Sono figlia di due persone che sentono il profumo della loro terra.
Che sono andate via, dalla loro comunità, per motivazioni diverse, ma che non hanno mai smesso di percorrere la Penisola da sopra in giù e da sotto in su più volte l'anno, in auto e in treno.
Dei viaggi in auto ricordo le lotte mani e piedi in faccia per dividerci il sedile posteriore, io e la Manu. E due valigie messe dietro i sedili anteriori, per darci l'illusione di avere un letto su cui sdraiarci capo/piedi senza mai smettere di litigare, chiedere quando manca, contare i camion, tenere svegli mamma e papà che non potevano sdraiarsi mai. Ricordo viaggi notturni, ricordo un incidente in galleria, ricordo code e gente che si scambia bottigliette, incendi che lambiscono l'autostrada, caldo e freddo, autogrill in cui è meglio non fermarsi, una Salerno-Reggio del tutto imprevedibile. Il cartello Calabria, quando inizi a tirare il fiato ma ti aspettano altre tre ore abbondanti. L'uscita dall'autostrada divisa da oleandri rossi, rosa e fucsia e quelle curve a memoria, la fonte a inizio paese.
Del treno ricordo l'odore. Se chiudo gli occhi lo sento anche adesso. Ricordo prenotazioni lette fuori dalle carrozze alla luce di un accendino, persone pigiate in tutti gli angoli, che dormono anche sedute sulle tazze dei cessi, sdraiate in alto, nei portapacchi del corridoio o sotto i sedili pieghevoli, per terra, porte scorrevoli che si aprono cento volte, proteste per due posti prenotati per due bimbe. Cuccette roventi o gelate, lenzuola ruvide che non nascondevano mai quell'odore.
E stop interminabili nella neve, lunghissimi guasti. Ricordi anche molto lontani, quando il terrorismo faceva ancora danni e causava morti. E meno, di chiacchiere e panini e anche di cambi treno quando le Ferrovie hanno decretato l'Italia, quella veloce, finisce a Salerno.
Quel profumo, invece, quello della terra, noi di sangue trapiantato altrove lo sentivamo soprattutto a Pasqua. Quando il treno fermava a Gioia Tauro e funzionava ancora la littorina, un trenino che portava direttamente al paese, senza scomodare nessuno. O quando fermava a Villa San Giovanni, di fianco ai traghetti delle Ferrovie e ai Caronte pieni di arancini perfetti, quando, ancora con il piede sulla scaletta, ti investiva l'alito caldo di mare e di monti insieme, quel venticello che a loro, i calabresi, fa tirare su il bavero della giacca, gesto che ci faceva molto ridere.
La Pasqua in Calabria è sempre stato un momento bellissimo. Il mare si andava solo a guardare, ma era tappa fissa. Papà adora il mare e lo ha fatto amare a tutti i cugini, insegnando loro a nuotare, a giocare, a viverlo con il suo entusiasmo. Lo zio Rocco, al mare, non prende mai il sole.
A Pasqua c'erano le celebrazioni, che muovevano tutti gli abitanti, con personificazioni fedeli, trucco, atteggiamento, riconoscimento sociale, un sacro e profano inscindibili. C'erano le viole mammole grandissime in Aspromonte, le capre e la ricotta calda, appena spremuta negli stampi, spalmata sul pane di grano e i campi, le famiglie che coltivano insieme una grande piana che si spalanca dopo i primi trenta tornanti di salita sull'Aspromonte.
Tappa fissa, la casetta della zia Rosa, a Pasqua e d'estate. La trovavi lì, appena dopo l'ultima curva che rivelava quella spianata infinita coltivata a mano e coi trattori, vicino al tiro a volo. La macchina sembrava svoltare a sinistra nel vialetto naturalmente, senza forzature, come se conoscesse la strada.
E la zia sembrava aspettarci sempre.
Racconta mamma che, da quando papà si è presentato a casa per chiedere la sua mano, sono usciti solo accompagnati. E spesso era il nonno, lo chaperon, il vero comunicatore zero-punto-zero della famiglia Siviglia. Lui, i fratelli e le sorelle avevano uno spirito irriverente, e lo hanno espresso, in misure differenti.
Il nonno era conosciutissimo, era un uomo allegro cui piaceva bere e questa sua inclinazione era nota, perdonata quando eccedeva e riaccompagnata a casa, condivisa da molti. Il nonno brindava, mandando sottovoce a quel paese chi non gli piaceva, senza mai perdere l'allegria. Faceva scherzi, lasciava cadere come un monello la cenere della sigaretta nelle giacche di chi aveva seduto accanto, cantava. Il nonno aveva gli occhi furbetti e ardenti.
Erano tutti occhi bellissimi. Quelli dello zio Cosimo e quelli dello zio Gianni, e quelli del nonno Domenico; quelli della zia Maria. Non ho conosciuto le altre due zie, Peppina e Iata, ma non facevano certo eccezione. Anche Rosa aveva occhi belli, i più belli di tutti i fratelli. Avevano un colore tra il verde e l'azzurro che cambiava a seconda del tempo, e soprattutto una pelle liscia, levigata, con guance rosse, una pelle che nessun altro ha. Una matrona bellissima che, all'interno della comunità, come tutte le donne del paese,era il vero fulcro della famiglia. Con in più un marito decisamente fuori dall'ordinario: lo zio Angelo, magro, schivo, sempre abbronzato dal sole, allevatore, di poche parole.
Noi arrivavamo, in salita verso la montagna e funghi (irrinunciabile ricerca), la seggiovia degli impianti sciistici addormentati, il Cippo Garibaldi, il Laghetto, la gita del Ferragosto o la mangiata al ristorante frondoso, con giro sul cavallo, oppure a spiare da lontano il sito Nato abbandonato, o a salire fino a Polsi, dove a noi interessava solo la Madonna della Montagna, arrivando alla Rosa Dei Venti per guardare dall'alto lo Ionio e il Tirreno semplicemente voltando la testa da un lato o dall'altro. O in discesa, dopo tutto questo, a patto che non fosse tardi, perchè fa buio alle 20 e gli zii seguivano la legge del Sole.
Arrivavamo e la zia ci abbrancava uno a uno, con baci e abbracci potenti e più che materiali. Chiamava con una voce incredibile lo zio, lo strappava dalle capre, apparecchiava e tirava fuori sempre qualcosa. Non esiste visita senza condivisione. Non esiste rifiutare. La zia dava ordini precisi ai cugini della mamma e dovevamo nel giro di poco tempo avere tra le mani qualcosa da bere o da mangiare, un pezzo di formaggio da portare via, una tovaglia ricamata o comprata chissà quando per noi. Ma quella è forma, mentre la zia Rosa era tutta sostanza. Tanta. E non poteva essere altrimenti. Ci raccontava con grande allegria tutto quello che riguardava i suoi, parlava del paese, vissuto in ogni caso per molti mesi l'anno nello splendido isolamento della campagna. Condivideva tutto, gioia e dolore. Tutto. E soprattutto aveva l'affetto, in quegli occhi. L'affetto che strabordava da un cuore enorme. Un affetto che le famiglie dei miei hanno spesso fatto fatica a manifestare, per varie ragioni. Un affetto che colmava quei vuoti.
Non stava bene da tanto tempo, la zia. Ma chiamava ogni settimana. Si faceva fare il numero dalle cuginette e chiamava, senza dimenticare nessuno. Chiedeva meticolosamente di tutti e poi ci informava del suo stato di salute. Uno stato irreversibile che nessuno, nessuno, voleva prendere in considerazione.
Ieri c'è stato il funerale. La mamma, lo zio e la zia hanno preso un aereo all'alba e sono tornati a notte fonda e hanno trovato un mare di persone, alla veglia e in piazza, in chiesa, per le strade. La zia aveva organizzato tutto: il vestito, le scarpe, i soldi necessari, il coro e la banda. La banda del paese ha attaccato a suonare in questa giornata primaverile scivolando sulla pelle di coloro che erano là, riportando ad ognuno un po' di quei grandi abbracci, un po' di quelle guance che rubizze non erano più ma che sono impossibili da dissociare. Io la ricorderò sempre così.
Se n'è andata così, in primavera. Tra poco è Pasqua.
giovedì 11 aprile 2019
domenica 7 aprile 2019
Sì, ho qualcosa da dire
Quando mi hanno chiesto di partecipare alla vita pubblica del mio paese per la prima volta, avevo 25 anni. Mi stavo laureando, scrivevo su un settimanale locale da cinque anni, avevo collaborato con un periodico e con il giornalino della Pro Loco.
In questo piccolo paese c'era una vita sociale intensa, scrivevo per il giornale tre, quattro pezzi a settimana, non riuscivo a essere ovunque, spesso chiamavo, facevo interviste telefoniche, andavo alle feste, ai consigli comunali, lavoravo. Succede però che anche così non va bene, e quando quella lista civica mi ha voluto con sé sono iniziati problemi che fino a quel momento non avrei mai pensato mai di avere. Mille progetti, il primo lavoro, tante sfide. La stupidità di lasciarmi toccare da lotte che non mi riguardavano nemmeno.
Oggi so che coloro che ci stanno intorno non ci capiscono, o non sono veramente interessati, o sono sadici. E so che lasciare agli altri di capirci e non il contrario, non dare agli altri la miglior spiegazione di sé, è sempre un errore. Quindi allora ho sofferto molto. Un peccato, perché la politica mi è sempre piaciuta. Ho pensato di non esserne tagliata. Ho lasciato correre pure la diffamazione, limitandomi a far piagnucolare un'avvocata al telefono.
Poi mi hanno rivoluto, cinque anni dopo, e ho fatto altre esperienze. Convegni provinciali e nazionali, riunioni a Milano, discussioni su temi importanti, Bruxelles, la campagna di un europarlamentare, un mensile da dirigere. Ma ho avuto paura di riprovare quella sofferenza, ho di nuovo pensato che non ne valeva la pena. Davvero un brutto modo di usare la testa!
Ma questo non ha fermato i problemi. Non è la mia vita a crearne, però. Non sono le mie scelte. Nemmeno le azioni di una persona che cerca il suo percorso di vita. E' anzi un bel modo per scoprire chi non sa separare, chi non sa argomentare, chi non ha capito o chi, semplicemente, è disinteressato. E' anzi un bel modo di spiegare, senza lasciare a false interpretazioni. E' un modo di usare la parte creativa e razionale del cervello insieme, un modo di dare con egoismo. Oggi è divertente: che peccato essere stata così male!
Mi prendo i miei spazi e uso le parole, non solo scritte. Quelle fluiscono e si sviluppano con un senso logico che non pianifico; costruiscono sensi compiuti nel momento stesso in cui si formano su uno schermo, escono da un tratto di penna. Quelle dette, invece, non sempre sono altrettanto pungiglionate, così autodisciplinate. Per tanto tempo le ho rifuggite, ho cercato di educarle con dizione, respirazione, ma spesso inciampavano, c'è stata emozione, ci sono stati esercizi, prove e riprove, errori, fatica. Ma nulla di questo è stato vano. Quegli spazi ci sono e sono felice di avere un'altra possibilità.
D'altra parte, la politica è bellissima. Una bellissima professione da separare, conservare, coltivare.
Con buona pace degli amici che non sono più amici per questo.
Magari quegli stessi che, in questi 15 anni, sono rimasti a tagliare giudizi dallo stesso marciapiede.
In questo piccolo paese c'era una vita sociale intensa, scrivevo per il giornale tre, quattro pezzi a settimana, non riuscivo a essere ovunque, spesso chiamavo, facevo interviste telefoniche, andavo alle feste, ai consigli comunali, lavoravo. Succede però che anche così non va bene, e quando quella lista civica mi ha voluto con sé sono iniziati problemi che fino a quel momento non avrei mai pensato mai di avere. Mille progetti, il primo lavoro, tante sfide. La stupidità di lasciarmi toccare da lotte che non mi riguardavano nemmeno.
Oggi so che coloro che ci stanno intorno non ci capiscono, o non sono veramente interessati, o sono sadici. E so che lasciare agli altri di capirci e non il contrario, non dare agli altri la miglior spiegazione di sé, è sempre un errore. Quindi allora ho sofferto molto. Un peccato, perché la politica mi è sempre piaciuta. Ho pensato di non esserne tagliata. Ho lasciato correre pure la diffamazione, limitandomi a far piagnucolare un'avvocata al telefono.
Poi mi hanno rivoluto, cinque anni dopo, e ho fatto altre esperienze. Convegni provinciali e nazionali, riunioni a Milano, discussioni su temi importanti, Bruxelles, la campagna di un europarlamentare, un mensile da dirigere. Ma ho avuto paura di riprovare quella sofferenza, ho di nuovo pensato che non ne valeva la pena. Davvero un brutto modo di usare la testa!
Ma questo non ha fermato i problemi. Non è la mia vita a crearne, però. Non sono le mie scelte. Nemmeno le azioni di una persona che cerca il suo percorso di vita. E' anzi un bel modo per scoprire chi non sa separare, chi non sa argomentare, chi non ha capito o chi, semplicemente, è disinteressato. E' anzi un bel modo di spiegare, senza lasciare a false interpretazioni. E' un modo di usare la parte creativa e razionale del cervello insieme, un modo di dare con egoismo. Oggi è divertente: che peccato essere stata così male!
Mi prendo i miei spazi e uso le parole, non solo scritte. Quelle fluiscono e si sviluppano con un senso logico che non pianifico; costruiscono sensi compiuti nel momento stesso in cui si formano su uno schermo, escono da un tratto di penna. Quelle dette, invece, non sempre sono altrettanto pungiglionate, così autodisciplinate. Per tanto tempo le ho rifuggite, ho cercato di educarle con dizione, respirazione, ma spesso inciampavano, c'è stata emozione, ci sono stati esercizi, prove e riprove, errori, fatica. Ma nulla di questo è stato vano. Quegli spazi ci sono e sono felice di avere un'altra possibilità.
D'altra parte, la politica è bellissima. Una bellissima professione da separare, conservare, coltivare.
Con buona pace degli amici che non sono più amici per questo.
Magari quegli stessi che, in questi 15 anni, sono rimasti a tagliare giudizi dallo stesso marciapiede.
lunedì 1 aprile 2019
Piccole guerre di genere
Quando inizio un nuovo progetto in una nuova città, mi affido a quel sesto senso che spesso lasciamo da parte e, pur senza volerlo, senza troppo meccanicamente registrarlo, faccio la somma delle sensazioni.
Quando ho iniziato a frequentare Trento è stato così. Mi sono dedicata per più di un anno solo ed esclusivamente all'aspetto tecnico del lavoro da svolgere. La priorità era incentrata sulla modalità del servizio. E, nonostante questo, le prime difficoltà sono arrivate dal fatto che io sia una donna, e le mie osservazioni a qualche maschio alfa non sono state gradite.
Che fare? Nulla, basta sedersi e aspettare. E continuare a lavorare con un gruppo di persone all'interno di un palazzetto pieno di aperture, su tre piani tutti comunicanti, senza settori separati.
E formare un coordinatore e una coordinatrice. E questo post è dedicato a Chiara.
Chiara è di Ferrara, ma studia a Trento e abita in pieno centro, in condivisione. Il suo accento è un mix meraviglioso di suoni morbidi e ha un numero di anni meno di me imbarazzante. Ha occhi grandi e ha sempre un sottile gusto nel vestire, seppur di nero, seppur abiti adatti ad un lavoro di stewarding, seppur dovendo camminare molto. E ha una capacità di organizzare quaranta persone unica. Non urla mai, anche quando ha a che fare con tifosi molesti, ubriachi, offensivi. Quando le chiedono: chi sai tu?, voglio parlare con il responsabile!, risponde con calma che la responsabile è lei. Perchè è vero: è la mia coordinatrice e solo Gabriele, il suo pari, svolge come lei questo lavoro. Ma, a differenza di Gabriele, deve subire una serie di piccole dimostrazioni di maleducazioni, battute, trattamenti differenti, solo in quanto Chiara. Anche nella civilissima e fantastica Trento.
Ma anche lei ha imparato ad aspettare. Un lavoro si costruisce con il tempo, con gli eventi che si affastellano partita dopo partita, stagione dopo stagione. Prima crollano quelli che pensano: che ci vuole a fare il coordinatore? Poi quelli che dicono: perchè lei e non io? Poi persino quelli che sospettano un privilegio (anche se in questo caso no, non me l'ha data). Resistono solo i maschilisti veri, purtroppo. O gli occasionali misuratori di peni, quelli che devono entrare senza biglietto o passare per forza dove non si può o ignorare una norma del palazzetto solo perchè sono loro, splendidi Italiani privi di regole. Che non ammettono errore, mascherandolo dietro l'insulto del momento.
Sedersi e aspettare costa molta fatica. Il mio fegato lo sa benissimo, ma ogni volta che posso cerco di dare a Chiara un'altra prospettiva, che ridimensiona tutto,la restituisce nella giusta prospettiva. Io ho urlato e picchiato i piedi e ingoiato bile moltissime volte e sospetto di farlo ancora per molto.
Ma poi guardo Chiara, e Gabriele, e penso che sia una fatica ampiamente ripagata.
Mi piace pensare di condurre una piccola battaglia in un piccolissimo pezzetto di mondo e vincerla, insieme a questa generazione di venticinquenni decisamente più forti di me.
Quando ho iniziato a frequentare Trento è stato così. Mi sono dedicata per più di un anno solo ed esclusivamente all'aspetto tecnico del lavoro da svolgere. La priorità era incentrata sulla modalità del servizio. E, nonostante questo, le prime difficoltà sono arrivate dal fatto che io sia una donna, e le mie osservazioni a qualche maschio alfa non sono state gradite.
Che fare? Nulla, basta sedersi e aspettare. E continuare a lavorare con un gruppo di persone all'interno di un palazzetto pieno di aperture, su tre piani tutti comunicanti, senza settori separati.
E formare un coordinatore e una coordinatrice. E questo post è dedicato a Chiara.
Chiara è di Ferrara, ma studia a Trento e abita in pieno centro, in condivisione. Il suo accento è un mix meraviglioso di suoni morbidi e ha un numero di anni meno di me imbarazzante. Ha occhi grandi e ha sempre un sottile gusto nel vestire, seppur di nero, seppur abiti adatti ad un lavoro di stewarding, seppur dovendo camminare molto. E ha una capacità di organizzare quaranta persone unica. Non urla mai, anche quando ha a che fare con tifosi molesti, ubriachi, offensivi. Quando le chiedono: chi sai tu?, voglio parlare con il responsabile!, risponde con calma che la responsabile è lei. Perchè è vero: è la mia coordinatrice e solo Gabriele, il suo pari, svolge come lei questo lavoro. Ma, a differenza di Gabriele, deve subire una serie di piccole dimostrazioni di maleducazioni, battute, trattamenti differenti, solo in quanto Chiara. Anche nella civilissima e fantastica Trento.
Ma anche lei ha imparato ad aspettare. Un lavoro si costruisce con il tempo, con gli eventi che si affastellano partita dopo partita, stagione dopo stagione. Prima crollano quelli che pensano: che ci vuole a fare il coordinatore? Poi quelli che dicono: perchè lei e non io? Poi persino quelli che sospettano un privilegio (anche se in questo caso no, non me l'ha data). Resistono solo i maschilisti veri, purtroppo. O gli occasionali misuratori di peni, quelli che devono entrare senza biglietto o passare per forza dove non si può o ignorare una norma del palazzetto solo perchè sono loro, splendidi Italiani privi di regole. Che non ammettono errore, mascherandolo dietro l'insulto del momento.
Sedersi e aspettare costa molta fatica. Il mio fegato lo sa benissimo, ma ogni volta che posso cerco di dare a Chiara un'altra prospettiva, che ridimensiona tutto,la restituisce nella giusta prospettiva. Io ho urlato e picchiato i piedi e ingoiato bile moltissime volte e sospetto di farlo ancora per molto.
Ma poi guardo Chiara, e Gabriele, e penso che sia una fatica ampiamente ripagata.
Mi piace pensare di condurre una piccola battaglia in un piccolissimo pezzetto di mondo e vincerla, insieme a questa generazione di venticinquenni decisamente più forti di me.
giovedì 21 marzo 2019
La sicurezza, prima di tutto
Ho imparato a miei spese a non commentare a caldo le notizie, che invece generano grosse onde tempestose e astiose, sospinte dalle contemporanee strategie di comunicazione delle fonti primarie e gonfiate e sporcate come rifiuti da bufale e venti d'odio indicibile.
Mi astengo da fare un trattato di deontologia, mi astengo anche dal commento giornalistico. Oggi va così, non se ne esce con il buon senso, anche quello soffiato via rabbiosamente.
Mi interessa però il tema della sicurezza. Fingerò di non essere stata mai null'altro che una project manager, quindi affronterò il tema in questo modo.
Nella nostra vita, la conoscenza assume sempre di più un grandissimi rilievo. Ma se nei secoli scorsi si potevano dedicare anni di studio esclusivo, poi assottigliati a periodi della giovinezza, diventati obbligatori per legge, assicurando democraticamente un sapere minimo lasciato alla discrezione di ognuno per quel che riguarda l'ampliamento, da 7, 8 anni, il bombardamento di informazioni è così articolato, multilivello, crossmediale, simultaneo, alto e basso, che quasi il valore della conoscenza si è disperso.
Per valore intendo l'acquisizione di informazioni che depositiamo dentro di noi, li facciamo maturare, li assimiliamo e li prendiamo ad esempio per episodi futuri. Tutto quello che oggi ci si schianta addosso fatica a non scivolare via, a rimanerci dentro. E quando poi dobbiamo acquisire per forza nuove conoscenze, quasi è una fatica insostenibile.
Il tema della sicurezza sul lavoro è lì, gigante. Una grana per ogni project manager che deve iniziare un progetto e mettere in campo nuove risorse, sperando che siano affidabili e non vadano, ancora, a ingrossare le fila dell'assenteismo ingiustificato (un fenomeno ormai senza razza nè età, nè genere), perchè deve organizzare tutto in tempo per essere in regola.
Sabbia nelle mutande per il lavoratore, che spesso cerca tutti gli escamotage per evitare persino la visita medica del datore di lavoro (con giustificazione degne del peggior diario di scuola). E si lamenta dei corsi. Corsi che servono per dare semplici norme di comportamento all'interno di un luogo per evitare cadute, tagli, folgorazioni, investimenti; per dare le giuste alternative in caso di imprevisti, per informare sulla catena di responsabilità, quando intervenire e quando no, chi chiamare per primo. Sabbia nelle mutande.
Spesso, e a lungo, un decreto come l'81/2008 è stato ignorato. E oggi, spiegare perchè si usa un casco protettivo, delle scarpe antinfortunistica, un giubbino identificativo sembra poco utile. Spesso, incontrare i lavoratori in queste occasioni sembra superfluo.
Ho ricevuto chiamate e messaggi vari sul perchè farli, persino se frequentarli preveda un compenso. Perchè è tempo sprecato, una rottura, non vale niente, tanto settimana prossima diserto il lavoro e non avviso.
No. La sicurezza non è prima di tutto, non in questo Paese. Perchè se lo fosse, anche minima, anche essenziale, ovunque e nella stessa misura, contribuirebbe ad attenuare quella irresistibile voglia di fottere il prossimo e additare gli altri, tirandosene fuori.
Mi astengo da fare un trattato di deontologia, mi astengo anche dal commento giornalistico. Oggi va così, non se ne esce con il buon senso, anche quello soffiato via rabbiosamente.
Mi interessa però il tema della sicurezza. Fingerò di non essere stata mai null'altro che una project manager, quindi affronterò il tema in questo modo.
Nella nostra vita, la conoscenza assume sempre di più un grandissimi rilievo. Ma se nei secoli scorsi si potevano dedicare anni di studio esclusivo, poi assottigliati a periodi della giovinezza, diventati obbligatori per legge, assicurando democraticamente un sapere minimo lasciato alla discrezione di ognuno per quel che riguarda l'ampliamento, da 7, 8 anni, il bombardamento di informazioni è così articolato, multilivello, crossmediale, simultaneo, alto e basso, che quasi il valore della conoscenza si è disperso.
Per valore intendo l'acquisizione di informazioni che depositiamo dentro di noi, li facciamo maturare, li assimiliamo e li prendiamo ad esempio per episodi futuri. Tutto quello che oggi ci si schianta addosso fatica a non scivolare via, a rimanerci dentro. E quando poi dobbiamo acquisire per forza nuove conoscenze, quasi è una fatica insostenibile.
Il tema della sicurezza sul lavoro è lì, gigante. Una grana per ogni project manager che deve iniziare un progetto e mettere in campo nuove risorse, sperando che siano affidabili e non vadano, ancora, a ingrossare le fila dell'assenteismo ingiustificato (un fenomeno ormai senza razza nè età, nè genere), perchè deve organizzare tutto in tempo per essere in regola.
Sabbia nelle mutande per il lavoratore, che spesso cerca tutti gli escamotage per evitare persino la visita medica del datore di lavoro (con giustificazione degne del peggior diario di scuola). E si lamenta dei corsi. Corsi che servono per dare semplici norme di comportamento all'interno di un luogo per evitare cadute, tagli, folgorazioni, investimenti; per dare le giuste alternative in caso di imprevisti, per informare sulla catena di responsabilità, quando intervenire e quando no, chi chiamare per primo. Sabbia nelle mutande.
Spesso, e a lungo, un decreto come l'81/2008 è stato ignorato. E oggi, spiegare perchè si usa un casco protettivo, delle scarpe antinfortunistica, un giubbino identificativo sembra poco utile. Spesso, incontrare i lavoratori in queste occasioni sembra superfluo.
Ho ricevuto chiamate e messaggi vari sul perchè farli, persino se frequentarli preveda un compenso. Perchè è tempo sprecato, una rottura, non vale niente, tanto settimana prossima diserto il lavoro e non avviso.
No. La sicurezza non è prima di tutto, non in questo Paese. Perchè se lo fosse, anche minima, anche essenziale, ovunque e nella stessa misura, contribuirebbe ad attenuare quella irresistibile voglia di fottere il prossimo e additare gli altri, tirandosene fuori.
giovedì 7 marzo 2019
Chiusure umanitarie, aperture umane
Daniel mi ha mandato un curriculum.
E' un ragazzo intelligente, sveglio, propositivo.
Me lo ha mandato due volte, perchè ci ha pensato su e lo ha aggiornato.
Fino a qui, un normale CV europeo.
Se non fosse che Daniel arriva dalla Nigeria, ma prima ha mandato la moglie, che aspettava un bimbo. Fino a qualche mese fa abitava alla Cascina Calderara di Magenta, che poi ha chiuso. Oggi, grazie alla cooperativa "I Girasoli", vive a Milano con Amaka, la moglie, e la piccola Silvia.
L'ho incontrato sabato, brevemente, a causa di Claudia. Ha una bella parlantina, nonostante sia in Italia da meno di un anno. Integra le lacune con locuzioni, oppure passa all'inglese. Un armadio di 35enne che vuole solo lavorare, che ogni giorno, intanto, va a scuola di Italiano.
C'è un problema, però. Il ragazzo ha il permesso di soggiorno in regola, ma non ha i documenti. Non li ha perchè le direttive governative, oltre a chiudere i centri di accoglienza, bloccano l'emissione della carta di identità e dei codici fiscali.
Cercare lavoro senza documenti non è facile e non ci vuole un ripasso di Pirandello per capirlo.
Un lavoro regolare, non in nero. Non nei campi, non vivendo di espedienti, non cercando soluzioni illegali. Un lavoro normale, insomma.
Ed ecco il paradosso. I richiedenti asilo come Daniel e la sua famiglia hanno un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che dura due anni. In questi due anni, devono dimostrare di aver trovato un lavoro. In questi due anni, una commissione chiama la persona a colloquio, in una data decisa arbitrariamente e non negoziabile, e lo interroga con la sola presenza di un mediatore linguistico. La commissione deve capire se il richiedente si sta muovendo nella giusta direzione e se è sincero, dopo di che decide del suo futuro.
Daniel vive a Milano e provincia da un po', ma figura ancora negli elenchi di Catania.
Come per altre decisioni, le direttive governative mirano a un risultato finale senza analizzare nulla del processo, del lavoro che sta in mezzo. E il lavoro che sta in mezzo è enorme, fatto di operatori sociali, volontari, associazioni no profit e non governative. Fatto di ascolto e dialogo, fatto di ricerca di soluzioni, fatto di iniziative locali, di cene di beneficenza, di conoscenza.
Dei perchè, manco a parlarne.
Nel 2016, il 7,8% dei conflitti armati in Africa ha avuto luogo in Nigeria. Un quarto di tutti i decessi in Africa si è verificato in Nigeria, rendendolo il paese più pericoloso per i civili africani: si conta che in sette anni di insurrezione armata il gruppo islamista Boko Haram abbia ucciso circa 15mila persone, costringendone all’esilio più di due milioni. Eppure, si continua a dire che «in Nigeria non c'è guerra»
E' un ragazzo intelligente, sveglio, propositivo.
Me lo ha mandato due volte, perchè ci ha pensato su e lo ha aggiornato.
Fino a qui, un normale CV europeo.
Se non fosse che Daniel arriva dalla Nigeria, ma prima ha mandato la moglie, che aspettava un bimbo. Fino a qualche mese fa abitava alla Cascina Calderara di Magenta, che poi ha chiuso. Oggi, grazie alla cooperativa "I Girasoli", vive a Milano con Amaka, la moglie, e la piccola Silvia.
L'ho incontrato sabato, brevemente, a causa di Claudia. Ha una bella parlantina, nonostante sia in Italia da meno di un anno. Integra le lacune con locuzioni, oppure passa all'inglese. Un armadio di 35enne che vuole solo lavorare, che ogni giorno, intanto, va a scuola di Italiano.
C'è un problema, però. Il ragazzo ha il permesso di soggiorno in regola, ma non ha i documenti. Non li ha perchè le direttive governative, oltre a chiudere i centri di accoglienza, bloccano l'emissione della carta di identità e dei codici fiscali.
Cercare lavoro senza documenti non è facile e non ci vuole un ripasso di Pirandello per capirlo.
Un lavoro regolare, non in nero. Non nei campi, non vivendo di espedienti, non cercando soluzioni illegali. Un lavoro normale, insomma.
Ed ecco il paradosso. I richiedenti asilo come Daniel e la sua famiglia hanno un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che dura due anni. In questi due anni, devono dimostrare di aver trovato un lavoro. In questi due anni, una commissione chiama la persona a colloquio, in una data decisa arbitrariamente e non negoziabile, e lo interroga con la sola presenza di un mediatore linguistico. La commissione deve capire se il richiedente si sta muovendo nella giusta direzione e se è sincero, dopo di che decide del suo futuro.
Daniel vive a Milano e provincia da un po', ma figura ancora negli elenchi di Catania.
Come per altre decisioni, le direttive governative mirano a un risultato finale senza analizzare nulla del processo, del lavoro che sta in mezzo. E il lavoro che sta in mezzo è enorme, fatto di operatori sociali, volontari, associazioni no profit e non governative. Fatto di ascolto e dialogo, fatto di ricerca di soluzioni, fatto di iniziative locali, di cene di beneficenza, di conoscenza.
Dei perchè, manco a parlarne.
Nel 2016, il 7,8% dei conflitti armati in Africa ha avuto luogo in Nigeria. Un quarto di tutti i decessi in Africa si è verificato in Nigeria, rendendolo il paese più pericoloso per i civili africani: si conta che in sette anni di insurrezione armata il gruppo islamista Boko Haram abbia ucciso circa 15mila persone, costringendone all’esilio più di due milioni. Eppure, si continua a dire che «in Nigeria non c'è guerra»
(da Vita.it)
mercoledì 6 marzo 2019
Well done, Pietro!
...all I have to say is that this is hard work. I've worked hard for a long time, and it's not about, you know...it's not about winning. But what it's about is not giving up. If you have a dream, fight for it. There's a discipline for passion. And it's not about how many times you get rejected or you fall down or you're beaten up. It's about how many times you stand up and are brave and you keep on going.
Ieri si è laureato Pietro, il terzo della grande famiglia, primo ingegnere.
Una giornata di sole ha illuminato il Poli Leonardo, affollatissimo proprio per le lauree, con il piazzale pieno di gente, corone d'alloro, cori del "dottooore, dottoore", risate, bottiglie stappate.
Prima di questo l'aula 01 dell'Edificio 2 strapiena, slalom nel silenzio assoluto, due donne nel gruppo con una da 110 e lode. Emozione da traguardo tagliato, da liberazione, da adrenalina che si scioglie, da sorrisi differenti.
Anche Pietro ha iniziato a sorridere diversamente, anche lui si è sciolto e ha persino brindato, lì sul piazzale e la sera,a cena con tutte le persone che hanno risposto al suo invito. Le persone che hanno voluto stargli vicino, semplicemente. Felicità è anche condivisione, è una sincera ammirazione per chi fa scelte e percorsi differenti e ottiene.
Così, cugino, ti dedico le parole di Lady Gaga. Le ha pronunciate la notte degli Oscar, con la statuetta in mano e le lacrime agli occhi. Sì, lo so, forse non ti saresti aspettata proprio lei, eppure sono perfette per gioire, assaporare e andare avanti. Brave, senza paura. Accogliendo tutte le curve che la vita ti proporrà.
mercoledì 13 febbraio 2019
Tetris letterari
Andare a una presentazione, ogni tanto: appunto mentale di sempre.
Andare a un reading e a un caffè letterario in una sola serata: prima volta di ieri.
Colpa mia. Con un'agenda cartacea, Google Calendar e Outlook sono comunque riuscita a fissare due appuntamenti in un solo giorno. Ma è andata bene, anzi, benissimo. Ecco come ho fatto.
Annalisa mi ha scritto la scorsa settimana, quando il raffreddore si era impossessato di me, della mia testa, delle mie orecchie, ed ero suonata come un gong. C'eravamo date appuntamento sul divano di casa sua per la finale di SanRemo; poi lei ha ricevuto un invito per entrambe, ma ho preferito non mostrarmi a sconosciuti in modalità mostro della palude e ho declinato rilanciando per la settimane.
La nuova proposta è stata la presentazione di Quinta Vez, di Maria Pia Quintavalle.
Un testo denso di significato, sul rapporto madre e figlia, pieno di rimandi ancestrali, culturali, emancipazione, scambio di ruolo nel corso della vita. E una presentazione profonda, da seguire con attenzione, di fronte a una larga platea sorprendentemente eterogenea, con evidenti habitè della Libreria delle Donne. Un'autrice puntuale, che srotola la sua poesia con pause imprevedibili, voce profonda, intonazione riflessiva che accentua le parole, le rende ora tetre, ora leggere.
Non so spiegare cosa suscita in noi, questo momento. Sicuramente, io e Annalisa viviamo la questione in modi molto differenti, e le nostre storie personali giustificano a pieno questo diverso sentire. Ma siamo colpite dai richiami alla psicanalisi, all'idea platonica e al mito della caverna, all'uso di parole che, per quell'ora, ci salvano dalla banalità. Lei, timida, si avvicina poi alla presentatrice della serata, chiede dei prossimi appuntamenti, le ricorda un articolo che aveva scritto su di lei anni fa. La bellezza di questi momenti si specchia anche nella facilità di tessere piccoli fili invisibili, di mostrare la possibilità di fare seguito, conseguenza, serie a questi momenti. Di riflettere; magari di scriverci su.
In auto, la porto a casa e volo al mio Caffè Letterario. Iniziava ieri sera, proseguirà con altri 5 appuntamenti. Arrivo in volata, siamo un bel gruppo in uno studio di psicoterapia bellissimo, di cui - confesso - non sapevo l'esistenza. Uno scrigno nel cuore del paese in cui sono cresciuta, con un cerchio di donne pronte a parlare di Eleanor Oliphant. La ragazza, che parla di sè in prima persona nel romanzo, si scherma dal mondo anestetizzandosi in settimana con il lavoro e una routine di ferro, sempre uguale, e nel week end bevendo vodka. Ma la vita si insinuerà in questa comoda solitudine crepando l'armatura, fino a farla cadere.
Le parole non richiamano Jung, ma il sentimento è condiviso dalle uditrici, tutte veramente diverse, tutte con età e storie differenti. Ed Elena aggiunge allo svelamento del romanzo alcune considerazioni che toccano le vite di tutti, che parlano di amicizia come appartenza, come sostegno sociale verso autostima e autorealizzazione.
Riflettiamo, insieme, sulla profondità dei rapporti di oggi; sugli strumenti che abbiamo noi, che non siamo nativi digitali, e di quelli che forse mancheranno ai millenials, chi lo sa! Ci scambiamo impressioni davanti a una tisana bollente, una frittella; allacciamo collegamenti con il prossimo libro, il prossimo incontro.
Milano e Santo Stefano Ticino. Nella prima, tanti momenti come questi ogni giorno, a ore diverse. Nel secondo, una preziosissima iniziativa legata alla libreria Controvento di Inveruno che sa essere ossigeno puro, come direbbe il magnifico dr. Shepherd. Non facile in entrambi i casi. Nel secondo di più, per me, perchè questo libro che ancora mi accingo a leggere è molto vicino a quello che sento in questo momento, e perchè alcune delle persone che ho rincontrato sono state da me ignorate in passato, una di queste non rispettata, a dire la verità.
Eppure, rincasando e riflettendo sul tutto, ho pensato che le possibilità per recuperare, per rimediare, per incontrare nuovamente sono davvero inedite.
Il mio grazie è enorme e va solo alle donne incontrate; ad Annina, appunto, e a Barbara, che mi ha coinvolto nel Caffè che potremmo ribattezzare Yogi Tea Letterario!
Non che non ci fossero uomini, nell'incontro milanese. Tutti distratti dal telefonino.
Dr. Shepherd escluso, ovviamente.
Andare a un reading e a un caffè letterario in una sola serata: prima volta di ieri.
Colpa mia. Con un'agenda cartacea, Google Calendar e Outlook sono comunque riuscita a fissare due appuntamenti in un solo giorno. Ma è andata bene, anzi, benissimo. Ecco come ho fatto.
Annalisa mi ha scritto la scorsa settimana, quando il raffreddore si era impossessato di me, della mia testa, delle mie orecchie, ed ero suonata come un gong. C'eravamo date appuntamento sul divano di casa sua per la finale di SanRemo; poi lei ha ricevuto un invito per entrambe, ma ho preferito non mostrarmi a sconosciuti in modalità mostro della palude e ho declinato rilanciando per la settimane.
La nuova proposta è stata la presentazione di Quinta Vez, di Maria Pia Quintavalle.
Un testo denso di significato, sul rapporto madre e figlia, pieno di rimandi ancestrali, culturali, emancipazione, scambio di ruolo nel corso della vita. E una presentazione profonda, da seguire con attenzione, di fronte a una larga platea sorprendentemente eterogenea, con evidenti habitè della Libreria delle Donne. Un'autrice puntuale, che srotola la sua poesia con pause imprevedibili, voce profonda, intonazione riflessiva che accentua le parole, le rende ora tetre, ora leggere.
Non so spiegare cosa suscita in noi, questo momento. Sicuramente, io e Annalisa viviamo la questione in modi molto differenti, e le nostre storie personali giustificano a pieno questo diverso sentire. Ma siamo colpite dai richiami alla psicanalisi, all'idea platonica e al mito della caverna, all'uso di parole che, per quell'ora, ci salvano dalla banalità. Lei, timida, si avvicina poi alla presentatrice della serata, chiede dei prossimi appuntamenti, le ricorda un articolo che aveva scritto su di lei anni fa. La bellezza di questi momenti si specchia anche nella facilità di tessere piccoli fili invisibili, di mostrare la possibilità di fare seguito, conseguenza, serie a questi momenti. Di riflettere; magari di scriverci su.
In auto, la porto a casa e volo al mio Caffè Letterario. Iniziava ieri sera, proseguirà con altri 5 appuntamenti. Arrivo in volata, siamo un bel gruppo in uno studio di psicoterapia bellissimo, di cui - confesso - non sapevo l'esistenza. Uno scrigno nel cuore del paese in cui sono cresciuta, con un cerchio di donne pronte a parlare di Eleanor Oliphant. La ragazza, che parla di sè in prima persona nel romanzo, si scherma dal mondo anestetizzandosi in settimana con il lavoro e una routine di ferro, sempre uguale, e nel week end bevendo vodka. Ma la vita si insinuerà in questa comoda solitudine crepando l'armatura, fino a farla cadere.
Le parole non richiamano Jung, ma il sentimento è condiviso dalle uditrici, tutte veramente diverse, tutte con età e storie differenti. Ed Elena aggiunge allo svelamento del romanzo alcune considerazioni che toccano le vite di tutti, che parlano di amicizia come appartenza, come sostegno sociale verso autostima e autorealizzazione.
Riflettiamo, insieme, sulla profondità dei rapporti di oggi; sugli strumenti che abbiamo noi, che non siamo nativi digitali, e di quelli che forse mancheranno ai millenials, chi lo sa! Ci scambiamo impressioni davanti a una tisana bollente, una frittella; allacciamo collegamenti con il prossimo libro, il prossimo incontro.
Milano e Santo Stefano Ticino. Nella prima, tanti momenti come questi ogni giorno, a ore diverse. Nel secondo, una preziosissima iniziativa legata alla libreria Controvento di Inveruno che sa essere ossigeno puro, come direbbe il magnifico dr. Shepherd. Non facile in entrambi i casi. Nel secondo di più, per me, perchè questo libro che ancora mi accingo a leggere è molto vicino a quello che sento in questo momento, e perchè alcune delle persone che ho rincontrato sono state da me ignorate in passato, una di queste non rispettata, a dire la verità.
Eppure, rincasando e riflettendo sul tutto, ho pensato che le possibilità per recuperare, per rimediare, per incontrare nuovamente sono davvero inedite.
Il mio grazie è enorme e va solo alle donne incontrate; ad Annina, appunto, e a Barbara, che mi ha coinvolto nel Caffè che potremmo ribattezzare Yogi Tea Letterario!
Non che non ci fossero uomini, nell'incontro milanese. Tutti distratti dal telefonino.
Dr. Shepherd escluso, ovviamente.
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