoci in giro. E' un bel pugno sul muso, di quelli che svegliano, però. 
L'aspetto più bello, più dolce e più accordato di tutto sono stati i colleghi, ancora una volta. Tutti più consapevoli (di me, ma ci è voluto poco) e nessuno soggetto alla legge dell'"intanto prendi". 

E ora? Caròn, non ti crucciare: trovo la soluzione. Intanto ho stampato i bollini della tessera che non avevo ancora incollato e li metterò a scacchiera sugli altri. E poi si vedrà. Con mira e divertimento.

martedì 24 dicembre 2024

2024, more than words

Quando arriva la fine dell'anno guardo le foto scattate, sempre tante. Troppe, per qualcuno. Invasive, invadenti. Qualche amico le odia perchè "rubano" pezzi di anima. A me sono sempre piaciute, d'altra parte, volevo fare la fotografa da bambina da Foto Kennedy a Magenta. Oggi c'è una verità in più: la memoria di ferro che ho sempre avuto, ad un certo punto, ha deciso di prendere ruggine. Lo so perchè inizio a scambiare volti e nomi e a fare figure da vecchia zia. 

Guardo le foto e, mentre il mio primo pensiero è sempre uno: "anche quest'anno sono arrivata in fondo viva e intera e senza debiti", ecco questo muta e diventa considerazione, più che altro stupore. Continuo a vivere tante vite in una e non ho nemmeno finito. Nel mio destino, mi ha detto una persona, il mutamento è scritto a chiare lettere. Devo solo arrendermi e accoglierlo. 

In questo 2024 a cambiare è stato prima di tutto il lavoro, e non è stato semplice, anche se alla conquista del nuovo impiego pensavo di avere  tutte le carte in regola per fare subito bene, ecco: no. Non so che succederà il prossimo anno, so solo che ci ho messo davvero tutta me stessa, ad uscire da uno stato di sopore in cui era caduta professionalmente, metterci una casa in prestito, trovare una macchina, imparare nuovi metodi. E sentirmi dire, come sempre, di essere sempre un po' più a sinistra del punto. 

L'automobile è il vero miracolo economico di quest'anno ed è tutto merito di un atto d'amore, anzi due. Il primo di un prestito temporaneo e azzeccatissimo, il secondo, invece, è la realizzazione di un sogno: avere una Golf. Del 2003, ma questo è un dettaglio. Ed è tutto merito di Valeria e Alberto. Ho una Golf e la amavo da allora, anzi, dalla versione precedente. E ora è mia. Ah, avrei anche un nuovo cellulare, ma lo schermo è andato in frantumi in meno di un mese. Perciò sì, c'è. Sopito fino a riparazione economicamente sostenibile...

Sono riuscita a viaggiare. Cinque mete: Calabria, Irlanda del Nord, Foligno, Venezia, Calabria/Palermo. Il Sentiero dei Giganti e Palermo erano tra i miei desiderata di sempre ed è stato bellissimo. Pochi giorni in totale, solo quattro di mare, affetti che si stringono e tornano profondi. Persone dal cuore gigante, che mi hanno sommerso di amore e mi hanno restituito per un giorno una dimensione giornalistica quasi abbandonata. E queste emozioni che spesso fatico a trattenere, che aiutano a ridimensionare i piccoli problemi e le due piccole ulcere che, voilà, sono comparse a ricordarmi - quasi se ne sentisse il bisogno - che sì, sono brava a fare l'equilibrista ma non abbastanza, perchè il tormento della sindrome dell'impostora non mi lascia mai. Ho anche perso un'amica. E non me ne capacito. Ne ho conosciuta un'altra, un altro pezzo di anima in più, quello che mi toglie la fotografia selvaggia, credo.

Stadi 3, concerti 1, cultura sì, con le prime volte all'Ambrosiana, a San Sepolcro, alla Villa Reale e al Cenacolo. Teatro 1, cinema 2: si può fare di meglio su tutti i fronti. Ho già pianificato due viaggi e una gita, e ancora quest'anno non è ancora finito. E vorrei vedere Atene.

C'è qualcosa di più profondo che è cambiato. A parte il metodico scardinamento della gabbia giudicante che mi accompagna fin dalla nascita, è rinato in me un sentimento che pensavo non potesse più riapparire. C'è qualcosa che, nella seconda parte di quest'anno, mi sta facendo credere di poter amare un'altra volta. Una sensazione tutta mia, egoisticamente mia, che ha sganciato di botto una serie di zavorre di piombo e le ha lasciate cadere pesantemente a terra. E' un germoglio che, una volta spuntato, ha di nuovo allargato i confini del mio cuore. Mentre prendevo a martellate la mia gabbia, ad un certo punto anche il pavimento ha iniziato a muoversi e quel cinismo che mi porto dietro da quasi dieci anni è sciovolato via. Avevo smesso di crederci, davvero. Avevo iniziato a pensare di avere tutto alle spalle. 

Non so cosa succederà nel 2025. So solo di arrivarci alleggerita. 
So di arrivarci meritandomi di nuovo dell'amore, meritandomi le cose belle che verranno.
Non mi sembra poco.

Niente ci appartene, "mi" scrive Daniel Lumera nella sua newsletter. Riceviamo tutto in prestito per un periodo limitato di tempo. Il corpo, il respiro, la casa in cui abitiamo, la mente attraverso cui ragioniamo. La nostra forza vitale, le emozioni che proviamo, le situazioni che viviamo, le relazioni. Di tutte queste cose siamo solo aministratori temporanei. La vita scorre tra le nostre mani aperte come acqua. E più cerchiamo di trattenerla, più fugge via.

E questo vorrei. Più delle parole che più di altri anni sono state difficili da scrivere, vorrei essere acqua. E luce impressa in mille fotografie.

giovedì 21 novembre 2024

Sarà sempre il Banco Lariano

La filiale di Intesa Sanpaolo di Santo Stefano Ticino chiude. 
Stavolta non è una chiacchiera di paese: c'è l'accorpamento con altre sul territorio, nella fattispecie con la sede centrale di Magenta, quella al fianco della Cattedrale di San Martino, e poi, con calma, se i titolari del conto vorranno, potranno fare richiesta di spostamento su altre sedi. 

La voce della chiusura è corsa altre volte, a Santo Stefano Ticino. Altri cambiamenti ci sono stati, ma non per questa, che è nipote e poi figlia dell'originario Banco Lariano. Perchè è questo che resta nella memoria storica del paese, gli anziani: due sabati fa, passata a far colazione e a passeggiare per le vie con gli amici, una donna ci ha parlato proprio di questo. E ora come faremo con il Banco Lariano? Là a Magenta non è nemmeno facile parcheggiare, per mio nipote.

Abbiamo sorriso, ovviamente. Ma per un paese di seimila abitanti con una bella composizione over 65 è una riflessione da tenere. Ci sono persone che non useranno mai l'app, mai. E il rischio, per altre, è di perdere di vista il loro patrimonio, demandandone la gestione ad altri. Per certi servizi la prossemica è importante, è fondamentale averli vicini perchè essi funzionano. 

Eravamo in tre, su quel marciapiede al sole, tra la cartoleria e la banca, a guardare quel largo spazio che dal 15 Dicembre resterà vuoto, dopo decenni. Chissà cosa potrà arrivare al suo posto, vista la scarsa attrattiva dei piccoli centri. E anche per noi under 65 ci sarà comunque un passaggio in più che ci porta al di fuori di queste strade, in un paese che è sempre stato vivissimo e che inizia, da qualche tempo, a somigliare un po' a degli stalli di sosta. 

Mi piace pensare che questa corsa allo svuotamento si arresterà di colpo e che ricomincerà a essere in tutti noi fortissima l'urgenza di guardarci negli occhi. Lo so, è un atteggiamento decisamente mediterraneo, poco "europeo" e che dovrebbe riguardare solo la sfera delle relazioni, ma per il nostro DNA tutto passa dal contatto e questa perdita sta avendo spiacevoli effetti collaterali. 

E dunque, viva il Banco Lariano!

martedì 19 novembre 2024

Non scrivo più

 Non scrivo più. 

Le uniche mie note scritte su post it, agende, calendari e fogli volanti riguardano solo il lavoro, e non sono più nemmeno rinchiusi in ordine (no, bell'ordine da mai, ad essere onesta) in un'unica agendina, poi messa via e sostituita dalla successiva. 

Ho perso la consequenzialità. Ma ho perso anche una grande parte di me. O forse è nascosta; ecco, sì, diciamo che si è andata a nascondere molto bene. Era quella capacità di dare al pensiero una forma in un modo che è solo mio. Fatto di immagini, metafore, periodi brevi e lunghi insieme. Nel dormiveglia pensavo a frasi da mettere giù. Ho scritto nella mente mille incipit di un libro che non ha mai visto la luce e ho usato diversi tovaglioli di carta come spunto, le note del cellulare, anche. 
E ora? Non scrivo più nemmeno per me stessa, nelle agende mensili, di incontri e fatti che mi hanno spostato il battito del cuore di qualche millimetro. Sì, mi stupisco sempre e mi commuovo anche di più, ma se prima all'emozione seguivano parole, ora faccio fatica a vederle comparire su uno schermo, a vederle scorrere sulla carta. 
Sono anche a secco. Ho sempre scritto di getto, in pochissimo tempo, e mi sono sempre chiesta se, in un ipotetico mestiere scrittorio che è arrivato sì, ma non a grandissimi volumi come avrei desiderato, la "gestione di una commessa" avrebbe inibito questo sgorgare spontaneo. E ora mi ritrovo spesso davanti a un foglio bianco, senza sapere come iniziare. Perchè iniziare. 
E' una secca legata a questo mare di legno, ho interiorizzato questa aridità? E' una possibilità che non riesco davvero ad accettare. 

E allora direi che è giunto il momento di fare qualche esercizio. Come il cardio sulla cyclette, i pesetti del mattino, anche scrivere rientrerà nella lista delle cose da fare per mantenermi in forma, dentro. Con la speranza che ritorni ad essere un'abitudine spontanea, fulminea, piena di immagini. C'è sempre molto da dire in questo continuo mutamento. E' ora di stanare il nascondiglio.