lunedì 14 gennaio 2019

Dentro o fuori

Oggi ho ricevuto uno schiaffo.

Dopo aver piagnucolato per un sacco di tempo, qualche mese fa ho iniziato a picchiare i piedi. Ad agitare pugni, a mugugnare, corrucciata, agitando le braccia scompostamente.
Ma non a parlare.

Ho fatto lunghi monologhi con me stessa, lunghi e articolati, ma senza dar loro voce.
Ho parlato mille volte con me stessa, lasciando però che quei pensieri non avessero ordine e che perdessero ben presto la direzione.
Mi sono comportata come una lagna prima, come una monella dopo.
E ho sbagliato. Questa bambina capricciosa, incapace di essere domata, l'ho tenuta nascosta a tratti, a tratto mi ha sopraffatto. Continuava a indicarmi le cose dalla sua bassa prospettiva, da un punto di vista stretto, ostinato, un tunnel privo di grandangolo.

Oggi, lo schiaffo. Basta. Ti stai comportando male. Sei una stronza, traspare da molte cose. Eppure, non sembri proprio! No, in effetti non lo sono. Ma gli spigoli, le parti taglienti, il grugno e il mugugno sono insopportabili.
Tiriamo una riga, ma facciamolo una volta per tutte. In passato la riga è stato un braccio rotto, è stato un esperto del lavoro. Oggi, qualcosa di meno traumatico, risolta in una stretta di mano. Perchè le dita di una mano hanno strani modi di dare scosse, di schiaffeggiare anche quando non lo fanno.

Alla soglia dei quarant'anni, in un modo del tutto nuovo, ho avuto una gran bella lezione.
La bambina? L'abbiamo venduta al circo.
Questo 2019 può finalmente decollare.

giovedì 27 dicembre 2018

Il fantasma di Cornaredo

Siamo avanti, siamo all'avanguardia.
Siamo alternativi, siamo sempre nuovi, provocatori, siamo originali.
Siamo noi i migliori di tutti i tempi. Il passato ci fa un baffo.
O forse no.

Perchè, mentre stai cercando di non addormentarti dopo il pranzo delle feste, l'ennesimo, quello di Santo Stefano, salta fuori una storia incredibile del passato che sovverte la percezione di essere, oggi, tutto e il contrario di tutto.
Si scherzava sul fatto di andare in pensione a quarant'anni, insieme al fratello di mio cognato. C'era anche Paolo, con le sue gemelle di poco più di un anno. Cosa possiamo fare per monetizzare? Vome possiamo fare per smettere di lavorare e senza reddito di cittadinanza?

Si dovrebbe avere un'idea geniale, come quella del fantasma di Cornaredo.
Come, prego?

Ed ecco la storia di questo pazzo geniale. Nel 1971, a Cornaredo, un uomo appariva sul muro del cimitero. Come spesso accade, i ricordi dei presenti si contraddicono, ma la sostanza è questa. Era nudo? Chi lo sa. Sicuramente si copriva con un lenzuolo bianco. Ma tutte le sere? No, non c'era regolarità nelle apparizioni, nè sugli orari. Appariva in modo imprevedibile, a orari sempre diversi.
E il pubblico cresceva. Faceva caldo, e i ragazzi si davano appuntamento fuori dal cimitero. Dove andiamo stasera? Ma al cimitero di Cornaredo, ovviamente.
I bar erano sempre pieni. E, addirittura, davanti al luogo dell'eterno riposo erano comparsi pure i camioncini dei panini. Dove si va, in questa calda notte di Settembre? Ma a Cornaredo! A vedere - o a non vedere - quel velocissimo ragazzo saltare sul muro e tra le tombe, seduto su un muretto, o nel campo, o ai tavolini del paese, ma insieme.

La storia divenne così famosa che un giornalista, Romolo Amicarella, riuscì a portarla all'attenzione nazionale. Il genio di bianco coperto non venne mai acchiappato ? No, assicurano i presenti. I Carabinieri arrivavano, spesso tardi, o spesso non lo trovavano. Probabilmente una tomba semi aperta e un anfratto buio giocava a favore del fantasma, che scompariva sotto i loro occhi. Fino alla prossima esibizione. Mi piace pensare all'adrenalina di questo performer sconosciuto, la pianificazione della sua messa in scena, il brivido di correre davanti ad un pubblico altrettanto carico di quella piccola eccitazione, di quel piccolo brivido per la scorrettezza, per la non convenzionalità. Per qualcosa che non si fa, ma non fa male a nessuno.

No, non ci inventiamo nulla; ma noi "ragazzi" ci siamo divertiti molto a pensare come sarebbe stato oggi, senza macchine fotografiche analogiche ma con strumenti diversi. Forse la magia e il divertimento sarebbero spariti subito, rivelati da occhi tecnologicamente più avanzati, ma sai il business, Paolo?

Siamo poi così diversi dai quei giovani di 47 anni fa?

venerdì 23 novembre 2018

25 Novembre sempre

Un giorno lui se ne andò.
Un giorno come tanti, un giorno uguale ad altri, un giorno senza particolari ricorrenze, senza ricordi di dolore, lui uscì di casa e non tornò.
Nessun presentimento, nessun indizio da collegare anche a posteriori, con il senno di poi. Nessuna avvisaglia di un abbandono improvviso, immotivato, senza alcun messaggio.

Se ne andò e basta.
E, visto che un uomo non è un'isola, si cercò una ragione nella famiglia, che fece muro e non volle dare spiegazioni. Negli amici molto meno, perchè quando una donna subisce un abbandono di questo genere può reagire in modi completamente differenti. E questa donna, di fronte a un'azione del genere, scelse di non parlare. Un silenzio pieno di rumore, però. Il frastuono di domande, l'uragano interiore che travolge. Lei rimase inchiodata, apparentemente immobile. Doveva pensare a un passo davanti all'altro, doveva ricordare a se stessa, tutti i momenti, che la terra sotto i piedi la teneva lì agganciata, mentre dentro tutto il resto la trascinava via.

I giorni, le settimane, i mesi passarono. Anni insieme, un matrimonio. una condivisione bruscamente interrotta, come se non ci fosse mai stata. Un ramo tranciato di netto. Una frattura. Un pezzo di vita che perde improvvisamente senso.
poi lui tornò, come se niente fosse. Aveva bisogno di pensare, disse. Una spiegazione assurda, mostruosa. Inaccettabile, per lei. Lei che continuava a vivere nel suo vento tempestoso e non poteva crederci. Le avrebbe tolto l'equilibrio che aveva precariamente conservato. Le avrebbe tolto la terra sotto i piedi.

Ma lì iniziò la violenza. Appostamenti lunghissimi fuori da casa, messaggi, chiamate. Tantissime, a tutte le ore. Lui era ovunque. La inseguiva ovunque, la osservava sempre. Lei continuò a tacere. Sai, la gente non capisce. Se parli con qualcuno, la colpa è anche tua. Avrai pur fatto qualcosa, no? Chissà cosa hai combinato. Te lo sarai meritato.
Lei trovò soluzioni senza dover dare troppe spiegazioni. Il corso in palestra? Passa tu a prendermi, per favore, sei di strada. La spesa con la madre, sempre. Gli amici a casa mia. Il tragitto casa-lavoro e pochissimo di più.
Ma una sera lei rientrò in casa e la trovò devastata. il divano sventrato, le applique sradicate dal muro, gli armadi aperti, tutto sparso in giro. Persino le piastrelle rotte, i mobili graffiati, le ante sradicate, lo specchio in frantumi. No, non erano ladri. Non erano zingari. Erano le chiavi del marito che ancora aprivano la porta.

Lei non disse nulla. Nemmeno alla propria famiglia. Si affidò a pochissime persone di grandissima fiducia, fece ordine, cambiò la serratura e piano piano rimise tutto a posto. Chiese la separazione e aprì le pratiche del divorzio breve. Non aveva più bisogno di pensare a come stare in piedi: adesso sapeva come camminare, che direzione prendere. Ci furono mille ostacoli, il divorzio non voleva essere concesso. Ricomparve la famiglia da dietro un muro, l'apparenza prima di tutto.

Lei promise a se stessa di non ricadere più nello stesso errore. L'amore non esiste, posso farne a meno se è questo, se può portare a questo. Ma non rimase da sola. Gli appostamenti non finirono, continuarono con una discontinuità ancora più sconfortante di prima. E quella sensazione di essere continuamente osservata, spiata, seguita, non finì. Quindi lei decise di convivere con un'altra persona. Ci stava bene, ma non era amore. Lei lo disse, a quelle fidatissime persone. E continuò a tacere.

Ma la vita restituisce in modi del tutto imprevedibili. Lei si accorse, lentamente, con stupore, delle attenzioni di una persona che, come lei, aveva scelto il silenzio, per i propri sentimenti. Una persona che lei conosceva da sempre, una persona che l'aveva sempre amata. Che forse aveva bisogno di tempo, di consapevolezza, per capire che l'avrebbe protetta per sempre, che sarebbe stata in grado di dare a lei quell'amore che non nasconde un lato oscuro. Anche lui aveva bisogno di tempo. O forse rispettò solo quelli di lei, aspettò che lei camminasse un'altra volta, da sola e definitivamente, senza più bisogno di nessuno accanto. Aspettò che il rumore di fondo cessasse, che lei aprisse gli occhi e che il suo sguardo fosse di nuovo pronto a guardare l'orizzonte. E da questa nuova vita ne nascerà un'altra.

Questa è una storia di pura invenzione. O forse no. Chissà.
Il vero protagonista è il silenzio. Quello rumoroso di mille domande, quello dei pianti contro il cuscino, quello che non fa pensare lucidamente. E' quello carico di sensi di colpa, di analisi continue.
E' quello della vergogna. E' quello imposto dalla società che non deve sapere, perchè è sicuramente colpa tua. No, non è un'ipotesi tra tante: è una condanna scritta e già emessa. La lettera scarlatta che prima o poi qualcuno tira fuori con il sorriso storto di chi la sa lunga, di chi ne sa di più.

Il segreto è camminarci sopra. La propria direzione, un passo avanti all'altro, lo sguardo verso l'orizzonte, io al centro. Quel rumore svanirà del tutto. Perchè, in realtà, non dovrebbe nemmeno esserci, se non fosse per il giudizio continuo che la nostra mente si trova ad avere costantemente a che fare.

giovedì 15 novembre 2018

Caviale per Natale

Mi è stato chiesto di pensare a cosa desidero ricevere per Natale. 

La storia della wishlist è sicuramente scritta anche qui, da qualche parte. 
Ogni anno esprimo desideri piccoli e grandi e grandissimi, li avrò pure fermati sul blog, uno di questi anni!
In casa conservo anche quella che mi serve a completare la casa in cui vivo, senza includere il rene che avevo promesso nei miei primissimi post. 

Al momento mi viene in mente una scatolina di caviale. Ma vero, però. Non uova di lompo. 
Perchè a Natale è sempre così. Chiedevi pantajazz e arrivavano fuseaux. Il pellicciotto sintetico era una mantella. Il silkepìl arrivava di un'altra marca. 
Chissà perchè. Probabilmente, sono sempre stata quella del "vabbè tanto è uguale". 
Anni a dissimulare piccole delusioni, con una faccia che non riesce a nasconderle. 
Anni ad essere considerata una piccola ingrata, forse. 

Anche se poi, a ben pensarci, i fuseaux li ho usati ugualmente, così come la mantella e l'epilatore, fino a sfinirlo. Così come i collant con la fascia contenitiva (non adesso, che servirebbero a comprimere qualsiasi cosa, ma a vent'anni, quando non c'era nulla da rimodellare), come la borsetta paralimpica, come il maglione bianco del mercato, il bagnoschiuma dall'aroma esagerato. 
Ho onorato fino in fondo il pensiero laterale avuto nei miei confronti, perchè...chi lo sa. Mi hanno insegnato così. Mi sembrava comunque giusto. Non potevo non farlo. 

Oggi non ricevo più tanti regali. Giustamente. Finalmente, anche. 
Sfortunatamente, non è aumentata la capacità di acquisto tanto da provvedere da me. 
Il rene ce l'ho ancora, ad esempio, ma la casa è ancora incompleta. 
L'importante, però, è continuare a guardare l'orizzonte, no?

mercoledì 14 novembre 2018

Razzismi al contrario

Non c'è un modo semplice per spiegare un viaggio a Capo Verde. Il secondo, per giunta.
Non saprei se definirlo in Africa, anche se una delle squadre di calcio delle Isola si chiama Africa Show. Del resto, anche loro non si definiscono africani, ma ci tengono a puntualizzare la loro essenza capoverdiana con una certa fierezza. La loro è una storia particolare, fatta di conquiste, fortini, passaggi di navi negriere, impero del sale, punto fondamentale del commercio portoghese nel mondo imperialista.

E non posso nemmeno generalizzare sulla nazione, ma parlare solo di Boa Vista. Certo, intere carriere sono basate sul nulla, ma mi sfilo molto volentieri (e poi...che carriera?). E quindi Boa. Rabìl per atterrare in un aeroporto praticamente senza tetto e per partecipare ad una bellissima festa di paese, Sal Rei per abitare, un fuoristrada per girare.

Mentre arrivavo in aereo, maledicendo gli alisei, il vento contrario, le turbolenze, sudando come un maialetto sullo spiedo e senza potermi attaccare a nessuno, mi chiedevo come avrei replicato. Si replica, di un viaggio nello stesso luogo? Cosa cambia, oltre all'aspettativa?
Non lo so. Mi sono immediatamente accorta quanto quella prima volta mi aveva lasciato. Il vento, ancora e su tutto. La strada da percorrere a piedi verso la spiaggia, le vie che cambio di continuo, la panetteria e l'asilo. La chiesa a lato della piazza, serve taxi? La scuola di capoeira e la nuova clinica. E la sabbia, e il mare.

Com'è?, mi hanno chiesto in tanti. E' la contraddizione di una città che cresce in disordine, tra facciate di tutti i colori e muri diroccati, vie ferme all'800 e hotel nuovi, una baraccopoli sempre più grande, i pulmini dei lavoratori verso gli sterminati villaggi, la spazzatura e la pulizia, la proposta varia ma in piccole quantità.
E la vitalità, il calcio e la musica e il kite, le escursioni, i quad, lo snorkeling, il windsurf. Case, appartamenti, B&B. Artigianato locale nascosto da quello di importazione. Bazar cinesi, birre gelate da 25 cl, riso e pesce e carne. Asini che traversano la strada.

Ma c'è molto di più. C'è qualcosa sopra. Il mare, la sabbia, il deserto. Piste, che ne ricalcano alcune da secoli, che percorrono letti asciutti di fiumi. Muri a secco di case senza più tetti.
C'è la Terra che respira, a Capo Verde. Ed è questo respiro, questo soffio continuo che il vento porta all'orecchio, scombina i capelli, stropiccia i vestiti, asciuga l'acqua del mare che chiama e chiede di fermarsi, di valutare l'importanza del superfluo, di restare.

Restare da stranieri, però. Perchè, nonostante l'Europa sia decisamente presente, è comunque lontana, e tu sei comunque un bianco che dee fare più file di altri, anche quelle che gli altri saltano. Che devi avere a che fare con tutta la burocrazia possibile, che altri non hanno. E' un po' come sperimentare un razzismo al contrario, capire cosa vuol dire essere in minoranza e non avere troppa solidarietà. Ma quello diventa il tuo posto, quella diventa la battaglia.

C'è una realtà, quella in cui siamo immersi, che mentre la viviamo ci sembra l'unica possibile.
Ma non è così. Ognuno di noi a molte possibilità, anche della stessa realtà che ci sembra impossibile da modificare. I viaggi sono un'ottima opportunità per scoprire che la vita può essere affrontata in molti modi. Boa Vista non fa giri di parole. Ma siamo pronti a liberarci del superfluo?

venerdì 26 ottobre 2018

Restauratrice di nome e di fatto

Manuela è una Restauratrice.
Lo è da quando uscì dall'Istituto Santa Chiara di Mantova, in realtà. 

Quella Scuola (due classi, 40 posti. Il suo accesso al 12esimo posto) lei la frequentò dopo i 4 anni canonici di Liceo Artistico. Due anni più uno. Specializzazione in tele e tavole lignee.
Quella Scuola oggi non esiste più: era nata grazie ai Fondi Europei. Poi arrivò il ministro Sandro Bondi che la eliminò, e anzi cercò pure di revocare i diplomi ottenuti da quegli studenti. Un povero di spirito alla guida dei Beni Culturali. Sarebbe stato in grado di toccare Amore e Psiche con le mani unte di sugo o grattare via un grumo di pittura da un Van Gogh.

Poi arrivò subito un laboratorio, ma - dopo un anno - lei pensò di non aver fatto abbastanza. Quindi? Università, integrazione di esami, nuovi libri e nuove materie. E lavoro, trasferte, nuove collaborazioni, corsi di aggiornamento. Freddo, tantissimo. E caldo, tantissimo. Su è giù dai ponteggi, scarpe antinfortunistiche, 3 maglioni, mani e dita sempre scoperti. Ok, congeliamo gli esami oltre alle dita, meglio imparare sul campo. Tanti campi, tanta bellezza, tanta ricchezza da curare e pochissima nelle tasche.

Dal 22 Ottobre, lo Stato Italiano l'ha riconosciuta, Restauratrice, non assistente addetta, portatrice sana di bisturi e carta cinese. Il Mibac, dopo vent'anni, ha "uscito" un albo. E lei ha più specializzazioni, tutte medaglie guadagnate nella sua carriera. Lei, che dopo aver gettato uno sguardo a un'opera, ti dice di chi è, dove si trova, cosa significa.

Non cambierà niente. Sempre sottopagate, poco occupate, non tutelate. Sempre preda di grandi committenti, grandi commissari, clero da sclero. Sempre pronta al recupero crediti, operazione estenuante e #mainagioia. E ora, incinta, senza alcuna rete. Ma lei è il welfare di se stessa. La sua ricchezza non è pari a quella di nessuno.

Brava, Manu. Brava la nostra Restauratrice da sempre, e non solo da 4 giorni.

mercoledì 3 ottobre 2018

Lavorare per non vivere

Oggi volevo andare ad un funerale.

Immagino che no, non sia esattamente il desiderio quotidiano di una persona.
Ovviamente, non lo è per niente.
Ma le persone muoiono, e lo fanno una volta sola. Una la vita, una la morte.
E no, non vorrei andare a tutti i funerali. Perchè sì, questo sì che sarebbe strano.

Ma oggi il saluto era ad una persona che per 25 anni ha potuto prendersi il merito della mia intelligenza. Non quella innata, no. Ma quella che da questa è cresciuta, da questa è fiorita.
Per farmi vedere? Per apparire? Per dovere? No, niente di tutto questo.

Ci sono dei valori in ognuno di noi. Come dice un caro amico, con cui converso un paio d'ore ogni settimana, il nostro hardware nasce con alcuni elementi installati, ma poi arriva tutto fin da subito, fin dalla tenera età. Tutto quello che ci succede costruisce un mattoncino di noi. Ecco, io li chiamo valori, perchè sono una persona molto fortunata.
Questa persona è stata un valore, per me.

Oggi volevo andare ad un funerale, ma non ci sono andata. Ci ho pensato: un paio d'ore di permesso, salto il pranzo, riattacco il pc a casa e vado avanti a oltranza.
Ma non è stato possibile. Perchè queste giornate sono dei buchi neri che inghiottono tutto. Sono peggio di una droga, perchè mi lasciano stordita, la sera. Sono ubriacanti tanto da spezzettare la mia parlantina, interrompere il filo dei pensieri. Sono faticosi come una montagna che scali e vedi sempre alta davanti, una montagna senza fine.

Volevo andare al funerale per concedermi un momento al ricordo, per guardarmi dentro e vedere cosa ho costruito. Invece non vedo nulla. Invece sono arrivata al punto che altro sovverte i miei valori. E questo altro non è nulla che riguarda la vita, ma solo lavoro. Solo lavoro. E solo molto faticoso. Senza poi poter raccoglierne il bello, partecipare alla realizzazione, dare un senso a questa fatica.
Un mulino senza vento.

Oggi quello che ho perso è stato un po' di me. Io non ho tempo per nessuno, e probabilmente arriverà, arriva, è già arrivato, il momento in cui nessuno avrà tempo per me.
Forse è meglio mettere un punto.