Lunedì scorso ho sfiorato l'incidente frontale.
Uscivo da una rotonda vicino casa. La strada, in quella direzione, dopo la rotatoria curva dolcemente a destra. Andavo piano, ero attenta. C'era il sole. Ma mi sono trovata una jaguar davanti. Nella mia corsia. Era nera. Alla guida c'era un uomo, con una sciarpa grigia.
In un istante tutto si è mosso a rallentatore. In un istante, mi sono ritrovata a urlare, con una voce non mia.
E' stupefacente come certi attimi si dilatino a tal punto da espandersi come una bolla nella sequenza sempre uguali di piccoli segmenti di tempo. Una bolla in cui il cervello sembra vedere il futuro prossimo, e non è del tutto piacevole. Quando ti dici che no, così non va bene, non adesso.
Non adesso che, nonostante la strada, non sto proprio andando da nessuna parte. Non adesso, che stiamo tutti bene. Non adesso. Che paura.
O forse adesso. Forse è invece il momento giusto.
Poi entrambi abbiamo reagito allo stesso modo, pigiando il freno a fondo e sterzando a sinistra.
Le auto non si sono toccate per un centimetro, forse. Siamo rimasti fermi così per circa 10 secondi, in silenzio, guardandoci. Lui ha abbozzato delle scuse. Io lo guardavo, con il piede ben premuto sul pedale e gli occhi sbarrati. E poi me ne sono andata.
Lunedì non sono finita in ospedale, ma questa settimana è fluita mettendomi davanti poi alla morte e al cambiamento. E alla vita. In momenti simili, in passato, il mio sesto senso mi ha avvisato del pericolo, e mi sono successe altre cose. Come un braccio rotto. Come un mal di testa mai provato per una settimana di fila.
Sarò capace di sterzare ancora.
lunedì 2 dicembre 2019
mercoledì 30 ottobre 2019
Un Diamante di Roma
Mi sono seduta davanti. Mi succede spessissimo quando prendo il taxi.
Perchè voglio guardare la strada e perchè voglio vederla, la strada. Ovunque vada, devo capire come si snoda la città.
Dico: il percorso del Tevere è davvero tortuoso. Dal quinto piano del mio albergo, sotto villa Borghese, sul Lungotevere Flaminio, si vede San Pietro. Ma in realtà di vede da quasi ovunque.
Risponde: sì, mentre dallo stadio Olimpico non cambia lato, ma guida verso Castel Sant'Angelo, perchè i due con cui condivido il taxi vogliono fermarsi per una piccola passeggiata.
Guardo i palazzi che mi sfilano di fianco; sono palazzine a due piani, con piccoli giardini e stupende cancellate. Sono bellissimi, dico, che quartiere è questo?
Si chiama Quartiere della Vittoria, dice. E' stato costruito quando la Prima Guerra Mondiale. Ha vie con i nomi dei luoghi delle battaglie. Via dell'Ortigara, ad esempio; o via del Carso, la più importante. E quella, piazza Mazzini, un tempo era campagna e i militari facevano esercitazione. Si chiamava, prima, Piazza delle Armi.
Prendiamo il primo sottopasso. Questo, dice, e gli altri sono stati pensati per le Olimpiadi del '60. Dico, certo che la città da questo lato si è estesa in fretta, dalla Grande Guerra in poi; il Foro Italico è tutto razionalista, davanti alla Sud c'è una stele con il nome di Mussolini lungo lungo verso il ponte, e poi il villaggio Olimpico.
Sì, conferma lui. Il Foro Italico, lo Stadio dei Marmi, le Piscine arrivano tutte dopo il '33. Il Coni lo hanno fondato pochi anni dopo. Convivevano due anime architettoniche, allora: una aveva linee più classiche, ottocentesche, aggiunge mentre passiamo davanti al Palazzaccio, che gli indico e dico (come lui, che somiglia di più alla nostra Stazione Centrale) e una più pulita e rigorosa. Al Foro Italico ha vinto quella.
Facciamo il giro dei Prati di Castel Sant'Angelo. E' da qui che nasce il nome del Quartiere Prati, dice. Perchè i Papi non volevano costruzioni intorno alla fortezza, che da una parte era protetta dal fiume e dall'altra dalla gittata dei cannoni. E avevano il Passetto, dico io. Sì! Esclama, c'è mai stata? Quando ci sono andato io, che non sono alto, dovevo chinarmi per avanzare. Ma è perchè erano bassi!
Abbiamo scaricato lì i compagni comparse; mi ha portato alla Stazione Termini, passando per il centro. Per il PASA, il ponte dedicato al ramo cadetto dei Savoia, a quell'Amedeo che morì in Africa dopo la sua disastrosa campagna. Questa via, dice, è parallela alla via Giulia, che i Papi avevano tracciato e riempito di palazzi bellissimi. Oggi sono in mano alle multinazionali; c'è anche la sede dell'Antidroga. Io rido, e mi accorgo presto di scorgere i cavalli dell'Altare della Patria. Superiamo un incrocio, a sinistra si va al Senato, a destra c'è una manifestazione sindacale, laddove c'era la valle di Sant'Andrea della Valle, appunto.
Arriviamo proprio di fronte alla scalinata del Campidoglio e, come sempre, i miei pensieri si sciolgono davanti alla Bellezza. Dico che sto leggendo Augias, il suo libro su Istanbul, che parte però da Roma. Mi parla della chiesa della Bocca della Verità, greco ortodossa da sempre. Ma è del Mille, esclamo! del 1081, precisa lui, ed è stata concessa al patriarca per il culto qui, vicino al Vaticano, tutto sommato, e vicinissima al Tevere, prezioso approdo per le derrate alimentari. Un dono preziosissimo! Ancora oggi gli uomini hanno i loro strani cappelli.
Ma noi siamo già oltre.Via Veneto, via Nazionale.Questa è la sede della Banca d'Italia, Palazzo Koch, dice. Dove di sono le bandiere è l'ingresso principale, ma si può fare anche tutto il giro. E' enorme, dico. E chiedo: ha la corte interna? Certo: sai, una volta c'erano i cavalli, le stalle avevano un ruolo fondamentale; pensa alla Chiesa. Pensa al Quirinale. E da qui finiamo a parlare dei nostri spazi, che nei secoli ci si sono rimpiccioliti intorno. E del tempo, che ha perso di dimensione. Spazi e tempi sono diventati i nostri beni di lusso. I nostri viaggi durano pochissimi, sia mente percorriamo i chilometri che ci separano dalla meta, sia nel tempo di permanenza. Quando stiamo male, non ci concediamo il giusto tempo per guarire.
E arriviamo al Parlamento Europeo in Italia. Qui ci vengo spesso, dice. Io e i colleghi facciamo molti viaggi, tra qui e Fiumicino. E' un posto bellissimo.
Sì, Roma è un posto bellissimo. Dopo averlo salutato, entro in stazione e vado al binario 1, dove c'è già il mio treno. Ma i Romani lo sono altrettanto. Aperti e ironici, sempre pronti alla soluzione, capaci di una calma zen in mezzo al frastuono, al traffico, alle buche nel bel mezzo delle piazze. Come Diamante 11. Che ha la nonna calabrese, per questo ha chiamato il taxi così. Non l'ho lavato oggi, dice. Sorridendo. Tanto domani piove.
Perchè voglio guardare la strada e perchè voglio vederla, la strada. Ovunque vada, devo capire come si snoda la città.
Dico: il percorso del Tevere è davvero tortuoso. Dal quinto piano del mio albergo, sotto villa Borghese, sul Lungotevere Flaminio, si vede San Pietro. Ma in realtà di vede da quasi ovunque.
Risponde: sì, mentre dallo stadio Olimpico non cambia lato, ma guida verso Castel Sant'Angelo, perchè i due con cui condivido il taxi vogliono fermarsi per una piccola passeggiata.
Guardo i palazzi che mi sfilano di fianco; sono palazzine a due piani, con piccoli giardini e stupende cancellate. Sono bellissimi, dico, che quartiere è questo?
Si chiama Quartiere della Vittoria, dice. E' stato costruito quando la Prima Guerra Mondiale. Ha vie con i nomi dei luoghi delle battaglie. Via dell'Ortigara, ad esempio; o via del Carso, la più importante. E quella, piazza Mazzini, un tempo era campagna e i militari facevano esercitazione. Si chiamava, prima, Piazza delle Armi.
Prendiamo il primo sottopasso. Questo, dice, e gli altri sono stati pensati per le Olimpiadi del '60. Dico, certo che la città da questo lato si è estesa in fretta, dalla Grande Guerra in poi; il Foro Italico è tutto razionalista, davanti alla Sud c'è una stele con il nome di Mussolini lungo lungo verso il ponte, e poi il villaggio Olimpico.
Sì, conferma lui. Il Foro Italico, lo Stadio dei Marmi, le Piscine arrivano tutte dopo il '33. Il Coni lo hanno fondato pochi anni dopo. Convivevano due anime architettoniche, allora: una aveva linee più classiche, ottocentesche, aggiunge mentre passiamo davanti al Palazzaccio, che gli indico e dico (come lui, che somiglia di più alla nostra Stazione Centrale) e una più pulita e rigorosa. Al Foro Italico ha vinto quella.
Facciamo il giro dei Prati di Castel Sant'Angelo. E' da qui che nasce il nome del Quartiere Prati, dice. Perchè i Papi non volevano costruzioni intorno alla fortezza, che da una parte era protetta dal fiume e dall'altra dalla gittata dei cannoni. E avevano il Passetto, dico io. Sì! Esclama, c'è mai stata? Quando ci sono andato io, che non sono alto, dovevo chinarmi per avanzare. Ma è perchè erano bassi!
Abbiamo scaricato lì i compagni comparse; mi ha portato alla Stazione Termini, passando per il centro. Per il PASA, il ponte dedicato al ramo cadetto dei Savoia, a quell'Amedeo che morì in Africa dopo la sua disastrosa campagna. Questa via, dice, è parallela alla via Giulia, che i Papi avevano tracciato e riempito di palazzi bellissimi. Oggi sono in mano alle multinazionali; c'è anche la sede dell'Antidroga. Io rido, e mi accorgo presto di scorgere i cavalli dell'Altare della Patria. Superiamo un incrocio, a sinistra si va al Senato, a destra c'è una manifestazione sindacale, laddove c'era la valle di Sant'Andrea della Valle, appunto.
Arriviamo proprio di fronte alla scalinata del Campidoglio e, come sempre, i miei pensieri si sciolgono davanti alla Bellezza. Dico che sto leggendo Augias, il suo libro su Istanbul, che parte però da Roma. Mi parla della chiesa della Bocca della Verità, greco ortodossa da sempre. Ma è del Mille, esclamo! del 1081, precisa lui, ed è stata concessa al patriarca per il culto qui, vicino al Vaticano, tutto sommato, e vicinissima al Tevere, prezioso approdo per le derrate alimentari. Un dono preziosissimo! Ancora oggi gli uomini hanno i loro strani cappelli.
Ma noi siamo già oltre.Via Veneto, via Nazionale.Questa è la sede della Banca d'Italia, Palazzo Koch, dice. Dove di sono le bandiere è l'ingresso principale, ma si può fare anche tutto il giro. E' enorme, dico. E chiedo: ha la corte interna? Certo: sai, una volta c'erano i cavalli, le stalle avevano un ruolo fondamentale; pensa alla Chiesa. Pensa al Quirinale. E da qui finiamo a parlare dei nostri spazi, che nei secoli ci si sono rimpiccioliti intorno. E del tempo, che ha perso di dimensione. Spazi e tempi sono diventati i nostri beni di lusso. I nostri viaggi durano pochissimi, sia mente percorriamo i chilometri che ci separano dalla meta, sia nel tempo di permanenza. Quando stiamo male, non ci concediamo il giusto tempo per guarire.
E arriviamo al Parlamento Europeo in Italia. Qui ci vengo spesso, dice. Io e i colleghi facciamo molti viaggi, tra qui e Fiumicino. E' un posto bellissimo.
Sì, Roma è un posto bellissimo. Dopo averlo salutato, entro in stazione e vado al binario 1, dove c'è già il mio treno. Ma i Romani lo sono altrettanto. Aperti e ironici, sempre pronti alla soluzione, capaci di una calma zen in mezzo al frastuono, al traffico, alle buche nel bel mezzo delle piazze. Come Diamante 11. Che ha la nonna calabrese, per questo ha chiamato il taxi così. Non l'ho lavato oggi, dice. Sorridendo. Tanto domani piove.
mercoledì 23 ottobre 2019
San Siro, il momento giusto di rinascere
65.673 spettatori.
C'è solo uno stadio che riesce ad avere questi numeri in Italia. Uno solo con
una capienza e un'agibilità (quasi) totale, che oggi, più che mai, pensa alla
sua rinascita. E c'è solo una squadra che riesce a tenere una media altissima
di presenze, anche se quest'anno, dopo tanto tempo, ha decisamente ritoccato i
prezzi. E' l'Inter. E' San Siro. E' una partita di Coppa, il Match Day 3 della
fase a gironi, una partita da Inter che affronta la Champions da Inter, sempre
un po' così.
Certo, ci sono altri stadi che, in coppa, sono pieni. Oppure nelle partite importanti. Oppure perchè vince. Perchè, se non vincesse, altro che densità esultante. Non lo dico io, per carità, che a casa degli altri entro (con la macchina, è vero, tra il muretto esterno che conserva ancora l'altezza del vecchio Olimpico, e l'anello interno, quello degli spalti, quello dell'Allianz) in ogni caso in punta di piedi. Lo dice chi ci lavora, negli stadi. Da anni in quello della Juventus, ad esempio. Che vince, tanto, da molto tempo. Ma se non lo facesse, non avrebbe seguito. Anche nell'ultima partita, mi dicono, c'erano ampi settori sgombri. Di uno stadio bellissimo, che ha pure arre dedicate ai bimbi, mentre i genitori tifano. Che ha ristoranti, che ha quello che il Dacia Arena voleva avere subito e che non ha ancora aperto perchè non ci sono i soldi, perchè i friulani vanno a vedere la partita e basta.
Costa molto andare allo stadio. Una famiglia, intera, può permetterselo magari una volta l'anno. Magari con un'offerta, magari iscrivendosi a una newsletter. Ecco perchè è così importante il marketing. Il Marketing, perchè la comunicazione, nelle aziende, è qualcosa che, detta così, suona scandalosa come la laurea per influencer (stessa cosa, detta in maniera accattivante).
C'è solo uno stadio pieno e solo una squadra che riesce a farlo, anche se ogni partita è un cardioprotettore. Il resto è un sistema al collasso, in perdita, da nascondere in magheggi finanziari, in scatole cinoamericani, in stadi aperti tutta la settimana per altre cose, in spa che non aprono.
E' un sistema che poco a che fare con lo sport, il cui valore funziona bene in
tempo di pace, contro il razzismo teorico, laddove c'è da attaccare una pecetta
con la scritta fairplay. Unisce quando non serve. E' invece divisorio in tempo
di guerra, non vale nulla. Anche se le Olimpiadi ci hanno insegnato altro. C'è
solo uno stadio in cui, ancora, si respira un'altra aria. In migliaia.
mercoledì 4 settembre 2019
L'ora dei mattoni
Il momento peggiore è quando è ora dei mattoni.
Quando l'addetto prende un grande panno e lo stende sul granito, tra il pavimento e la parete, prende in mano il secchio con il cemento e inizia distribuirne una striscia, per posizionare i primi mattoni. E piano, pianissimo, procede. Un forato a fianco all'altro, poi mezzo. Poi la fila successiva, facendo attenzione a non mettere troppo cemento, a rasare quello eventualmente caduto. Lentamente, ma senza strappi. Senza una parola. Tre, poi cinque file. Poi quelli in alto, con il cemento già messo anche sopra, per facilitare l'ultima fila e poi le sezioni di mattoni a coprire l'ultimo spazio. E poi una leggera rasatura sul muretto, uniforme, a coprire i mattoni sfalsati. E poi la lastra di marmo a chiudere il loculo.
Sì, è questo il momento più difficile. Nessuno si muove. Anche se fa caldo al sole, anche se fa quasi freschino all'ombra; non importa di quanti si è. Nessuno si muove e nessuno parla. E' un tempo insopportabile perchè scorre lentamente e si ha il desiderio contrastante che finisca presto, e che contemporaneamente non finisca mai. Un sentimento che spinge drammaticamente dentro e fuori da lì. Perchè quella tomba, una volta chiusa, ci separa da quella bara di legno e rende tutto questo uguale a quello che c'è intorno. Quel saluto è finito. Ma nessuno è pronto per questo.
Quest'uomo avrà quasi cento anni per sempre. Ha avuto una vita lunga, certo. Vissuta con una lucidità incredibile. Affrontata saltando ostacoli, trovando sempre delle soluzioni. Un modo di prendere a schiaffi la sorte che ha spronato chi ha avuto la fortuna di averlo accanto, di averlo conosciuto.
Io ne conserverò quel modo di guardarmi negli occhi, alla ricerca delle mie pupille, alla ricerca dell'attenzione. Quel modo di dirmi la verità, al di sopra di ogni meschinità, di ogni piccolezza. Quella sincerità ruvida, genuina, per me e per se stesso. Quella presenza.
L'ora dei mattoni è difficilissima, ma domani, o dopo, comprenderò a fondo quel gesto che è stato silenzioso, misurato, preciso. Quel gesto che deposita nei nostri cuori la ricchezza di un sentimento, che coprirà questo dolore che oggi pulsa allo scoperto.
Buon viaggio, carissimo.
Quando l'addetto prende un grande panno e lo stende sul granito, tra il pavimento e la parete, prende in mano il secchio con il cemento e inizia distribuirne una striscia, per posizionare i primi mattoni. E piano, pianissimo, procede. Un forato a fianco all'altro, poi mezzo. Poi la fila successiva, facendo attenzione a non mettere troppo cemento, a rasare quello eventualmente caduto. Lentamente, ma senza strappi. Senza una parola. Tre, poi cinque file. Poi quelli in alto, con il cemento già messo anche sopra, per facilitare l'ultima fila e poi le sezioni di mattoni a coprire l'ultimo spazio. E poi una leggera rasatura sul muretto, uniforme, a coprire i mattoni sfalsati. E poi la lastra di marmo a chiudere il loculo.
Sì, è questo il momento più difficile. Nessuno si muove. Anche se fa caldo al sole, anche se fa quasi freschino all'ombra; non importa di quanti si è. Nessuno si muove e nessuno parla. E' un tempo insopportabile perchè scorre lentamente e si ha il desiderio contrastante che finisca presto, e che contemporaneamente non finisca mai. Un sentimento che spinge drammaticamente dentro e fuori da lì. Perchè quella tomba, una volta chiusa, ci separa da quella bara di legno e rende tutto questo uguale a quello che c'è intorno. Quel saluto è finito. Ma nessuno è pronto per questo.
Quest'uomo avrà quasi cento anni per sempre. Ha avuto una vita lunga, certo. Vissuta con una lucidità incredibile. Affrontata saltando ostacoli, trovando sempre delle soluzioni. Un modo di prendere a schiaffi la sorte che ha spronato chi ha avuto la fortuna di averlo accanto, di averlo conosciuto.
Io ne conserverò quel modo di guardarmi negli occhi, alla ricerca delle mie pupille, alla ricerca dell'attenzione. Quel modo di dirmi la verità, al di sopra di ogni meschinità, di ogni piccolezza. Quella sincerità ruvida, genuina, per me e per se stesso. Quella presenza.
L'ora dei mattoni è difficilissima, ma domani, o dopo, comprenderò a fondo quel gesto che è stato silenzioso, misurato, preciso. Quel gesto che deposita nei nostri cuori la ricchezza di un sentimento, che coprirà questo dolore che oggi pulsa allo scoperto.
Buon viaggio, carissimo.
venerdì 23 agosto 2019
Una zia che impara
Improvvisamente, mi accorgo di quanto i bambini siano presenti nella mia vita, pur non essendo madre. Ci trascorro giornate al mare, canto per loro delle canzoncine, sono campionessa di faccine buffe e di prese acrobatiche. Ho imparato a rispettare le loro incursioni nei dialoghi con le loro mamme e coi loro papà, spesso inframmezzati, spezzettati, interrotti e ripresi. Ci sono stati tempi in cui si parlava ore e ore seduti sul limitare del parchetto con la vaschetta di gelato del bar Arcadia davanti. Adesso non succederebbe mai.
"Una stella semplicemente splende, non pensa a competere con la luce delle altre. Perciò, più semplicemente, abbi cura di splendere. Tu non sei né giusta né sbagliata perché le persone non sono giuste o sbagliate. Le persone sono stelle a modo loro. Sii stella a modo tuo." (da "Karma City" di Massimo Bisotti)
Da un anno, circa, ho scoperto il potere dell'inconscio; da un anno guardo i nanetti con occhi diversi. Quella parte di bambino che tutti noi abbiamo e che seppelliamo sotto la parte giudicante in loro è meno nascosta, spesso pulsante allo scoperto. Bisogni espressi nel qui e ora, giochi di ruolo per affermarsi nella loro personalità, senza condizionamenti. Conservare questa freschezza e applicarla nel tempo, in età diverse, in età adulte, è ormai il mio obiettivo. E quando succede, solo allora mi sento davvero io.
Quel tenero egoismo insegna quanto è importante tenere il centro dentro di sè.
lunedì 24 giugno 2019
Più snelli a teatro
“Colazione da re, pranzo da principe, cena da povero”. Che cosa c’è all'origine di un detto che si tramanda dalla notte dei tempi? Ci sono tante verità, che poi si condensano in un proverbio come questo, ma che ha conferme in vari ambiti del nostro sapere, anche meno popolare.
Gianluca Macario, medico e nutrizionista, lo sa bene e lo applica nel suo quotidiano studio della salute dei suoi pazienti. Perché questo il punto fondamentale delle sue continue ricerche: una buona pratica da seguire come un filo rosso per tutta la vita per prevenire l’insorgenza di malattie legate alle cattive abitudini alimentari.
Come scoprire i suoi segreti, che in realtà fanno parte della storia dell’uomo fin dagli albori? Con uno spettacolo teatrale sorprendente.Lunedì 1 Luglio, alle 20.45, andrà in scena “Colazione da Re. La storia della piramide calorica: come ci siamo inventati l’obesità”. All’Auditorium Padre Reina di via Filippo Meda 20, a Rho, Giovanni Gorla e Ilaria Macario della Compagnia Teatrale “Le Schegge”, metteranno in scena uno spettacolo, scritto e diretto dalla stessa Ilaria Macario, in cui ci si immergerà in situazioni in cui il pubblico porrà trarre insegnamento.
All’interno di questa pièce, vero e proprio teatro terapeutico, si innesterà uno straordinario monologo del dott. Gianluca Macario che, attraverso la Storia, l’Antropologia, la Fisiologia umana, l’Arte e la Filosofia porterà gli spettatori a ragionare sulla natura dell’essere umano e dei suoi bisogni. Uno spettacolo nello spettacolo, introdotto da Marco Tizzoni del network civico “Gente Dì” e presentato dallo speaker di Radio Reporter Emilio Bianchi. Una radio che il dottor Macario conosce bene, in cui conduce una rubrica seguita e amata, a contatto con i radioascoltatori.
Un’occasione unica, a entrata libera, per ripensare alle proprie abitudini alimentari senza privazioni e senza eccessi, ma riscoprendo una pratica millenaria, scritta nel nostro DNA. Per informazioni, segreteria@ dottormacario.it
martedì 11 giugno 2019
Sport come unicorni
Mi incuriosisce questo entusiasmo per il calcio femminile, come se fosse un animale raro improvvisamente sbucato in città. Come se prima non fosse esistito. Anzi, come un animale mitologico.
Abbiamo ormai questa tendenza a vivere di impressioni momentanee, lasciando che questi lampi nel rumore assordante di tutte le azioni che compiamo ogni giorno in modo discontinuo, ingarbugliate, lasciate e riprese, intersecate, su più fronti reali e virtuali, ci colpiscano senza pensare più che sono frutto di un lavoro prima e dopo. Abbiamo la tendenza a credere che certe cose esistano solo in quel momento e siano proprio così come ce le dicano, senza troppo ragionarci su. Dimenticando la storia.
La storia è fatta di tutto quello che non c'è sotto i riflettori. Ho conosciuto Giulia, domenica, che mi ha parlato di un tempo ritrovato per sè dopo sei anni. Sei anni in cui Silvia, la figlia, ha fatto pattinaggio su ghiaccio sincronizzato a livello agonistico. Bellissimo, ho sospirato.
Sì: proprio bellissimo.
Sei allenamenti a settimana, dalle 19 alle 23. Scuola, lavoro, pranzo alle 18.00, macchina fino all'Agorà. Lunghe attese fuori, in auto, in via dei Ciclamini. Fuori al freddo, o dentro al freddo, perchè non è mai disponibile la sala che c'è sotto la pista, al massimo c'è il bar, coi vetri incrostati di ghiaccio.
E le gare, in Italia e in Europa, che quando sono fuori sono trasferte di più giorni, anche di una settimana.
E un Liceo che non accoglie i calendari della Federazione circa l'impegno di Silvia, e che non fa nulla per venire incontro alla giovane atleta. Per dirla di dritto: nessun favoritismo. Per dirla di rovescio: poca attenzione a una ragazza che investe così tanto sulla propria formazione agonistica. Poca attenzione a una famiglia che cerca di assicurare una buona base culturale a una figlia che vuole anche impegnarsi nello sport.
Perchè le scuole speciali, quelle belle dei film, non sono la normalità, da noi.
In quello stesso Liceo, 20 anni fa, c'era una ragazza che giocava a Basket nel Vittuone. Lei era di Venezia e per poter giocare ed allenarsi era stata costretta a trasferirsi come ragazza alla pari da una signora anziana, lontana da tutto e da tutti. Me la ricordo bene, quella ragazza altissima. Non parlava mai. Seguiva docilmente su e giù dal treno le sue compagne di classe di quell'anno senza aprire mai bocca.
Non ci sono unicorni, nella vita reale. Solo sacrifici. Paolo, il mio amico scrittore, lo ha ben inquadrato in un libro in cui racconta di quelli che, per varie ragioni, non emergono. Questi "999" non sono i perdenti, rispetto all'uno su mille. Non farcela non è sinonimo di sconfitta. Non far parlare di sè non significa non esistere.
E dunque, brave, ragazze del calcio. Continuate così, come sapete fare da molto tempo.
E brava anche Silvia, che presto andrà a studiare in Bielorussia e ci starà un paio d'anni. A 10 minuti da un palazzetto del ghiaccio rinomatissimo. E, per non sbagliare, ha ricominciato a fare tutti i suoi esercizi di stretching quotidiano...
Abbiamo ormai questa tendenza a vivere di impressioni momentanee, lasciando che questi lampi nel rumore assordante di tutte le azioni che compiamo ogni giorno in modo discontinuo, ingarbugliate, lasciate e riprese, intersecate, su più fronti reali e virtuali, ci colpiscano senza pensare più che sono frutto di un lavoro prima e dopo. Abbiamo la tendenza a credere che certe cose esistano solo in quel momento e siano proprio così come ce le dicano, senza troppo ragionarci su. Dimenticando la storia.
La storia è fatta di tutto quello che non c'è sotto i riflettori. Ho conosciuto Giulia, domenica, che mi ha parlato di un tempo ritrovato per sè dopo sei anni. Sei anni in cui Silvia, la figlia, ha fatto pattinaggio su ghiaccio sincronizzato a livello agonistico. Bellissimo, ho sospirato.
Sì: proprio bellissimo.
Sei allenamenti a settimana, dalle 19 alle 23. Scuola, lavoro, pranzo alle 18.00, macchina fino all'Agorà. Lunghe attese fuori, in auto, in via dei Ciclamini. Fuori al freddo, o dentro al freddo, perchè non è mai disponibile la sala che c'è sotto la pista, al massimo c'è il bar, coi vetri incrostati di ghiaccio.
E le gare, in Italia e in Europa, che quando sono fuori sono trasferte di più giorni, anche di una settimana.
E un Liceo che non accoglie i calendari della Federazione circa l'impegno di Silvia, e che non fa nulla per venire incontro alla giovane atleta. Per dirla di dritto: nessun favoritismo. Per dirla di rovescio: poca attenzione a una ragazza che investe così tanto sulla propria formazione agonistica. Poca attenzione a una famiglia che cerca di assicurare una buona base culturale a una figlia che vuole anche impegnarsi nello sport.
Perchè le scuole speciali, quelle belle dei film, non sono la normalità, da noi.
In quello stesso Liceo, 20 anni fa, c'era una ragazza che giocava a Basket nel Vittuone. Lei era di Venezia e per poter giocare ed allenarsi era stata costretta a trasferirsi come ragazza alla pari da una signora anziana, lontana da tutto e da tutti. Me la ricordo bene, quella ragazza altissima. Non parlava mai. Seguiva docilmente su e giù dal treno le sue compagne di classe di quell'anno senza aprire mai bocca.
Non ci sono unicorni, nella vita reale. Solo sacrifici. Paolo, il mio amico scrittore, lo ha ben inquadrato in un libro in cui racconta di quelli che, per varie ragioni, non emergono. Questi "999" non sono i perdenti, rispetto all'uno su mille. Non farcela non è sinonimo di sconfitta. Non far parlare di sè non significa non esistere.
E dunque, brave, ragazze del calcio. Continuate così, come sapete fare da molto tempo.
E brava anche Silvia, che presto andrà a studiare in Bielorussia e ci starà un paio d'anni. A 10 minuti da un palazzetto del ghiaccio rinomatissimo. E, per non sbagliare, ha ricominciato a fare tutti i suoi esercizi di stretching quotidiano...
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