Paula è rumena, ma a prima vista non lo diresti mai. Perchè è alta, con le gambe lunghe, i capelli lisci e castani, gli occhi tra il verde e il castano. A quella prima vista, appunto, diresti che è brasiliana.
Paula se ne sta tutto il giorno a chiedere l'elemosina ad un semaforo, sulla via Lorenteggio, proprio alle porte di Milano, dove c'è il palazzone di Intesa San Paolo o quelli della Vodafone. Se ne sta ferma sul marciapiede e allunga il bicchiere alle auto che attendono il verde per scappare via. Eppure...
Lei allunga il bicchiere, ma cerca anche una parola. Non importa se dentro quel suo salvadanaio di cartone non ci metti niente, o se le dai un'arancia, o i crackers che hai in borsa. Lei vuole parlare. Lei si chiama Paula, e tu? Lei è in Italia da 8 mesi, ha due figli, che sono lontani, a cui spedisce i soldi.
Sabrina è un bel nome, c'è un'altra Sabrina che lavora lì vicino, che passa di lì all'ora di pranzo e scambia con lei due parole. Cosa fai di bello, Sabrina? Perchè sei così stanca?
Paula se ne sta lì la semaforo per 10 ore al giorno. Ci arriva in auto, va via in auto. Parla e ti guarda dritta negli occhi, sotto il suo cappellino con la visiera e il viso abbronzato da quel sole tra i palazzi. Io le farei duemila domande, in quel breve lasso di tempo tra il rosso e la ripartenza. Spesso, quando non mi fermo, abbasso il finestrino e la saluto, almeno. Perchè in quegli occhi vedo una vita imprigionata nel bisogno, nella necessità, nei desideri infranti, quello che non può esserci. In quegli occhi e su quell'ovale perfetto, in una vita così diversa dalla mia, vedo parte di me.
E vedo una dignità che io ho dimenticato e non saprei avere. Che mi colpisce, e che mi affolla la testa di domande.
mercoledì 19 ottobre 2011
martedì 18 ottobre 2011
Domenica sarda
Ieri sera sono andata al compleanno del mio cuginetto Matteo. C'erano tutti, come sempre. Sono arrivata un po' più tardi degli altri, come sempre, giusto in tempo per le mie due fette di torta, il prosecco generosamente versato dallo zio (e poi riversato), i bacioni di Gaia, il gol vittoria della Lazio, i regali del festeggiato.
Tutto come sempre, insomma. Se non fosse che arrivavo da Cagliari. E fin qui niente di eccezionale, se non fosse che ci sono andata in giornata. Non so, continuo a stupirmi. Un giorno in Sardegna e una serata come tante, come quelle che passo in famiglia. E'...bellissimo. Una delle miriadi di cose che mi riempie di stupore. Poter, per esempio, seguire per questa trasferta fuori dal...Continente questa squadra di football americano. Questi Under 18 che, in due volte, hanno imparato a conoscermi, così come ho imparato a conoscere loro. Che giocano duro, ma non per far male, ma per placcare e interrompere il gioco altrui e, ancor di più, eseguire alla lettera gli schemi dei coach, difendere senza punto ferire, e offendere per arrivare al touch down e al tiro tra i pali.
Questi ragazzi sono tutti diversi. Bassi e alti, magri e giganti, italiani, un moldavo, un gruppo di sudamericani. Ieri si sono svegliati alle 3 e mezza, alle 4, per questa trasferta. Hanno preparato il riso, che poi hanno mangiato in aeroporto alle 9, qualcuno si è svegliato in ritardo, per qualcun altro è stato il primo volo. Un Ryanair da Orio al Serio delle 7, su cui anche la hostess inglese è stata travolta dalla loro chiassosa simpatia. Poi l'arrivo al campo, che abbiamo scoperto essere di terra battuta. Risultato: 3 punti ad un ginocchio, un altro gonfio come una mela, un gomito decisamente sbucciato e scocciato, perchè in partita niente deve sanguinare.
Una gara vinta con decisione, 48 a 6. Senza cali di attenzione, nonostante la levataccia; con la giusta concentrazione, con il giusto impegno. E alla fine è stata solo festa di una vera squadra. Loro impolverati e sudati, e noi, che di Cagliari abbiamo visto giusto il campo e il sole, i dolci della squadra ospitante e poi di nuovo l'aeroporto. Ragazzi stanchi, ma decisamente felici, accolti dai genitori all'arrivo a Linate, già pronti stasera per un nuovo allenamento. E io sulla via di casa, ops, di Matteo. Già a raccontare di una domenica incredibile, a 700 chilometri da lì, racchiusi tra alba e tramonto.
Tutto come sempre, insomma. Se non fosse che arrivavo da Cagliari. E fin qui niente di eccezionale, se non fosse che ci sono andata in giornata. Non so, continuo a stupirmi. Un giorno in Sardegna e una serata come tante, come quelle che passo in famiglia. E'...bellissimo. Una delle miriadi di cose che mi riempie di stupore. Poter, per esempio, seguire per questa trasferta fuori dal...Continente questa squadra di football americano. Questi Under 18 che, in due volte, hanno imparato a conoscermi, così come ho imparato a conoscere loro. Che giocano duro, ma non per far male, ma per placcare e interrompere il gioco altrui e, ancor di più, eseguire alla lettera gli schemi dei coach, difendere senza punto ferire, e offendere per arrivare al touch down e al tiro tra i pali.
Questi ragazzi sono tutti diversi. Bassi e alti, magri e giganti, italiani, un moldavo, un gruppo di sudamericani. Ieri si sono svegliati alle 3 e mezza, alle 4, per questa trasferta. Hanno preparato il riso, che poi hanno mangiato in aeroporto alle 9, qualcuno si è svegliato in ritardo, per qualcun altro è stato il primo volo. Un Ryanair da Orio al Serio delle 7, su cui anche la hostess inglese è stata travolta dalla loro chiassosa simpatia. Poi l'arrivo al campo, che abbiamo scoperto essere di terra battuta. Risultato: 3 punti ad un ginocchio, un altro gonfio come una mela, un gomito decisamente sbucciato e scocciato, perchè in partita niente deve sanguinare.
Una gara vinta con decisione, 48 a 6. Senza cali di attenzione, nonostante la levataccia; con la giusta concentrazione, con il giusto impegno. E alla fine è stata solo festa di una vera squadra. Loro impolverati e sudati, e noi, che di Cagliari abbiamo visto giusto il campo e il sole, i dolci della squadra ospitante e poi di nuovo l'aeroporto. Ragazzi stanchi, ma decisamente felici, accolti dai genitori all'arrivo a Linate, già pronti stasera per un nuovo allenamento. E io sulla via di casa, ops, di Matteo. Già a raccontare di una domenica incredibile, a 700 chilometri da lì, racchiusi tra alba e tramonto.
domenica 25 settembre 2011
A ognuno i propri Demoni
Io sono la "profana". Che è esattamente quello che sono la maggior parte delle persone che, come me, sanno cos'è il football americano perchè...lo sanno, ma niente di più. Forse, parlare da digiuna di football a chi non lo conosce può essere una buona idea.
Io mi sento un'iniziata. Lo sono come i ragazzi che quest'anno sono entrati a far parte dei Daemons, senza però i loro goliardici riti di battesimo.
I Daemons, società che si allena a Cernusco sul Naviglio, che ha una prima squadra, ma non solo. Sabato 24 settembre, infatti, il mio battesimo è avvenuto con l'Under 18 e in terra svizzera.
Ecco quindi com'è andata.
Metti il primo sabato di questo autunno, in un pomeriggio che sa tutto di estate, in viaggio verso Lugano. Non per una mostra, non per il quartiere a luci rosse, non per una gita di piacere sul lago.
Qui si parla di trasferta. La prima, in amichevole, ma pur sempre gara. Con una squadra che si chiama Lakers. No, non è basket. E' football americano.
La nostra squadra si chiama Daemons. I Demoni. Quella che gioca oggi alle 19.30 è l'Under 18.
Arrivo, vestizione e allenamento di un'oretta con i coach Dario, Alessio, Peter e, su tutti, l'head coach Luca, il boss dell'allenamento. I ragazzi si proteggono con adeguate protezioni alle gambe e soprattutto alle spalle, cambiando forma, aiutandosi l'un l'altro. Cammello, Fatina, Alcool...sono solo alcuni dei soprannomi di questi ragazzi, dalla maglia bianca con il numero rosso sulle spalle, e un diavolo per ogni lato del casco.
I primi due quarti durano circa tre quarti d'ora e danno vincenti i padroni di casa per 19 a zero. I secondi due quarti sono andati di conseguenza, con risultato finale di 37 a zero. Dopo il saluto con la squadra vincente, subito il confronto in campo.
"Almeno tutto quello che non andava lo abbiamo visto", è il commento del coach Dario, fatto con un sorriso. Un sorriso, sì, perchè non è andata poi così male davvero. Questa gara può essere considerata il numero zero del nuovo corso dei Daemons. Un'amichevole con una squadra che in Italia giocherà con gli Under 21 e che ha un organico collaudato da almeno tre anni, mentre il nostro gruppo conta numerose new entry.
Alcuni dei ragazzi hanno quindi masticato schemi e tattiche per la prima volta. Per loro, l'ascolto delle indicazioni dei coach è stato quindi decisamente importante.
Un po' come me, insomma. Ho ascoltato i coach cercando di capire come si avvicendano nel gioco attacco e difesa, come in 4 tentativi debbano superare uno spazio, misurato in yarde, ben segnalato a bordo campo per poter progredire e cercare di far punti, come ci si incoraggia, come si prendano subito le statistiche e si porti l'acqua ai footballers. L'estate, nella freschissima serata svizzera, se n'era andata, ma solo il pubblico se n'è accorto. I ragazzi correvano e placcavano e i coach li incitavano, esortandoli a mantenere le loro posizioni e a mettere in atto le strategie, come in una partita a scacchi decisamente movimentata.
Io mi sento un'iniziata. Lo sono come i ragazzi che quest'anno sono entrati a far parte dei Daemons, senza però i loro goliardici riti di battesimo.
I Daemons, società che si allena a Cernusco sul Naviglio, che ha una prima squadra, ma non solo. Sabato 24 settembre, infatti, il mio battesimo è avvenuto con l'Under 18 e in terra svizzera.
Ecco quindi com'è andata.
Metti il primo sabato di questo autunno, in un pomeriggio che sa tutto di estate, in viaggio verso Lugano. Non per una mostra, non per il quartiere a luci rosse, non per una gita di piacere sul lago.
Qui si parla di trasferta. La prima, in amichevole, ma pur sempre gara. Con una squadra che si chiama Lakers. No, non è basket. E' football americano.
La nostra squadra si chiama Daemons. I Demoni. Quella che gioca oggi alle 19.30 è l'Under 18.
Arrivo, vestizione e allenamento di un'oretta con i coach Dario, Alessio, Peter e, su tutti, l'head coach Luca, il boss dell'allenamento. I ragazzi si proteggono con adeguate protezioni alle gambe e soprattutto alle spalle, cambiando forma, aiutandosi l'un l'altro. Cammello, Fatina, Alcool...sono solo alcuni dei soprannomi di questi ragazzi, dalla maglia bianca con il numero rosso sulle spalle, e un diavolo per ogni lato del casco.
I primi due quarti durano circa tre quarti d'ora e danno vincenti i padroni di casa per 19 a zero. I secondi due quarti sono andati di conseguenza, con risultato finale di 37 a zero. Dopo il saluto con la squadra vincente, subito il confronto in campo.
"Almeno tutto quello che non andava lo abbiamo visto", è il commento del coach Dario, fatto con un sorriso. Un sorriso, sì, perchè non è andata poi così male davvero. Questa gara può essere considerata il numero zero del nuovo corso dei Daemons. Un'amichevole con una squadra che in Italia giocherà con gli Under 21 e che ha un organico collaudato da almeno tre anni, mentre il nostro gruppo conta numerose new entry.
Alcuni dei ragazzi hanno quindi masticato schemi e tattiche per la prima volta. Per loro, l'ascolto delle indicazioni dei coach è stato quindi decisamente importante.
Un po' come me, insomma. Ho ascoltato i coach cercando di capire come si avvicendano nel gioco attacco e difesa, come in 4 tentativi debbano superare uno spazio, misurato in yarde, ben segnalato a bordo campo per poter progredire e cercare di far punti, come ci si incoraggia, come si prendano subito le statistiche e si porti l'acqua ai footballers. L'estate, nella freschissima serata svizzera, se n'era andata, ma solo il pubblico se n'è accorto. I ragazzi correvano e placcavano e i coach li incitavano, esortandoli a mantenere le loro posizioni e a mettere in atto le strategie, come in una partita a scacchi decisamente movimentata.
venerdì 23 settembre 2011
Professionastri
Essere giornalisti, contrariamente al sentore comune, non significa raccontare sempre e solo di tragedie e di brutte notizie. Tutt'altro. Ma la crisi, che si e' abbattuta pesantemente su questa categoria riducendo a stracci i collaboratori (stagisti, o sottopagati, o ampiamente sfruttati), ha tagliato proprio su quella parte di informazione che rende il giornalismo completo, interessante, degno di ammirazione. Curato. Originale. Sempre diverso.
Invece basta seguire due telegiornali, o due radiogiornali, per accorgersi che si somigliano in modo imbarazzante. Nelle parole, nelle pause.
Una volta quel giornalismo "originale" si chiamava inchiesta. Che di snello e fresco non aveva proprio niente, anzi. Era un lungo procedimento di ricerca, in cui il giornalista si informava davvero, senza fare copia e incolla. Le "grandi firme" erano questo. Persone che sapevano. Adesso siamo tanti scribacchini cinesi che producono e dimenticano, e se non fossi una di loro forse mi disprezzerei anche io.
Ho parlato con un amico, ultimamente, che mi ha raccontato di una sua sostituzione estiva in un quotidiano in cui è sempre stato un semplice collaboratore. Mi ha detto come si fosse sentito completamente diverso. Nella sostanza, ovviamente.
Nella sostanza, odio constatare ogni giorno quanto il mio lavoro venga deprezzato. Chiedendo il mio "aiuto" solo gratuitamente, per esempio. Forse perchè nel famoso sentore comune tutti sanno scrivere. Che ci vuole? Effettivamente, con queste condizioni di fondo...non ci vuole proprio nulla.
Invece basta seguire due telegiornali, o due radiogiornali, per accorgersi che si somigliano in modo imbarazzante. Nelle parole, nelle pause.
Una volta quel giornalismo "originale" si chiamava inchiesta. Che di snello e fresco non aveva proprio niente, anzi. Era un lungo procedimento di ricerca, in cui il giornalista si informava davvero, senza fare copia e incolla. Le "grandi firme" erano questo. Persone che sapevano. Adesso siamo tanti scribacchini cinesi che producono e dimenticano, e se non fossi una di loro forse mi disprezzerei anche io.
Ho parlato con un amico, ultimamente, che mi ha raccontato di una sua sostituzione estiva in un quotidiano in cui è sempre stato un semplice collaboratore. Mi ha detto come si fosse sentito completamente diverso. Nella sostanza, ovviamente.
Nella sostanza, odio constatare ogni giorno quanto il mio lavoro venga deprezzato. Chiedendo il mio "aiuto" solo gratuitamente, per esempio. Forse perchè nel famoso sentore comune tutti sanno scrivere. Che ci vuole? Effettivamente, con queste condizioni di fondo...non ci vuole proprio nulla.
lunedì 19 settembre 2011
Che ti prende anche quando non vuoi
Nella mia cassetta della posta oggi c'era il questionario per il censimento.
Perfetto. Ci mancava solo questo.
Oggi, la giornata della Nostalgia Canaglia.
Per fortuna non succede spesso, ma quando succede ogni piccolo gesto, ogni strada, ogni canzone, ogni alito di vento mi parla del passato.
E' bastato aprire quel fascicolo tutto da compilare per ritrovarmi catapultata a 10 anni fa, quando ero io a fare la rilevatrice.
22 anni. Universitaria. L'anno prima, un viaggio fortunatissimo in Australia. Al ritorno, l'Amore, quello con la A maiuscola. E gli esami, un'ansia da combattere voto per voto, una prova alla volta. L'anno in corso, le prime colleghe, e poi - appunto - il censimento. Casa per casa, con i primi freddi, con il buio e la pioggia, ad affrontare maleducati e desiderosi di raccontare la propria storia. Quelle storie che arrivavano, vinte le prime diffidenze, con intensità crescente, con particolari vividi. Bastava una domanda sulla scuola o sul lavoro, e il tappo saltava. Quanto ho amato quei 4 mesi...
Oggi. Mi sono chiesta decine di volte, decine, che vita è stata in questo decennio. Vorrei sapere, a parte il desiderio di tornare ad avere 22 anni, perchè oggi vedo solo un lento declino. Vorrei sapere dov'è quell'orizzonte che non vedo più. Vorrei sapere dove sono i sogni, se esiste, esisterà mai, una realizzazione. Vorrei sapere quando ha iniziato ad essere "troppo tardi", quando ho iniziato ad essere "vecchia", quando per il mondo del lavoro sono diventata difficilmente ricollocabile, contemporaneamente troppo e poco referenziata. Quando ho iniziato a fare paura agli uomini. Perchè.
Quando lo saprò, smetterò di scoprire i fili che mi uniscono al passato senza perdere il sorriso. Smetterò di piangere, ascoltando una canzone triste. Tornerò a camminare per strada e guardarmi intorno, e non per terra. E magari alzare di nuovo lo sguardo fino all'orizzonte.
Mi aspetto molto da questi anni '10.
Perfetto. Ci mancava solo questo.
Oggi, la giornata della Nostalgia Canaglia.
Per fortuna non succede spesso, ma quando succede ogni piccolo gesto, ogni strada, ogni canzone, ogni alito di vento mi parla del passato.
E' bastato aprire quel fascicolo tutto da compilare per ritrovarmi catapultata a 10 anni fa, quando ero io a fare la rilevatrice.
22 anni. Universitaria. L'anno prima, un viaggio fortunatissimo in Australia. Al ritorno, l'Amore, quello con la A maiuscola. E gli esami, un'ansia da combattere voto per voto, una prova alla volta. L'anno in corso, le prime colleghe, e poi - appunto - il censimento. Casa per casa, con i primi freddi, con il buio e la pioggia, ad affrontare maleducati e desiderosi di raccontare la propria storia. Quelle storie che arrivavano, vinte le prime diffidenze, con intensità crescente, con particolari vividi. Bastava una domanda sulla scuola o sul lavoro, e il tappo saltava. Quanto ho amato quei 4 mesi...
Oggi. Mi sono chiesta decine di volte, decine, che vita è stata in questo decennio. Vorrei sapere, a parte il desiderio di tornare ad avere 22 anni, perchè oggi vedo solo un lento declino. Vorrei sapere dov'è quell'orizzonte che non vedo più. Vorrei sapere dove sono i sogni, se esiste, esisterà mai, una realizzazione. Vorrei sapere quando ha iniziato ad essere "troppo tardi", quando ho iniziato ad essere "vecchia", quando per il mondo del lavoro sono diventata difficilmente ricollocabile, contemporaneamente troppo e poco referenziata. Quando ho iniziato a fare paura agli uomini. Perchè.
Quando lo saprò, smetterò di scoprire i fili che mi uniscono al passato senza perdere il sorriso. Smetterò di piangere, ascoltando una canzone triste. Tornerò a camminare per strada e guardarmi intorno, e non per terra. E magari alzare di nuovo lo sguardo fino all'orizzonte.
Mi aspetto molto da questi anni '10.
Auguriiiii
Il 17 il blog ha compiuto 3 anni. TRE ANNI!!!!!
E non me ne sono accorta.
Semplicemente...non mi sembra vero!
Auguri terapia!
E non me ne sono accorta.
Semplicemente...non mi sembra vero!
Auguri terapia!
venerdì 16 settembre 2011
Single malati/1
Io scrivo un post sui single e gli amici si scatenano.
Potrei quasi scrivere un blog solo di storie che, quasi istantaneamente, mi sono piovute da più parti. E, a dire la verità, ne ho parecchie da pescare anche dalla mia esperienza, come però spesso ho fatto, a partire dalla frecciatine dei parenti.
Sono arrivate "amici che si sono sposati con donne chiaramente insopportabili" e che quindi scompaiono, a questa meravigliosa considerazione: "la cosa peggiore è quando i parenti o gli amici si mettono in testa di presentarti qualcuno o qualcuna...non so se a te fa lo stesso effetto, ma io ho come l'impressione che ci scambino per cagnolini al guinzaglio". Altrochè se succede.
Anche se io resto sempre, troppo (come ho già scritto) sbalordita dal fenomeno delle coppie che escludono ogni altra forma di vita sociale. E non sono solo io, visto che un altro amico me lo intitola, anche: "40enni che cucinano perchè gli accoppiati si accoppiano tra di loro e così sono nati i privè". Perfetto. Il sottotitolo, un altro classico: "beh ma non ti fai mai sentire".
Cosa posso aggiungere io? Ho un'immagine fissa nella mia mente. Quando io e il mio fidanzato storico ci siamo lasciati (ebbene sì!!! Sono stata fidanzata anche io!!!! Da non credere...) una sera un amico suo che era diventato anche mio mi ha pianto addosso tutto il suo "dispiacere" per la nostra storia finita e mi ha incolpato di tutto, e mi ha supplicato di "ripensarci". Al suo fianco, allacciata e aggrappata come se dovesse cadere, la fidanzata che nel mezzo del piagnisteo del suo tesorino non ha mancato di schiaffarmi a tre centrimetri dal naso l'anello d'oro a tre colori che lui le aveva regalato nell'appena trascorso week-end a Parigi. Di solito perdo la pazienza alla velocità della luce...e invece quella sera sono rimasta stranamente calma. All'"amico" ho chiesto se, per caso, si fosse degnato di chiamare il mio ex, con il quale è cresciuto, per chiedere a lui come stava, per parlare un po', per ascoltarlo.
Silenzio.
A tutti piace il pulpito.
Potrei quasi scrivere un blog solo di storie che, quasi istantaneamente, mi sono piovute da più parti. E, a dire la verità, ne ho parecchie da pescare anche dalla mia esperienza, come però spesso ho fatto, a partire dalla frecciatine dei parenti.
Sono arrivate "amici che si sono sposati con donne chiaramente insopportabili" e che quindi scompaiono, a questa meravigliosa considerazione: "la cosa peggiore è quando i parenti o gli amici si mettono in testa di presentarti qualcuno o qualcuna...non so se a te fa lo stesso effetto, ma io ho come l'impressione che ci scambino per cagnolini al guinzaglio". Altrochè se succede.
Anche se io resto sempre, troppo (come ho già scritto) sbalordita dal fenomeno delle coppie che escludono ogni altra forma di vita sociale. E non sono solo io, visto che un altro amico me lo intitola, anche: "40enni che cucinano perchè gli accoppiati si accoppiano tra di loro e così sono nati i privè". Perfetto. Il sottotitolo, un altro classico: "beh ma non ti fai mai sentire".
Cosa posso aggiungere io? Ho un'immagine fissa nella mia mente. Quando io e il mio fidanzato storico ci siamo lasciati (ebbene sì!!! Sono stata fidanzata anche io!!!! Da non credere...) una sera un amico suo che era diventato anche mio mi ha pianto addosso tutto il suo "dispiacere" per la nostra storia finita e mi ha incolpato di tutto, e mi ha supplicato di "ripensarci". Al suo fianco, allacciata e aggrappata come se dovesse cadere, la fidanzata che nel mezzo del piagnisteo del suo tesorino non ha mancato di schiaffarmi a tre centrimetri dal naso l'anello d'oro a tre colori che lui le aveva regalato nell'appena trascorso week-end a Parigi. Di solito perdo la pazienza alla velocità della luce...e invece quella sera sono rimasta stranamente calma. All'"amico" ho chiesto se, per caso, si fosse degnato di chiamare il mio ex, con il quale è cresciuto, per chiedere a lui come stava, per parlare un po', per ascoltarlo.
Silenzio.
A tutti piace il pulpito.
Iscriviti a:
Post (Atom)