Ho iniziato a sentirmi male giovedì scorso.
Di nuovo, dato che a inizio anno ho beccato l'influenza e la tosse non mi ha più abbandonato. Fa tanto vecchia zitella. Prima, solo zitella.
Giovedì è stata la cervicale, qualcosa che periodicamente mi fa girare la testa. Se non fosse che non riesco a guardare nemmeno lo schermo del pc, quando arriva, dovrei sentirmi anche contenta per questo stato che nessun altro essere di genere maschile non sa fare da molto. Il problema è che ho iniziato molto presto a starnutire, e questo no, non è sexy.
Venerdì, la mia collega Sharon deve aver ringraziato l'ampiezza della scrivania che mi ha tenuto a distanza di sicurezza da lei e ha contenuto una montagna di fazzolettini. Le stesse montagne che ho riprodotto a casa, dopo, e di notte.
Nel fine settimana c'è stata la trasferta a Trento, per lavoro. Che è andata bene grazie alla presenza di Federica, che mi ha distratto. Così, tra Vicks Medi Nait e lavoro, la sua compagnia mi ha dato la forza di andare e tornare, mangiando canederli in brodo a mezzogiorno. Buonissimi, per carità; un tantino vintage anche questi, però.
Così, senza olfatto e senza abbandonare i fazzolettini, ho passato il mio lunedì di riposo cercando di respirare nel modo migliore possibile, dormendo brevissimi sonni interrotti da desertificazioni continue della lingua. Il mio appuntamento di igiene dentale si è trasformato in una lotta all'ultimo respiro, in cui anche la paura di quella poltrona è passata in secondo piano.
Poi ho atteso il regalo di Natale di Fabiola come soluzione a questa condizione: una sauna, un bagno turco, una jacuzzi in una piccola spa avrebbero sicuramente fatto bene.
E così ho passato tre ore in una sorta di sdoppiamento della personalità, senza sentire nessun profumo, addentando a fatica due acini d'uva a causa dei denti. Ho cercato di resistere in sauna il più possibile, ma quando siamo passate al massaggio ho capito che qualcosa non si sbloccava. Ho aspettato il mio turno a pancia in giù, con il viso infilato nel buco del lettino, lottando per respirare. Grazie al cielo, la musica ha coperto le trentacinque deglutizioni al minuto e i tentativi di non far colare nulla dal naso.
Martedì sono tornata al lavoro, e Sharon ha di nuovo ringraziato l'azienda per la scelta degli arredi. Alcune colleghe, impietosite, mi hanno trascinato in pasticceria per un caffè e un dolcetto, ma la sensazione di essere un mucoso mostro della palude non se n'è andata. Anzi.
Mercoledì, la mia dottoressa mi ha prescritto un antistaminico e dei lavaggi nasali, che mi terrorizzano più del dentista. Continuo a non sentire odori, e in parte anche sapori: neanche il burro d'arachidi è riuscito a darmi un conforto. Figuriamoci il più brutto SanRemo degli ultimi cinque anni.
Ad un certo punto, mi si sono tappate pure le orecchie. Con un fischio continuo, chissà cosa succederà la prossima settimana...magari perderò un piede per strada.
Eppure, la vita continua. Devo chiudere il piano ferie di un intero anno. Ho cinque battesimi, una cresima, due venticinquesimi, tre viaggi, forse un matrimonio o forse due. Il mio compleanno e quello che desidero per me. A fine Gennaio, molto di questo 2019 ha già una forma definita.
E continua anche sui social, per i quali tutto è figo. Non mi interessa, dato che va di moda provare invidia insana anche per i sassi del vicino.
Per fortuna: è meglio che la modalità "mostro della palude" resti nascosta dai fazzolettini!
venerdì 8 febbraio 2019
mercoledì 30 gennaio 2019
Elogio della lentezza
Molti pensano che il mio lavoro negli stadi sia una passeggiata di piacere. Non è così, è solo la parte visibile di un lavoro più lungo, che inizia prima e finisce dopo, ma non importa, ho smesso di preoccuparmene.
Una parte di questo lavoro somiglia a quello di tutti gli altri. Una parte importante, come tutti gli altri: è quella che la costruzione della fiducia. Quella che deve nascere con le persone che vi andranno a lavorare, allo stadio, controllando che sia agibile, aprendone i cancelli, visionando documenti e borse, zaini, biglietti, indicando posti, rispondendo a domande, mantenendo un clima disteso.
Quella che nasce con le autorità. Perchè - svelo un segreto - io allo stadio non sono nessuno. E sarei anche inutile, se non fosse per la responsabilità che mi lega con il referente della società. E la mia facoltà di interagire al GOS.
Non vado a sedermi, allo stadio. Non ho un posto in prima fila. Anzi, in alcuni di loro, dove ho avuto il lusso di avere un ufficio, spesso non vedevo nè campo, nè tribune. Ma posso stare là dove si riunisce il Gruppo Operativo Sicurezza, dove ci sono le telecamere che vedono fino alla penna dentro un taschino e dove dialogano Croce Rossa, Carabinieri, Polizia, Polizia Locale, rappresentanti della Questura e della Prefettura, e Vigili del Fuoco.
Cremona è una città bellissima. In realtà, spesso percorro solo la strada che porta allo stadio e, fuori di lì, quella che riporta all'autostrada. Ho a che fare con circa duecento persone, con esigenze molto diverse; alcune di loro fingono di non capire, a volte qualcuno buca un impegno, spesso non leggono le mie comunicazioni...ma allo stadio tutto svanisce, grazie al carisma del Delegato, che li armonizza come farebbe un accordatore di violino. Un perfezionista spesso preso in giro proprio dalle autorità che si riuniscono al GOS, amabilmente. Perchè si conoscono da anni.
Sabato, però, lo scherno è toccato al referente dei Vigili del Fuoco. Da quanto tempo non lavi la divisa? , gli dicono. In effetti è sporca di olio, è vero. Ma dovevate vederla quando sono stato a L'Aquila. Era talmente bianca che sono serviti tre lavaggi.
L'Aquila. C'è stata anche mia sorella, per le opere d'arte, ma non poteva muoversi senza di voi. Anzi, spesso non poteva muoversi affatto, aspettava le opere d'arte in un luogo predisposto e le curava lì.
Sai, è stata l'esperienza più segnante della mia vita. Mi ricordo ancora il primo turno. Siamo arrivati alle quattro del pomeriggio, ci hanno assegnato un'area in centro, davanti alla Casa dello Studente. Era tutto raso al suolo. Quel primo turno finì alle cinque del mattino, ma non ce ne siamo accorti, del tempo. L'adrenalina non ci ha fatto fermare un minuto, e non ci ha poi mai abbandonato. Ci appoggiavamo ai mezzi, ci coprivamo gli occhi con le mani, mangiavamo qualcosa, ma poi ricominciavamo. Ho dormito dopo, a casa, lunghissime ore di fila.
Lì, davanti alla Casa dello Studente, c'erano anche i Carabinieri. Ce n'erano due, arrivati vestiti di tutto punto. C'erano due spazi vuoti, due parcheggi, e abbiamo deciso che sarebbero stati i punti di raccolta di tutti gli effetti personali che le macerie restituivano.
Abbiamo iniziato a spostare i mattoni, i calcinacci. Tutto veniva passato al setaccio, lentamente. Dopo quelle prime tredici ore, i parcheggi erano montagne di cose: effetti personali, catenine, anelli, portafogli. E quei due Carabinieri, ufficiali immobili a sorvegliare quegli averi, immobili nel prenderli in consegna, erano completamente bianchi, coperti di polvere.
L'Abruzzo è stupendo. Lui c'è stato più volte, in questi anni. A lavorare, ma ha approfittato anche per vederne un po', di quella Regione. Di portare la moglie in vacanza, di fare dei lunghissimi giri. Come a Santo Stefano in Sessanio. Borgo medievale di una bellezza commovente. Lesionato, semiabbandonato, perchè la paura ha scelto per alcuni dei suo abitanti.
Poi, un giorno, un ragazzo scandinavo ci è capitato in uno dei suoi giri a piedi. Sono molti gli stranieri che scelgono di viaggiare in Italia in questo modo, e il ragazzo, innamorato di quel luogo, tornò a casa, radunò il suo denaro, lasciò la Svezia e comprò molte di quelle case e mise in piedi uno degli alberghi diffusi più belli d'Italia. Ho fatto un giro su booking: mi è venuta voglia di partire subito. C'è anche un laghetto, lì vicino, con una Chiesa, della Madonna del Lago. Dopo il terremoto de L'Aquila la messa in sicurezza non è stata facile: il prete, indiano, non voleva aprire ai Vigili. E dopo Amatrice i danni sono aumentati.
Anche un altro paese, su un altro lago, è stato colpito due volte. Campotosto si affaccia su uno specchio d'acqua creato dall'uomo, ma non lo diresti mai. Il lago è bellissimo, il paese è bellissimo e si mangia divinamente (ma dove non è così?). Il primo terremoto lo affollato di crepe, ma il secondo lo ha raso al suolo. A camminarci in mezzo, si vedono i pavimenti delle case, dove case non sono più. Pavimenti bellissimi, rovine di un passato davvero troppo, troppo prossimo.
Ricostruire è un processo lento. Ricucire. Tornare. Non avere paura, provare fiducia.
Tutto sommato, una divisa così è meravigliosa. Non protegge dal freddo, ma dal fuoco. Non è pulita, è sporca d'olio. Ma va benissimo.
Ci sono molte ragioni per cui amo girare stadi e palazzetti nei miei fine settimana. C'è una costruzione, lenta, di rapporti, che non nasce all'improvviso. C'è il rispetto delle procedure, c'è l'importanza delle regole. C'è una lenta comprensione di un processo, ci sono le proposte per migliorarlo. C'è il rispetto dei ruoli. C'è la scoperta delle persone, oltre i ruoli. C'è la scelta di una divisa, ma c'è anche la vita, quella di tutti.
Tra queste, mi pare, non c'è la passeggiata di piacere.
Una parte di questo lavoro somiglia a quello di tutti gli altri. Una parte importante, come tutti gli altri: è quella che la costruzione della fiducia. Quella che deve nascere con le persone che vi andranno a lavorare, allo stadio, controllando che sia agibile, aprendone i cancelli, visionando documenti e borse, zaini, biglietti, indicando posti, rispondendo a domande, mantenendo un clima disteso.
Quella che nasce con le autorità. Perchè - svelo un segreto - io allo stadio non sono nessuno. E sarei anche inutile, se non fosse per la responsabilità che mi lega con il referente della società. E la mia facoltà di interagire al GOS.
Non vado a sedermi, allo stadio. Non ho un posto in prima fila. Anzi, in alcuni di loro, dove ho avuto il lusso di avere un ufficio, spesso non vedevo nè campo, nè tribune. Ma posso stare là dove si riunisce il Gruppo Operativo Sicurezza, dove ci sono le telecamere che vedono fino alla penna dentro un taschino e dove dialogano Croce Rossa, Carabinieri, Polizia, Polizia Locale, rappresentanti della Questura e della Prefettura, e Vigili del Fuoco.
Cremona è una città bellissima. In realtà, spesso percorro solo la strada che porta allo stadio e, fuori di lì, quella che riporta all'autostrada. Ho a che fare con circa duecento persone, con esigenze molto diverse; alcune di loro fingono di non capire, a volte qualcuno buca un impegno, spesso non leggono le mie comunicazioni...ma allo stadio tutto svanisce, grazie al carisma del Delegato, che li armonizza come farebbe un accordatore di violino. Un perfezionista spesso preso in giro proprio dalle autorità che si riuniscono al GOS, amabilmente. Perchè si conoscono da anni.
Sabato, però, lo scherno è toccato al referente dei Vigili del Fuoco. Da quanto tempo non lavi la divisa? , gli dicono. In effetti è sporca di olio, è vero. Ma dovevate vederla quando sono stato a L'Aquila. Era talmente bianca che sono serviti tre lavaggi.
L'Aquila. C'è stata anche mia sorella, per le opere d'arte, ma non poteva muoversi senza di voi. Anzi, spesso non poteva muoversi affatto, aspettava le opere d'arte in un luogo predisposto e le curava lì.
Sai, è stata l'esperienza più segnante della mia vita. Mi ricordo ancora il primo turno. Siamo arrivati alle quattro del pomeriggio, ci hanno assegnato un'area in centro, davanti alla Casa dello Studente. Era tutto raso al suolo. Quel primo turno finì alle cinque del mattino, ma non ce ne siamo accorti, del tempo. L'adrenalina non ci ha fatto fermare un minuto, e non ci ha poi mai abbandonato. Ci appoggiavamo ai mezzi, ci coprivamo gli occhi con le mani, mangiavamo qualcosa, ma poi ricominciavamo. Ho dormito dopo, a casa, lunghissime ore di fila.
Lì, davanti alla Casa dello Studente, c'erano anche i Carabinieri. Ce n'erano due, arrivati vestiti di tutto punto. C'erano due spazi vuoti, due parcheggi, e abbiamo deciso che sarebbero stati i punti di raccolta di tutti gli effetti personali che le macerie restituivano.
Abbiamo iniziato a spostare i mattoni, i calcinacci. Tutto veniva passato al setaccio, lentamente. Dopo quelle prime tredici ore, i parcheggi erano montagne di cose: effetti personali, catenine, anelli, portafogli. E quei due Carabinieri, ufficiali immobili a sorvegliare quegli averi, immobili nel prenderli in consegna, erano completamente bianchi, coperti di polvere.
L'Abruzzo è stupendo. Lui c'è stato più volte, in questi anni. A lavorare, ma ha approfittato anche per vederne un po', di quella Regione. Di portare la moglie in vacanza, di fare dei lunghissimi giri. Come a Santo Stefano in Sessanio. Borgo medievale di una bellezza commovente. Lesionato, semiabbandonato, perchè la paura ha scelto per alcuni dei suo abitanti.
Poi, un giorno, un ragazzo scandinavo ci è capitato in uno dei suoi giri a piedi. Sono molti gli stranieri che scelgono di viaggiare in Italia in questo modo, e il ragazzo, innamorato di quel luogo, tornò a casa, radunò il suo denaro, lasciò la Svezia e comprò molte di quelle case e mise in piedi uno degli alberghi diffusi più belli d'Italia. Ho fatto un giro su booking: mi è venuta voglia di partire subito. C'è anche un laghetto, lì vicino, con una Chiesa, della Madonna del Lago. Dopo il terremoto de L'Aquila la messa in sicurezza non è stata facile: il prete, indiano, non voleva aprire ai Vigili. E dopo Amatrice i danni sono aumentati.
Anche un altro paese, su un altro lago, è stato colpito due volte. Campotosto si affaccia su uno specchio d'acqua creato dall'uomo, ma non lo diresti mai. Il lago è bellissimo, il paese è bellissimo e si mangia divinamente (ma dove non è così?). Il primo terremoto lo affollato di crepe, ma il secondo lo ha raso al suolo. A camminarci in mezzo, si vedono i pavimenti delle case, dove case non sono più. Pavimenti bellissimi, rovine di un passato davvero troppo, troppo prossimo.
Ricostruire è un processo lento. Ricucire. Tornare. Non avere paura, provare fiducia.
Tutto sommato, una divisa così è meravigliosa. Non protegge dal freddo, ma dal fuoco. Non è pulita, è sporca d'olio. Ma va benissimo.
Ci sono molte ragioni per cui amo girare stadi e palazzetti nei miei fine settimana. C'è una costruzione, lenta, di rapporti, che non nasce all'improvviso. C'è il rispetto delle procedure, c'è l'importanza delle regole. C'è una lenta comprensione di un processo, ci sono le proposte per migliorarlo. C'è il rispetto dei ruoli. C'è la scoperta delle persone, oltre i ruoli. C'è la scelta di una divisa, ma c'è anche la vita, quella di tutti.
Tra queste, mi pare, non c'è la passeggiata di piacere.
lunedì 14 gennaio 2019
Dentro o fuori
Oggi ho ricevuto uno schiaffo.
Dopo aver piagnucolato per un sacco di tempo, qualche mese fa ho iniziato a picchiare i piedi. Ad agitare pugni, a mugugnare, corrucciata, agitando le braccia scompostamente.
Ma non a parlare.
Ho fatto lunghi monologhi con me stessa, lunghi e articolati, ma senza dar loro voce.
Ho parlato mille volte con me stessa, lasciando però che quei pensieri non avessero ordine e che perdessero ben presto la direzione.
Mi sono comportata come una lagna prima, come una monella dopo.
E ho sbagliato. Questa bambina capricciosa, incapace di essere domata, l'ho tenuta nascosta a tratti, a tratto mi ha sopraffatto. Continuava a indicarmi le cose dalla sua bassa prospettiva, da un punto di vista stretto, ostinato, un tunnel privo di grandangolo.
Oggi, lo schiaffo. Basta. Ti stai comportando male. Sei una stronza, traspare da molte cose. Eppure, non sembri proprio! No, in effetti non lo sono. Ma gli spigoli, le parti taglienti, il grugno e il mugugno sono insopportabili.
Tiriamo una riga, ma facciamolo una volta per tutte. In passato la riga è stato un braccio rotto, è stato un esperto del lavoro. Oggi, qualcosa di meno traumatico, risolta in una stretta di mano. Perchè le dita di una mano hanno strani modi di dare scosse, di schiaffeggiare anche quando non lo fanno.
Alla soglia dei quarant'anni, in un modo del tutto nuovo, ho avuto una gran bella lezione.
La bambina? L'abbiamo venduta al circo.
Questo 2019 può finalmente decollare.
Dopo aver piagnucolato per un sacco di tempo, qualche mese fa ho iniziato a picchiare i piedi. Ad agitare pugni, a mugugnare, corrucciata, agitando le braccia scompostamente.
Ma non a parlare.
Ho fatto lunghi monologhi con me stessa, lunghi e articolati, ma senza dar loro voce.
Ho parlato mille volte con me stessa, lasciando però che quei pensieri non avessero ordine e che perdessero ben presto la direzione.
Mi sono comportata come una lagna prima, come una monella dopo.
E ho sbagliato. Questa bambina capricciosa, incapace di essere domata, l'ho tenuta nascosta a tratti, a tratto mi ha sopraffatto. Continuava a indicarmi le cose dalla sua bassa prospettiva, da un punto di vista stretto, ostinato, un tunnel privo di grandangolo.
Oggi, lo schiaffo. Basta. Ti stai comportando male. Sei una stronza, traspare da molte cose. Eppure, non sembri proprio! No, in effetti non lo sono. Ma gli spigoli, le parti taglienti, il grugno e il mugugno sono insopportabili.
Tiriamo una riga, ma facciamolo una volta per tutte. In passato la riga è stato un braccio rotto, è stato un esperto del lavoro. Oggi, qualcosa di meno traumatico, risolta in una stretta di mano. Perchè le dita di una mano hanno strani modi di dare scosse, di schiaffeggiare anche quando non lo fanno.
Alla soglia dei quarant'anni, in un modo del tutto nuovo, ho avuto una gran bella lezione.
La bambina? L'abbiamo venduta al circo.
Questo 2019 può finalmente decollare.
giovedì 27 dicembre 2018
Il fantasma di Cornaredo
Siamo avanti, siamo all'avanguardia.
Siamo alternativi, siamo sempre nuovi, provocatori, siamo originali.
Siamo noi i migliori di tutti i tempi. Il passato ci fa un baffo.
O forse no.
Perchè, mentre stai cercando di non addormentarti dopo il pranzo delle feste, l'ennesimo, quello di Santo Stefano, salta fuori una storia incredibile del passato che sovverte la percezione di essere, oggi, tutto e il contrario di tutto.
Si scherzava sul fatto di andare in pensione a quarant'anni, insieme al fratello di mio cognato. C'era anche Paolo, con le sue gemelle di poco più di un anno. Cosa possiamo fare per monetizzare? Vome possiamo fare per smettere di lavorare e senza reddito di cittadinanza?
Si dovrebbe avere un'idea geniale, come quella del fantasma di Cornaredo.
Come, prego?
Ed ecco la storia di questo pazzo geniale. Nel 1971, a Cornaredo, un uomo appariva sul muro del cimitero. Come spesso accade, i ricordi dei presenti si contraddicono, ma la sostanza è questa. Era nudo? Chi lo sa. Sicuramente si copriva con un lenzuolo bianco. Ma tutte le sere? No, non c'era regolarità nelle apparizioni, nè sugli orari. Appariva in modo imprevedibile, a orari sempre diversi.
E il pubblico cresceva. Faceva caldo, e i ragazzi si davano appuntamento fuori dal cimitero. Dove andiamo stasera? Ma al cimitero di Cornaredo, ovviamente.
I bar erano sempre pieni. E, addirittura, davanti al luogo dell'eterno riposo erano comparsi pure i camioncini dei panini. Dove si va, in questa calda notte di Settembre? Ma a Cornaredo! A vedere - o a non vedere - quel velocissimo ragazzo saltare sul muro e tra le tombe, seduto su un muretto, o nel campo, o ai tavolini del paese, ma insieme.
La storia divenne così famosa che un giornalista, Romolo Amicarella, riuscì a portarla all'attenzione nazionale. Il genio di bianco coperto non venne mai acchiappato ? No, assicurano i presenti. I Carabinieri arrivavano, spesso tardi, o spesso non lo trovavano. Probabilmente una tomba semi aperta e un anfratto buio giocava a favore del fantasma, che scompariva sotto i loro occhi. Fino alla prossima esibizione. Mi piace pensare all'adrenalina di questo performer sconosciuto, la pianificazione della sua messa in scena, il brivido di correre davanti ad un pubblico altrettanto carico di quella piccola eccitazione, di quel piccolo brivido per la scorrettezza, per la non convenzionalità. Per qualcosa che non si fa, ma non fa male a nessuno.
No, non ci inventiamo nulla; ma noi "ragazzi" ci siamo divertiti molto a pensare come sarebbe stato oggi, senza macchine fotografiche analogiche ma con strumenti diversi. Forse la magia e il divertimento sarebbero spariti subito, rivelati da occhi tecnologicamente più avanzati, ma sai il business, Paolo?
Siamo poi così diversi dai quei giovani di 47 anni fa?
Siamo alternativi, siamo sempre nuovi, provocatori, siamo originali.
Siamo noi i migliori di tutti i tempi. Il passato ci fa un baffo.
O forse no.
Perchè, mentre stai cercando di non addormentarti dopo il pranzo delle feste, l'ennesimo, quello di Santo Stefano, salta fuori una storia incredibile del passato che sovverte la percezione di essere, oggi, tutto e il contrario di tutto.
Si scherzava sul fatto di andare in pensione a quarant'anni, insieme al fratello di mio cognato. C'era anche Paolo, con le sue gemelle di poco più di un anno. Cosa possiamo fare per monetizzare? Vome possiamo fare per smettere di lavorare e senza reddito di cittadinanza?
Si dovrebbe avere un'idea geniale, come quella del fantasma di Cornaredo.
Come, prego?
Ed ecco la storia di questo pazzo geniale. Nel 1971, a Cornaredo, un uomo appariva sul muro del cimitero. Come spesso accade, i ricordi dei presenti si contraddicono, ma la sostanza è questa. Era nudo? Chi lo sa. Sicuramente si copriva con un lenzuolo bianco. Ma tutte le sere? No, non c'era regolarità nelle apparizioni, nè sugli orari. Appariva in modo imprevedibile, a orari sempre diversi.
E il pubblico cresceva. Faceva caldo, e i ragazzi si davano appuntamento fuori dal cimitero. Dove andiamo stasera? Ma al cimitero di Cornaredo, ovviamente.
I bar erano sempre pieni. E, addirittura, davanti al luogo dell'eterno riposo erano comparsi pure i camioncini dei panini. Dove si va, in questa calda notte di Settembre? Ma a Cornaredo! A vedere - o a non vedere - quel velocissimo ragazzo saltare sul muro e tra le tombe, seduto su un muretto, o nel campo, o ai tavolini del paese, ma insieme.
La storia divenne così famosa che un giornalista, Romolo Amicarella, riuscì a portarla all'attenzione nazionale. Il genio di bianco coperto non venne mai acchiappato ? No, assicurano i presenti. I Carabinieri arrivavano, spesso tardi, o spesso non lo trovavano. Probabilmente una tomba semi aperta e un anfratto buio giocava a favore del fantasma, che scompariva sotto i loro occhi. Fino alla prossima esibizione. Mi piace pensare all'adrenalina di questo performer sconosciuto, la pianificazione della sua messa in scena, il brivido di correre davanti ad un pubblico altrettanto carico di quella piccola eccitazione, di quel piccolo brivido per la scorrettezza, per la non convenzionalità. Per qualcosa che non si fa, ma non fa male a nessuno.
No, non ci inventiamo nulla; ma noi "ragazzi" ci siamo divertiti molto a pensare come sarebbe stato oggi, senza macchine fotografiche analogiche ma con strumenti diversi. Forse la magia e il divertimento sarebbero spariti subito, rivelati da occhi tecnologicamente più avanzati, ma sai il business, Paolo?
Siamo poi così diversi dai quei giovani di 47 anni fa?
venerdì 23 novembre 2018
25 Novembre sempre
Un giorno lui se ne andò.
Un giorno come tanti, un giorno uguale ad altri, un giorno senza particolari ricorrenze, senza ricordi di dolore, lui uscì di casa e non tornò.
Nessun presentimento, nessun indizio da collegare anche a posteriori, con il senno di poi. Nessuna avvisaglia di un abbandono improvviso, immotivato, senza alcun messaggio.
Se ne andò e basta.
E, visto che un uomo non è un'isola, si cercò una ragione nella famiglia, che fece muro e non volle dare spiegazioni. Negli amici molto meno, perchè quando una donna subisce un abbandono di questo genere può reagire in modi completamente differenti. E questa donna, di fronte a un'azione del genere, scelse di non parlare. Un silenzio pieno di rumore, però. Il frastuono di domande, l'uragano interiore che travolge. Lei rimase inchiodata, apparentemente immobile. Doveva pensare a un passo davanti all'altro, doveva ricordare a se stessa, tutti i momenti, che la terra sotto i piedi la teneva lì agganciata, mentre dentro tutto il resto la trascinava via.
I giorni, le settimane, i mesi passarono. Anni insieme, un matrimonio. una condivisione bruscamente interrotta, come se non ci fosse mai stata. Un ramo tranciato di netto. Una frattura. Un pezzo di vita che perde improvvisamente senso.
poi lui tornò, come se niente fosse. Aveva bisogno di pensare, disse. Una spiegazione assurda, mostruosa. Inaccettabile, per lei. Lei che continuava a vivere nel suo vento tempestoso e non poteva crederci. Le avrebbe tolto l'equilibrio che aveva precariamente conservato. Le avrebbe tolto la terra sotto i piedi.
Ma lì iniziò la violenza. Appostamenti lunghissimi fuori da casa, messaggi, chiamate. Tantissime, a tutte le ore. Lui era ovunque. La inseguiva ovunque, la osservava sempre. Lei continuò a tacere. Sai, la gente non capisce. Se parli con qualcuno, la colpa è anche tua. Avrai pur fatto qualcosa, no? Chissà cosa hai combinato. Te lo sarai meritato.
Lei trovò soluzioni senza dover dare troppe spiegazioni. Il corso in palestra? Passa tu a prendermi, per favore, sei di strada. La spesa con la madre, sempre. Gli amici a casa mia. Il tragitto casa-lavoro e pochissimo di più.
Ma una sera lei rientrò in casa e la trovò devastata. il divano sventrato, le applique sradicate dal muro, gli armadi aperti, tutto sparso in giro. Persino le piastrelle rotte, i mobili graffiati, le ante sradicate, lo specchio in frantumi. No, non erano ladri. Non erano zingari. Erano le chiavi del marito che ancora aprivano la porta.
Lei non disse nulla. Nemmeno alla propria famiglia. Si affidò a pochissime persone di grandissima fiducia, fece ordine, cambiò la serratura e piano piano rimise tutto a posto. Chiese la separazione e aprì le pratiche del divorzio breve. Non aveva più bisogno di pensare a come stare in piedi: adesso sapeva come camminare, che direzione prendere. Ci furono mille ostacoli, il divorzio non voleva essere concesso. Ricomparve la famiglia da dietro un muro, l'apparenza prima di tutto.
Lei promise a se stessa di non ricadere più nello stesso errore. L'amore non esiste, posso farne a meno se è questo, se può portare a questo. Ma non rimase da sola. Gli appostamenti non finirono, continuarono con una discontinuità ancora più sconfortante di prima. E quella sensazione di essere continuamente osservata, spiata, seguita, non finì. Quindi lei decise di convivere con un'altra persona. Ci stava bene, ma non era amore. Lei lo disse, a quelle fidatissime persone. E continuò a tacere.
Ma la vita restituisce in modi del tutto imprevedibili. Lei si accorse, lentamente, con stupore, delle attenzioni di una persona che, come lei, aveva scelto il silenzio, per i propri sentimenti. Una persona che lei conosceva da sempre, una persona che l'aveva sempre amata. Che forse aveva bisogno di tempo, di consapevolezza, per capire che l'avrebbe protetta per sempre, che sarebbe stata in grado di dare a lei quell'amore che non nasconde un lato oscuro. Anche lui aveva bisogno di tempo. O forse rispettò solo quelli di lei, aspettò che lei camminasse un'altra volta, da sola e definitivamente, senza più bisogno di nessuno accanto. Aspettò che il rumore di fondo cessasse, che lei aprisse gli occhi e che il suo sguardo fosse di nuovo pronto a guardare l'orizzonte. E da questa nuova vita ne nascerà un'altra.
Questa è una storia di pura invenzione. O forse no. Chissà.
Il vero protagonista è il silenzio. Quello rumoroso di mille domande, quello dei pianti contro il cuscino, quello che non fa pensare lucidamente. E' quello carico di sensi di colpa, di analisi continue.
E' quello della vergogna. E' quello imposto dalla società che non deve sapere, perchè è sicuramente colpa tua. No, non è un'ipotesi tra tante: è una condanna scritta e già emessa. La lettera scarlatta che prima o poi qualcuno tira fuori con il sorriso storto di chi la sa lunga, di chi ne sa di più.
Il segreto è camminarci sopra. La propria direzione, un passo avanti all'altro, lo sguardo verso l'orizzonte, io al centro. Quel rumore svanirà del tutto. Perchè, in realtà, non dovrebbe nemmeno esserci, se non fosse per il giudizio continuo che la nostra mente si trova ad avere costantemente a che fare.
Un giorno come tanti, un giorno uguale ad altri, un giorno senza particolari ricorrenze, senza ricordi di dolore, lui uscì di casa e non tornò.
Nessun presentimento, nessun indizio da collegare anche a posteriori, con il senno di poi. Nessuna avvisaglia di un abbandono improvviso, immotivato, senza alcun messaggio.
Se ne andò e basta.
E, visto che un uomo non è un'isola, si cercò una ragione nella famiglia, che fece muro e non volle dare spiegazioni. Negli amici molto meno, perchè quando una donna subisce un abbandono di questo genere può reagire in modi completamente differenti. E questa donna, di fronte a un'azione del genere, scelse di non parlare. Un silenzio pieno di rumore, però. Il frastuono di domande, l'uragano interiore che travolge. Lei rimase inchiodata, apparentemente immobile. Doveva pensare a un passo davanti all'altro, doveva ricordare a se stessa, tutti i momenti, che la terra sotto i piedi la teneva lì agganciata, mentre dentro tutto il resto la trascinava via.
I giorni, le settimane, i mesi passarono. Anni insieme, un matrimonio. una condivisione bruscamente interrotta, come se non ci fosse mai stata. Un ramo tranciato di netto. Una frattura. Un pezzo di vita che perde improvvisamente senso.
poi lui tornò, come se niente fosse. Aveva bisogno di pensare, disse. Una spiegazione assurda, mostruosa. Inaccettabile, per lei. Lei che continuava a vivere nel suo vento tempestoso e non poteva crederci. Le avrebbe tolto l'equilibrio che aveva precariamente conservato. Le avrebbe tolto la terra sotto i piedi.
Ma lì iniziò la violenza. Appostamenti lunghissimi fuori da casa, messaggi, chiamate. Tantissime, a tutte le ore. Lui era ovunque. La inseguiva ovunque, la osservava sempre. Lei continuò a tacere. Sai, la gente non capisce. Se parli con qualcuno, la colpa è anche tua. Avrai pur fatto qualcosa, no? Chissà cosa hai combinato. Te lo sarai meritato.
Lei trovò soluzioni senza dover dare troppe spiegazioni. Il corso in palestra? Passa tu a prendermi, per favore, sei di strada. La spesa con la madre, sempre. Gli amici a casa mia. Il tragitto casa-lavoro e pochissimo di più.
Ma una sera lei rientrò in casa e la trovò devastata. il divano sventrato, le applique sradicate dal muro, gli armadi aperti, tutto sparso in giro. Persino le piastrelle rotte, i mobili graffiati, le ante sradicate, lo specchio in frantumi. No, non erano ladri. Non erano zingari. Erano le chiavi del marito che ancora aprivano la porta.
Lei non disse nulla. Nemmeno alla propria famiglia. Si affidò a pochissime persone di grandissima fiducia, fece ordine, cambiò la serratura e piano piano rimise tutto a posto. Chiese la separazione e aprì le pratiche del divorzio breve. Non aveva più bisogno di pensare a come stare in piedi: adesso sapeva come camminare, che direzione prendere. Ci furono mille ostacoli, il divorzio non voleva essere concesso. Ricomparve la famiglia da dietro un muro, l'apparenza prima di tutto.
Lei promise a se stessa di non ricadere più nello stesso errore. L'amore non esiste, posso farne a meno se è questo, se può portare a questo. Ma non rimase da sola. Gli appostamenti non finirono, continuarono con una discontinuità ancora più sconfortante di prima. E quella sensazione di essere continuamente osservata, spiata, seguita, non finì. Quindi lei decise di convivere con un'altra persona. Ci stava bene, ma non era amore. Lei lo disse, a quelle fidatissime persone. E continuò a tacere.
Ma la vita restituisce in modi del tutto imprevedibili. Lei si accorse, lentamente, con stupore, delle attenzioni di una persona che, come lei, aveva scelto il silenzio, per i propri sentimenti. Una persona che lei conosceva da sempre, una persona che l'aveva sempre amata. Che forse aveva bisogno di tempo, di consapevolezza, per capire che l'avrebbe protetta per sempre, che sarebbe stata in grado di dare a lei quell'amore che non nasconde un lato oscuro. Anche lui aveva bisogno di tempo. O forse rispettò solo quelli di lei, aspettò che lei camminasse un'altra volta, da sola e definitivamente, senza più bisogno di nessuno accanto. Aspettò che il rumore di fondo cessasse, che lei aprisse gli occhi e che il suo sguardo fosse di nuovo pronto a guardare l'orizzonte. E da questa nuova vita ne nascerà un'altra.
Questa è una storia di pura invenzione. O forse no. Chissà.
Il vero protagonista è il silenzio. Quello rumoroso di mille domande, quello dei pianti contro il cuscino, quello che non fa pensare lucidamente. E' quello carico di sensi di colpa, di analisi continue.
E' quello della vergogna. E' quello imposto dalla società che non deve sapere, perchè è sicuramente colpa tua. No, non è un'ipotesi tra tante: è una condanna scritta e già emessa. La lettera scarlatta che prima o poi qualcuno tira fuori con il sorriso storto di chi la sa lunga, di chi ne sa di più.
Il segreto è camminarci sopra. La propria direzione, un passo avanti all'altro, lo sguardo verso l'orizzonte, io al centro. Quel rumore svanirà del tutto. Perchè, in realtà, non dovrebbe nemmeno esserci, se non fosse per il giudizio continuo che la nostra mente si trova ad avere costantemente a che fare.
giovedì 15 novembre 2018
Caviale per Natale
Mi è stato chiesto di pensare a cosa desidero ricevere per Natale.
La storia della wishlist è sicuramente scritta anche qui, da qualche parte.
Ogni anno esprimo desideri piccoli e grandi e grandissimi, li avrò pure fermati sul blog, uno di questi anni!
In casa conservo anche quella che mi serve a completare la casa in cui vivo, senza includere il rene che avevo promesso nei miei primissimi post.
Al momento mi viene in mente una scatolina di caviale. Ma vero, però. Non uova di lompo.
Perchè a Natale è sempre così. Chiedevi pantajazz e arrivavano fuseaux. Il pellicciotto sintetico era una mantella. Il silkepìl arrivava di un'altra marca.
Chissà perchè. Probabilmente, sono sempre stata quella del "vabbè tanto è uguale".
Anni a dissimulare piccole delusioni, con una faccia che non riesce a nasconderle.
Anni ad essere considerata una piccola ingrata, forse.
Anche se poi, a ben pensarci, i fuseaux li ho usati ugualmente, così come la mantella e l'epilatore, fino a sfinirlo. Così come i collant con la fascia contenitiva (non adesso, che servirebbero a comprimere qualsiasi cosa, ma a vent'anni, quando non c'era nulla da rimodellare), come la borsetta paralimpica, come il maglione bianco del mercato, il bagnoschiuma dall'aroma esagerato.
Ho onorato fino in fondo il pensiero laterale avuto nei miei confronti, perchè...chi lo sa. Mi hanno insegnato così. Mi sembrava comunque giusto. Non potevo non farlo.
Oggi non ricevo più tanti regali. Giustamente. Finalmente, anche.
Sfortunatamente, non è aumentata la capacità di acquisto tanto da provvedere da me.
Il rene ce l'ho ancora, ad esempio, ma la casa è ancora incompleta.
L'importante, però, è continuare a guardare l'orizzonte, no?
mercoledì 14 novembre 2018
Razzismi al contrario
Non c'è un modo semplice per spiegare un viaggio a Capo Verde. Il secondo, per giunta.
Non saprei se definirlo in Africa, anche se una delle squadre di calcio delle Isola si chiama Africa Show. Del resto, anche loro non si definiscono africani, ma ci tengono a puntualizzare la loro essenza capoverdiana con una certa fierezza. La loro è una storia particolare, fatta di conquiste, fortini, passaggi di navi negriere, impero del sale, punto fondamentale del commercio portoghese nel mondo imperialista.
E non posso nemmeno generalizzare sulla nazione, ma parlare solo di Boa Vista. Certo, intere carriere sono basate sul nulla, ma mi sfilo molto volentieri (e poi...che carriera?). E quindi Boa. Rabìl per atterrare in un aeroporto praticamente senza tetto e per partecipare ad una bellissima festa di paese, Sal Rei per abitare, un fuoristrada per girare.
Mentre arrivavo in aereo, maledicendo gli alisei, il vento contrario, le turbolenze, sudando come un maialetto sullo spiedo e senza potermi attaccare a nessuno, mi chiedevo come avrei replicato. Si replica, di un viaggio nello stesso luogo? Cosa cambia, oltre all'aspettativa?
Non lo so. Mi sono immediatamente accorta quanto quella prima volta mi aveva lasciato. Il vento, ancora e su tutto. La strada da percorrere a piedi verso la spiaggia, le vie che cambio di continuo, la panetteria e l'asilo. La chiesa a lato della piazza, serve taxi? La scuola di capoeira e la nuova clinica. E la sabbia, e il mare.
Com'è?, mi hanno chiesto in tanti. E' la contraddizione di una città che cresce in disordine, tra facciate di tutti i colori e muri diroccati, vie ferme all'800 e hotel nuovi, una baraccopoli sempre più grande, i pulmini dei lavoratori verso gli sterminati villaggi, la spazzatura e la pulizia, la proposta varia ma in piccole quantità.
E la vitalità, il calcio e la musica e il kite, le escursioni, i quad, lo snorkeling, il windsurf. Case, appartamenti, B&B. Artigianato locale nascosto da quello di importazione. Bazar cinesi, birre gelate da 25 cl, riso e pesce e carne. Asini che traversano la strada.
Ma c'è molto di più. C'è qualcosa sopra. Il mare, la sabbia, il deserto. Piste, che ne ricalcano alcune da secoli, che percorrono letti asciutti di fiumi. Muri a secco di case senza più tetti.
C'è la Terra che respira, a Capo Verde. Ed è questo respiro, questo soffio continuo che il vento porta all'orecchio, scombina i capelli, stropiccia i vestiti, asciuga l'acqua del mare che chiama e chiede di fermarsi, di valutare l'importanza del superfluo, di restare.
Restare da stranieri, però. Perchè, nonostante l'Europa sia decisamente presente, è comunque lontana, e tu sei comunque un bianco che dee fare più file di altri, anche quelle che gli altri saltano. Che devi avere a che fare con tutta la burocrazia possibile, che altri non hanno. E' un po' come sperimentare un razzismo al contrario, capire cosa vuol dire essere in minoranza e non avere troppa solidarietà. Ma quello diventa il tuo posto, quella diventa la battaglia.
C'è una realtà, quella in cui siamo immersi, che mentre la viviamo ci sembra l'unica possibile.
Ma non è così. Ognuno di noi a molte possibilità, anche della stessa realtà che ci sembra impossibile da modificare. I viaggi sono un'ottima opportunità per scoprire che la vita può essere affrontata in molti modi. Boa Vista non fa giri di parole. Ma siamo pronti a liberarci del superfluo?
Non saprei se definirlo in Africa, anche se una delle squadre di calcio delle Isola si chiama Africa Show. Del resto, anche loro non si definiscono africani, ma ci tengono a puntualizzare la loro essenza capoverdiana con una certa fierezza. La loro è una storia particolare, fatta di conquiste, fortini, passaggi di navi negriere, impero del sale, punto fondamentale del commercio portoghese nel mondo imperialista.
E non posso nemmeno generalizzare sulla nazione, ma parlare solo di Boa Vista. Certo, intere carriere sono basate sul nulla, ma mi sfilo molto volentieri (e poi...che carriera?). E quindi Boa. Rabìl per atterrare in un aeroporto praticamente senza tetto e per partecipare ad una bellissima festa di paese, Sal Rei per abitare, un fuoristrada per girare.
Mentre arrivavo in aereo, maledicendo gli alisei, il vento contrario, le turbolenze, sudando come un maialetto sullo spiedo e senza potermi attaccare a nessuno, mi chiedevo come avrei replicato. Si replica, di un viaggio nello stesso luogo? Cosa cambia, oltre all'aspettativa?
Non lo so. Mi sono immediatamente accorta quanto quella prima volta mi aveva lasciato. Il vento, ancora e su tutto. La strada da percorrere a piedi verso la spiaggia, le vie che cambio di continuo, la panetteria e l'asilo. La chiesa a lato della piazza, serve taxi? La scuola di capoeira e la nuova clinica. E la sabbia, e il mare.
Com'è?, mi hanno chiesto in tanti. E' la contraddizione di una città che cresce in disordine, tra facciate di tutti i colori e muri diroccati, vie ferme all'800 e hotel nuovi, una baraccopoli sempre più grande, i pulmini dei lavoratori verso gli sterminati villaggi, la spazzatura e la pulizia, la proposta varia ma in piccole quantità.
E la vitalità, il calcio e la musica e il kite, le escursioni, i quad, lo snorkeling, il windsurf. Case, appartamenti, B&B. Artigianato locale nascosto da quello di importazione. Bazar cinesi, birre gelate da 25 cl, riso e pesce e carne. Asini che traversano la strada.
Ma c'è molto di più. C'è qualcosa sopra. Il mare, la sabbia, il deserto. Piste, che ne ricalcano alcune da secoli, che percorrono letti asciutti di fiumi. Muri a secco di case senza più tetti.
C'è la Terra che respira, a Capo Verde. Ed è questo respiro, questo soffio continuo che il vento porta all'orecchio, scombina i capelli, stropiccia i vestiti, asciuga l'acqua del mare che chiama e chiede di fermarsi, di valutare l'importanza del superfluo, di restare.
Restare da stranieri, però. Perchè, nonostante l'Europa sia decisamente presente, è comunque lontana, e tu sei comunque un bianco che dee fare più file di altri, anche quelle che gli altri saltano. Che devi avere a che fare con tutta la burocrazia possibile, che altri non hanno. E' un po' come sperimentare un razzismo al contrario, capire cosa vuol dire essere in minoranza e non avere troppa solidarietà. Ma quello diventa il tuo posto, quella diventa la battaglia.
C'è una realtà, quella in cui siamo immersi, che mentre la viviamo ci sembra l'unica possibile.
Ma non è così. Ognuno di noi a molte possibilità, anche della stessa realtà che ci sembra impossibile da modificare. I viaggi sono un'ottima opportunità per scoprire che la vita può essere affrontata in molti modi. Boa Vista non fa giri di parole. Ma siamo pronti a liberarci del superfluo?
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