C'è una scuola media di una provincia di questa Italia che ha un discreto numero di classi. Non tante, in realtà: due per anno. La scuola ha due piani, delle aule per le attività particolari, una palestra, una mensa. Non manca nulla. E' una scuola ideale: non eccezionale, non con particolari emergenze.
In questa scuola media la maggior parte degli studenti rispecchiano la loro età: un po' più maliziosi di un paio di generazioni fa, con social oceanici e telefonino, i canali Youtube preferiti. Non eccezionali, non disastrati. Poi ci sono quelli con esigenze particolari, che sempre fino a due generazioni fa nessuno avrebbe dotato di strumenti particolari per studiare, per svolgere le verifiche, o nemmeno di affiancamento, salvo rarissime eccezioni. E' bello pensare che tutti partano da un punto zero che che tutti abbiano accesso alla progressione personale, fin dove arriveranno, senza però ostacoli iniziali.
Ci sono i più deboli, e ci sono anche i più forti. E, tra questi, ci sono i forti che creano loro degli ostacoli. In questa scuola ideale ce n'è uno, in particolare, che causa molti problemi, a tutti. E' violento in classe e fuori, non rispetta le autorità, non rispetta i suoi compagni. Insulta le bidelle. Prende più note al giorno. Sradica porte in bagno. Rutta in faccia alle persone. Influenza tutta la sua classe.
Nella scuola di oggi non si può fare nulla, se non aggiungere note sulle note degli altri. Se non invocare la presidenza, poi mandare in presidenza, poi chiamare a casa, poi fare arrivare i genitori, poi assistere all'uscita dalla scuola del papà che lo prende a calci.
Apprezzo immensamente le campagne contro il bullismo. Non bastano mai. Sono fatte bene e servono a far riflettere. Insieme ai rischi della rete, possono generare domande su come ci si vedrà tra dieci anni, ma anche nel più breve periodo. Questi nidi caldi e sicuri, questi regni incontrastati si infrangono già al passo successivo, in un liceo o in un istituto in un'altra città. O alimentano, chi lo sa, con il rischio che quello che darà pedate non sarà necessariamente il più vecchio, se va bene.
Adesso però cosa abbiamo? Persone ferite che devono svolgere il loro lavoro ogni giorno, programmi danneggiati, tanta impotenza. Non si può fare nulla. O sì? Quello che si dovrebbe fare non è lecito.
In un mondo ideale, le scuole ideali non sarebbero queste.
mercoledì 28 dicembre 2016
sabato 24 dicembre 2016
Modalità NataliZIA
E' arrivato un altro Natale. E non mi riconosco più: non sono più il Grinch.
Nonostante le brutture di questo mondo, sono piena di gratitudine per quello che il 2016 ha riservato a me. Questo 2016 ha compiuto il miracolo di non farmi sentire sempre fuori posto, e solo chi ha provato questa sensazione può capirlo. Dobbiamo ancora lavorare su altre cose, ma questo lo chiediamo al prossimo anno...
Mi guardo intorno e penso di essere fortunata. Lo ero anche prima, ma ora lo sono di più. Sono grata all'uomo con gli occhi azzurri che ha vinto la sua timidezza e mi ha portato a Londra, per san Valentino per giunta. Un colpo tremendo alla dura corazza così, subito, senza preamboli. All'uomo che mi porta a fare colazione per parlare di tante cose, di un meraviglioso niente che fa dimenticare la routine, le corse, il troppo lavoro che non diminuisce mai. Un meraviglioso niente che mi prende la mano e si schiude un un sorriso che scioglie, e che vuoi vedere ancora e ancora e ancora.
Sono grata ad una famiglia che non molla il colpo sul mio brutto carattere. Alla cena di stasera, poi il pranzo di domani, poi quello del 26 e a tutti i momenti di convivialità sempre sincronizzati, perchè così deve essere, perchè ci si aspetta sempre. A questo mix di amore e insofferenza che fa parte di noi e non finirà mai, perchè ci manca sempre un po', perchè aspiriamo sempre alla perfezione. E sono grata anche a chi non c'è più, per quello che mi hanno insegnato. E' stato un anno doloroso che evoca anche altre perdite, che mi impone di non temporeggiare, di non lasciare andare, di cercare di non rimandare. Il mio pensiero è a chi sentirà la loro mancanza con dolore, perchè non posso fare altro se non star loro accanto.
Sono grata alle amiche. Ormai anche io le conto sulle dita delle mani: finalmente ho imparato. Voglio loro un modo di bene, anche se le vedo con frequenze imbarazzanti. Ma loro lo sanno. E sono grata agli amici, la cui sincerità è più preziosa dell'oro.
Sì, son proprio una zia! Ed è perfetto così!
Buon Natale!<3 nbsp="" p="">3>
Nonostante le brutture di questo mondo, sono piena di gratitudine per quello che il 2016 ha riservato a me. Questo 2016 ha compiuto il miracolo di non farmi sentire sempre fuori posto, e solo chi ha provato questa sensazione può capirlo. Dobbiamo ancora lavorare su altre cose, ma questo lo chiediamo al prossimo anno...
Mi guardo intorno e penso di essere fortunata. Lo ero anche prima, ma ora lo sono di più. Sono grata all'uomo con gli occhi azzurri che ha vinto la sua timidezza e mi ha portato a Londra, per san Valentino per giunta. Un colpo tremendo alla dura corazza così, subito, senza preamboli. All'uomo che mi porta a fare colazione per parlare di tante cose, di un meraviglioso niente che fa dimenticare la routine, le corse, il troppo lavoro che non diminuisce mai. Un meraviglioso niente che mi prende la mano e si schiude un un sorriso che scioglie, e che vuoi vedere ancora e ancora e ancora.
Sono grata ad una famiglia che non molla il colpo sul mio brutto carattere. Alla cena di stasera, poi il pranzo di domani, poi quello del 26 e a tutti i momenti di convivialità sempre sincronizzati, perchè così deve essere, perchè ci si aspetta sempre. A questo mix di amore e insofferenza che fa parte di noi e non finirà mai, perchè ci manca sempre un po', perchè aspiriamo sempre alla perfezione. E sono grata anche a chi non c'è più, per quello che mi hanno insegnato. E' stato un anno doloroso che evoca anche altre perdite, che mi impone di non temporeggiare, di non lasciare andare, di cercare di non rimandare. Il mio pensiero è a chi sentirà la loro mancanza con dolore, perchè non posso fare altro se non star loro accanto.
Sono grata alle amiche. Ormai anche io le conto sulle dita delle mani: finalmente ho imparato. Voglio loro un modo di bene, anche se le vedo con frequenze imbarazzanti. Ma loro lo sanno. E sono grata agli amici, la cui sincerità è più preziosa dell'oro.
Sì, son proprio una zia! Ed è perfetto così!
Buon Natale!<3 nbsp="" p="">3>
domenica 18 dicembre 2016
Un bacio fino a te, nonna Adriana
Non so che cosa dirti, 2016, che tanto hai dato, e tanto hai tolto. Non so cosa dire, e allora scrivo, perchè è l'unico mezzo che ho per mettere ordine a questo gomitolo di pensieri.
Mi ha chiamato Luigi, oggi. Tre volte, perchè le prime due non le ho sentite.
Tre volte, per dirmi che Adriana ha deciso di andarsene.
"E' venuta a mancare", mi ha detto. Ecco, l'espressione più sbagliata per lei, che era tutto tranne che mancante in spirito e presenza.
Ha avuto la polmonite ed è stata a lungo in ospedale. Ma l'aveva superata ed era tornata a casa. Ma non nella sua (al terzo piano senza ascensore), perchè era comunque debole. Roberto se l'è portata a casa. E stamattina ha chiesto di starsene a letto ancora un pochino, quando l'hanno chiamata per il caffè.
Ieri aveva guardato la partita, la nostra grande interista tesserata da oltre 75 anni. E la nostra squadra ha anche vinto. Non mancava mai di parlarmi dello stadio e dell'Inter, quando l'ho chiamata. E ora, non mi perdonerò mai questa fretta matta che ho nella mia vita (nella nostra vita) per non essere passata a trovarla, per non aver ascoltato ancora una volta i suoi aneddoti ma anche le sue considerazioni sul corso post Moratti.
Mi piace immaginarti nella tua piccola cucina a prepararmi il coniglio in due modi diversi. E poi dirmi che dovevi uscire a prendere quella nuova metropolitana così comoda per andare a San Siro, avvolta in quegli abiti sartoriali che avevi confezionato tu stessa, perfettamente stirati e ordinati nell'armadio.
Sì, forse per un caffè c'è sempre tempo. Spero, però, che tu possa perdonare di aver rimandato troppo a lungo. Perdonami tu, se puoi, e insegnami a smettere di posticipare. E grazie, per avermi voluto bene da subito. Un bacio fin lì, dove sei volata con gli altri splendidi angeli del mio cuore.
Mi ha chiamato Luigi, oggi. Tre volte, perchè le prime due non le ho sentite.
Tre volte, per dirmi che Adriana ha deciso di andarsene.
"E' venuta a mancare", mi ha detto. Ecco, l'espressione più sbagliata per lei, che era tutto tranne che mancante in spirito e presenza.
Ha avuto la polmonite ed è stata a lungo in ospedale. Ma l'aveva superata ed era tornata a casa. Ma non nella sua (al terzo piano senza ascensore), perchè era comunque debole. Roberto se l'è portata a casa. E stamattina ha chiesto di starsene a letto ancora un pochino, quando l'hanno chiamata per il caffè.
Ieri aveva guardato la partita, la nostra grande interista tesserata da oltre 75 anni. E la nostra squadra ha anche vinto. Non mancava mai di parlarmi dello stadio e dell'Inter, quando l'ho chiamata. E ora, non mi perdonerò mai questa fretta matta che ho nella mia vita (nella nostra vita) per non essere passata a trovarla, per non aver ascoltato ancora una volta i suoi aneddoti ma anche le sue considerazioni sul corso post Moratti.
Mi piace immaginarti nella tua piccola cucina a prepararmi il coniglio in due modi diversi. E poi dirmi che dovevi uscire a prendere quella nuova metropolitana così comoda per andare a San Siro, avvolta in quegli abiti sartoriali che avevi confezionato tu stessa, perfettamente stirati e ordinati nell'armadio.
Sì, forse per un caffè c'è sempre tempo. Spero, però, che tu possa perdonare di aver rimandato troppo a lungo. Perdonami tu, se puoi, e insegnami a smettere di posticipare. E grazie, per avermi voluto bene da subito. Un bacio fin lì, dove sei volata con gli altri splendidi angeli del mio cuore.
lunedì 21 novembre 2016
Il Tennis e il Bello dello Sport
Luca è un tennista. Fino a qualche mese fa, non ero a conoscenza della sua esistenza. Non sapevo chi fosse, dove abitasse, dove giocasse.
Non sapevo nulla di tennis. La mia conoscenza attuale (e quasi tutta quella pregressa) si riduce a rilevare quanto si è imbruttito Nadal. E a come urlano le donne.
Non sapevo niente. Fino a due estati fa, quando Matteo mi scrisse via whatsapp di essersi iscritto ad un corso di giornalismo a Roma. In quel momento, mentre ricevevo il primo messaggio, rientravo in un hotel di Fiuggi, ospite del Film Festival. Faceva caldo, anche se Fiuggi offre un ottimo clima. Mi ha fatto piacere sapere che si fosse messo in gioco in un corso impegnativo, meno che avesse speso un bel gruzzolo, meno ancora perchè si avvicinava ad un mestiere che io non sapevo, e non ho saputo neanche dopo, fare mio.
Dopo il corso Matteo è riuscito a diventare collaboratore di una delle testate online più importanti del settore. Un sito che è considerato, con un paio di altri, come un'agenzia di stampa tennistica, tanto che pezzi interi finiscono pari pari sui quotidiani, "in prestito gratuito". Lui scrive tanto, scrive bene, non copia da Wikipedia e ha una vera conoscenza tecnica dello sport. Sa leggere l'andamento di una partita, conosce le crisi psicologiche, annusa svolte, durate, andamenti. Legge i colleghi, ascolta commenti, sa benissimo chi ha valore giornalistico e critica gli ex sportivi messi lì a fare più da esca che da vero valore aggiunto alle cronache.
Ieri Matteo mi ha portato a vedere la mia prima partita di tennis dal vivo. Insomma, non l'ho trovato, come è successo altre volte, in casa davanti alla tv, con il pc aperto, seduto per terra e con il blocco notes a fianco. Abbiamo preso l'autostrada e siamo andati a Brescia. Per vedere Luca.
Luca è alto due metri. E' toscano, gioca a Foligno ma ha preservato il suo accento. Ha trent'anni e un sorriso bellissimo, che però abbiamo visto alla fine, quando ha vinto, perchè la concentrazione prima è stata grande e la partita è durata tre ore, giocata sul cornicione, come dice Matteo.
Luca e Matteo si conoscono, fino a ieri via messaggi e a voce, al telefono. Si sono conquistati a vicenda, l'uno perchè ha trovato gli articoli su di lui sinceri, diretti, belli; l'altro perchè gli si è avvicinato da umilissimo corrispondente e timido ammiratore. C'è voluta qualche spintarella per mandarlo lì, dietro la transenna, e collegare una voce ad un viso. E vedere il sorriso di Luca, il ringraziamento per avergli portato fortuna.
Ci sono degli sport che non offrono molto, anche se sono seguiti e restituiti al pubblico con una competenza giornalistica che molti si sognano. Che ci sogniamo. Sono sport, però, che riconciliano con quel mondo, quello che, anche in convegno, sembra ridursi al calcio, ai problemi di sicurezza, alla distanza con il pubblico. In fondo, però, è semplice: basta andare a vedere una partita di non-calcio dal vivo per innamorarsi, di nuovo, dell'agonismo.
Ieri, per esempio, è stato facilissimo: Matteo e Luca, uno di fronte all'altro, altissimi in mezzo ai bimbi che cercavano autografi, si guardavano con quel sorriso stampato sulla faccia di chi si riconosce.
Non sapevo nulla di tennis. La mia conoscenza attuale (e quasi tutta quella pregressa) si riduce a rilevare quanto si è imbruttito Nadal. E a come urlano le donne.
Non sapevo niente. Fino a due estati fa, quando Matteo mi scrisse via whatsapp di essersi iscritto ad un corso di giornalismo a Roma. In quel momento, mentre ricevevo il primo messaggio, rientravo in un hotel di Fiuggi, ospite del Film Festival. Faceva caldo, anche se Fiuggi offre un ottimo clima. Mi ha fatto piacere sapere che si fosse messo in gioco in un corso impegnativo, meno che avesse speso un bel gruzzolo, meno ancora perchè si avvicinava ad un mestiere che io non sapevo, e non ho saputo neanche dopo, fare mio.
Dopo il corso Matteo è riuscito a diventare collaboratore di una delle testate online più importanti del settore. Un sito che è considerato, con un paio di altri, come un'agenzia di stampa tennistica, tanto che pezzi interi finiscono pari pari sui quotidiani, "in prestito gratuito". Lui scrive tanto, scrive bene, non copia da Wikipedia e ha una vera conoscenza tecnica dello sport. Sa leggere l'andamento di una partita, conosce le crisi psicologiche, annusa svolte, durate, andamenti. Legge i colleghi, ascolta commenti, sa benissimo chi ha valore giornalistico e critica gli ex sportivi messi lì a fare più da esca che da vero valore aggiunto alle cronache.
Ieri Matteo mi ha portato a vedere la mia prima partita di tennis dal vivo. Insomma, non l'ho trovato, come è successo altre volte, in casa davanti alla tv, con il pc aperto, seduto per terra e con il blocco notes a fianco. Abbiamo preso l'autostrada e siamo andati a Brescia. Per vedere Luca.
Luca è alto due metri. E' toscano, gioca a Foligno ma ha preservato il suo accento. Ha trent'anni e un sorriso bellissimo, che però abbiamo visto alla fine, quando ha vinto, perchè la concentrazione prima è stata grande e la partita è durata tre ore, giocata sul cornicione, come dice Matteo.
Luca e Matteo si conoscono, fino a ieri via messaggi e a voce, al telefono. Si sono conquistati a vicenda, l'uno perchè ha trovato gli articoli su di lui sinceri, diretti, belli; l'altro perchè gli si è avvicinato da umilissimo corrispondente e timido ammiratore. C'è voluta qualche spintarella per mandarlo lì, dietro la transenna, e collegare una voce ad un viso. E vedere il sorriso di Luca, il ringraziamento per avergli portato fortuna.
Ci sono degli sport che non offrono molto, anche se sono seguiti e restituiti al pubblico con una competenza giornalistica che molti si sognano. Che ci sogniamo. Sono sport, però, che riconciliano con quel mondo, quello che, anche in convegno, sembra ridursi al calcio, ai problemi di sicurezza, alla distanza con il pubblico. In fondo, però, è semplice: basta andare a vedere una partita di non-calcio dal vivo per innamorarsi, di nuovo, dell'agonismo.
Ieri, per esempio, è stato facilissimo: Matteo e Luca, uno di fronte all'altro, altissimi in mezzo ai bimbi che cercavano autografi, si guardavano con quel sorriso stampato sulla faccia di chi si riconosce.
mercoledì 26 ottobre 2016
Storia triste, e neanche tanto breve.
Ho un blog cui è stato inferto un colpo quasi mortale.
E ora la sua attività non si è più ripresa, se non a singulti, a strappi, a strattoni decisamente irregolari. Spinto da quell'istinto scrittorio che prima sgorgava spontaneamente, di getto, autentico, naif.
Ho un blog da otto anni. Avevo il braccio ingessato e un esame di Stato da superare, all'inizio. Poi tanta vita. Tanta. A volte personale, a volte no, come pretestuosamente proclama il sottotitolo. Tanta a ondate, con fortune alterne, con umori alterni. Tanta emozione, voglia di condividere, anche solo per superare, andare avanti.
L'ho sempre tenuto così. Colorato, poco furbo, disordinato. Tanto, di tutto. Che per un certo periodo di tempo ha anche trasferito su una piattaforma fatta da tre giovani promesse del web, perchè ogni tanto sposo le cause e le idee della nostra generazione. Gravissimo errore. Mai sposare cause generazionali senza motivo. Le persone sono persone che non hanno mai l'età come elemento di condivisione, sebbene certe difficoltà comuni dovrebbero essere un indicatore importante.
Di questi tre, presto ne è rimasto uno. Che dalla sera alla mattina ha spento la piattaforma. Così. Senza preavviso. Senza colpo ferire. Ha messo in coma farmacologico il mio blog (e centinaia di altri) senza che io, e gli altri, nel fossimo preparati. Il coma è durato un tempo ormai eterno (è passato oltre un anno) e quello che ho perso ha superato l'anno e mezzo.
Ho perso un anno e mezzo di considerazioni. Di pensieri, di storie, di indignazioni e di festeggiamenti. Un anno e mezzo di scritture di cui resta solo qualche commento che ricordo con piacere. Qualcosa di stampato da altri (il matrimonio di Ale e Rosi ce l'hanno loro sulla parete della cameretta). E basta.
Restano, anche, una sequela lunga mesi di "me ne occupo lunedì" di una persona che continua a prendere in giro me e molti altri come me. Che cambia numeri di cellulare, non si sa dove abiti, ha una mail con un nome inventato ed è irrintracciabile sui social. E a noi è andata pure bene: ci sono danni molto peggiori riservati a chi ha avuto a che fare professionalmente con lui.
Sono stata a lungo molto arrabbiata e al momento di rivolgermi ad un avvocato per recuperare il mio piccolo tesoretto intellettuale mi sono resa conto che non so nemmeno a che indirizzo spedire una lettera. Ho cercato tra i miei contatti e sono venuta a conoscenza dei grossi danni che questa persona ha causato. Non è consolatorio, non mi restituisce nulla, ma mi si è fatto notare che ho scampato un bel pericolo. Mi si è fatto notare che,tutto sommato, quello che posso fare è guarire il mio blog, continuare a scrivere, almeno per me stessa.
No, non è una storia triste, questa. E' una storia molto cattiva. Mettiamola così: guardiamo a questa malvagità come a qualcosa che non ci appartiene.
E ora la sua attività non si è più ripresa, se non a singulti, a strappi, a strattoni decisamente irregolari. Spinto da quell'istinto scrittorio che prima sgorgava spontaneamente, di getto, autentico, naif.
Ho un blog da otto anni. Avevo il braccio ingessato e un esame di Stato da superare, all'inizio. Poi tanta vita. Tanta. A volte personale, a volte no, come pretestuosamente proclama il sottotitolo. Tanta a ondate, con fortune alterne, con umori alterni. Tanta emozione, voglia di condividere, anche solo per superare, andare avanti.
L'ho sempre tenuto così. Colorato, poco furbo, disordinato. Tanto, di tutto. Che per un certo periodo di tempo ha anche trasferito su una piattaforma fatta da tre giovani promesse del web, perchè ogni tanto sposo le cause e le idee della nostra generazione. Gravissimo errore. Mai sposare cause generazionali senza motivo. Le persone sono persone che non hanno mai l'età come elemento di condivisione, sebbene certe difficoltà comuni dovrebbero essere un indicatore importante.
Di questi tre, presto ne è rimasto uno. Che dalla sera alla mattina ha spento la piattaforma. Così. Senza preavviso. Senza colpo ferire. Ha messo in coma farmacologico il mio blog (e centinaia di altri) senza che io, e gli altri, nel fossimo preparati. Il coma è durato un tempo ormai eterno (è passato oltre un anno) e quello che ho perso ha superato l'anno e mezzo.
Ho perso un anno e mezzo di considerazioni. Di pensieri, di storie, di indignazioni e di festeggiamenti. Un anno e mezzo di scritture di cui resta solo qualche commento che ricordo con piacere. Qualcosa di stampato da altri (il matrimonio di Ale e Rosi ce l'hanno loro sulla parete della cameretta). E basta.
Restano, anche, una sequela lunga mesi di "me ne occupo lunedì" di una persona che continua a prendere in giro me e molti altri come me. Che cambia numeri di cellulare, non si sa dove abiti, ha una mail con un nome inventato ed è irrintracciabile sui social. E a noi è andata pure bene: ci sono danni molto peggiori riservati a chi ha avuto a che fare professionalmente con lui.
Sono stata a lungo molto arrabbiata e al momento di rivolgermi ad un avvocato per recuperare il mio piccolo tesoretto intellettuale mi sono resa conto che non so nemmeno a che indirizzo spedire una lettera. Ho cercato tra i miei contatti e sono venuta a conoscenza dei grossi danni che questa persona ha causato. Non è consolatorio, non mi restituisce nulla, ma mi si è fatto notare che ho scampato un bel pericolo. Mi si è fatto notare che,tutto sommato, quello che posso fare è guarire il mio blog, continuare a scrivere, almeno per me stessa.
No, non è una storia triste, questa. E' una storia molto cattiva. Mettiamola così: guardiamo a questa malvagità come a qualcosa che non ci appartiene.
martedì 20 settembre 2016
La banda del cerchietto
Questo post è rimasto nelle bozze da qualche tempo, e, contrariamente a quello che accade di solito quando scrivo, l'ho riletto, ripreso, lasciato più volte.
Niente di scritto in 4 minuti, insomma. Perchè vorrei approfondire il discorso dandogli uno spessore che probabilmente non ho.
Sto cercando di ricordare esattamente quali erano i pensieri ricorrenti, alle scuole medie.
Ho dei diari, da parte, salvati più e più volte da quei repulisti generali che hanno lo scopo dichiarato di far spazio fisico e mentale negli armadi, nei mobili, in case diverse; intento ovviamente fiaccato nello stesso momento in cui li prendo tra le mani, ne tocco la copertina, e definitivamente fuggito all'apertura di una pagina a caso. Perchè riportano alla memoria in un momento pensieri e parole; perchè pensieri e parole riaccendono ricordo come in un film a spezzoni. E una breve frequentazione degli studenti mi è bastata e anzi, non fa altro che far risaltare le differenze con quello che ero, che eravamo noi.
I ragazzi hanno la testa tra le nuvole, e fin qui niente di nuovo. Si distraggono molto facilmente, e se funziona il divieto di portare a scuola cellulari o altro la distrazione rientra nel genere tradizionale: la scemata dell'amico, le femmine della classe, le dediche sul diario, i pettegolezzi. A questo si aggiunge una maleducazione paurosa.
Ecco, la differenza sta tutta qui: la maleducazione e il mancato riconoscimento delle figure educative. Neanche il più scalmanato degli scalmanati di venti anni fa somiglia allo studente medio di oggi, che non ha più nessun punto di riferimento. Non lo ha, non ne sente la mancanza, non lo riconoscerà mai, se non a suon di punizioni di vario genere, anche se non è detto che queste siano efficaci. Nel periodo del mio insegnamento ho portato uno studente dalla preside e questo, davanti a me esterrefatta, ha mantenuto lo stesso atteggiamento strafottente e anzi ha manipolato la realtà talmente a suo favore che Feltri avrebbe potuto prenderlo subito nelle sue redazioni.
Il punto è che questo genere di supermenefreghismo caratterizza maschi e femmine indiscriminatamente, con battaglie che iniziano su Facebook al cospetto di migliaia di amici (perchè più ne aggiungi, meglio è; tutti gli amici di tutti i tuoi amici devono essere anche i tuoi, con buona pace delle lezioni a scuoola sui pericoli della rete) a corredo di foto in mini shorts, occhi pittati e bocca a forma di culo; e finiscono con insulti scritti sul marciapiede davanti a scuola e tirate di capelli in mensa. E si consumano su tutti i livelli, per cui sei parte della banda - o meno - se usi un certo colore di smalto, se metti o no il cerchietto, se ti compri lo stesso paio di scarpe (quest'ultima in verità è sempre esistita...).
C'è comunque speranza. Il rifiuto dei no scavano comunque come una goccia nella roccia. A distanza di mesi, certe sfuriate non accettate, certe note chilometriche lette con sfida alle amiche appena fuori dal cancello dello scuola, sortiscono timidi effetti. Piccoli pianti nascosti fuori dalla classe, sommesse richieste di scusa, colloqui straordinari coi genitori e prove d'esame perfette.
Che fatica, però.
Niente di scritto in 4 minuti, insomma. Perchè vorrei approfondire il discorso dandogli uno spessore che probabilmente non ho.
Sto cercando di ricordare esattamente quali erano i pensieri ricorrenti, alle scuole medie.
Ho dei diari, da parte, salvati più e più volte da quei repulisti generali che hanno lo scopo dichiarato di far spazio fisico e mentale negli armadi, nei mobili, in case diverse; intento ovviamente fiaccato nello stesso momento in cui li prendo tra le mani, ne tocco la copertina, e definitivamente fuggito all'apertura di una pagina a caso. Perchè riportano alla memoria in un momento pensieri e parole; perchè pensieri e parole riaccendono ricordo come in un film a spezzoni. E una breve frequentazione degli studenti mi è bastata e anzi, non fa altro che far risaltare le differenze con quello che ero, che eravamo noi.
I ragazzi hanno la testa tra le nuvole, e fin qui niente di nuovo. Si distraggono molto facilmente, e se funziona il divieto di portare a scuola cellulari o altro la distrazione rientra nel genere tradizionale: la scemata dell'amico, le femmine della classe, le dediche sul diario, i pettegolezzi. A questo si aggiunge una maleducazione paurosa.
Ecco, la differenza sta tutta qui: la maleducazione e il mancato riconoscimento delle figure educative. Neanche il più scalmanato degli scalmanati di venti anni fa somiglia allo studente medio di oggi, che non ha più nessun punto di riferimento. Non lo ha, non ne sente la mancanza, non lo riconoscerà mai, se non a suon di punizioni di vario genere, anche se non è detto che queste siano efficaci. Nel periodo del mio insegnamento ho portato uno studente dalla preside e questo, davanti a me esterrefatta, ha mantenuto lo stesso atteggiamento strafottente e anzi ha manipolato la realtà talmente a suo favore che Feltri avrebbe potuto prenderlo subito nelle sue redazioni.
Il punto è che questo genere di supermenefreghismo caratterizza maschi e femmine indiscriminatamente, con battaglie che iniziano su Facebook al cospetto di migliaia di amici (perchè più ne aggiungi, meglio è; tutti gli amici di tutti i tuoi amici devono essere anche i tuoi, con buona pace delle lezioni a scuoola sui pericoli della rete) a corredo di foto in mini shorts, occhi pittati e bocca a forma di culo; e finiscono con insulti scritti sul marciapiede davanti a scuola e tirate di capelli in mensa. E si consumano su tutti i livelli, per cui sei parte della banda - o meno - se usi un certo colore di smalto, se metti o no il cerchietto, se ti compri lo stesso paio di scarpe (quest'ultima in verità è sempre esistita...).
C'è comunque speranza. Il rifiuto dei no scavano comunque come una goccia nella roccia. A distanza di mesi, certe sfuriate non accettate, certe note chilometriche lette con sfida alle amiche appena fuori dal cancello dello scuola, sortiscono timidi effetti. Piccoli pianti nascosti fuori dalla classe, sommesse richieste di scusa, colloqui straordinari coi genitori e prove d'esame perfette.
Che fatica, però.
lunedì 19 settembre 2016
Destino crudele, realtà perfide
Si chiamava Fausto e non lo conoscevo.
Non ancora, almeno.
Perchè aveva deciso di lavorare per con la mia azienda allo stadio di Udine.
Lui viveva nella provincia da poco, ci si era trasferito da quella di Parma. Forse per lavoro, chissà.
Aveva fatto domanda, compilato i moduli, era risultato idoneo e aveva iniziato il corso di venti ore in cui si insegna, prima di giungere a contatto con il pubblico, nozioni di giuridica, ordine pubblico, primo soccorso, così come vuole la legge.
Il corso si è svolto la settimana scorsa e lui vi si recava in macchina, come tutti.
Solo che, venerdì, dopo il corso è rimasto fuori, in giro, magari con qualche amico. Solo che, poi, la strada ha deciso che non sarebbe più rientrato.
Non lo conoscevo, ma ieri avevo il suo nome stampato sulla lista per le firme. E lo avrei conosciuto, eccome. Perchè questo lavoro mi porta a contatto con centinaia di persone che si stupiscono se li saluti per nome, se rivolgi anche solo un sorriso.
Ci sono mestieri che saranno sempre giudicati meno qualificanti di altri. Categorie che vengono considerate in blocco, come un'astratta forza lavoro, senza distinzione di volti e di storie.
Solo che io non ci ho mai creduto. E mi sono sempre vergognata per chi ha mostrato superiorità nei confronti di un cameriere, solo per fare un esempio. Mi sono sempre vergognata della maleducazione altrui e della convinzione di essere migliori. Migliori degli altri non si è mai, migliori si deve essere solo nei confronti di se stessi, semmai. Come obiettivo personale, come atto d'amore verso chi ci vive accanto. Mi sono sempre vergognata anche di fronte ad altre gestioni simili a questo lavoro, in ambienti simili. Si chiamano "risorse" non perchè puoi permetterti di trattarli come il tappetino di casa.
Non è il mestiere che qualifica il percorso di una persona; non più. La ruota gira. Gira davvero. E gira di continuo, finchè il destino decide di arrestarla del tutto.
Non ancora, almeno.
Perchè aveva deciso di lavorare per con la mia azienda allo stadio di Udine.
Lui viveva nella provincia da poco, ci si era trasferito da quella di Parma. Forse per lavoro, chissà.
Aveva fatto domanda, compilato i moduli, era risultato idoneo e aveva iniziato il corso di venti ore in cui si insegna, prima di giungere a contatto con il pubblico, nozioni di giuridica, ordine pubblico, primo soccorso, così come vuole la legge.
Il corso si è svolto la settimana scorsa e lui vi si recava in macchina, come tutti.
Solo che, venerdì, dopo il corso è rimasto fuori, in giro, magari con qualche amico. Solo che, poi, la strada ha deciso che non sarebbe più rientrato.
Non lo conoscevo, ma ieri avevo il suo nome stampato sulla lista per le firme. E lo avrei conosciuto, eccome. Perchè questo lavoro mi porta a contatto con centinaia di persone che si stupiscono se li saluti per nome, se rivolgi anche solo un sorriso.
Ci sono mestieri che saranno sempre giudicati meno qualificanti di altri. Categorie che vengono considerate in blocco, come un'astratta forza lavoro, senza distinzione di volti e di storie.
Solo che io non ci ho mai creduto. E mi sono sempre vergognata per chi ha mostrato superiorità nei confronti di un cameriere, solo per fare un esempio. Mi sono sempre vergognata della maleducazione altrui e della convinzione di essere migliori. Migliori degli altri non si è mai, migliori si deve essere solo nei confronti di se stessi, semmai. Come obiettivo personale, come atto d'amore verso chi ci vive accanto. Mi sono sempre vergognata anche di fronte ad altre gestioni simili a questo lavoro, in ambienti simili. Si chiamano "risorse" non perchè puoi permetterti di trattarli come il tappetino di casa.
Non è il mestiere che qualifica il percorso di una persona; non più. La ruota gira. Gira davvero. E gira di continuo, finchè il destino decide di arrestarla del tutto.
Iscriviti a:
Post (Atom)
