Al giudizio degli altri non c'è rimedio.
Quando compri una casa, a trent'anni, da sola, in un paese, subisci fin dalla prima riunione condominiale le occhiate diffidenti delle giovani coppie che già affollano le porte accanto, sopra e sotto le tue. Cattivelle se sono femminili, con una percentuale variabile di curiosità quelle maschili.
La diffidenza non abbandona mai i condomini: neanche se la tua casa è sempre chiusa, se non inviti nessuno, se butti via la spazzatura nel giorno giusto, esponendola la sera tardi e recuperando il vuoto al mattino presto. Dividendo perfettamente secondo la più ortodossa raccolta differenziata. Tacendo, per sei anni, la radio sparata a tutto volume a tutte le ore sotto le tue finestre (che affacciano sui garage e sul cancello di entrata), i bambini che piangono a tutte le ore e le urla di chi pensa di abitare un atollo atlantico da solo. L'unica che non ti guarda storto è la Luigia. Che non è più fertile da qualche decennio.
Ora che le battute sulla zitellaggine sono placate (non esistono single fuori da Milano) ci pensa l'editto di un Ministro a rinfocolare altri tipi di vituperio. Ora c'è la fertilità responsabile. Ma si somma alla religione, che è cosa buona e giusta? Cioè, la convivenza è ammessa oppure come faceva una mia conoscente quando facevamo notare che il figlio viveva con la morosa prima del matrimonio urlava come una matta? Aumenteranno i matrimonio e saranno vietati separazioni e divorzi per tutelare la futura prole? Ci saranno tempi e tabellari da rispettare? Il bene comune va diviso?
A parte gli scherzi. Non ho drammi personali da esporre. Non ho nemmeno istinti materni da esibire, ma sono una donna (ancora una volta, mi sento di dire grazie al cielo, nonostante questo provenga da una ministra). E ho amiche mamme, e non. E ho amiche che soffrono, se non riescono a esserlo. Ci sono sofferenze che condizionano la felicità di una vita e la mancanza di un figlio per svariati motivi è uno di questi. Non mi sembra poco, non mi sembra leggero come questo spot pubblicitario del Giorno della Fertilità (ho capito perchè non hanno usato l'Italiano: fa tanto di paganesimo e anche gli atei sono ancora una categoria odiosa, per questo 2016).
Mi interessa il futuro di questi pargoli voluti dal regim...dal Ministero. Non sono l'unica, ne sono sicura. Aspetto i pacchi. Quelli maschili per par condicio; mi augurerei che fossero pacchetti di contributi, ma temo proprio che saranno solo sòle.
mercoledì 31 agosto 2016
lunedì 22 agosto 2016
Uno zar al giorno!
Sono finite, finalmente!
Lo ha detto mia madre ieri, quando le ho detto che all'una di notte ci sarebbe stata la cerimonia di chiusura.
Ma dai, perchè questa avversione?
Perchè ha sconvolto tutto: impossibile avere altre notizie...
Ha ragione. E che bello. Le Olimpiadi sono state una festa, allora. Capace di interrompere la routine, capace di essere davvero grande evento. Certo, non è più come quando ci si ritrovava tutti al bar a vedere quella partita. O ancora prima, quando non tutti avevano la tv. Ma l'evento è stato tale.
E non solo quello: anche gli atleti. Abbiamo scoperto persone straordinarie. Straordinariamente normali. E simpatiche! E il nostro idolo è subito diventato quello cui offriremmo una media nel nostro pub preferito, tatuato bestemmiatore dallo sguardo guerriero. O il ventenne che si gasa e gonfia il petto come un pischello all'aperitivo. O quello che, urtato, cade dalla bici e poi vince in pista sul favorito e piange a dirotto. O quello che fa volare la maschera e si piazza braccia al cielo davanti al pubblico prima che il giudice convalidi l'ultima stoccata.
Oh, simpatici proprio. Chi lo avrebbe mai detto. Ora, da bravi, tornate nelle vostre nicchie. Dove fare un altro mestiere per pagare il vostro costosissimo sport declassato quasi a hobby, o dove vi rifugiate sotto l'ala protettiva di qualche Arma perchè non ci sono altre possibilità.
Così, noi torneremo al nostro calcio fatto di capitani non capitani, discorsi preparati e riproposti in Italiani creativi a giornalisti che non fanno domande scomode, mandati in onda in trasmissioni in cui la sostanza è partecipare.
E tra quattro anni torneremo a stupirci di quanto spontanei siano i nostri Italiani in gara.
Lo ha detto mia madre ieri, quando le ho detto che all'una di notte ci sarebbe stata la cerimonia di chiusura.
Ma dai, perchè questa avversione?
Perchè ha sconvolto tutto: impossibile avere altre notizie...
Ha ragione. E che bello. Le Olimpiadi sono state una festa, allora. Capace di interrompere la routine, capace di essere davvero grande evento. Certo, non è più come quando ci si ritrovava tutti al bar a vedere quella partita. O ancora prima, quando non tutti avevano la tv. Ma l'evento è stato tale.
E non solo quello: anche gli atleti. Abbiamo scoperto persone straordinarie. Straordinariamente normali. E simpatiche! E il nostro idolo è subito diventato quello cui offriremmo una media nel nostro pub preferito, tatuato bestemmiatore dallo sguardo guerriero. O il ventenne che si gasa e gonfia il petto come un pischello all'aperitivo. O quello che, urtato, cade dalla bici e poi vince in pista sul favorito e piange a dirotto. O quello che fa volare la maschera e si piazza braccia al cielo davanti al pubblico prima che il giudice convalidi l'ultima stoccata.
Oh, simpatici proprio. Chi lo avrebbe mai detto. Ora, da bravi, tornate nelle vostre nicchie. Dove fare un altro mestiere per pagare il vostro costosissimo sport declassato quasi a hobby, o dove vi rifugiate sotto l'ala protettiva di qualche Arma perchè non ci sono altre possibilità.
Così, noi torneremo al nostro calcio fatto di capitani non capitani, discorsi preparati e riproposti in Italiani creativi a giornalisti che non fanno domande scomode, mandati in onda in trasmissioni in cui la sostanza è partecipare.
E tra quattro anni torneremo a stupirci di quanto spontanei siano i nostri Italiani in gara.
venerdì 19 agosto 2016
#sevuoipuoi. Prove di cambiamento consapevole
Allora, ho iniziato una dieta.
Non che non ci avessi provato, prima. Ma adesso l'ho iniziata sul serio. Mi sono segnata la data: 2 agosto. Mi sono segnata anche il peso. Ma quello evito di scriverlo.
Il motivo è semplice: non ho trovato più scuse.
E dire che di scuse ne ho sempre avute tantissime.
Da adolescente ero snella, pur non piacendomi per niente. Non ho fatto alcuna fatica a superare la fase ormonale che mi ha creato ogni altro tipo di problema, ma non l'aumento di peso. E in quell'unica certezza ho riposto la cieca fiducia che ormai era fatta per la vita. Ciecatissima.
Anche perchè era un bello "essere snello": non troppo, con delle belle gambine e un bel fondoschiena, tanto che gli amici non mancavano di rimarcarlo. Mi sono cullata nella certezza che nulla sarebbe cambiato anche quando, intorno ai 21 anni, ho smesso di fare lo sport che avevo sempre praticato. E ho smesso di usare la bicicletta che non mi aveva mai abbandonato, nemmeno con la neve.
Quindi, ero snella e pigra.
Poi avevo scelto una scuola impegnativa, per cui il Liceo mi ha fatto allontanare subito dalla ginnastica artistica (magari, un altro paio d'anni), e mi stancava tutto parecchio. Sono una dormigliona, e avevo sempre sonno. E dopo, l'università non ha cambiato di molto queste abitudini.
Ho iniziato a uscire, sono entrata nel magico mondo dei cocktail senza pensare che, forse, questo nuovo stile di vita avrebbe lasciato dei segni dietro. Tipo nella zona delle coulotte de cheval.
Oh, poi mi sono fidanzata e ho fatto un mucchio di cose: viaggi, lavori, un po' di politica. Lo sport scivolava sempre in ultima posizione e spesso neanche si classificava.
E dopo, a 25 anni, quando ho smesso con i lavori saltuari e mi sono laureata, ho iniziato a lavorare su turni, diversi ogni giorno e mai uguali alla settimana precedente. 11 anni di turni che hanno inciso sul metabolismo.
E infine, la genetica mi ha rivelato che no, non ero esattamente così come pensavo di essere. Da adolescente, quello sarebbe stato un colpo ferale. E invece io ho finto di non capire. Per anni. Arrotondandomi sempre di più, visto che l'altezza si è presto arrestata.
Quel lavoro che ho cercato di inseguire per 11 anni non si è rivelato premiante. No sono diventata una grassa giornalista dalle guance rosse avvolta in caftani variopinti, piena di benefit e con il tassista ormai di fiducia e una precedenza di acquisto in Porta Nuova. Quindi sono ricaduta pesantemente sul mio non più culetto e ho prima dovuto fare i conti su un cambio di programma. O forse, anche questa è una scusa.
E adesso? 2 Agosto. Non me ne voglia l'istruttore di palestra pieno di consigli, l'amico che mi iscriveva a mia insaputa (solo quello, niente case al Colosseo) al corso di nuoto (ma che mi ha parlato per la prima volta della dea Costanza), la naturopata che ha ipotizzato delle intolleranze quando lo stress mi gonfia a zampogna ma che non ho ancora individuato. E nemmeno la bravissima nutrizionista che mi ha fatto fare il primo vero tentativo e che mi ha fatto riflettere sul serio su questi 8 chili in 15 anni.
Adesso ci sono dei passi da fare che devono essere piccoli, contrariamente al nostro volere tutto e subito. Mi ha coinvolta una solare amica che ha un ruolo di coach in questo programma sperimentato da lei, prima di tutto, con ottimi risultati. Mi ha inserita in un gruppo whatsapp di ragazze che chiaramente non hanno bisogno di dieta, ma che è piacevole seguire nelle finte e tenere paranoie che io, invece, ho sempre affogato nelle scuse, insieme ad una pinta di birra.
I passi sono fatti di 600 grammi a settimana e lo sgarro è sempre dietro l'angolo. In più c'è una pianificazione medico estetica, preceduta da tre mesi di crossfit, che tornerà a settembre.
Costanza, la dea, mi ha sempre lasciato lì, nelle mie lagne. Ha fatto bene, perchè ho sempre avvertito la sua mancanza pur non capendo cosa mancasse, in verità. Ma ora la pedino. Con il piedino sulla bilancia e il culone sul tappetino.
Non che non ci avessi provato, prima. Ma adesso l'ho iniziata sul serio. Mi sono segnata la data: 2 agosto. Mi sono segnata anche il peso. Ma quello evito di scriverlo.
Il motivo è semplice: non ho trovato più scuse.
E dire che di scuse ne ho sempre avute tantissime.
Da adolescente ero snella, pur non piacendomi per niente. Non ho fatto alcuna fatica a superare la fase ormonale che mi ha creato ogni altro tipo di problema, ma non l'aumento di peso. E in quell'unica certezza ho riposto la cieca fiducia che ormai era fatta per la vita. Ciecatissima.
Anche perchè era un bello "essere snello": non troppo, con delle belle gambine e un bel fondoschiena, tanto che gli amici non mancavano di rimarcarlo. Mi sono cullata nella certezza che nulla sarebbe cambiato anche quando, intorno ai 21 anni, ho smesso di fare lo sport che avevo sempre praticato. E ho smesso di usare la bicicletta che non mi aveva mai abbandonato, nemmeno con la neve.
Quindi, ero snella e pigra.
Poi avevo scelto una scuola impegnativa, per cui il Liceo mi ha fatto allontanare subito dalla ginnastica artistica (magari, un altro paio d'anni), e mi stancava tutto parecchio. Sono una dormigliona, e avevo sempre sonno. E dopo, l'università non ha cambiato di molto queste abitudini.
Ho iniziato a uscire, sono entrata nel magico mondo dei cocktail senza pensare che, forse, questo nuovo stile di vita avrebbe lasciato dei segni dietro. Tipo nella zona delle coulotte de cheval.
Oh, poi mi sono fidanzata e ho fatto un mucchio di cose: viaggi, lavori, un po' di politica. Lo sport scivolava sempre in ultima posizione e spesso neanche si classificava.
E dopo, a 25 anni, quando ho smesso con i lavori saltuari e mi sono laureata, ho iniziato a lavorare su turni, diversi ogni giorno e mai uguali alla settimana precedente. 11 anni di turni che hanno inciso sul metabolismo.
E infine, la genetica mi ha rivelato che no, non ero esattamente così come pensavo di essere. Da adolescente, quello sarebbe stato un colpo ferale. E invece io ho finto di non capire. Per anni. Arrotondandomi sempre di più, visto che l'altezza si è presto arrestata.
Quel lavoro che ho cercato di inseguire per 11 anni non si è rivelato premiante. No sono diventata una grassa giornalista dalle guance rosse avvolta in caftani variopinti, piena di benefit e con il tassista ormai di fiducia e una precedenza di acquisto in Porta Nuova. Quindi sono ricaduta pesantemente sul mio non più culetto e ho prima dovuto fare i conti su un cambio di programma. O forse, anche questa è una scusa.
E adesso? 2 Agosto. Non me ne voglia l'istruttore di palestra pieno di consigli, l'amico che mi iscriveva a mia insaputa (solo quello, niente case al Colosseo) al corso di nuoto (ma che mi ha parlato per la prima volta della dea Costanza), la naturopata che ha ipotizzato delle intolleranze quando lo stress mi gonfia a zampogna ma che non ho ancora individuato. E nemmeno la bravissima nutrizionista che mi ha fatto fare il primo vero tentativo e che mi ha fatto riflettere sul serio su questi 8 chili in 15 anni.
Adesso ci sono dei passi da fare che devono essere piccoli, contrariamente al nostro volere tutto e subito. Mi ha coinvolta una solare amica che ha un ruolo di coach in questo programma sperimentato da lei, prima di tutto, con ottimi risultati. Mi ha inserita in un gruppo whatsapp di ragazze che chiaramente non hanno bisogno di dieta, ma che è piacevole seguire nelle finte e tenere paranoie che io, invece, ho sempre affogato nelle scuse, insieme ad una pinta di birra.
I passi sono fatti di 600 grammi a settimana e lo sgarro è sempre dietro l'angolo. In più c'è una pianificazione medico estetica, preceduta da tre mesi di crossfit, che tornerà a settembre.
Costanza, la dea, mi ha sempre lasciato lì, nelle mie lagne. Ha fatto bene, perchè ho sempre avvertito la sua mancanza pur non capendo cosa mancasse, in verità. Ma ora la pedino. Con il piedino sulla bilancia e il culone sul tappetino.
giovedì 18 agosto 2016
Vacanze finite, che bellezza!
Le mie vacanze sono finite.
Questa frase, alla prima lettura, potrebbe lasciare intendere fastidio, malinconia.
Tutt'altro. La chiave sta nel soggetto: le vacanze.
Quelle che per 7 anni sono state ritagli, conticini, rimasugli, regali, o niente.
Quest'anno non lo sono state, e solo questo è già tutta un'altra storia.
Le mie vacanze sono state quattro, piccole, composte dai quattro ai sette giorni.
Le ho passate con persone che amo. Che odio e che amo, come succede a chi sta davvero vicine.
Sono state tutte occasione di incontro, a conferma che ogni viaggio, piccolo o grande possa essere, è sempre un arricchimento.
Questa frase, alla prima lettura, potrebbe lasciare intendere fastidio, malinconia.
Tutt'altro. La chiave sta nel soggetto: le vacanze.
Quelle che per 7 anni sono state ritagli, conticini, rimasugli, regali, o niente.
Quest'anno non lo sono state, e solo questo è già tutta un'altra storia.
Le mie vacanze sono state quattro, piccole, composte dai quattro ai sette giorni.
Le ho passate con persone che amo. Che odio e che amo, come succede a chi sta davvero vicine.
Sono state tutte occasione di incontro, a conferma che ogni viaggio, piccolo o grande possa essere, è sempre un arricchimento.
E' a Geni che dedico questo ritorno al mio blog, che spero di riavere a breve in tutta la sua completezza.
Eugenia ha aperto la sua casa, un B&B tra le colline triestine all'imbocco della Val Rosandra, portando se stessa all'interno. Tanti gesti hanno rivelato la straordinaria forza di questa donna. Madre, insegnante, titolare di una piccola azienda produttrice di olio e vino biologici. Ex consigliera, vedova, amante della montagna e del mare, grande conoscitrice del territorio, slovena e italiana, poliglotta.
Tutto questo racchiuso in una persona minuta dalle braccia ben definite dal lavoro, da quando ha terrazzato una collina per i primi uliveti; dal buon passo, che allena anche coi suoi studenti; dagli occhi chiari e i capelli biondi.
Una cortesia fatta di pane fresco al mattino, di croissant, di un piatto caldo alla sera, di una guida in un canyon di rocce sul confine alla scoperta di antichi mulini, insediamenti medievali, postazioni militari, confini aperti. Una guida nella splendida Trieste, un'ironica rivelatrice dei vizi balneari degli abitanti, una persona discreta. Una donna che, con semplicità, racconta di una perdita, ma anche di tanta ricchezza e di progetti futuri, innumerevoli, che non basterebbe questa vita. Che, semplicemente, agisce, e lascia che la vita le venga incontro.
E' stato bellissimo leggere il libro degli ospiti del Boljunec di Bagnoli. Perchè non è stata una nostra parentesi, un'impressione. Geni è così. Benedetta Geni!
Eugenia ha aperto la sua casa, un B&B tra le colline triestine all'imbocco della Val Rosandra, portando se stessa all'interno. Tanti gesti hanno rivelato la straordinaria forza di questa donna. Madre, insegnante, titolare di una piccola azienda produttrice di olio e vino biologici. Ex consigliera, vedova, amante della montagna e del mare, grande conoscitrice del territorio, slovena e italiana, poliglotta.
Tutto questo racchiuso in una persona minuta dalle braccia ben definite dal lavoro, da quando ha terrazzato una collina per i primi uliveti; dal buon passo, che allena anche coi suoi studenti; dagli occhi chiari e i capelli biondi.
Una cortesia fatta di pane fresco al mattino, di croissant, di un piatto caldo alla sera, di una guida in un canyon di rocce sul confine alla scoperta di antichi mulini, insediamenti medievali, postazioni militari, confini aperti. Una guida nella splendida Trieste, un'ironica rivelatrice dei vizi balneari degli abitanti, una persona discreta. Una donna che, con semplicità, racconta di una perdita, ma anche di tanta ricchezza e di progetti futuri, innumerevoli, che non basterebbe questa vita. Che, semplicemente, agisce, e lascia che la vita le venga incontro.
E' stato bellissimo leggere il libro degli ospiti del Boljunec di Bagnoli. Perchè non è stata una nostra parentesi, un'impressione. Geni è così. Benedetta Geni!
mercoledì 15 giugno 2016
Missioni di cuore
Mi sono trovata altre volte a scrivere di restauro, visto che ho la fortuna di avere una professionista in casa che riesce a fare meraviglie.
Una di queste, una delle ultime, è a Ossuccio, sul Lago di Como. Dal 2014 il paese, accorpato ad altri tre, si chiama Tremezzina, ma la frazione resta nota con il suo nome anche e soprattutto per il Santuario della Madonna del Soccorso, che fa parte di un più ampio Sacro Monte, patrimonio Unesco insieme agli altri dei Monti Prealpini di Piemonte e Lombardia.
Domenica il restauro completo della chiesetta, che si raggiunge in una ventina di minuti di cammino che si snoda tra le stazioni della via crucis e offre un panorama straordinario della zona tra Laglio e Menaggio, è stato presentato al pubblico.
Ha parlato un emozionato don Sergio, rettore del santuario. Ha lasciato la parola al vescovo e al sindaco; poi il significato degli affreschi e degli stucchi è stato spiegato da uno studioso di storia dell'arte. Ha fatto seguito il direttore dei lavori e poi, finalmente, una delle titolari della ditta di restauro che ha realizzato il recupero dello splendore originale. Poco spazio per la parte più interessante, praticamente inesistente per le persone che lo hanno realizzato. E allora, ecco come è andata.
Le titolari di questa piccola impresa di restauro sono tre donne, che hanno chiamato a lavorare con loro altre donne. Questa attività, qui e in Italia in genere, è a larghissima maggioranza femminile. Donne che non hanno paura di affrontare il freddo, che non disdegnano di indossare ogni giorno scarpe antinfortunistiche e indumenti da cantiere. Che salgono e scendono dai ponteggi con l'agilità di un gatto, che conoscono tutti i segreti di un consolidamento, una pulitura, un'integrazione, in posizioni difficili da tenere dopo i primi cinque minuti.
Queste donne hanno lavorato insieme e vissuto insieme per un anno e mezzo, ai piedi della salita dei venti minuti, affrontata ogni giorno di buona lena. Si sono trovate di fronte ad un piccolo scrigno annerito e ripassato, perchè nei primi anni del Novecento si usava ricoprire con pellicole più che riportare allo stato iniziale le opere, e queste pellicole (di stucco, di pittura e di altro) hanno nel tempo scurito e trasformato, più che conservato.
Operazioni pazienti, unite alla ricerca delle soluzioni alle problematiche scovate di volta in volta. Riconosciute da tutti, dal vescovo che le andava a trovare salendo sui ponteggi, al don che era quotidianamente con loro, alle signore che portavano torte con frequenza quasi quotidiana, alla titolare della trattoria nei pressi del santuario. Un gruppo che è diventato famigliare, abbracciato con affetto domenica.
Non si può vivere senza Bellezza, è stato detto. Queste donne insegnano che anche la Bellezza vuole impegno, fatica, e va mantenuta per sè e per chi verrà dopo. Queste donne fanno vivere la Bellezza come una missione, perchè la valorizzazione del loro lavoro è purtroppo un'altra cosa. Lo fanno finchè possono, perchè è faticoso, totalizzante, ingombrante.
Ma non ne possono fare a meno.
Una di queste, una delle ultime, è a Ossuccio, sul Lago di Como. Dal 2014 il paese, accorpato ad altri tre, si chiama Tremezzina, ma la frazione resta nota con il suo nome anche e soprattutto per il Santuario della Madonna del Soccorso, che fa parte di un più ampio Sacro Monte, patrimonio Unesco insieme agli altri dei Monti Prealpini di Piemonte e Lombardia.
Domenica il restauro completo della chiesetta, che si raggiunge in una ventina di minuti di cammino che si snoda tra le stazioni della via crucis e offre un panorama straordinario della zona tra Laglio e Menaggio, è stato presentato al pubblico.
Ha parlato un emozionato don Sergio, rettore del santuario. Ha lasciato la parola al vescovo e al sindaco; poi il significato degli affreschi e degli stucchi è stato spiegato da uno studioso di storia dell'arte. Ha fatto seguito il direttore dei lavori e poi, finalmente, una delle titolari della ditta di restauro che ha realizzato il recupero dello splendore originale. Poco spazio per la parte più interessante, praticamente inesistente per le persone che lo hanno realizzato. E allora, ecco come è andata.
Le titolari di questa piccola impresa di restauro sono tre donne, che hanno chiamato a lavorare con loro altre donne. Questa attività, qui e in Italia in genere, è a larghissima maggioranza femminile. Donne che non hanno paura di affrontare il freddo, che non disdegnano di indossare ogni giorno scarpe antinfortunistiche e indumenti da cantiere. Che salgono e scendono dai ponteggi con l'agilità di un gatto, che conoscono tutti i segreti di un consolidamento, una pulitura, un'integrazione, in posizioni difficili da tenere dopo i primi cinque minuti.
Queste donne hanno lavorato insieme e vissuto insieme per un anno e mezzo, ai piedi della salita dei venti minuti, affrontata ogni giorno di buona lena. Si sono trovate di fronte ad un piccolo scrigno annerito e ripassato, perchè nei primi anni del Novecento si usava ricoprire con pellicole più che riportare allo stato iniziale le opere, e queste pellicole (di stucco, di pittura e di altro) hanno nel tempo scurito e trasformato, più che conservato.
Operazioni pazienti, unite alla ricerca delle soluzioni alle problematiche scovate di volta in volta. Riconosciute da tutti, dal vescovo che le andava a trovare salendo sui ponteggi, al don che era quotidianamente con loro, alle signore che portavano torte con frequenza quasi quotidiana, alla titolare della trattoria nei pressi del santuario. Un gruppo che è diventato famigliare, abbracciato con affetto domenica.
Non si può vivere senza Bellezza, è stato detto. Queste donne insegnano che anche la Bellezza vuole impegno, fatica, e va mantenuta per sè e per chi verrà dopo. Queste donne fanno vivere la Bellezza come una missione, perchè la valorizzazione del loro lavoro è purtroppo un'altra cosa. Lo fanno finchè possono, perchè è faticoso, totalizzante, ingombrante.
Ma non ne possono fare a meno.
venerdì 10 giugno 2016
Ci vuole dolcezza
Nella mia infanzia ci sono giardini e cortili.
All'asilo c'era uno e l'altro: un cortile di in sampietrini, in cui per la verità di giocava pochissimo, perchè la meraviglia vera era il giardino. Enorme. Pieno di alberi, con un bel pratone, l'affresco sul fondo, la buca della sabbia, le casette in muratura, i tubi colorati in cemento, le giostrine. Tutto era enorme, forse perchè eravamo nani. Rivedere la piscina che frequentavamo a distanza di (molti) anni ha dato un bel colpo snellente alle dimensioni.
Alle elementari, prima e dopo il trasferimento, il giardino è stato più che altro prato. E i giochi sono stati con la palla, con gli elastici, nei tubi. Poi si sono trasformati in passeggiate, in particolare alle medie.
A casa, prima del trasloco, il giardino era un grande tondo compreso tra due palazzi e, sui lati mancanti, da una fila ordinata di garage. Nel mezzo, piante e fiori. Si facevano torte di fango, si girava come matti in bicicletta, un pallone non mancava mai. E i richiami della mamma, la sera, erano quotidiani, per rientrare in casa. Dopo il trasloco, il giardino era tutto nostro.
Dalle zie c'era una corte semi abbandonata, piena di ciuffi d'erba, un cane da caccia dolcissimo e tanti bambini, sulle scale tipiche delle case a piani, sui pianerottoli e i solai di cemento. C'era un'altra grandissima cortaccia, così chiamata perchè molto popolare, piena di gatti, di bambini, di ex stalle e casette dismesse.
E poi c'era un giardino pubblico. Con un canestro, una montagnetta e un enorme albero di gelso. Grandissimo, sotto il quale c'era la fontana, che spandeva generosamente acqua intorno, sull'erba, sulle grosse radici, sul cemento. L'albero era folto e bassissimo: offriva i suoi rami fino a terra e, in questo periodo dell'anno, anche i suoi frutti.
Le more di gelso mi ricordano tutto questo: ricordi di sole, di fronde, di erba, di ginocchia sbucciate e di giochi. Mi ricordano quando la vita era un gioco che non smetteva mai, a fatica quando la mamma chiamava dalla finestra. Mi ricordano come era facile stare insieme ad altri simili.
Ci vuole dolcezza, nella vita. E ci vuole un sole da guardare attraverso le foglie.
All'asilo c'era uno e l'altro: un cortile di in sampietrini, in cui per la verità di giocava pochissimo, perchè la meraviglia vera era il giardino. Enorme. Pieno di alberi, con un bel pratone, l'affresco sul fondo, la buca della sabbia, le casette in muratura, i tubi colorati in cemento, le giostrine. Tutto era enorme, forse perchè eravamo nani. Rivedere la piscina che frequentavamo a distanza di (molti) anni ha dato un bel colpo snellente alle dimensioni.
Alle elementari, prima e dopo il trasferimento, il giardino è stato più che altro prato. E i giochi sono stati con la palla, con gli elastici, nei tubi. Poi si sono trasformati in passeggiate, in particolare alle medie.
A casa, prima del trasloco, il giardino era un grande tondo compreso tra due palazzi e, sui lati mancanti, da una fila ordinata di garage. Nel mezzo, piante e fiori. Si facevano torte di fango, si girava come matti in bicicletta, un pallone non mancava mai. E i richiami della mamma, la sera, erano quotidiani, per rientrare in casa. Dopo il trasloco, il giardino era tutto nostro.
Dalle zie c'era una corte semi abbandonata, piena di ciuffi d'erba, un cane da caccia dolcissimo e tanti bambini, sulle scale tipiche delle case a piani, sui pianerottoli e i solai di cemento. C'era un'altra grandissima cortaccia, così chiamata perchè molto popolare, piena di gatti, di bambini, di ex stalle e casette dismesse.
E poi c'era un giardino pubblico. Con un canestro, una montagnetta e un enorme albero di gelso. Grandissimo, sotto il quale c'era la fontana, che spandeva generosamente acqua intorno, sull'erba, sulle grosse radici, sul cemento. L'albero era folto e bassissimo: offriva i suoi rami fino a terra e, in questo periodo dell'anno, anche i suoi frutti.
Le more di gelso mi ricordano tutto questo: ricordi di sole, di fronde, di erba, di ginocchia sbucciate e di giochi. Mi ricordano quando la vita era un gioco che non smetteva mai, a fatica quando la mamma chiamava dalla finestra. Mi ricordano come era facile stare insieme ad altri simili.
Ci vuole dolcezza, nella vita. E ci vuole un sole da guardare attraverso le foglie.
mercoledì 8 giugno 2016
La Storia e le storie delle donne. Quante storie.
Il 2016 è quell'anno in cui una donna è candidata alla Casa Bianca. E la cosa causa stupore. Io ho ben altri sentimenti.
Il 2016 è l'anno in cui una donna è candidata alla Casa Bianca. Mentre un'altra muore uccisa perchè non ha chiesto il permesso di ballare.
il 2016 è l'anno in cui una donna è candidata alla Casa Bianca. Mentre un'altra viene bruciata nella sua auto.
Il 2016 è l'anno in cui una donna è candidata alla Casa Bianca. Mentre un'altra è uccisa col figlio di 4 anni per essersi separata.
Oggi mi ha preso così. Affido a twitter il mio disappunto,
per aver ascoltato le news in radio e aver colto fin troppa sorpresa nella voce
del giornalista che ha parlato della Clinton.
Eppure un simpaticone ha voluto rispondermi. Il fatto che
Hillary è la rappresentazione di tutte le donne frustrate e cornute non ti dice
niente? Mi ha scritto.
E' così. Non mi dice niente. Niente di niente. E il fatto
che questo sia il messaggio che un perfetto sconosciuto voglia trasmettermi non
riesce nemmeno a farmi arrabbiare. Il livello dell'asticella è talmente basso
che per scrivermi questa stronzata deve aver scavato sotto il livello e fatto
sbucare le mani davanti alla tastiera da sottoterra.
Perchè è così. Non importa il valore di una donna che è
arrivata alla candidatura della presidenza degli Stati Uniti d'America. Tutto
si riduce ad una macchia (peraltro nemmeno sul suo, di vestito) che cancella
tutto il resto. Perchè, si sa, le donne sono frustrate e cornute. Deve essere
una distinzione imprescindibile di genere, visto che è un particolare talmente
trascurabile nel genere maschile da non apparire mai come puntualizzazione.
Probabilmente, una donna alla Casa Bianca arriva dopo
qualsiasi altro tipo di categoria: un presidente nero, un miliardario misogino,
il gatto morto che porta in testa. Forse la meraviglia del giornalista è il
male minore.
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