A Maggio di due anni fa, Simona e io inauguravamo il progetto Bastano Gli Occhi.
Invitare le persone a mostrarsi in foto con la mascherina per uscire da un periodo di chiusura che pensavamo essere unico era solo un modo, per noi, di affrontare la nuova realtà facendo caso alla semantica. Ai nuovi significati che stavamo cercando di dare a un momento storico che, nostro malgrado, ci aveva resi protagonisti. Al senso di reagire in tutte le sfumature del quotidiano. Reagire con forza e positività.
Abbiamo raccolto centinaia di foto. Abbiamo parlato brevemente, molto brevemente, di alcune storie, oltre a lasciare che fossero le nostre immagini a raccontarla meglio di tutto. Storie di turismo che andava avanti, locali, negozi, attività. E poi abbiamo lasciato che le pagine Facebook e Instagram fungessero da vetrina a tutto il materiale raccolto. Per il Natale 2020, con lo stesso spirito costruttivo, abbiamo partecipato a Scatole di Natale e - oltre agli occhi - è bastato un semplice tam tam. Abbiamo raccolto scatole di regali per Milano, per le associazioni di zona e persino per il Comune, persino per chi non aveva neanche voglia di guardarci, negli occhi.
Oggi inizia il percorso inverso. Oggi, ufficialmente e senza colpe, il volto inizia a riprendere spazio. La mimica torna ad avere significato e il non verbale torna ad arricchirsi di tutti i suoi elementi. Dopo quasi due anni, invece di scappare in massa dalle stazioni, da oggi siamo autorizzati a mostrare il sorriso. Oggi ne parlano tutti, alla radio e alla tv. Si sdrammatizza sugli sbadigli, i brufoli, i baffetti e i commenti a mezza voce. Si ride su quello che si è celato, giustamente. Il potere dell'ironia serve a suggellare questa fine, con una certezza in più rispetto ai mesi che hanno preceduto questo momento.
Bastano Gli Occhi è stata una bella occasione per raccogliere foto che sono arrivate da tutto il mondo. Spesso pensiamo che quello che succede a noi sia più grande, più grave e più ingiusto. A volte lo è: abbiamo avuto perdite e dolori importanti in tutte le famiglie. Altre non lo è, e la condivisione aiuta a ridimensionare o dare un'altra prospettiva a quello che ci succede.
Oggi non finisce tutto, magicamente. Ma abbiamo la certezza che qualcosa sia davvero, davvero cambiato.
Eh, sì, spesso bastano gli occhi, ancora. Come prima.
venerdì 11 febbraio 2022
Bastano Gli Occhi, ma a viso aperto
mercoledì 9 febbraio 2022
Come Mou a San Siro
Se penso a quante lacrime ho pianto in questi anni, non saprei nemmeno quantificarle.
Per tutte le colpe che mi sono data, per averti perso.
Per tutte le risposte che ho cercato.
Ci siamo incontrati nel momento più bello della nostra vita e abbiamo percorso anni tenendoci per mano. Quelle mani che, se chiudo gli occhi, ancora so immaginare con estrema esattezza. Quell'abbraccio in cui stavo così comoda, così avvolta. E quegli occhi che guardavo, guardata e vista, così drittamente. Così profondamente.
Poi tutto è finito, quando è finito davvero. Quando questa casa ha preso vita e la mia, di vita, ha squadernato improvvisamente su una nuova pagina, perdendo il segno su molte cose. La bellezza e la crudeltà del momento mi hanno fatto percorrere chilometri di strada tra casa e i lavori che sono arrivati cantando e piangendo, consumando cd che parlavano di me e per me di quel cambiamento, di quel dolore, di quella inaccettabile scelta, che fu anche mia, che fu condivisa. Voluta e respinta, giusta e sbagliata insieme.
C'è stato un dolore quotidiano fatto di luoghi schivati per sempre, amicizie immeritatamente troncate, liti collaterali senza senso. C'è stato il mio cuore rotto in mille pezzi che non ha trovato unità, ma solo frammenti di sentimento per molto tempo. Surrogati scambiati per prove generali di un evento che non si è mai realizzato, come sapevo, in fondo. Di comparse mai trasformate in attori, di metà ridotte a frazioni, usati e che hanno usato. E anche quando il vento ha portato a girare nuovamente le pagine di quel quaderno, violentemente, è finita male. Si è scomodata persino la morte: non potevo avere una riposta. E non la volevo nemmeno, avevo persino paura di chiedere. Sapevo che non mi sarebbe piaciuta.
E poi ci sono stati anni di fatica vera in cui sei sparito dal mio orizzonte, a parte qualche sporadica occasione, anni che solo la pandemia ha riscattato. E quel turbinio di pagine l'ho fermato io con la mano aperta, e invece di affidarmi al vento ho lasciato che questo soffiasse fuori da me. Non so se è stata magia, ma da quando quel cuore in balia della tempesta è comparso tatuato sulla mia pelle, tutto il nero che avevo dentro si è depositato sul fianco, immobile. Manca sempre una scritta, vicino a quel cuore, che è anche il titolo di una canzone che ascoltavamo insieme. E un giorno, ad un matrimonio, quella canzone è tornata e ho pianto le ultime lacrime. Tante, ma definitive.
Oggi non sento più dolore, finalmente. C'è voluta una giravolta lunghissima, ma è così, non so perchè, non so se è giusto o no, non so nemmeno cosa è giusto, tutto sommato. Mi restano tutte le cose belle, che sono anche mie, che attenuano tutte le colpe che mi sono inflitta. Il conoscerti e non conoscerti più insieme. Le mani e gli abbracci. E quegli occhi che mi vedono, e che vedo. Mi resta quella certezza che, in questo mondo che spesso fatico a riconoscere, c'è qualcuno che sa chi sono, anche quando nemmeno io ne sono così certa. Anche quando continuo a nascondermi. A partire, tornare e ripartire ancora. E, in definitiva, se gli anni passano, siamo e non siamo più gli stessi.
martedì 8 febbraio 2022
Candid atura
Gentilissimo, buongiorno,
mi permetto umilmente di scriverle questa email grazie alla gentilezza di un mio ex collega, che mi ha girato il suo contatto. Spero che sia stato avvisato prima di questa mia intenzione a scriverle; se così non fosse, mi scuso in anticipo e spero di non arrecarle nessun fastidio.
Buongiorno! Come va? Spero che siano giorni bellissimi e mi auguro che anche oggi si prefiguri una giornata tranquilla e proficua. Glielo auguro di cuore. Mi duole disturbare i sui impegni che sicuramente sono importantissimi per sottoporle la mia candidatura. Nuovamente, se non fosse il momento opportuno, le chiedo scusa e la invito a dedicarsi a questa mia mail solo e quando ne avrà tempo. Mi scuso per l'uso del punto esclamativo nell'augurarle il buongiorno, non succederà più.
Quando potrà, quindi, le chiedo di dedicare un minuto alle mie esperienze. Le invio anche una lettera di presentazione e tre pezzi di prova. Ma se questo le sembra eccessivo, la prego di scusarmi per il troppo zelo.
La ringrazio infinitamente per la sua cortese attenzione, la saluto caramente e ancora non so come dimostrare la gratitudine per aver avuto la splendida opportunità di scriverle.
Probabilmente vivo su un pianeta parallelo, in cui le mail devono essere utili, immediate, dritte al punto. Mandare una mail con un CV, ricevere una telefonata e spiegare in tutta sincerità la situazione attuale non deve essere la via giusta. Aspettare una seconda chiamata il lunedì successivo, così come stabilito dall'altra parte del filo, deve avere un significato nascosto. Richiedere via mail perché il contatto professionale non è avvenuto e sapere successivamente che una semplice domanda è stata definita scortese mi pone delle domande. Come si fa? Cosa ho sbagliato?
Sono pronta con il quaderno degli appunti: prima o poi imparerò.
E no: non sono pronta a un'operazione di cambio sesso. Accetto solo consigli efficaci per una donna.
lunedì 24 gennaio 2022
Nebulose visioni
Ci sono giornate fredde e nebulose che anche chi è nato nella bassa, a volte, fatica a sopportare, probabilmente perchè - nel mio caso - la provenienza delle precedenti generazioni è leggermente più a Sud, e i geni non ne avvertono la poesia.
L'umidità entra piano nelle ossa; la scighera si scioglie lentamente e la senti sul viso, sulla testa, sul cappotto che non è mai abbastanza impermeabile. E intorno tutto resta seminascosto, le strade hanno nuovi particolari da tenere a bada e le distanze acquistano nuove dimensioni. E mentre tu organizzi la giornata come tutti gli altri giorni, noti dei particolari che non vedi di solito, nonostante gli occhiali più appannati, se è possibile. Nonostante la cervicale che monta fino a farti scappare a casa, rigirare lo stomaco e lasciare il cellulare più lontano possibile per il resto del pomeriggio, ti soffermi a pensare a quel trattore che arava il campo in mezzo alla campagna lattiginosa.
Mentre la macchina scivola piano lungo la strada stretta e tortuosa tra le frazioni di Corbetta, quel trattore disegna traiettorie parallele rigirando la terra bruna di lato. La cabina semiaperta, il movimento preciso, regolare, sempre uguale, iniziato chissà a che ora, da finire chissà quanto dopo. Un sienzio umido fatto di minuscole goccioline intorno, in quell'intorno che non si vede, un po' più in là. In quella campagna che in estate, piena di grano o granturco, riempie le mie lunghe e lente pedalate.
Quelle gocce piccole, che entrano lentamente nelle ossa sotto qualsiasi strato di protezione, risintonizzano i pensieri di quell'uomo alla guida meglio dei nostri, alle prese di una giornata come un'altra. Magari ascolta canzoni metal, chissà. Ma lui sì. Lui coglie quella poesia che a me oggi sfugge. Quel patto tra uomo e Natura scritto nei geni di molte generazioni. Quel legame che tendiamo a non vedere più. Una scighera che sta dentro, un insieme di preoccupazioni che invade le ossa, contro cui non siamo mai del tutto impermeabili.
sabato 15 gennaio 2022
Son queste le stelle che usciamo a riveder
C'è stato un tempo in cui nella mia vita ci sono state le lunghe telefonate. Dalle scuole medie alla mia laurea, più o meno. In un periodo che va dagli anni '90 al 2005 circa. Un periodo in cui - prima - al fisso il filo era sfruttato nell'intera estensione della sua morbida spirale perchè finivo seduta per terra e - poi - quando mi sono comprata il cellulare alla fine degli anni '90 e si studiavano tutti i piani possibili per parlare con il numero preferito. E quel numero preferito c'era, ed era bellissimo spendere tutti i centesimi in un mare di parole, prima e dopo averne usate un altro mare dal vivo, e scritte anche in tutti gli sms possibili, sfruttando il numero limitato di caratteri di allora.
La pandemia ha reso difficile la vicinanza fisica ma la tecnologia ha regalato ancora di più rispetto a prima una prossimità differente. Virtuale. L'ha restituita con i vocali, con le videochiamate e le telefonate. Ha accorciato quelle distanze che allora, nel tempo passato, c'era e non era colmabile in questo modo. Ha riavvicinato i confini del mondo. Oggi, raccontando per l'ennesima volta il mio viaggio dei venti anni in Australia alla mia cuginetta adolescente, le ho dovuto spiegare perchè e come fosse così differente. E come stare a Capo Verde cinque mesi, lo scorso anno, fosse invece stato decisamente più semplice.
Ma anche se tutto cambia, come è giusto che sia per noi esseri umani naturalmente portati a evolverci continuamente, la bellezza di certi legami resta e stupisce ogni volta che si trovano. Può essere un messaggio breve che propone un pranzo, cui si aggiunge una passeggiata a Milano, da parte di chi hai incontrato sul lavoro ma che è rimasto. Quell'annuncio mandato perchè mi hai pensata. Quell'articolo che fa al caso mio. Il video che mi farà ridere, lo sai già. Può essere quella telefonata nella notte, che dura un'ora e mezza come quel tempo andato ma senza filo allungato, con il cellulare appoggiato sul cuscino e lo sguardo perso nel buio, ma che scorre immagini impresse nella memoria e ne crea altre nuove e diverse. O solo un saluto, perchè ci siamo.
La fortuna è di aver saputo gettar fili a spirale lunghi, e invisibili. Che si allungano fino alla massima estensione o restano morbidi, che non devono necessariamente essere attivi sempre, perchè sono straordinari solamente per il fatto di esistere. La fortuna è che quando quei collegamenti si attivano, o riattivano, è come se fosse passato un giorno. Mi piace pensare che sono questi legami fatti di rapporti veri e autentici e sempre al momento giusto che rendono questo mondo migliore. Al di sopra di ogni interferenza. Al di sopra di ogni differenza. Al di sopra di ogni distanza fisica e temporale.
venerdì 7 gennaio 2022
Tutti giù dal burrone
Arriva una nuova bufala e tutti ci cascano. Perché? Eppure è uguale a quella dell'anno scorso, quella dell'anno prima. Ha solo aggiunto "Meta" alla solita dichiarazione di autorizzazione a non utilizzare i proprio dati su un social network che, fin dall'iscrizione, usa i dati di tutti. E si trovano sui motori di ricerca (le nostre foto, le nostre adesioni anche ad altri social), vengono usati per aggiustare il tiro, creare nuove emoticon, spingere a ripubblicare i ricordi. E ancora di più, codificare gli algoritmi, vendere pubblicità e riproporre a noi stessi quello che ci piace perché lo abbiamo cercato, lo abbiamo digitato, lo abbiamo spiato sui profilo degli altri.
In che modo, allora, posso modificare un sistema che conta centinaia di milioni di utenti? In uno solo: non iscrivendosi. Disattivando il profilo e attendendo la cancellazione definitiva, ma anche così resta traccia.
E invece eccola lí, la catena. Non c'è niente dietro, lí. Nessun complotto. Niente che non ci dicano, in realtà. Nessun potere occulto. Si condivide perché "l'ho visto altrove e mi pareva figo". E soprattutto, si condivide perché "nel dubbio, non fa male".
Nel dubbio. Nel dubbio non penso e faccio quello che fanno gli altri. Lo step successivo, ulteriore, di certe notizie che non sono vere, ma è come se lo fossero. Di notizie che non sono vere, d'accordo, ma che dovrebbero perché dicono esattamente quello che penso, cacchio! In una parola, condivido una cosa falsa. E basta...che male può fare?
Il male è che si smette di pensare con la propria testa. Il male è che non si distingue più il vero dal falso, perché sembra vero. Perché dice quello che penso, dá la colpa a Meta, dimenticando che tutto quello che è pubblicato, anno dopo anno, arriva da noi. E questo si applica in tutti gli ambiti della vita. Abbiamo pensieri così omologati, preconfezionati da altri, magari con una certa personalità o con posizioni di potere, che non facciamo nemmeno la fatica di farci un altro pensiero. È lí, l'opinione. Il resto lo investiamo in critica, invettiva, cattiveria, che macina tutto insieme, senza distinguere la piccolezza dalla gravità.
Oggi è Facebook, domani sarà la politica del proprio paese, quello che non si dice per i propri figli perché gli altri genitori fanno tutti la stessa cosa, quello che non si sceglie perché "mi hanno detto" che non va bene.
Da quando il pensiero è diventato così pericoloso?
Da quando non sappiamo più dire "forse hai ragione" ed è al pensiero la dedica più feroce del complotto?
Da quando stiamo accatastando nuovi roghi in piazza?
mercoledì 5 gennaio 2022
I Marchesi del Grillo sono tanti, milioni di milioni...
Massimiliano lavora nel mondo degli eventi da sempre. Si occupa di musica, soprattutto, e di tutto quello che serve a un concerto per funzionare: pratiche, permessi, consulenza, sopralluoghi, personale, rapporti con le strutture, con le biglietterie, con gli uffici stampa e le case discografiche. Lo fa da sempre, e con grande naturalezza. Si diverte sempre. Trova ottime soluzioni, e per questo è molto richiesto. E ha spesso ottime idee.
Una di queste idee è nata prima che la musica ripartisse, nell'annus horribilis in cui ha pagato tutte le tasse e i ristori non ne hanno coperte nemmeno un quarto. Ha pensato a come effettuare tamponi prima di concerti, fiere, eventi. Nelle piazzole, fuori dai ristoranti e dai convegni. Con delle unità mobili facilmente rimovibili, appoggiandosi alle unità di Pronto Soccorso locali. Tamponeexpress.com è nato subito, perchè lui e il suo socio sono molto bravi anche in questo. E nel sito c'è scritto tutto.
Bellissimo, vero? Ma non si può fare. Il giorno in cui il sito è andato online è arrivata anche l'impossibilità a metterlo in atto. Per le normative in vigore, solo medici, farmacie e strutture sanitare sono abilitate all'esecuzione dei tamponi. In Europa, in Germania ad esempio, addirittura ci si vaccina in posti "strani". Frankie hi-nrg mc riposta un night club. Un musicista, guarda caso. Uno che era venuto con me a Bruxelles al Parlamento Europeo per un progetto dei Patrizia Toya sul lavoro.
Mi viene da pensare che è sempre tutto bellissimo. Che l'economia galoppa, arrivano i soldi, siamo nella nostra migliore condizione per rifiorire. Ma chissà perchè questi frutti cadranno sempre nelle solite cornucopie, con tempi e modi su misura. Agli altri, non risposte, rimandi vaghi, posticipazioni. Set, match.