Ho imparato a miei spese a non commentare a caldo le notizie, che invece generano grosse onde tempestose e astiose, sospinte dalle contemporanee strategie di comunicazione delle fonti primarie e gonfiate e sporcate come rifiuti da bufale e venti d'odio indicibile.
Mi astengo da fare un trattato di deontologia, mi astengo anche dal commento giornalistico. Oggi va così, non se ne esce con il buon senso, anche quello soffiato via rabbiosamente.
Mi interessa però il tema della sicurezza. Fingerò di non essere stata mai null'altro che una project manager, quindi affronterò il tema in questo modo.
Nella nostra vita, la conoscenza assume sempre di più un grandissimi rilievo. Ma se nei secoli scorsi si potevano dedicare anni di studio esclusivo, poi assottigliati a periodi della giovinezza, diventati obbligatori per legge, assicurando democraticamente un sapere minimo lasciato alla discrezione di ognuno per quel che riguarda l'ampliamento, da 7, 8 anni, il bombardamento di informazioni è così articolato, multilivello, crossmediale, simultaneo, alto e basso, che quasi il valore della conoscenza si è disperso.
Per valore intendo l'acquisizione di informazioni che depositiamo dentro di noi, li facciamo maturare, li assimiliamo e li prendiamo ad esempio per episodi futuri. Tutto quello che oggi ci si schianta addosso fatica a non scivolare via, a rimanerci dentro. E quando poi dobbiamo acquisire per forza nuove conoscenze, quasi è una fatica insostenibile.
Il tema della sicurezza sul lavoro è lì, gigante. Una grana per ogni project manager che deve iniziare un progetto e mettere in campo nuove risorse, sperando che siano affidabili e non vadano, ancora, a ingrossare le fila dell'assenteismo ingiustificato (un fenomeno ormai senza razza nè età, nè genere), perchè deve organizzare tutto in tempo per essere in regola.
Sabbia nelle mutande per il lavoratore, che spesso cerca tutti gli escamotage per evitare persino la visita medica del datore di lavoro (con giustificazione degne del peggior diario di scuola). E si lamenta dei corsi. Corsi che servono per dare semplici norme di comportamento all'interno di un luogo per evitare cadute, tagli, folgorazioni, investimenti; per dare le giuste alternative in caso di imprevisti, per informare sulla catena di responsabilità, quando intervenire e quando no, chi chiamare per primo. Sabbia nelle mutande.
Spesso, e a lungo, un decreto come l'81/2008 è stato ignorato. E oggi, spiegare perchè si usa un casco protettivo, delle scarpe antinfortunistica, un giubbino identificativo sembra poco utile. Spesso, incontrare i lavoratori in queste occasioni sembra superfluo.
Ho ricevuto chiamate e messaggi vari sul perchè farli, persino se frequentarli preveda un compenso. Perchè è tempo sprecato, una rottura, non vale niente, tanto settimana prossima diserto il lavoro e non avviso.
No. La sicurezza non è prima di tutto, non in questo Paese. Perchè se lo fosse, anche minima, anche essenziale, ovunque e nella stessa misura, contribuirebbe ad attenuare quella irresistibile voglia di fottere il prossimo e additare gli altri, tirandosene fuori.
giovedì 21 marzo 2019
giovedì 7 marzo 2019
Chiusure umanitarie, aperture umane
Daniel mi ha mandato un curriculum.
E' un ragazzo intelligente, sveglio, propositivo.
Me lo ha mandato due volte, perchè ci ha pensato su e lo ha aggiornato.
Fino a qui, un normale CV europeo.
Se non fosse che Daniel arriva dalla Nigeria, ma prima ha mandato la moglie, che aspettava un bimbo. Fino a qualche mese fa abitava alla Cascina Calderara di Magenta, che poi ha chiuso. Oggi, grazie alla cooperativa "I Girasoli", vive a Milano con Amaka, la moglie, e la piccola Silvia.
L'ho incontrato sabato, brevemente, a causa di Claudia. Ha una bella parlantina, nonostante sia in Italia da meno di un anno. Integra le lacune con locuzioni, oppure passa all'inglese. Un armadio di 35enne che vuole solo lavorare, che ogni giorno, intanto, va a scuola di Italiano.
C'è un problema, però. Il ragazzo ha il permesso di soggiorno in regola, ma non ha i documenti. Non li ha perchè le direttive governative, oltre a chiudere i centri di accoglienza, bloccano l'emissione della carta di identità e dei codici fiscali.
Cercare lavoro senza documenti non è facile e non ci vuole un ripasso di Pirandello per capirlo.
Un lavoro regolare, non in nero. Non nei campi, non vivendo di espedienti, non cercando soluzioni illegali. Un lavoro normale, insomma.
Ed ecco il paradosso. I richiedenti asilo come Daniel e la sua famiglia hanno un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che dura due anni. In questi due anni, devono dimostrare di aver trovato un lavoro. In questi due anni, una commissione chiama la persona a colloquio, in una data decisa arbitrariamente e non negoziabile, e lo interroga con la sola presenza di un mediatore linguistico. La commissione deve capire se il richiedente si sta muovendo nella giusta direzione e se è sincero, dopo di che decide del suo futuro.
Daniel vive a Milano e provincia da un po', ma figura ancora negli elenchi di Catania.
Come per altre decisioni, le direttive governative mirano a un risultato finale senza analizzare nulla del processo, del lavoro che sta in mezzo. E il lavoro che sta in mezzo è enorme, fatto di operatori sociali, volontari, associazioni no profit e non governative. Fatto di ascolto e dialogo, fatto di ricerca di soluzioni, fatto di iniziative locali, di cene di beneficenza, di conoscenza.
Dei perchè, manco a parlarne.
Nel 2016, il 7,8% dei conflitti armati in Africa ha avuto luogo in Nigeria. Un quarto di tutti i decessi in Africa si è verificato in Nigeria, rendendolo il paese più pericoloso per i civili africani: si conta che in sette anni di insurrezione armata il gruppo islamista Boko Haram abbia ucciso circa 15mila persone, costringendone all’esilio più di due milioni. Eppure, si continua a dire che «in Nigeria non c'è guerra»
E' un ragazzo intelligente, sveglio, propositivo.
Me lo ha mandato due volte, perchè ci ha pensato su e lo ha aggiornato.
Fino a qui, un normale CV europeo.
Se non fosse che Daniel arriva dalla Nigeria, ma prima ha mandato la moglie, che aspettava un bimbo. Fino a qualche mese fa abitava alla Cascina Calderara di Magenta, che poi ha chiuso. Oggi, grazie alla cooperativa "I Girasoli", vive a Milano con Amaka, la moglie, e la piccola Silvia.
L'ho incontrato sabato, brevemente, a causa di Claudia. Ha una bella parlantina, nonostante sia in Italia da meno di un anno. Integra le lacune con locuzioni, oppure passa all'inglese. Un armadio di 35enne che vuole solo lavorare, che ogni giorno, intanto, va a scuola di Italiano.
C'è un problema, però. Il ragazzo ha il permesso di soggiorno in regola, ma non ha i documenti. Non li ha perchè le direttive governative, oltre a chiudere i centri di accoglienza, bloccano l'emissione della carta di identità e dei codici fiscali.
Cercare lavoro senza documenti non è facile e non ci vuole un ripasso di Pirandello per capirlo.
Un lavoro regolare, non in nero. Non nei campi, non vivendo di espedienti, non cercando soluzioni illegali. Un lavoro normale, insomma.
Ed ecco il paradosso. I richiedenti asilo come Daniel e la sua famiglia hanno un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che dura due anni. In questi due anni, devono dimostrare di aver trovato un lavoro. In questi due anni, una commissione chiama la persona a colloquio, in una data decisa arbitrariamente e non negoziabile, e lo interroga con la sola presenza di un mediatore linguistico. La commissione deve capire se il richiedente si sta muovendo nella giusta direzione e se è sincero, dopo di che decide del suo futuro.
Daniel vive a Milano e provincia da un po', ma figura ancora negli elenchi di Catania.
Come per altre decisioni, le direttive governative mirano a un risultato finale senza analizzare nulla del processo, del lavoro che sta in mezzo. E il lavoro che sta in mezzo è enorme, fatto di operatori sociali, volontari, associazioni no profit e non governative. Fatto di ascolto e dialogo, fatto di ricerca di soluzioni, fatto di iniziative locali, di cene di beneficenza, di conoscenza.
Dei perchè, manco a parlarne.
Nel 2016, il 7,8% dei conflitti armati in Africa ha avuto luogo in Nigeria. Un quarto di tutti i decessi in Africa si è verificato in Nigeria, rendendolo il paese più pericoloso per i civili africani: si conta che in sette anni di insurrezione armata il gruppo islamista Boko Haram abbia ucciso circa 15mila persone, costringendone all’esilio più di due milioni. Eppure, si continua a dire che «in Nigeria non c'è guerra»
(da Vita.it)
mercoledì 6 marzo 2019
Well done, Pietro!
...all I have to say is that this is hard work. I've worked hard for a long time, and it's not about, you know...it's not about winning. But what it's about is not giving up. If you have a dream, fight for it. There's a discipline for passion. And it's not about how many times you get rejected or you fall down or you're beaten up. It's about how many times you stand up and are brave and you keep on going.
Ieri si è laureato Pietro, il terzo della grande famiglia, primo ingegnere.
Una giornata di sole ha illuminato il Poli Leonardo, affollatissimo proprio per le lauree, con il piazzale pieno di gente, corone d'alloro, cori del "dottooore, dottoore", risate, bottiglie stappate.
Prima di questo l'aula 01 dell'Edificio 2 strapiena, slalom nel silenzio assoluto, due donne nel gruppo con una da 110 e lode. Emozione da traguardo tagliato, da liberazione, da adrenalina che si scioglie, da sorrisi differenti.
Anche Pietro ha iniziato a sorridere diversamente, anche lui si è sciolto e ha persino brindato, lì sul piazzale e la sera,a cena con tutte le persone che hanno risposto al suo invito. Le persone che hanno voluto stargli vicino, semplicemente. Felicità è anche condivisione, è una sincera ammirazione per chi fa scelte e percorsi differenti e ottiene.
Così, cugino, ti dedico le parole di Lady Gaga. Le ha pronunciate la notte degli Oscar, con la statuetta in mano e le lacrime agli occhi. Sì, lo so, forse non ti saresti aspettata proprio lei, eppure sono perfette per gioire, assaporare e andare avanti. Brave, senza paura. Accogliendo tutte le curve che la vita ti proporrà.
mercoledì 13 febbraio 2019
Tetris letterari
Andare a una presentazione, ogni tanto: appunto mentale di sempre.
Andare a un reading e a un caffè letterario in una sola serata: prima volta di ieri.
Colpa mia. Con un'agenda cartacea, Google Calendar e Outlook sono comunque riuscita a fissare due appuntamenti in un solo giorno. Ma è andata bene, anzi, benissimo. Ecco come ho fatto.
Annalisa mi ha scritto la scorsa settimana, quando il raffreddore si era impossessato di me, della mia testa, delle mie orecchie, ed ero suonata come un gong. C'eravamo date appuntamento sul divano di casa sua per la finale di SanRemo; poi lei ha ricevuto un invito per entrambe, ma ho preferito non mostrarmi a sconosciuti in modalità mostro della palude e ho declinato rilanciando per la settimane.
La nuova proposta è stata la presentazione di Quinta Vez, di Maria Pia Quintavalle.
Un testo denso di significato, sul rapporto madre e figlia, pieno di rimandi ancestrali, culturali, emancipazione, scambio di ruolo nel corso della vita. E una presentazione profonda, da seguire con attenzione, di fronte a una larga platea sorprendentemente eterogenea, con evidenti habitè della Libreria delle Donne. Un'autrice puntuale, che srotola la sua poesia con pause imprevedibili, voce profonda, intonazione riflessiva che accentua le parole, le rende ora tetre, ora leggere.
Non so spiegare cosa suscita in noi, questo momento. Sicuramente, io e Annalisa viviamo la questione in modi molto differenti, e le nostre storie personali giustificano a pieno questo diverso sentire. Ma siamo colpite dai richiami alla psicanalisi, all'idea platonica e al mito della caverna, all'uso di parole che, per quell'ora, ci salvano dalla banalità. Lei, timida, si avvicina poi alla presentatrice della serata, chiede dei prossimi appuntamenti, le ricorda un articolo che aveva scritto su di lei anni fa. La bellezza di questi momenti si specchia anche nella facilità di tessere piccoli fili invisibili, di mostrare la possibilità di fare seguito, conseguenza, serie a questi momenti. Di riflettere; magari di scriverci su.
In auto, la porto a casa e volo al mio Caffè Letterario. Iniziava ieri sera, proseguirà con altri 5 appuntamenti. Arrivo in volata, siamo un bel gruppo in uno studio di psicoterapia bellissimo, di cui - confesso - non sapevo l'esistenza. Uno scrigno nel cuore del paese in cui sono cresciuta, con un cerchio di donne pronte a parlare di Eleanor Oliphant. La ragazza, che parla di sè in prima persona nel romanzo, si scherma dal mondo anestetizzandosi in settimana con il lavoro e una routine di ferro, sempre uguale, e nel week end bevendo vodka. Ma la vita si insinuerà in questa comoda solitudine crepando l'armatura, fino a farla cadere.
Le parole non richiamano Jung, ma il sentimento è condiviso dalle uditrici, tutte veramente diverse, tutte con età e storie differenti. Ed Elena aggiunge allo svelamento del romanzo alcune considerazioni che toccano le vite di tutti, che parlano di amicizia come appartenza, come sostegno sociale verso autostima e autorealizzazione.
Riflettiamo, insieme, sulla profondità dei rapporti di oggi; sugli strumenti che abbiamo noi, che non siamo nativi digitali, e di quelli che forse mancheranno ai millenials, chi lo sa! Ci scambiamo impressioni davanti a una tisana bollente, una frittella; allacciamo collegamenti con il prossimo libro, il prossimo incontro.
Milano e Santo Stefano Ticino. Nella prima, tanti momenti come questi ogni giorno, a ore diverse. Nel secondo, una preziosissima iniziativa legata alla libreria Controvento di Inveruno che sa essere ossigeno puro, come direbbe il magnifico dr. Shepherd. Non facile in entrambi i casi. Nel secondo di più, per me, perchè questo libro che ancora mi accingo a leggere è molto vicino a quello che sento in questo momento, e perchè alcune delle persone che ho rincontrato sono state da me ignorate in passato, una di queste non rispettata, a dire la verità.
Eppure, rincasando e riflettendo sul tutto, ho pensato che le possibilità per recuperare, per rimediare, per incontrare nuovamente sono davvero inedite.
Il mio grazie è enorme e va solo alle donne incontrate; ad Annina, appunto, e a Barbara, che mi ha coinvolto nel Caffè che potremmo ribattezzare Yogi Tea Letterario!
Non che non ci fossero uomini, nell'incontro milanese. Tutti distratti dal telefonino.
Dr. Shepherd escluso, ovviamente.
Andare a un reading e a un caffè letterario in una sola serata: prima volta di ieri.
Colpa mia. Con un'agenda cartacea, Google Calendar e Outlook sono comunque riuscita a fissare due appuntamenti in un solo giorno. Ma è andata bene, anzi, benissimo. Ecco come ho fatto.
Annalisa mi ha scritto la scorsa settimana, quando il raffreddore si era impossessato di me, della mia testa, delle mie orecchie, ed ero suonata come un gong. C'eravamo date appuntamento sul divano di casa sua per la finale di SanRemo; poi lei ha ricevuto un invito per entrambe, ma ho preferito non mostrarmi a sconosciuti in modalità mostro della palude e ho declinato rilanciando per la settimane.
La nuova proposta è stata la presentazione di Quinta Vez, di Maria Pia Quintavalle.
Un testo denso di significato, sul rapporto madre e figlia, pieno di rimandi ancestrali, culturali, emancipazione, scambio di ruolo nel corso della vita. E una presentazione profonda, da seguire con attenzione, di fronte a una larga platea sorprendentemente eterogenea, con evidenti habitè della Libreria delle Donne. Un'autrice puntuale, che srotola la sua poesia con pause imprevedibili, voce profonda, intonazione riflessiva che accentua le parole, le rende ora tetre, ora leggere.
Non so spiegare cosa suscita in noi, questo momento. Sicuramente, io e Annalisa viviamo la questione in modi molto differenti, e le nostre storie personali giustificano a pieno questo diverso sentire. Ma siamo colpite dai richiami alla psicanalisi, all'idea platonica e al mito della caverna, all'uso di parole che, per quell'ora, ci salvano dalla banalità. Lei, timida, si avvicina poi alla presentatrice della serata, chiede dei prossimi appuntamenti, le ricorda un articolo che aveva scritto su di lei anni fa. La bellezza di questi momenti si specchia anche nella facilità di tessere piccoli fili invisibili, di mostrare la possibilità di fare seguito, conseguenza, serie a questi momenti. Di riflettere; magari di scriverci su.
In auto, la porto a casa e volo al mio Caffè Letterario. Iniziava ieri sera, proseguirà con altri 5 appuntamenti. Arrivo in volata, siamo un bel gruppo in uno studio di psicoterapia bellissimo, di cui - confesso - non sapevo l'esistenza. Uno scrigno nel cuore del paese in cui sono cresciuta, con un cerchio di donne pronte a parlare di Eleanor Oliphant. La ragazza, che parla di sè in prima persona nel romanzo, si scherma dal mondo anestetizzandosi in settimana con il lavoro e una routine di ferro, sempre uguale, e nel week end bevendo vodka. Ma la vita si insinuerà in questa comoda solitudine crepando l'armatura, fino a farla cadere.
Le parole non richiamano Jung, ma il sentimento è condiviso dalle uditrici, tutte veramente diverse, tutte con età e storie differenti. Ed Elena aggiunge allo svelamento del romanzo alcune considerazioni che toccano le vite di tutti, che parlano di amicizia come appartenza, come sostegno sociale verso autostima e autorealizzazione.
Riflettiamo, insieme, sulla profondità dei rapporti di oggi; sugli strumenti che abbiamo noi, che non siamo nativi digitali, e di quelli che forse mancheranno ai millenials, chi lo sa! Ci scambiamo impressioni davanti a una tisana bollente, una frittella; allacciamo collegamenti con il prossimo libro, il prossimo incontro.
Milano e Santo Stefano Ticino. Nella prima, tanti momenti come questi ogni giorno, a ore diverse. Nel secondo, una preziosissima iniziativa legata alla libreria Controvento di Inveruno che sa essere ossigeno puro, come direbbe il magnifico dr. Shepherd. Non facile in entrambi i casi. Nel secondo di più, per me, perchè questo libro che ancora mi accingo a leggere è molto vicino a quello che sento in questo momento, e perchè alcune delle persone che ho rincontrato sono state da me ignorate in passato, una di queste non rispettata, a dire la verità.
Eppure, rincasando e riflettendo sul tutto, ho pensato che le possibilità per recuperare, per rimediare, per incontrare nuovamente sono davvero inedite.
Il mio grazie è enorme e va solo alle donne incontrate; ad Annina, appunto, e a Barbara, che mi ha coinvolto nel Caffè che potremmo ribattezzare Yogi Tea Letterario!
Non che non ci fossero uomini, nell'incontro milanese. Tutti distratti dal telefonino.
Dr. Shepherd escluso, ovviamente.
venerdì 8 febbraio 2019
Vediamo solo quello che vogliamo
Ho iniziato a sentirmi male giovedì scorso.
Di nuovo, dato che a inizio anno ho beccato l'influenza e la tosse non mi ha più abbandonato. Fa tanto vecchia zitella. Prima, solo zitella.
Giovedì è stata la cervicale, qualcosa che periodicamente mi fa girare la testa. Se non fosse che non riesco a guardare nemmeno lo schermo del pc, quando arriva, dovrei sentirmi anche contenta per questo stato che nessun altro essere di genere maschile non sa fare da molto. Il problema è che ho iniziato molto presto a starnutire, e questo no, non è sexy.
Venerdì, la mia collega Sharon deve aver ringraziato l'ampiezza della scrivania che mi ha tenuto a distanza di sicurezza da lei e ha contenuto una montagna di fazzolettini. Le stesse montagne che ho riprodotto a casa, dopo, e di notte.
Nel fine settimana c'è stata la trasferta a Trento, per lavoro. Che è andata bene grazie alla presenza di Federica, che mi ha distratto. Così, tra Vicks Medi Nait e lavoro, la sua compagnia mi ha dato la forza di andare e tornare, mangiando canederli in brodo a mezzogiorno. Buonissimi, per carità; un tantino vintage anche questi, però.
Così, senza olfatto e senza abbandonare i fazzolettini, ho passato il mio lunedì di riposo cercando di respirare nel modo migliore possibile, dormendo brevissimi sonni interrotti da desertificazioni continue della lingua. Il mio appuntamento di igiene dentale si è trasformato in una lotta all'ultimo respiro, in cui anche la paura di quella poltrona è passata in secondo piano.
Poi ho atteso il regalo di Natale di Fabiola come soluzione a questa condizione: una sauna, un bagno turco, una jacuzzi in una piccola spa avrebbero sicuramente fatto bene.
E così ho passato tre ore in una sorta di sdoppiamento della personalità, senza sentire nessun profumo, addentando a fatica due acini d'uva a causa dei denti. Ho cercato di resistere in sauna il più possibile, ma quando siamo passate al massaggio ho capito che qualcosa non si sbloccava. Ho aspettato il mio turno a pancia in giù, con il viso infilato nel buco del lettino, lottando per respirare. Grazie al cielo, la musica ha coperto le trentacinque deglutizioni al minuto e i tentativi di non far colare nulla dal naso.
Martedì sono tornata al lavoro, e Sharon ha di nuovo ringraziato l'azienda per la scelta degli arredi. Alcune colleghe, impietosite, mi hanno trascinato in pasticceria per un caffè e un dolcetto, ma la sensazione di essere un mucoso mostro della palude non se n'è andata. Anzi.
Mercoledì, la mia dottoressa mi ha prescritto un antistaminico e dei lavaggi nasali, che mi terrorizzano più del dentista. Continuo a non sentire odori, e in parte anche sapori: neanche il burro d'arachidi è riuscito a darmi un conforto. Figuriamoci il più brutto SanRemo degli ultimi cinque anni.
Ad un certo punto, mi si sono tappate pure le orecchie. Con un fischio continuo, chissà cosa succederà la prossima settimana...magari perderò un piede per strada.
Eppure, la vita continua. Devo chiudere il piano ferie di un intero anno. Ho cinque battesimi, una cresima, due venticinquesimi, tre viaggi, forse un matrimonio o forse due. Il mio compleanno e quello che desidero per me. A fine Gennaio, molto di questo 2019 ha già una forma definita.
E continua anche sui social, per i quali tutto è figo. Non mi interessa, dato che va di moda provare invidia insana anche per i sassi del vicino.
Per fortuna: è meglio che la modalità "mostro della palude" resti nascosta dai fazzolettini!
Di nuovo, dato che a inizio anno ho beccato l'influenza e la tosse non mi ha più abbandonato. Fa tanto vecchia zitella. Prima, solo zitella.
Giovedì è stata la cervicale, qualcosa che periodicamente mi fa girare la testa. Se non fosse che non riesco a guardare nemmeno lo schermo del pc, quando arriva, dovrei sentirmi anche contenta per questo stato che nessun altro essere di genere maschile non sa fare da molto. Il problema è che ho iniziato molto presto a starnutire, e questo no, non è sexy.
Venerdì, la mia collega Sharon deve aver ringraziato l'ampiezza della scrivania che mi ha tenuto a distanza di sicurezza da lei e ha contenuto una montagna di fazzolettini. Le stesse montagne che ho riprodotto a casa, dopo, e di notte.
Nel fine settimana c'è stata la trasferta a Trento, per lavoro. Che è andata bene grazie alla presenza di Federica, che mi ha distratto. Così, tra Vicks Medi Nait e lavoro, la sua compagnia mi ha dato la forza di andare e tornare, mangiando canederli in brodo a mezzogiorno. Buonissimi, per carità; un tantino vintage anche questi, però.
Così, senza olfatto e senza abbandonare i fazzolettini, ho passato il mio lunedì di riposo cercando di respirare nel modo migliore possibile, dormendo brevissimi sonni interrotti da desertificazioni continue della lingua. Il mio appuntamento di igiene dentale si è trasformato in una lotta all'ultimo respiro, in cui anche la paura di quella poltrona è passata in secondo piano.
Poi ho atteso il regalo di Natale di Fabiola come soluzione a questa condizione: una sauna, un bagno turco, una jacuzzi in una piccola spa avrebbero sicuramente fatto bene.
E così ho passato tre ore in una sorta di sdoppiamento della personalità, senza sentire nessun profumo, addentando a fatica due acini d'uva a causa dei denti. Ho cercato di resistere in sauna il più possibile, ma quando siamo passate al massaggio ho capito che qualcosa non si sbloccava. Ho aspettato il mio turno a pancia in giù, con il viso infilato nel buco del lettino, lottando per respirare. Grazie al cielo, la musica ha coperto le trentacinque deglutizioni al minuto e i tentativi di non far colare nulla dal naso.
Martedì sono tornata al lavoro, e Sharon ha di nuovo ringraziato l'azienda per la scelta degli arredi. Alcune colleghe, impietosite, mi hanno trascinato in pasticceria per un caffè e un dolcetto, ma la sensazione di essere un mucoso mostro della palude non se n'è andata. Anzi.
Mercoledì, la mia dottoressa mi ha prescritto un antistaminico e dei lavaggi nasali, che mi terrorizzano più del dentista. Continuo a non sentire odori, e in parte anche sapori: neanche il burro d'arachidi è riuscito a darmi un conforto. Figuriamoci il più brutto SanRemo degli ultimi cinque anni.
Ad un certo punto, mi si sono tappate pure le orecchie. Con un fischio continuo, chissà cosa succederà la prossima settimana...magari perderò un piede per strada.
Eppure, la vita continua. Devo chiudere il piano ferie di un intero anno. Ho cinque battesimi, una cresima, due venticinquesimi, tre viaggi, forse un matrimonio o forse due. Il mio compleanno e quello che desidero per me. A fine Gennaio, molto di questo 2019 ha già una forma definita.
E continua anche sui social, per i quali tutto è figo. Non mi interessa, dato che va di moda provare invidia insana anche per i sassi del vicino.
Per fortuna: è meglio che la modalità "mostro della palude" resti nascosta dai fazzolettini!
mercoledì 30 gennaio 2019
Elogio della lentezza
Molti pensano che il mio lavoro negli stadi sia una passeggiata di piacere. Non è così, è solo la parte visibile di un lavoro più lungo, che inizia prima e finisce dopo, ma non importa, ho smesso di preoccuparmene.
Una parte di questo lavoro somiglia a quello di tutti gli altri. Una parte importante, come tutti gli altri: è quella che la costruzione della fiducia. Quella che deve nascere con le persone che vi andranno a lavorare, allo stadio, controllando che sia agibile, aprendone i cancelli, visionando documenti e borse, zaini, biglietti, indicando posti, rispondendo a domande, mantenendo un clima disteso.
Quella che nasce con le autorità. Perchè - svelo un segreto - io allo stadio non sono nessuno. E sarei anche inutile, se non fosse per la responsabilità che mi lega con il referente della società. E la mia facoltà di interagire al GOS.
Non vado a sedermi, allo stadio. Non ho un posto in prima fila. Anzi, in alcuni di loro, dove ho avuto il lusso di avere un ufficio, spesso non vedevo nè campo, nè tribune. Ma posso stare là dove si riunisce il Gruppo Operativo Sicurezza, dove ci sono le telecamere che vedono fino alla penna dentro un taschino e dove dialogano Croce Rossa, Carabinieri, Polizia, Polizia Locale, rappresentanti della Questura e della Prefettura, e Vigili del Fuoco.
Cremona è una città bellissima. In realtà, spesso percorro solo la strada che porta allo stadio e, fuori di lì, quella che riporta all'autostrada. Ho a che fare con circa duecento persone, con esigenze molto diverse; alcune di loro fingono di non capire, a volte qualcuno buca un impegno, spesso non leggono le mie comunicazioni...ma allo stadio tutto svanisce, grazie al carisma del Delegato, che li armonizza come farebbe un accordatore di violino. Un perfezionista spesso preso in giro proprio dalle autorità che si riuniscono al GOS, amabilmente. Perchè si conoscono da anni.
Sabato, però, lo scherno è toccato al referente dei Vigili del Fuoco. Da quanto tempo non lavi la divisa? , gli dicono. In effetti è sporca di olio, è vero. Ma dovevate vederla quando sono stato a L'Aquila. Era talmente bianca che sono serviti tre lavaggi.
L'Aquila. C'è stata anche mia sorella, per le opere d'arte, ma non poteva muoversi senza di voi. Anzi, spesso non poteva muoversi affatto, aspettava le opere d'arte in un luogo predisposto e le curava lì.
Sai, è stata l'esperienza più segnante della mia vita. Mi ricordo ancora il primo turno. Siamo arrivati alle quattro del pomeriggio, ci hanno assegnato un'area in centro, davanti alla Casa dello Studente. Era tutto raso al suolo. Quel primo turno finì alle cinque del mattino, ma non ce ne siamo accorti, del tempo. L'adrenalina non ci ha fatto fermare un minuto, e non ci ha poi mai abbandonato. Ci appoggiavamo ai mezzi, ci coprivamo gli occhi con le mani, mangiavamo qualcosa, ma poi ricominciavamo. Ho dormito dopo, a casa, lunghissime ore di fila.
Lì, davanti alla Casa dello Studente, c'erano anche i Carabinieri. Ce n'erano due, arrivati vestiti di tutto punto. C'erano due spazi vuoti, due parcheggi, e abbiamo deciso che sarebbero stati i punti di raccolta di tutti gli effetti personali che le macerie restituivano.
Abbiamo iniziato a spostare i mattoni, i calcinacci. Tutto veniva passato al setaccio, lentamente. Dopo quelle prime tredici ore, i parcheggi erano montagne di cose: effetti personali, catenine, anelli, portafogli. E quei due Carabinieri, ufficiali immobili a sorvegliare quegli averi, immobili nel prenderli in consegna, erano completamente bianchi, coperti di polvere.
L'Abruzzo è stupendo. Lui c'è stato più volte, in questi anni. A lavorare, ma ha approfittato anche per vederne un po', di quella Regione. Di portare la moglie in vacanza, di fare dei lunghissimi giri. Come a Santo Stefano in Sessanio. Borgo medievale di una bellezza commovente. Lesionato, semiabbandonato, perchè la paura ha scelto per alcuni dei suo abitanti.
Poi, un giorno, un ragazzo scandinavo ci è capitato in uno dei suoi giri a piedi. Sono molti gli stranieri che scelgono di viaggiare in Italia in questo modo, e il ragazzo, innamorato di quel luogo, tornò a casa, radunò il suo denaro, lasciò la Svezia e comprò molte di quelle case e mise in piedi uno degli alberghi diffusi più belli d'Italia. Ho fatto un giro su booking: mi è venuta voglia di partire subito. C'è anche un laghetto, lì vicino, con una Chiesa, della Madonna del Lago. Dopo il terremoto de L'Aquila la messa in sicurezza non è stata facile: il prete, indiano, non voleva aprire ai Vigili. E dopo Amatrice i danni sono aumentati.
Anche un altro paese, su un altro lago, è stato colpito due volte. Campotosto si affaccia su uno specchio d'acqua creato dall'uomo, ma non lo diresti mai. Il lago è bellissimo, il paese è bellissimo e si mangia divinamente (ma dove non è così?). Il primo terremoto lo affollato di crepe, ma il secondo lo ha raso al suolo. A camminarci in mezzo, si vedono i pavimenti delle case, dove case non sono più. Pavimenti bellissimi, rovine di un passato davvero troppo, troppo prossimo.
Ricostruire è un processo lento. Ricucire. Tornare. Non avere paura, provare fiducia.
Tutto sommato, una divisa così è meravigliosa. Non protegge dal freddo, ma dal fuoco. Non è pulita, è sporca d'olio. Ma va benissimo.
Ci sono molte ragioni per cui amo girare stadi e palazzetti nei miei fine settimana. C'è una costruzione, lenta, di rapporti, che non nasce all'improvviso. C'è il rispetto delle procedure, c'è l'importanza delle regole. C'è una lenta comprensione di un processo, ci sono le proposte per migliorarlo. C'è il rispetto dei ruoli. C'è la scoperta delle persone, oltre i ruoli. C'è la scelta di una divisa, ma c'è anche la vita, quella di tutti.
Tra queste, mi pare, non c'è la passeggiata di piacere.
Una parte di questo lavoro somiglia a quello di tutti gli altri. Una parte importante, come tutti gli altri: è quella che la costruzione della fiducia. Quella che deve nascere con le persone che vi andranno a lavorare, allo stadio, controllando che sia agibile, aprendone i cancelli, visionando documenti e borse, zaini, biglietti, indicando posti, rispondendo a domande, mantenendo un clima disteso.
Quella che nasce con le autorità. Perchè - svelo un segreto - io allo stadio non sono nessuno. E sarei anche inutile, se non fosse per la responsabilità che mi lega con il referente della società. E la mia facoltà di interagire al GOS.
Non vado a sedermi, allo stadio. Non ho un posto in prima fila. Anzi, in alcuni di loro, dove ho avuto il lusso di avere un ufficio, spesso non vedevo nè campo, nè tribune. Ma posso stare là dove si riunisce il Gruppo Operativo Sicurezza, dove ci sono le telecamere che vedono fino alla penna dentro un taschino e dove dialogano Croce Rossa, Carabinieri, Polizia, Polizia Locale, rappresentanti della Questura e della Prefettura, e Vigili del Fuoco.
Cremona è una città bellissima. In realtà, spesso percorro solo la strada che porta allo stadio e, fuori di lì, quella che riporta all'autostrada. Ho a che fare con circa duecento persone, con esigenze molto diverse; alcune di loro fingono di non capire, a volte qualcuno buca un impegno, spesso non leggono le mie comunicazioni...ma allo stadio tutto svanisce, grazie al carisma del Delegato, che li armonizza come farebbe un accordatore di violino. Un perfezionista spesso preso in giro proprio dalle autorità che si riuniscono al GOS, amabilmente. Perchè si conoscono da anni.
Sabato, però, lo scherno è toccato al referente dei Vigili del Fuoco. Da quanto tempo non lavi la divisa? , gli dicono. In effetti è sporca di olio, è vero. Ma dovevate vederla quando sono stato a L'Aquila. Era talmente bianca che sono serviti tre lavaggi.
L'Aquila. C'è stata anche mia sorella, per le opere d'arte, ma non poteva muoversi senza di voi. Anzi, spesso non poteva muoversi affatto, aspettava le opere d'arte in un luogo predisposto e le curava lì.
Sai, è stata l'esperienza più segnante della mia vita. Mi ricordo ancora il primo turno. Siamo arrivati alle quattro del pomeriggio, ci hanno assegnato un'area in centro, davanti alla Casa dello Studente. Era tutto raso al suolo. Quel primo turno finì alle cinque del mattino, ma non ce ne siamo accorti, del tempo. L'adrenalina non ci ha fatto fermare un minuto, e non ci ha poi mai abbandonato. Ci appoggiavamo ai mezzi, ci coprivamo gli occhi con le mani, mangiavamo qualcosa, ma poi ricominciavamo. Ho dormito dopo, a casa, lunghissime ore di fila.
Lì, davanti alla Casa dello Studente, c'erano anche i Carabinieri. Ce n'erano due, arrivati vestiti di tutto punto. C'erano due spazi vuoti, due parcheggi, e abbiamo deciso che sarebbero stati i punti di raccolta di tutti gli effetti personali che le macerie restituivano.
Abbiamo iniziato a spostare i mattoni, i calcinacci. Tutto veniva passato al setaccio, lentamente. Dopo quelle prime tredici ore, i parcheggi erano montagne di cose: effetti personali, catenine, anelli, portafogli. E quei due Carabinieri, ufficiali immobili a sorvegliare quegli averi, immobili nel prenderli in consegna, erano completamente bianchi, coperti di polvere.
L'Abruzzo è stupendo. Lui c'è stato più volte, in questi anni. A lavorare, ma ha approfittato anche per vederne un po', di quella Regione. Di portare la moglie in vacanza, di fare dei lunghissimi giri. Come a Santo Stefano in Sessanio. Borgo medievale di una bellezza commovente. Lesionato, semiabbandonato, perchè la paura ha scelto per alcuni dei suo abitanti.
Poi, un giorno, un ragazzo scandinavo ci è capitato in uno dei suoi giri a piedi. Sono molti gli stranieri che scelgono di viaggiare in Italia in questo modo, e il ragazzo, innamorato di quel luogo, tornò a casa, radunò il suo denaro, lasciò la Svezia e comprò molte di quelle case e mise in piedi uno degli alberghi diffusi più belli d'Italia. Ho fatto un giro su booking: mi è venuta voglia di partire subito. C'è anche un laghetto, lì vicino, con una Chiesa, della Madonna del Lago. Dopo il terremoto de L'Aquila la messa in sicurezza non è stata facile: il prete, indiano, non voleva aprire ai Vigili. E dopo Amatrice i danni sono aumentati.
Anche un altro paese, su un altro lago, è stato colpito due volte. Campotosto si affaccia su uno specchio d'acqua creato dall'uomo, ma non lo diresti mai. Il lago è bellissimo, il paese è bellissimo e si mangia divinamente (ma dove non è così?). Il primo terremoto lo affollato di crepe, ma il secondo lo ha raso al suolo. A camminarci in mezzo, si vedono i pavimenti delle case, dove case non sono più. Pavimenti bellissimi, rovine di un passato davvero troppo, troppo prossimo.
Ricostruire è un processo lento. Ricucire. Tornare. Non avere paura, provare fiducia.
Tutto sommato, una divisa così è meravigliosa. Non protegge dal freddo, ma dal fuoco. Non è pulita, è sporca d'olio. Ma va benissimo.
Ci sono molte ragioni per cui amo girare stadi e palazzetti nei miei fine settimana. C'è una costruzione, lenta, di rapporti, che non nasce all'improvviso. C'è il rispetto delle procedure, c'è l'importanza delle regole. C'è una lenta comprensione di un processo, ci sono le proposte per migliorarlo. C'è il rispetto dei ruoli. C'è la scoperta delle persone, oltre i ruoli. C'è la scelta di una divisa, ma c'è anche la vita, quella di tutti.
Tra queste, mi pare, non c'è la passeggiata di piacere.
lunedì 14 gennaio 2019
Dentro o fuori
Oggi ho ricevuto uno schiaffo.
Dopo aver piagnucolato per un sacco di tempo, qualche mese fa ho iniziato a picchiare i piedi. Ad agitare pugni, a mugugnare, corrucciata, agitando le braccia scompostamente.
Ma non a parlare.
Ho fatto lunghi monologhi con me stessa, lunghi e articolati, ma senza dar loro voce.
Ho parlato mille volte con me stessa, lasciando però che quei pensieri non avessero ordine e che perdessero ben presto la direzione.
Mi sono comportata come una lagna prima, come una monella dopo.
E ho sbagliato. Questa bambina capricciosa, incapace di essere domata, l'ho tenuta nascosta a tratti, a tratto mi ha sopraffatto. Continuava a indicarmi le cose dalla sua bassa prospettiva, da un punto di vista stretto, ostinato, un tunnel privo di grandangolo.
Oggi, lo schiaffo. Basta. Ti stai comportando male. Sei una stronza, traspare da molte cose. Eppure, non sembri proprio! No, in effetti non lo sono. Ma gli spigoli, le parti taglienti, il grugno e il mugugno sono insopportabili.
Tiriamo una riga, ma facciamolo una volta per tutte. In passato la riga è stato un braccio rotto, è stato un esperto del lavoro. Oggi, qualcosa di meno traumatico, risolta in una stretta di mano. Perchè le dita di una mano hanno strani modi di dare scosse, di schiaffeggiare anche quando non lo fanno.
Alla soglia dei quarant'anni, in un modo del tutto nuovo, ho avuto una gran bella lezione.
La bambina? L'abbiamo venduta al circo.
Questo 2019 può finalmente decollare.
Dopo aver piagnucolato per un sacco di tempo, qualche mese fa ho iniziato a picchiare i piedi. Ad agitare pugni, a mugugnare, corrucciata, agitando le braccia scompostamente.
Ma non a parlare.
Ho fatto lunghi monologhi con me stessa, lunghi e articolati, ma senza dar loro voce.
Ho parlato mille volte con me stessa, lasciando però che quei pensieri non avessero ordine e che perdessero ben presto la direzione.
Mi sono comportata come una lagna prima, come una monella dopo.
E ho sbagliato. Questa bambina capricciosa, incapace di essere domata, l'ho tenuta nascosta a tratti, a tratto mi ha sopraffatto. Continuava a indicarmi le cose dalla sua bassa prospettiva, da un punto di vista stretto, ostinato, un tunnel privo di grandangolo.
Oggi, lo schiaffo. Basta. Ti stai comportando male. Sei una stronza, traspare da molte cose. Eppure, non sembri proprio! No, in effetti non lo sono. Ma gli spigoli, le parti taglienti, il grugno e il mugugno sono insopportabili.
Tiriamo una riga, ma facciamolo una volta per tutte. In passato la riga è stato un braccio rotto, è stato un esperto del lavoro. Oggi, qualcosa di meno traumatico, risolta in una stretta di mano. Perchè le dita di una mano hanno strani modi di dare scosse, di schiaffeggiare anche quando non lo fanno.
Alla soglia dei quarant'anni, in un modo del tutto nuovo, ho avuto una gran bella lezione.
La bambina? L'abbiamo venduta al circo.
Questo 2019 può finalmente decollare.
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