giovedì 16 giugno 2022

Manca il lavoro o la voglia?

Che ormai siamo abituati a estremizzare tutto, e accorgerci solo di quando la notizia assume gli aspetti del paradosso per rimaner colpiti giusto quel tanto, fino a che un'altra sparata arriva a occupare il posto della precedente.

Eppure, la provocazione di Alessandro Borghese continua a tener banco anche a distanza di settimane. Perchè tocca due temi decisamente scottanti, che montano da tre generazioni abbondanti e hanno decretato la morte della classe media. E allora, sono i giovani a non voler lavorare o sono gli imprenditori (del settore della ristorazione) a essere dei farabutti? In medio stat virtus. O meglio, la questione non è risolvibile in due frasi fatte. Ne ho parlato con Dana Gomotriceanu e Cristiano Cianciarelli del Piccolo Chalet di Alba Adriatica, un ristorante di pesce sul lungomare a due passi dalla spiaggia. Che, per inciso, sono i miei datori di lavoro. Perchè anche io ho fatto una scelta personale che sa un po' di esperimento e di sfida, e mi sono trovata nel cuore del problema che Borghese avrà pure tirato fuori, ma che riguarda l'intero settore del turismo in Italia. Un problema concreto e non teorico, che va analizzato là dove questo lavoro si realizza, giorno dopo giorno.

Allora, chi è il fannullone e chi il bandito? In realtà è una commistione tra le due cose. La questione va vista da destra e da sinistra, come scriverebbe sicuramente meglio Giovanni Guareschi, e con un acume maggiore. Ma ci provo.
Intanto, il contesto sociale è un elefante invisibile che ingombra e parecchio; anche di più, in un locale pieno di bicchieri e calici...

"I ragazzi crescono in una maniera molto diversa dalla nostra"
, dice Cristiano, classe 1980, abruzzese doc, che con Dana forma la coppia di gestori più longeva di Alba Adriatica (anche se a vent'anni, per  iniziare la loro attività, hanno dovuto avere tre garanti). "Mio padre non mi ha mai dato una lira. Io non avevo soldi in tasca, ero sempre squattrinato. In più, a casa avevamo un'educazione super rigida, per cui per me il lavoro a 16 anni ha rappresentato indipendenza economica ed emancipazione verso il mondo". Solo così lui poteva avere qualche soldo da spendere con gli amici nel fine settimana. Estremo? No, nessun ragazzo è stato maltrattato all'epoca della sua adolescenza. Era molto naturale imparare il giusto valore delle cose da un'educazione di questo tipo, la regola. "Ora - prosegue Cristiano - il sabato sera i padri danno 100 euro ai figli per divertirsi". E a casa - aggiunge Dana, che da Bucarest è arrivata in Italia dopo la Rivoluzione e un'infanzia e un'adolescenza vissuta nel parzialissimo mondo comunista della dittatura - "a casa hanno un'educazione più libera e non esiste nessun motivo per cui oggi un ragazzo di diciott'anni debba lavorare". 

E questa è la cornice. Ma non basta. D'altra parte e nello stesso tempo, l'impresa ristorativa italiana si è fondata sulla frode fiscale. "Il 99% dei ristoranti, se non evadessero, sarebbero chiusi", dice Cristiano, senza nessun tipo di inflessione nella voce. Si tratta di una constatazione, molto simile a quella precedente sull'evoluzione culturale. Ma c'è un passo ulteriore. Mentre un tempo i ragazzi erano disposti ad accettare questa situazione elastica, con una parte di compenso fuori busta, oggi non lo fanno più. "Non c'è bisogno di soldi. Si preferisce aver meno ore o più tempo, oppure esser parte di un progetto che coinvolga anche emotivamente", dice Cristiano. C'è forse una maggiore consapevolezza, dicevo io prima. Ma poi ho iniziato la stagione e aggiungo che il lavoro del cameriere è come quello del contadino, per cui "la terra è bassa". Non lo nego dal primo minuto: in sala, come in cucina, il lavoro di pulizia, preparazione, contatto con il pubblico, servizio, ri-pulizia e chiusura, svolto tutti i giorni, richiede un grande dispendio di energia.


Ma c'è dell'altro. C'è anche un discorso di monte ore da affrontare che, in questo momento storico, nessun contratto collettivo nazionale riesce a inquadrare davvero. Il settore turistico nella sua totalità sfugge a qualsiasi regolamentazione. In parte, in epoca di pandemia, questo è emerso anche per tutto il personale medico; nella ristorazione e nel turismo in generale, nel settore in l'Italia potrebbe tranquillamente essere leader mondiale da decenni, il meccanismo è inceppato da tempo, con larghissime zone d'ombra.

"Anche in cucina la legge vorrebbe 6 ore e 30 al giorno; e questa è un'unità che non esiste", spiega Cristiano. "Non c'è una normativa che regoli e consenta davvero un normale svolgimento di una routine quotidiana di cucina". Ancora una volta, facciamo l'esempio pratico. In una realtà ristorativa come il Piccolo Chalet, che prepara tutta la linea ogni mattina e poi serve antipasti, primi piatti e secondi tutti preparati al momento da zero, a pranzo e a cena tutti i giorni, quell'unità di lavoro quotidiano è infattibile. Aggiungiamo il servizio di sala, con un tovagliato nuovo ogni giorno, il personale in un luogo aperto dalla mattina per la colazione... "L'80% di posti come il nostro andrà a morire. Ne rimarranno pochi ad appannaggio di clienti ad alto potenziale di spesa e la ristorazione andrà verso un'americanizzazione in cui non ci sarà bisogno di talento", constata Cristiano. Non ci sarà bisogno di capire cosa si sta facendo, ma si tratterà di mettere in atto delle procedure semplici e ripetitive. "in questa nuova tendenza, se domani va via il cuoco, nel giro di due giorni una qualsiasi persona potrà essere formata per lo stesso compito". 

Bisognerebbe ripensare al sistema turistico nella sua totalità, dove le ore si concentrano in determinati periodi dell'anno. Uno stagionale che vuole condensare, ad esempio, in sei mesi le ore di lavoro di un anno non può. "Come noi che siamo operatori di settore, anche il collaboratore stagionale vorrebbe fare lo stesso. Ad oggi, non esiste condizione che permetta di regolarizzare questo modo di concepire la propria vita lavorativa", conclude Cristiano.

C'è solo una domanda da porsi, senza scagliarsi contro nessuno: perchè? Perchè una persona non può scegliere di fare un'esperienza intensa che permetta di avere altro tempo a disposizione per viaggiare, ad esempio, o dedicarsi allo studio o ad altro? Un'esperienza di lavoro che, allo stato attuale e senza nascondersi dietro un ombrellone, prevede già 10/12 ore di lavoro al giorno che in qualche modo vengono svolte, nei ristoranti, nelle gelaterie, negli stabilimenti balneari, per non parlare degli alberghi... perchè? Quanto un lavoratore potrà trovare scuse nelle pieghe di un contesto sociale mutato e quanto un imprenditore potrà continuare a fare il farabutto? E quanti improperi dovrà ancora sorbirsi Borghese, senza considerare dove sta davvero l'imborghesimento?

Tutta questa energia nella polemica si potrebbe impiegare nel servizio. Ma poi, una sera, arriva a cena un altro ristoratore della zona, che parla della stessa difficoltà nel trovare personale e condivide una storia. Quella di un signore in età di pensione, cameriere per tutta la vita, che entra a proporsi perchè sapete, le spese, le bollette, il figlio all'università...che già studia tutto l'anno, poverino, non posso mica mandarlo a fare la stagione in estate, che deve riposare e divertirsi. Lui.
E allora cosa manca? Il lavoro o la voglia?

web: piccolochalet.net
FB: Piccolo Chalet Alba Adriatica
IG: @piccolo.chalet

giovedì 19 maggio 2022

Atti di gentilezza

Anni fa, davanti alla nostra bella casa di famiglia c'era un macello. No, non inteso come confusione, ma come luogo di arrivo del bestiame, breve stazionamento e uccisione. In un paese di allora poco più di tremila abitanti, tutte le famiglie avevano almeno un parente che lavorava lì, a due passi dal piccolo centro, con la piazza e il campanile e i grembiuli non macchiati di rosso, all'apparenza.

Così, prima che la legge portasse questo luogo fuori dall'abitato, arrivavano camion di bovini in serata, e quando non potevano entrare nelle stalle all'interno del massicciato sostavano tutta notte a bordo dello stradone, chiamato anche curvone, per via dell'unica, ampia curva a 90° del paese, anche se ovviamente i tir se ne stavano silenti, loro, in rettilineo. Non meno i loro contenuti, che per l'intero arco della notte muggivano il loro ultimo canto. 

Una sera, con i primi caldi - espressione che oggi sarebbe in disuso, visti i cambi repentini di stagione - una piccola adolescente seduta sul tavolo esterno alla cucina provava le semplicissime melodie che le scuole medie consegnano al flauto dolce e poi ciao tanti saluti, il talento trovatelo da solo. Ma il prof. Zucca prendeva sul serio quell'infarinatura leggera di solfeggio e 4 quarti e insegnava con una passione tale da essere buffa, il nostro piccolo diletto. E una sera ero lì, nel tepore nella sera tinta di bluette. Poche note, poi il controllo. Non ho mai avuto una particolare inclinazione, drammaticamente confermata da un misero tentativo di entrare nella Banda Civica prima e da alcune lezioni di chitarra poi, con mio sincero dispiacere. Ma allora ero brava, a scuola, mica come al Liceo. E quindi studiavo.

Poche note, poi il controllo. E nel silenzio, una risposta. Ho sentito bene?
Poche note, l'attesa. E la risposta.
E di nuovo, qualche nota. E di nuovo, un'eco di rimando.

E lì, nell'attesa della notte da superare, un camionista ascoltava il silenzio e il mio legnoso anche-se-di-plastica-beige flauto. E con un'armonica a bocca aveva deciso di rispondere, piano e dolce, senza lezioni di musica. 

Ora, non tutti erano così. Uno di loro, probabilmente, si portò via il nostro Lillo, che da trovatello usciva dal cancello grande sdraiandosi di pancia ed era un bastardino irresistibile. Ma, negli anni, quel piccolo gesto gentile, nel buio della notte, ogni tanto viene in mente. Senza significato, senza senso e senza niente in cambio, quel contatto sonoro è la scintilla che aiuta noi persone a connettersi l'una con l'altra. Senza convenienza.

La gentilezza non è educazione. Si può essere estremamente educati e freddi come il marmo allo stesso momento. Educati nell'esprimere tutta la propria arroganza anche. La gentilezza è un'altra cosa. E' nel deporre le armi, dedicare un pensiero lieve come una nota soffiata piano nell'armonica, tutto il segreto. Come la fiducia di chi ti aspetta, di chi, ancora prima di iniziare il campionato, sa già che sei un ottimo acquisto.

domenica 15 maggio 2022

Ascolto, rispetto, curiosità

Il mio primo progetto scolastico è finito. Due mesi, tra fine Marzo e metà Maggio, a rafforzare l'Italiano di un gruppo di studenti stranieri sparsi tra elementari e medie di un paese della provincia di Milano, a pochi passi da me. 

Quante volte ci avevo pensato in passato, di fare un progetto a scuola? Tante. Ma con le idee un po' confuse. Il giornalismo? La dizione legata al teatro (condiviso con un attore)? Di uno di questi avevo anche incontrato una responsabile di una scuola superiore, anni fa, ma non avevamo trovato una quadra. E poi i corsi serali nei paesi...sì, ma come? E cosa? E poi si insinuava sempre quel dubbio di non esserne davvero all'altezza...

Ma stavolta è stato differente. Stavolta, a mano a mano che la mia ansia diminuiva e i giorni si srotolavano, il programma è apparso chiaro, piano e lineare. Solo, da adattare alle piccole velocità di ognuno dei ragazzi, tutti diversi. Oggi ho scritto la relazione finale per la mia eccezionale professoressa Anna e mi sono resa conto ancora di più di quanta ricchezza è arrivata da ognuno di loro, che in modi del tutto personali hanno vinto le loro insicurezze, le loro paure, e mi hanno mostrato una vitalità a tratti difficile da controllare, ed è stata quest'ultima la parte più difficile. E' quest'ultima che mi fa dubitare di essere - in ogni caso - una brava insegnante.

Chissà cosa succederà in futuro. So solo che, di sicuro, ho conquistato i colleghi, che qui e altrove, in occasione dell'altra supplenza, mi chiedono di tornare a dare disponibilità al più presto. E' un mondo strano, il pubblico, dove convivono disparità pazzesche, ma che attingono alle forze "fresche" (e se sono fresca io..) come acqua nel deserto. Vedremo.

Chissà anche cosa ho lasciato ai ragazzi, che ora hanno un altro mesetto per capire se hanno davvero qualche strumento in più per capire meglio cosa si dice in classe. Di sicuro una lezione finale in cui ho chiesto di andare piano, a scrivere e memorizzare, in un momento storico in cui anche loro sono già multitasking e ragionano per icone da aprire.
Ascolto, perchè non lo fanno. Non si ascoltano nemmeno tra di loro.
Rispetto, perchè conoscendo le regole della scuola possono fare gruppo, fare classe, superare le loro differenze senza annullarle.
Curiosità. Guardare sempre oltre, e anche un po' di lato, chiedendo ai genitori di non smettere di parlare la loro lingua di origine, di non perderla mai.

Abbiamo avuto la fortuna di incontrarci qui, lontano dalle guerre, sani e salvi. E questo già ci ha fatto un po' sorridere.

domenica 24 aprile 2022

Liste da spuntare

Ho preso una decisione che mi porterà ancora lontano da questa casa, che ancora è della banca per il 59%. Quindi, a parte ottemperare alle rate del mutuo come ho sempre fatto, i mattoni che la delimitano e i mobili che la riempiono non sentiranno la mia mancanza. Se avessero un'anima, sarebbero di più i miei vestiti a tremare, perchè molti di quelli che non mi seguiranno saranno buttati, o regalati, o venduti. Ho deciso di non tener più le cose che mi ricordano fatica e dolore.

E anche questa mia partenza c'entra con questo allontanamento. No, non sto scappando, anzi. Sto cercando di dare continuità a uno dei tre filoni che che ho trovato finora sulla mia strada: il giornalismo, lo sport e la ristorazione. Ma questa volta volerò via senza fatica e dolore, quelli che mi sono caricata sulle spalle. No, non da sempre: più o meno dai trent'ann in poi. Quando ho cominciato a credere in una unica via da percorrere, una strada ben segnata, e quando chi mi stava intorno ha iniziato ad alimentare le mie aspettative, facendomi credere che sì, c'era qualcosa che mi era dovuto, c'era qualcosa che prima o poi dovevo riscuotere, come valore materiale e morale. Ma questo accredito non c'è mai stato. Semplicemente, non c'era. Ma mi sono sentita derubata di qualcosa lo stesso, per molto tempo. Sono diventata affilata, spinosa, irosa. Per anni.

Quindi no, non sono sprecata a scegliere di trascorrere quasi cinque mesi su un'altra spiaggia, per lavorare. Non merito di più: in realtà non merito niente. Ho invece una straordinaria opportunità di leggerezza, senza le zavorre che mi sono portata dietro per oltre un decennio. Senza questi sogni, che tirano fuori certe frasi del passato e mi lasciano ancora qualche inquietudine al risveglio. 

E allora stilo liste di cose da fare in tre settimane, per chiudere tutto e ri-partire trascinando solo i chili del bagaglio da stiva. E più la penna indugia sul post it giallo, più scorre e scrive riempiendo tutti gli angoli, perchè le cose da fare sono tante e di vario tipo. E' una lista democratica, questa: mette insieme così come spuntano dalla memoia visite mediche, pagamenti, la dichiarazione dei redditi, la bicicletta da regalare e gli ultimi acquisti, la permanente e l'anabbagliante da cambiare della Focus, che non sarà più la mia macchina. Sposta dentista, appunto ora al volo. Anche i denti aspetteranno.

Le prossime liste che vedrò contempleranno vini e piatti di pesce. I prossimi appunti saranno prenotazioni e piantine di tavoli. Ma questo pc verrà con me e troverò il tempo per scrivere, perchè una cosa l'ho capita benissimo: ci sono momenti in cui srotolare i pensieri digitando caratteri e scarabocchiando sulla mia agenda diventa qualcosa di istintivo e naturale. Anche questo fa parte del fluire incessante dei cambiamenti che attraverso, delle possibilità che mi concedo, delle opportunità che tocco e che mi lasciano sempre qualcosa. Anche questi sono semi che lascio e che, prima o poi fioriscono.

sabato 16 aprile 2022

Sarò sempre dalla tua parte


Quell'estate l'Algarve regalò giornate calde e lunghissime, senza rovinare le sere, trascorse spesso con un bicchiere di vino bianco freddo tra le dita, i piedi nella sabbia o appena nei pressi e il sorriso di chi ha lasciato i pensieri lontani, da un'altra parte ma non qui.

E quelle spiagge tutte diverse, circondate da rocce disegnate a mano, o con grotte rosa dall'odore fortemente dolciastro di alghe, o lunghissime, piene di onde, tra surfisti extraterrestri. Da raggiungere con un piccolo battello, oppure con un aereo che sembra atterrare sopra le teste. Quelle giornate di mare scendendo scale o passando tra cespugli bassi non toglievano spazio e quelle serate belle, in mezzo a sconosciuti altrettanto felici di essere lì. 

E una di quelle sere lui la guardó e le indicó una coppia seduta un po' più in là alle sue spalle, vicino al mare. Vedi, le disse, ci sono persone fortunate, in questo mondo. E la fortuna è quella di tenersi compagnia per tutta la vita. 

A lei, in quel momento, non sembró una gran cosa; conosceva tante coppie cosí, la maggior parte dei loro amici aveva qualcuno...ma lui proseguì. Quei due si tengono la mano e si guardano come se si vedessero la prima volta. Lei guardó i due vecchi, ma attese ancora. E lui proseguì, sempre così restio a parlare di sentimenti, ma quella sera deciso ad andare avanti, quieto, sereno, sicuro.

L'amore è qualcosa che inseguiamo tutti e spesso pensiamo di aver trovato. Ma non è così. Confondiamo per amore molte altre cose, tra cui la paura folle di restare soli. Ma non è il caso di quei due.

Lei capí. E quando si rigiró, dopo aver spiato ancora una volta i vecchi vicini e complici, si sorprese a vedere gli occhi di lui, seri, quieti, sicuri, nei suoi. Anche noi possiamo essere come loro, disse. Anche noi.

Non andò così. Ma non importa. Non ci furono altre estati in Algarve insieme. Non ci furono altre estati, insieme. Ma oggi ognuno fa il tifo per l'altro. Oggi e sempre. Fino a che saranno vecchi. Non si tengono la mano, no. Quello era il momento sbagliato per loro, lei è convinta di non aver mai azzeccato i tempi, nella vita, mai. E ha imparato anche che la folle paura di stare soli non esiste, anche se tutti la temono come un mostro.

Ma l'amore assume forme che non sappiamo classificare. Anche noi sbagliamo, in questo. Pensavamo di averlo individuato bene e di aver definito ogni sua forma, ma non è così. Sfugge alle classificazioni. Sfugge al tempo e allo spazio. E resta.

Saró sempre dalla tua parte.



venerdì 1 aprile 2022

Il mondo si attraversa a piccoli passi

Marocco, Pakistan, Albania, Perù, Cina. E Ucraina.

Il mese di Marzo mi ha regalato un viaggio intorno al mondo. E io, che ho sempre in mente di partire. Sono salita su questo aereo ideale e sono atterrata a pochi chilometri da casa mia, viaggiando però lontano, negli occhi dei bambini.

E' la Scuola che mi ha dato questa possibilità. Prima, per una sola settimana, in un paese vicino al mio. Sono stata chiamata a sostituire una maestra malata e mi sono ritrovata in una quarta elementare (sì, i puristi storceranno il naso se non mi adatto a una delle riforme di qualche anno fa e non la chiamo primaria, ma su questo preferisco legare i miei ricordi a quelli che avranno questi bambini). Sedici menti accese sul presente, così diverso da quello che era il nostro. Dove il gruppo sa come indirizzare l'attenzione e subito distoglierla, in una marea tumultuosa fatta di domande che arrivano tutte insieme, senza ascoltarsi a vicenda, eredità di due anni di insegnamento a distanza, a singhiozzo, senza contatto. E, ora che il contatto c'è, è impellente, urgente, non può aspettare. Non sa stare seduto, è fuori tema. E non ci si ascolta.
In quella settimana ho imparato i nomi, spesso sbagliando, ma corretta senza scherno da questi bambini, che in ogni caso hanno ascoltato e hanno imparato quello che la loro maestra mi ha lasciato come traccia. Non ho dormito una sola notte serena. L'ansia di non essee all'altezza mi ha tolto il sonno, ma la rete di colleghi che ho trovato è stata la coccola più rassicurante che potessi mai trovare. Si naviga insieme, in questo mare impetuoso, pieno di imprevisti. Uniti. Dal vivo, con le chat, con le videocall.

E poi è arrivato un progetto da un altro Comune: aiutare i bambini stranieri a imparare meglio l'Italiano e avere più strumenti in classe. Perchè integrarsi, in Italia, non ha mai significato snaturarsi, ma arricchirsi. Un valore aggiunto che spesso tendiamo a dimenticare. Una prospettiva che dovremmo guadagnare, guardandoci da fuori. Questo progetto è stato fortemente voluto da un gruppo di donne: una dirigente, una preside, un'insegnante e un'amica. Sono stata contattata, ho parlato delle mie esperienze e questa scuola mi ha dato il riconoscimento composito, ricco, multisfaccettato che in altri ambiti non è più arrivato. E me lo ha dato senza false promesse. E con una fiducia totale.

Una scuola media e due elementari. Una dozzina di ragazzi, dai sei anni in su, verso cui mi è stata fatta una sola, grande richiesta: usa l'empatia. Quella capacità di sintonizzarsi su lunghezze d'onda differenti che avevo ritrovato solo davanti alla Natura. E, soprattutto, senza correre. Procedere lentamente, per gradi, per cogliere le reazioni così come iniziano a formarsi, le connessioni al momento del loro divenire.
L'empatia! Ma da che parte inizio? Ho chiesto dei libri a supporto, ora ne ho molti da sfogliare. Ho dormito di più questa settimana, perchè Anna mi ha scritto di procedere a piccoli passi e secondo il mio istinto. Un consiglio che ho tenuto subito stretto come la chiave del giardino segreto.

E creare attenzione. Con una canzone, con le parole, con un disegno. La lentezza ha un valore così prezioso da essere ormai dimenticato. Attenzione sui brevi periodi, come isole all'interno delle ore della mattinata, isole punteggiate da pause che aiutano a sedimentare.

C'è un'ultima sensazione che voglio fissare qui, e che mi riempie di emozione: è quella che arriva dagli sguardi. E dagli abbracci. Quel modo di chiedere sì impellente, sì disordinato e scollegato, sì sovrapposto, ha una componente affettiva spontanea che mi commuove, e che - vedete - in questo post non mi permette di essere ironica come al solito. Così come il grazie, ripetuto tante volte, da chi è arrivato dalle bombe e si sente sicuro, qui. Con il sorriso perfino negli occhi.

A piccoli passi. Nel mio giro del mondo.

martedì 8 marzo 2022

Un momento pieno di Grazia

Mentre affido i miei soliti auspici di parità ottomarziani agli altri social, vorrei dedicare un pensiero a una donna che da ieri non è più fisicamente presente. 

Per me non è facile scrivere questo post.
Grazia è nella mia vita incidentalmente da venticinque anni da mamma di Vale, amica dai tempi dell'università. E perchè è presente è racchiuso proprio nella straordinaria composizione di questa famiglia, fin dal primo minuto: tanta iniziativa, tanti interessi, tanta allegria, tanta ironia. Persone che amano stare con le persone, con grandissima praticità. Ci vediamo, e basta. Logistica, impegni, spazi...tutto in secondo piano. Vedersi, e parlarsi, per conoscersi di più, per condividere e ridere insieme.
E così ci sono stati pranzi, un matrimonio, feste all'oratorio, cinema, saggi, serate, altri matrimoni, fidanzati che spariscono, incontri casuali, partite, gite, una lavatrice, il mare. Ci sono stati tanti episodi, sparsi in venticinque anni di attenzione.
E Grazia, il cui nome dice tutto, ha sempre aggiunto la dolcezza. Il suo essere mamma di due figli straordinari non le ha impedito di esserlo un po' anche di altre persone, come noi Defi. Questa dolcezza che ha aggiunto sempre un tocco in più a questa famiglia grande e chiassosa, da organizzare con tanto di cani e progetti transcontinentali, viaggi sport e lavoro.

Noi Deficienti ci sentiamo tutti così, oggi. Abbiamo avuto tutti momenti bassi e perdite, ma da ieri sappiamo che questa morte ci causa una...difficoltà. E' difficile pensare che lei non ci sia più. E' difficile ammatterlo a noi stessi, ci sentiamo più incapaci. Ci siamo, ma siamo decisamente impacciati.
E poi c'è una cosa in più, che riguarda solo me. Grazia ha sempre letto tutto quello che ho scritto qui. Lo fa da anni, e da anni mi ha dedicato un momento per parlarmene. Una frase, spesso. E, nei nostri incontri, un momento per guardarci negli occhi.

Siamo abituati tutti al tanto, ma sono i momenti che poi ricordiamo davvero, quelli che ci fanno andare avanti e quelli che, al solo pensiero, ci fanno sorridere.
E per me quei momenti sono stati, davvero, pieni di Grazia.