Faccio sempre sogni che molto raramente ricalcano la realtà e un filo logico.
Sono sempre in luoghi fantastici che non esistono o sono la somma di molti luoghi che ho visitato o che visiterò, perchè spesso in una città nuova mi trovo a rivivere frammenti di già vissuto che altrimenti non mi spiegherei.
Stanotte ero in Spagna. Ed ero con tante persone che conosco, tanti amici. Eravamo lì per una corsa, una maratona che però ognuno poteva correre quanto e come voleva. Avevamo degli alloggi, ci arrivavamo in modi diversi pur essendo tanti dall'Italia e tutti conoscenti. Nessuno aspettava l'altro. Ci si incrociava frettolosamente all'aeroporto, alla stazione, all'albergo e per strada per darci appuntamento dopo. E quel dopo non era nemmeno la stessa ora. Le persone correvano già, altri dovevano ancora arrivare. Eravamo vestiti nei modi più disparati.
E poi, ad un certo punto, svoltando un certo angolo, si arrivava al mare, alla spiaggia della città. E il mare era di legno.
Ho avuto una giornata piena, oggi. Eppure - stranamente, anche - ho ricordato il sogno anche al risveglio e mi è venuto in mente spesso. Sono tornata a casa da una settimana tra Veneto e Giulia (come gli amici ci tengono a rimarcare) e nessuno mi aspettava in stazione. Come sempre.
E nessuno mi aspettava a casa. Come sempre. E nessuno si è fatto vivo domenica. Come sempre.
Eppure quel "come sempre" fa più rumore, come - suppongo - le onde di un mare di legno. Un fragore di distanza accresciuta, che isola, che ha irrigidito ancora di più.
Eppure dal mare arrivavo, da persone che mi hanno aspettato, che hanno scambiato molto. Da un mare bello, largo, a fianco alla città, molto frequentato. E non era di legno.
lunedì 20 luglio 2020
venerdì 26 giugno 2020
100 giorni dalla morte alla vita
Fausto torna a casa.
Sono passati cento giorni da quanto il coronavirus ha cercato di prenderselo.
100 giorni di cui oltre quaranta in terapia intensiva, due volte. E gli altri in una speciale clinica riabilitativa.
Sapete cosa significa non parlare con un persona, non scriverle, non avere notizie, in un'epoca come la nostra in cui si possono elencare almeno cinque modi diversi per mettersi in contatto? Chiedere ad altri, ma con grande discrezione, perchè sei come un elefante in una cristalleria e sai benissimo che non eserciti alcun diritto di sapere. Per me, e altri amici che lavorano con Fausto, è stato così. Le notizie sono arrivate da qualche stretto collaboratore, tutte, finchè un giorno, finalmente, è arrivata la bellissima notizia della sua dimissione e finchè, un giorno, questo elefante s'è fatta coraggio e ha composto quel numero che per lunghe settimane è stato staccato. E lui ha risposto.
Ecco, non so spiegare l'intensità di quell'emozione. Quella voce, sono di poco più flebile del solito, che mi ha raccontato tante cose, tutte di fila. Che ho ascoltato con le lacrime che piano piano scorrevano, che temevo si interrompesse, che mancasse. E invece non lo ha fatto. Ha raccontato dell'ospedale, le cure, i tentativi di abbassare la febbre altissima. E come tutto fosse sembrato un sogno confuso, interminabile e breve insieme. La Pasqua, che sembrava segnare la fine; e poi la ripresa, la ricaduta, e di nuovo la ripresa. E ora questa clinica, prima specializzata nella riabilitazione di chi subiva grandi interventi e che oggi accoglie anche lui, con 22 chili in meno e la necessità di ricominciare.
Oggi, Fausto se ne va anche da lì sulle sue gambe; quando è arrivato, infatti, non camminava. E ha affrontato anche qui una brutta infezione, e ha dovuto compiere piccolissimi passi per tornare a sentirsi di nuovo in forze. Scherzando, ci siamo detti che la nipotina, che è nata in questi 100 giorni, inizia ad affacciarsi alla vita e lui con lei. Ieri ha scritto sul gruppo dei Delegati alla Sicurezza che gli ha dedicato un video e moltissimi pensieri. E presto tornerà con la testa allo Zini, ne sono sicura. Sgommando sul suo scooter e tuonando direttive, come sempre.
Sono passati cento giorni da quanto il coronavirus ha cercato di prenderselo.
100 giorni di cui oltre quaranta in terapia intensiva, due volte. E gli altri in una speciale clinica riabilitativa.
Sapete cosa significa non parlare con un persona, non scriverle, non avere notizie, in un'epoca come la nostra in cui si possono elencare almeno cinque modi diversi per mettersi in contatto? Chiedere ad altri, ma con grande discrezione, perchè sei come un elefante in una cristalleria e sai benissimo che non eserciti alcun diritto di sapere. Per me, e altri amici che lavorano con Fausto, è stato così. Le notizie sono arrivate da qualche stretto collaboratore, tutte, finchè un giorno, finalmente, è arrivata la bellissima notizia della sua dimissione e finchè, un giorno, questo elefante s'è fatta coraggio e ha composto quel numero che per lunghe settimane è stato staccato. E lui ha risposto.
Ecco, non so spiegare l'intensità di quell'emozione. Quella voce, sono di poco più flebile del solito, che mi ha raccontato tante cose, tutte di fila. Che ho ascoltato con le lacrime che piano piano scorrevano, che temevo si interrompesse, che mancasse. E invece non lo ha fatto. Ha raccontato dell'ospedale, le cure, i tentativi di abbassare la febbre altissima. E come tutto fosse sembrato un sogno confuso, interminabile e breve insieme. La Pasqua, che sembrava segnare la fine; e poi la ripresa, la ricaduta, e di nuovo la ripresa. E ora questa clinica, prima specializzata nella riabilitazione di chi subiva grandi interventi e che oggi accoglie anche lui, con 22 chili in meno e la necessità di ricominciare.
Oggi, Fausto se ne va anche da lì sulle sue gambe; quando è arrivato, infatti, non camminava. E ha affrontato anche qui una brutta infezione, e ha dovuto compiere piccolissimi passi per tornare a sentirsi di nuovo in forze. Scherzando, ci siamo detti che la nipotina, che è nata in questi 100 giorni, inizia ad affacciarsi alla vita e lui con lei. Ieri ha scritto sul gruppo dei Delegati alla Sicurezza che gli ha dedicato un video e moltissimi pensieri. E presto tornerà con la testa allo Zini, ne sono sicura. Sgommando sul suo scooter e tuonando direttive, come sempre.
lunedì 1 giugno 2020
Bastano gli Occhi: come nasce un progetto
E' nata all'improvviso, si è accesa come una scintilla, e si è trasformata subito in un progetto.
Perchè Simona è così, una persona estremamente pratica e concreta, che traduce sempre in fatti quello che pensa. E' una dote rara, anzi, straordinariamente rara, perchè la tendenza di tutti è pensare a un'idea e solitamente accantonarla. Ma non lei, architetta e designer di interni, una bionda con due lauree di tutto rispetto e uno spiccato senso della condivisione, che ci accomuna.
L'aspetto fondamentale di Bastano gli Occhi, progetto fotografico che è nato da quella scintilla, è proprio la condivisione. Il Coronavirus ha segnato la vita di tutti noi: solo la storiografia consegnerà ai posteri, con distacco e elaborazione, la dimensione della nostra personalissima pestilenza. Un'epidemia che ha arrestato il flusso impetuoso degli eventi in cui siamo immersi per mettere a nudo gli individui, mostrando drammaticamente quello che siamo. Riportando alla luce le nostre priorità. Lasciandoci nudi sul palcoscenico della vita, con le nostre paure, con i nostri bisogni, con le nostre incertezze.
Ma poi quel flusso ha ripreso, a velocità differenti dettate da dove viviamo, dal lavoro che svolgiamo, dalla situazione famigliare. Tanti fattori che hanno creato divari prima confusi dagli impegni, prima dettati da altro, all'infuori di noi. Bastano gli Occhi vuole documentare come ognuno di noi si vede, attraverso una mascherina, o piano piano abbandonandola. Noi, con il nostro lavoro, con le difficoltà. A casa, al lavoro, di nuovo con chi amiamo.
Bastano Gli Occhi è soprattutto una pagina facebook, insieme a un profilo Instagram che predilige più il vero al patinato. Ma, nelle intenzioni di noi due S, Simona e Sabrina, vuole diventare mostra, happening, contest. Chissà. Anche noi decliniamo la condivisione, in molti modi, ma tutti molto concreti.
Perchè Simona è così, una persona estremamente pratica e concreta, che traduce sempre in fatti quello che pensa. E' una dote rara, anzi, straordinariamente rara, perchè la tendenza di tutti è pensare a un'idea e solitamente accantonarla. Ma non lei, architetta e designer di interni, una bionda con due lauree di tutto rispetto e uno spiccato senso della condivisione, che ci accomuna.
L'aspetto fondamentale di Bastano gli Occhi, progetto fotografico che è nato da quella scintilla, è proprio la condivisione. Il Coronavirus ha segnato la vita di tutti noi: solo la storiografia consegnerà ai posteri, con distacco e elaborazione, la dimensione della nostra personalissima pestilenza. Un'epidemia che ha arrestato il flusso impetuoso degli eventi in cui siamo immersi per mettere a nudo gli individui, mostrando drammaticamente quello che siamo. Riportando alla luce le nostre priorità. Lasciandoci nudi sul palcoscenico della vita, con le nostre paure, con i nostri bisogni, con le nostre incertezze.
Ma poi quel flusso ha ripreso, a velocità differenti dettate da dove viviamo, dal lavoro che svolgiamo, dalla situazione famigliare. Tanti fattori che hanno creato divari prima confusi dagli impegni, prima dettati da altro, all'infuori di noi. Bastano gli Occhi vuole documentare come ognuno di noi si vede, attraverso una mascherina, o piano piano abbandonandola. Noi, con il nostro lavoro, con le difficoltà. A casa, al lavoro, di nuovo con chi amiamo.
Bastano Gli Occhi è soprattutto una pagina facebook, insieme a un profilo Instagram che predilige più il vero al patinato. Ma, nelle intenzioni di noi due S, Simona e Sabrina, vuole diventare mostra, happening, contest. Chissà. Anche noi decliniamo la condivisione, in molti modi, ma tutti molto concreti.
lunedì 18 maggio 2020
La musica rimette in moto futuro e passato
C'è qualcosa che mi blocca, in questo periodo. Non riesco a scrivere, tutto mi sembra banale, senza un'idea di fondo, che è poi quella che cerco da anni, quando immagino il mio libro, quando immagino il mio universo parallelo.
E allora ci pensano gli amici. E l'ultimo che ci ha pensato è stato Fabrizio, che mi ha girato un comunicato stampa su un'iniziativa che già conoscevo e che riguarda una città ci ho pensato moltissimo, insieme a Cremona. Un comunicato che ha spalancato uno scrigno di ricordi, e che mi ha subito scaldato il cuore. Non è stato un processo immediato, però, proprio perchè la difficoltà di mettere in parole quello che sento è davvero complicato. Ma poi ho aperto il documento e, come sempre, le dita hanno iniziato a correre sulla tastiera. E ho scritto.
E allora ci pensano gli amici. E l'ultimo che ci ha pensato è stato Fabrizio, che mi ha girato un comunicato stampa su un'iniziativa che già conoscevo e che riguarda una città ci ho pensato moltissimo, insieme a Cremona. Un comunicato che ha spalancato uno scrigno di ricordi, e che mi ha subito scaldato il cuore. Non è stato un processo immediato, però, proprio perchè la difficoltà di mettere in parole quello che sento è davvero complicato. Ma poi ho aperto il documento e, come sempre, le dita hanno iniziato a correre sulla tastiera. E ho scritto.
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Bergamo riparte anche da un festival che, nei tre anni precedenti, la città
ha dedicato alla voce più graffiante del New Jersey. E dunque, la quarta
edizione del festival “NOI & Springsteen” non è nemmeno stata messa in
discussione. Anzi, quest’anno gli organizzatori la valorizzano con una
competizione. Dedicato a “Magic Trick – Quarant’anni di storie lungo il fiume
1980 – 2020” e organizzato dall’omonimo gruppo, il festival presenta un contest
dal nome “COVER ME”, gratuito, aperto a solisti e band, che sapranno
reinterpretare un brano del Boss. Per partecipare si invia un videoclip con
l’esibizione entro il 31 Maggio, per dar modo a una commissione di qualità di
selezionarne 20, che saranno condivisi sui canali social del gruppo. Sempre
online, grazie ai voti di tutti gli utenti, si decreteranno i 10 finalisti che
giungeranno sul palcoscenico digitale di “NOI & Springsteen”.
Bergamo ci ha insegnato moltissimo, in questi mesi, ancor più di quanto già
sapessimo. “I Bergamaschi” (erano così, per mio padre, in cantiere, primi ad
arrivare e ultimi ad andare via) hanno visto crollare tutto intorno a loro.
Bergamo tutto cuore, Bergamo che non nasconde i segni, Bergamo che
racconta, che mostra le ferite, che conosce il dolore e che ne parla. Somiglia
tanto, Bergamo, all’ultimo film di Bruce, che in Italia è giunto lo scorso
Dicembre. Western Stars può essere definito un docu-concert che racchiude in sé
la summa di quanto la vita possa segnare un uomo, che passa il dito sulle sue
cicatrici senza risparmiarne nessuna, in un fienile di Long Branch, nella
tenuta di famiglia, piena di musicisti e legno che scricchiola, lo stesso che
abbiamo sentito spesso negli album di Springsteen, lo stesso legno consumato
della sua chitarra. Un po’ retorico nei passaggi tra un brano e l’altro,
decisamente più autentico quando inizia la musica, qualche mese fa, prima del
Covid, faceva lo strano effetto di aver assistito a un’ammissione di umanità
stupefacente. La stessa con cui tutti noi abbiamo fatto i conti. Ecco perché
questo Festival ha un significato in più per Bergamo. Tutte le famiglie di
cuore pulsante son state colpite dal Covid, tutte le famiglie dovranno onorare
i propri morti e elaborare lutti. Eppure, nel loro “Mola mìa” è già compreso
tutto, anche la voglia di rialzarsi e ricostruire questo forte tessuto, questa
provincia e una città di una bellezza davvero molto sottovalutata. Questa
bellezza che saprà anche valorizzare le sue cicatrici, proprio come ha fatto
Bruce. Ma non c’è solo questo. “NOI & Springsteen” nasce per condividere la
forza dei live, che oggi possiamo replicare solo virtualmente ma che tanto
danno ai fan.
È difficile descrivere l’emozione che un concerto di Springsteen lascia in
tutti coloro che ne prendono parte, una traccia che resta a lungo, anche nei
giorni successivi, che riempie lo spirito e che ne chiede ancora e ancora. Non
lo sapevo, prima del 2003 a San Siro. Non vedevo nulla dal prato, dovetti
salire al primo blu e da lì assistere a un evento che mai più dimenticherò. Una
band che accoglieva l’energia e il divertimento del suo pubblico traducendola
in musica e lui, voce e chitarra, anima e corpo, con il sole dell’inizio e il
diluvio. E la gioia di ballare sotto la pioggia, di un ragazzo in carrozzina
sotto di me che assaporava gocce, musica e parole ballando la sua danza senza
una logica, senza fermarsi mai; e gli amici che strizzavano magliette e
ridevano, tornando a casa in reggiseno, non riuscendo a dormire,
dall’adrenalina. E dopo ci sono stati altri al Meazza, Bologna, New York. Un
unplugged al Forum in decima fila, un fascio di luce, il tacco dello stivale,
la chitarra e l’armonica. E Street, Seeger Session Band, solo. E oggi Bergamo,
il nostro simbolo forse un po’ retorico, somiglia tanto a un “C’mon, Rise Up!”
di quella My City of Ruins dedicata all’11 Settembre. Che poi, senza retorica
come sempre, “I Bergamaschi” sanno fare da sempre. E che oggi ripropongono
anche con il contest “COVER ME”. Perché è sempre tempo di raccogliere le sfide.
It’s (always) the Boss time.
E poi mi sono resa conto che questo pezzo avrebbe potuto avere altre ramificazioni, radici più profonde e molte più parole, perchè, se al cospetto di tantissimi amatori di Bruce io non sono che una briciolina, è anche vero che la sua musica non fa distinzioni, e arriva a tutti noi con le nostre diverse competenze. E ho iniziato a pensare alle lacrime che ho versato all'attacco di Deborah's Theme di quel primo concerto, perchè non vedevo nulla. E del sacrificio di chi era con me di portarmi al primo anello e star con me tutto il tempo. E quel club del Village in cui ci siamo infilati e in cui ho lasciato il cappello, perchè altri fan ci avevano dato una soffiata che non si era rivelata esatta, o forse sì, ma che dopo un venerdì a macinare chilometri a NY non riuscivamo a tener gli occhi aperti e avevamo abbandonato a una certa. Oppure la sensazione di sentire Sherry Darling dalle ultime file del Madison Square Garden che mi aveva fatto fare un salto all'indietro talmente brusco da sbatter forte la testa sul seggiolino, e poi finire in un pub a raccontarci da capo la scaletta, senza sonno. E Bologna, dopo un bell'incidente, prima uscita con mille cautele. Tantissimi frammenti, tutti belli. Tutti in cui stare nella folla era pura gioia, una corrente elettrica che ci caricava tutti. Tutta vita.
martedì 28 aprile 2020
La danza della coda
Lo scorso 25 Aprile ho dovuto far ricorso alla Farmacia Comunale e per la prima volta, dopo due mesi e tre settimane, mi sono confrontata con il concetto tutto italiano di coda. Le scarse volte in cui ho fatto la spesa in questo periodo (una, per la verità; per le altre mi sono organizzata in modo di farla arrivare a casa. E in quell'una non ho fatto coda, avendo scelto un orario da sonnellino postprandiale lontano dal fine settimana) non avevo potuto perciò valutare quanto la paura del contagio e le esigenze avessero inciso sul naturale scarso senso della disciplina, quella per cui abbiamo sempre guardato le classiche code al bus inglese o al rigore giapponese. La risposta è stata subito evidente: manco per niente. Da hashtag, proprio: #mancoperniente.
Alle 12 del 25 Aprile, fuori dalla Farmacia Comunale di Corbetta c'era una coda di 15 persone, snodata senza una logica lineare su un vasto spazio tra le due corsie e il parcheggio davanti alla struttura. E già questo, per esempio, ha causato un problema di scrupolo a me nell'attraversare le sentinelle sparse per parcheggiare a mia volta e a un disagio fatto di occhi puntati per fare un largo giro e pormi in fondi alla fila ubriaca. Perchè, diciamolo: lo scopo di chi è in fila non è quello di mantenere un metro di distanza da quello davanti, ma di controllare tutte le possibili infrazioni degli altri, con sguardo di forte rimprovero.
E così, invece di tenere la mascherina nel modo corretto e una posizione, ho assistito al balletto continuo di 15 persone che, come me, non potevano evitare la fila con esigente parimenti urgenti e diversissime, alcune delle quali con un impiego di 20 minuti ciascuna. Un balletto fatto di distanze di 7 metri e altre di 50 cm, di camminate nervose, di strada attraversata e riattraversata, o di piantoni nel bel mezzo del passaggio, di "cià che vado a leggere cosa c'è scritto fuori dalla farmacia" e di parlottamenti a distanza zero, abbassando la mascherina, perchè si sa, se non l'abbasso l'altro non mi sente. Con una bella scatarrata per schiarire la voce.
Fino all'arrivo di un nuovo componente della coda, dietro di me. Anzi. Di due, madre e figlia, insieme. Che dopo venti minuti ininterrotti di èvergognoso maquantocimettono incredibilelalentezza nonèpossibile andiamonorestiamonoandiamonorestiamo d'altraparteècomunale cosavuoipretendere ahmaglienedicoquattroquandoarrivolì potrebberorisponderealtelefono a loop, a giro, con vari inserti più o meno insultanti, la giovane decide di scavalcare la fila "ma solo per chiedere un'informazione" ed entrando così in farmacia cui l'ammissione di una persona alla volta all'interno è evidentemente rivolta agli altri.
La richiesta di un'informazione, per noi in coda, appare presto chiara molto simile a una presa per il culo. La giovane occupa così altri 20 minuti della postazione all'interno della farmacia, lasciando agli altri il lentissimo scorrimento di quella solitamente utilizzata per le richieste in auto. Finchè non tocca a me, e scelgo di infilarmi in farmacia per godermi lo spettacolo, a mia volta senza aspettare l'uscita della richiedente di informazioni. Che nel frattempo ha ottenuto la sua richiesta e in tutta calma sta chiedendo un numero di informazioni pari alla registrazione di una società alla Camera del Commercio.
E così, dopo un'ora e mezza e uno spettacolo gratis sono tornata a casa. In una giornata dal clima perfetto, fuori da uno stabile con un grande spazio esterno non soggetto, in pratica, ad altri passaggi. Senza rispetto per le esigenze degli altri, e stiamo parlando proprio di salute; non oso immaginare tutte le altre incombenze con cui torneremo a confrontarci.
No, direi che non abbiamo imparato una mazza.
Alle 12 del 25 Aprile, fuori dalla Farmacia Comunale di Corbetta c'era una coda di 15 persone, snodata senza una logica lineare su un vasto spazio tra le due corsie e il parcheggio davanti alla struttura. E già questo, per esempio, ha causato un problema di scrupolo a me nell'attraversare le sentinelle sparse per parcheggiare a mia volta e a un disagio fatto di occhi puntati per fare un largo giro e pormi in fondi alla fila ubriaca. Perchè, diciamolo: lo scopo di chi è in fila non è quello di mantenere un metro di distanza da quello davanti, ma di controllare tutte le possibili infrazioni degli altri, con sguardo di forte rimprovero.
E così, invece di tenere la mascherina nel modo corretto e una posizione, ho assistito al balletto continuo di 15 persone che, come me, non potevano evitare la fila con esigente parimenti urgenti e diversissime, alcune delle quali con un impiego di 20 minuti ciascuna. Un balletto fatto di distanze di 7 metri e altre di 50 cm, di camminate nervose, di strada attraversata e riattraversata, o di piantoni nel bel mezzo del passaggio, di "cià che vado a leggere cosa c'è scritto fuori dalla farmacia" e di parlottamenti a distanza zero, abbassando la mascherina, perchè si sa, se non l'abbasso l'altro non mi sente. Con una bella scatarrata per schiarire la voce.
Fino all'arrivo di un nuovo componente della coda, dietro di me. Anzi. Di due, madre e figlia, insieme. Che dopo venti minuti ininterrotti di èvergognoso maquantocimettono incredibilelalentezza nonèpossibile andiamonorestiamonoandiamonorestiamo d'altraparteècomunale cosavuoipretendere ahmaglienedicoquattroquandoarrivolì potrebberorisponderealtelefono a loop, a giro, con vari inserti più o meno insultanti, la giovane decide di scavalcare la fila "ma solo per chiedere un'informazione" ed entrando così in farmacia cui l'ammissione di una persona alla volta all'interno è evidentemente rivolta agli altri.
La richiesta di un'informazione, per noi in coda, appare presto chiara molto simile a una presa per il culo. La giovane occupa così altri 20 minuti della postazione all'interno della farmacia, lasciando agli altri il lentissimo scorrimento di quella solitamente utilizzata per le richieste in auto. Finchè non tocca a me, e scelgo di infilarmi in farmacia per godermi lo spettacolo, a mia volta senza aspettare l'uscita della richiedente di informazioni. Che nel frattempo ha ottenuto la sua richiesta e in tutta calma sta chiedendo un numero di informazioni pari alla registrazione di una società alla Camera del Commercio.
E così, dopo un'ora e mezza e uno spettacolo gratis sono tornata a casa. In una giornata dal clima perfetto, fuori da uno stabile con un grande spazio esterno non soggetto, in pratica, ad altri passaggi. Senza rispetto per le esigenze degli altri, e stiamo parlando proprio di salute; non oso immaginare tutte le altre incombenze con cui torneremo a confrontarci.
No, direi che non abbiamo imparato una mazza.
giovedì 16 aprile 2020
Se il virus colpisce i guerrieri
Non ho ancora scritto niente di Fausto.
Il perchè è semplice: ci sono dei momenti in cui è meglio tacere. Aspettare, sperare. Poi, casomai, scrivere. Ma il tempo passa e non trovo giusto non parlare di quest'attesa, che lenta si dipana ora, in cui tutto ha frenato di colpo. In cui la nostra vita lanciata a velocità folle tra date, scadenze, mail, due cellulari che suonano, messaggi e incombenze si è bloccata, ma l'impazienza è rimasta la stessa.
Il tempo passa, e finora mi sono detta che non è giusto continuare a chiedere di Fausto a chi lo conosce al di fuori della cerchia lavorativa, come me. Non era giusto cercare il contatto dei famigliari, visto che il suo cellulare è spento. Non era giusto provare canali alternativi per sapere come sta. Ma poi mi sono detta che, in qualche modo, il mio pensiero deve pur arrivare. E allora, questo pensiero, lo fermo qui, come spesso accade, da circa 500 post in qua.
Fausto è il Delegato alla Sicurezza della Cremonese. Ci siamo conosciuti circa 5 anni fa, in estate. Sono arrivata a Cremona in auto, direzione stadio Zini, deserto. La squadra militava in Lega Pro e mi sarei apprestata a coordinare, da Milano, un servizio composto da un numero di steward molto piccolo, 30/40 persone che lui conosceva uno a uno, da molto tempo. Mi ha accolto in un ufficio che oggi non c'è più, perchè dopo quel primo anno la squadra è cresciuta e lo stadio è stato ammodernato, di volta in volta. Faceva molto caldo, abbiamo parlato di qualcosa che lui conosceva molto meglio di me. Non ho insistito: i suoi modi concreti mi hanno fatto capire di essere in ottime mani. Gli ho chiesto di aggiornarmi costantemente. E lui ha preso quel costantemente alla lettera.
Da quell'estate, Fausto mi ha chiamato al telefono due, tre volte la settimana. Quando la Cremonese è approdata in serie B abbiamo organizzato il reclutamento di nuovi steward, lavorando a stretto contatto con il marketing. Abbiamo organizzato i corsi, abbiamo messo in aula almeno 250 persone in quattro anni. Molti sono andati persi subito, altri per lavoro, trasferimenti, mancanza di voglia di aderire al progetto; molti sono rimasti e hanno imparato a conoscere i modi di Fausto, burberi e concreti. Hanno fatto gruppo, accogliendo di volta in volta i nuovi venuti. La catena di coordinamento si è rafforzata e il servizio, in queste stagioni, ha sempre viaggiato senza problemi.
Fausto è fatto così: sempre disponibile, anche troppo. Schietto, ma duro, ironico al limite del tagliente. Con tutti: la dirigenza, la Croce Rossa, il comandante dei Vigili del Fuoco, persino coi referenti della Questura. E' cresciuto a pane e Cremonese: è stato per anni tifoso di curva, li conosce tutti e fiuta benissimo l'umore della partita. Studia i numeri degli ospiti, non lo si coglie mai impreparato. Sa cosa fare in ogni fase che precede la partita, sa come chiudere lo stadio.
Sa. Ma condivide. Quelle due, tre volte la settimana raddoppiano, o triplicano, quando nel fine settimana c'è una partita in casa. Mi chiede "come stiamo a numeri?" per sapere quanti steward hanno risposto alla convocazione, concordiamo se dobbiamo chiamare qualcuno da Bergamo o da Brescia per rinforzare il contingente, ripassiamo gli orari di arrivo, ci aggiorniamo sulle ultime, valutiamo come e quando fare aggiornamenti e nuovi reclutamenti.
Negli ultimi due anni, sono stata a Cremona una volta al mese. Quell'ora di strada era quasi naturale, anche se ancora non ho digerito "Basso Lodigiano" al posto di Piacenza Nord. Di norma, per la partita delle 15, mi bastava arrivare a mezzogiorno e andar via poco a metà de secondo tempo. La mia presenza non spostava nessun equilibrio, serviva a me per rafforzare il rapporto personale con le persone, per risolvere piccoli problemi logistici, rispondere alle domande; ma il servizio era strettamente in mano a Fausto e a Samuele, suo braccio destro, senza alcun dubbio. E' stato così fino a Febbraio.
A Marzo, il 3, si è giocata Cremonese Empoli. Di sera, infrasettimanale. A porte chiuse: la zona rossa era già attiva in una corolla di Comuni che circondano Cremona a Nord come un cappello, la decisione di precludere lo stadio al pubblico è stata presa ufficialmente il giorno precedente, ma io e Fausto ci eravamo sentiti più volte nei 10 giorni precedenti e avevamo già messo in atto due diverse strategie di convocazione, una allargata e una ristretta. Il 2, quando abbiamo inviato in Questura la lista dei presidi indispensabili (28 persone con autodichiarazione di buona salute) mi ha rivolto la solita domanda: verrai? No, gli ho risposto. Meglio, mi ha detto subito. Ti avrei chiesto io di non venire. Qui è un lazzaretto, l'ospedale si riempie ogni giorni di più, è presidiato giorno e notte e ci sono telecamere ovunque. Molti di noi hanno parenti ammalati. Ci sentiamo presto.
Ci siamo sentiti, un'altra volta dopo la partita: avrei presto cambiato lavoro, non mi sarei più occupata di Cremonese. E' stata una telefonata diversa dal solito, senza le nostre domande di rito. Il tono burbero non c'era, anche se spesso, nelle nostre chiamate, era così, era deposto, non serviva. C'è sempre stato grande ascolto, grande rispetto: tutto quello che altri Delegati, nel corso di questo mio lavoro, mi hanno negato. Quella è stata la nostra ultima chiacchierata.
Il 19 Marzo ricevo una chiamata da Simone. Fausto ha preso il virus, è ricoverato. Lo chiamo, ma il telefono è staccato. Che sciocca, mi dico. Eppure, in quel momento, mi sono sentita privata di qualcosa. Di quelle telefonate che, a volte, mi facevano sbuffare e che si sono interrotte di colpo. Ma devo sapere come sta e cerco canali alternativi. E una conferma che purtroppo arriva e sembra però troppo dura e scarna.
Il ricovero si è reso necessario perchè Fausto ha avuto problemi respiratori. E' stato intubato ed è in terapia intensiva. Tutto qui? Tutto qui: i medici lavorano, le terapie non ci sono e si procede per tentativi contro questa infezione che lo tiene lì, per molti giorni. Solo il 28 arriva la notizia di un miglioramento, lento. E' forte, mi dico. Ha una tempra d'acciaio, ricomincerà presto a fulminare tutti con i suoi occhi azzurri e a tuonare sentenze. Lo estubano, esce dalla TI (una sigla che non avrei mai pensato di memorizzare) per entrare in subintensiva. Ma il decorso è lungo, e non sempre facile. Non lo è neanche per lui, che ha avuto una nuova crisi ed è stato nuovamente intubato e nuovamente trasferito.
Non c'è nulla che io possa fare. Nulla, se non scrivere della bellezza di un progetto che mi ha portato a conoscere una città a partire da uno stadio, da una Questura, da un team di persone, ognuna con la loro storia. E questa è la storia di un uomo che è da poco diventato nonno, con un lavoro principale e uno secondario senza metterlo però in secondo piano. Con un carattere forte, uno sguardo fiero, un temperamento ben definito. Attento ai particolari, mai impreparato. Grande ascoltatore, nonostante la sua esperienza avrebbe potuto tranquillamente far venir meno questa importante qualità, come è successo altrove. Non c'è nulla che possa fare se non aspettare. E rivolgere il pensiero a Cremona, ogni giorno, fino a quando il telefono ricomincerà a squillare.
Il perchè è semplice: ci sono dei momenti in cui è meglio tacere. Aspettare, sperare. Poi, casomai, scrivere. Ma il tempo passa e non trovo giusto non parlare di quest'attesa, che lenta si dipana ora, in cui tutto ha frenato di colpo. In cui la nostra vita lanciata a velocità folle tra date, scadenze, mail, due cellulari che suonano, messaggi e incombenze si è bloccata, ma l'impazienza è rimasta la stessa.
Il tempo passa, e finora mi sono detta che non è giusto continuare a chiedere di Fausto a chi lo conosce al di fuori della cerchia lavorativa, come me. Non era giusto cercare il contatto dei famigliari, visto che il suo cellulare è spento. Non era giusto provare canali alternativi per sapere come sta. Ma poi mi sono detta che, in qualche modo, il mio pensiero deve pur arrivare. E allora, questo pensiero, lo fermo qui, come spesso accade, da circa 500 post in qua.
Fausto è il Delegato alla Sicurezza della Cremonese. Ci siamo conosciuti circa 5 anni fa, in estate. Sono arrivata a Cremona in auto, direzione stadio Zini, deserto. La squadra militava in Lega Pro e mi sarei apprestata a coordinare, da Milano, un servizio composto da un numero di steward molto piccolo, 30/40 persone che lui conosceva uno a uno, da molto tempo. Mi ha accolto in un ufficio che oggi non c'è più, perchè dopo quel primo anno la squadra è cresciuta e lo stadio è stato ammodernato, di volta in volta. Faceva molto caldo, abbiamo parlato di qualcosa che lui conosceva molto meglio di me. Non ho insistito: i suoi modi concreti mi hanno fatto capire di essere in ottime mani. Gli ho chiesto di aggiornarmi costantemente. E lui ha preso quel costantemente alla lettera.
Da quell'estate, Fausto mi ha chiamato al telefono due, tre volte la settimana. Quando la Cremonese è approdata in serie B abbiamo organizzato il reclutamento di nuovi steward, lavorando a stretto contatto con il marketing. Abbiamo organizzato i corsi, abbiamo messo in aula almeno 250 persone in quattro anni. Molti sono andati persi subito, altri per lavoro, trasferimenti, mancanza di voglia di aderire al progetto; molti sono rimasti e hanno imparato a conoscere i modi di Fausto, burberi e concreti. Hanno fatto gruppo, accogliendo di volta in volta i nuovi venuti. La catena di coordinamento si è rafforzata e il servizio, in queste stagioni, ha sempre viaggiato senza problemi.
Fausto è fatto così: sempre disponibile, anche troppo. Schietto, ma duro, ironico al limite del tagliente. Con tutti: la dirigenza, la Croce Rossa, il comandante dei Vigili del Fuoco, persino coi referenti della Questura. E' cresciuto a pane e Cremonese: è stato per anni tifoso di curva, li conosce tutti e fiuta benissimo l'umore della partita. Studia i numeri degli ospiti, non lo si coglie mai impreparato. Sa cosa fare in ogni fase che precede la partita, sa come chiudere lo stadio.
Sa. Ma condivide. Quelle due, tre volte la settimana raddoppiano, o triplicano, quando nel fine settimana c'è una partita in casa. Mi chiede "come stiamo a numeri?" per sapere quanti steward hanno risposto alla convocazione, concordiamo se dobbiamo chiamare qualcuno da Bergamo o da Brescia per rinforzare il contingente, ripassiamo gli orari di arrivo, ci aggiorniamo sulle ultime, valutiamo come e quando fare aggiornamenti e nuovi reclutamenti.
Negli ultimi due anni, sono stata a Cremona una volta al mese. Quell'ora di strada era quasi naturale, anche se ancora non ho digerito "Basso Lodigiano" al posto di Piacenza Nord. Di norma, per la partita delle 15, mi bastava arrivare a mezzogiorno e andar via poco a metà de secondo tempo. La mia presenza non spostava nessun equilibrio, serviva a me per rafforzare il rapporto personale con le persone, per risolvere piccoli problemi logistici, rispondere alle domande; ma il servizio era strettamente in mano a Fausto e a Samuele, suo braccio destro, senza alcun dubbio. E' stato così fino a Febbraio.
A Marzo, il 3, si è giocata Cremonese Empoli. Di sera, infrasettimanale. A porte chiuse: la zona rossa era già attiva in una corolla di Comuni che circondano Cremona a Nord come un cappello, la decisione di precludere lo stadio al pubblico è stata presa ufficialmente il giorno precedente, ma io e Fausto ci eravamo sentiti più volte nei 10 giorni precedenti e avevamo già messo in atto due diverse strategie di convocazione, una allargata e una ristretta. Il 2, quando abbiamo inviato in Questura la lista dei presidi indispensabili (28 persone con autodichiarazione di buona salute) mi ha rivolto la solita domanda: verrai? No, gli ho risposto. Meglio, mi ha detto subito. Ti avrei chiesto io di non venire. Qui è un lazzaretto, l'ospedale si riempie ogni giorni di più, è presidiato giorno e notte e ci sono telecamere ovunque. Molti di noi hanno parenti ammalati. Ci sentiamo presto.
Ci siamo sentiti, un'altra volta dopo la partita: avrei presto cambiato lavoro, non mi sarei più occupata di Cremonese. E' stata una telefonata diversa dal solito, senza le nostre domande di rito. Il tono burbero non c'era, anche se spesso, nelle nostre chiamate, era così, era deposto, non serviva. C'è sempre stato grande ascolto, grande rispetto: tutto quello che altri Delegati, nel corso di questo mio lavoro, mi hanno negato. Quella è stata la nostra ultima chiacchierata.
Il 19 Marzo ricevo una chiamata da Simone. Fausto ha preso il virus, è ricoverato. Lo chiamo, ma il telefono è staccato. Che sciocca, mi dico. Eppure, in quel momento, mi sono sentita privata di qualcosa. Di quelle telefonate che, a volte, mi facevano sbuffare e che si sono interrotte di colpo. Ma devo sapere come sta e cerco canali alternativi. E una conferma che purtroppo arriva e sembra però troppo dura e scarna.
Il ricovero si è reso necessario perchè Fausto ha avuto problemi respiratori. E' stato intubato ed è in terapia intensiva. Tutto qui? Tutto qui: i medici lavorano, le terapie non ci sono e si procede per tentativi contro questa infezione che lo tiene lì, per molti giorni. Solo il 28 arriva la notizia di un miglioramento, lento. E' forte, mi dico. Ha una tempra d'acciaio, ricomincerà presto a fulminare tutti con i suoi occhi azzurri e a tuonare sentenze. Lo estubano, esce dalla TI (una sigla che non avrei mai pensato di memorizzare) per entrare in subintensiva. Ma il decorso è lungo, e non sempre facile. Non lo è neanche per lui, che ha avuto una nuova crisi ed è stato nuovamente intubato e nuovamente trasferito.
Non c'è nulla che io possa fare. Nulla, se non scrivere della bellezza di un progetto che mi ha portato a conoscere una città a partire da uno stadio, da una Questura, da un team di persone, ognuna con la loro storia. E questa è la storia di un uomo che è da poco diventato nonno, con un lavoro principale e uno secondario senza metterlo però in secondo piano. Con un carattere forte, uno sguardo fiero, un temperamento ben definito. Attento ai particolari, mai impreparato. Grande ascoltatore, nonostante la sua esperienza avrebbe potuto tranquillamente far venir meno questa importante qualità, come è successo altrove. Non c'è nulla che possa fare se non aspettare. E rivolgere il pensiero a Cremona, ogni giorno, fino a quando il telefono ricomincerà a squillare.
mercoledì 8 aprile 2020
L'ultimo saluto rimandato
Il cimitero è adagiato su una collina, abbastanza in alto rispetto alle sponde del lago.
A fianco, il greto di un ruscello, con una lunga pista per camminare e correre e andare in bici, un parchetto e un parcheggio. Più lontano ad abbracciare e accompagnare il dolce pendio della collina, la strada, un'ampia curva avvolgente, che collega la parte alta con la parte bassa della città.
Non passa nessuno, sulla strada. Non corre nessuno, sulla pista ciclabile. Non gioca nessuno, al parchetto. Nessuna auto entra ed esce dal parcheggio. Il canto degli uccelli è amplificato, il verde delle colline intorno sembra più intenso, nell'aria tersa di questi giorni. Il lago scintilla lì, di lato, in fondo.
Ma ogni quarto d'ora un mezzo entra al cimitero per portare un'urna. Cenere alla cenere, senza più possibilità di scegliere il tipo di sepoltura: è il forno crematorio il grande protagonista di questa processione continua di trasporto e deposito. Polvere alla polvere, senza alcun seguito. Solo l'impresario delle pompe funebri che deposita l'urna in uno spazio apposito, là dove si celebrava l'ultimo saluto prima della tumulazione, e schiaccia un bottone.
Un bottone, per tre preghiere che risuonano sul fianco della dolce collina che sorveglia il lago, lì in fondo, nell'angolo, che scintilla. Ave Maria, Padre Nostro, L'Eterno Riposo.Tre preghiere che attraversano il parchetto, riempiono il parchetto e scorrono sulla pista e sul ruscello che gorgoglia piano, che le ripete sottovoce, unico mormorio che può accompagnare questa piccola, ma meccanica, operazione di compassione, cui è tolta la parte fondamentale, la componente umana. Una gentilezza dovuta ma che non conforta nessuno.
Quando il disco finisce, il mezzo riparte per tornare presto con una nuova urna, e con un bottone schiacciato nuovamente. E così, per giorni e giorni. Le urne si accumulano e prendono posto ordinato nello spazio allestito. Quando si potrà, verranno accompagnate nelle loro definitive collocazioni con una benedizione, e con un saluto che oggi non c'è. Con un lutto rimandato che non permette di elaborare, ancora, la perdita, così dolorosa e così solitaria.
Per il momento, solo il canto della natura può accompagnare questa cerimonia cui è stata tolta la voce, cui manca l'audio. Solo la Natura china il capo e raccoglie l'eco della perdita.
A fianco, il greto di un ruscello, con una lunga pista per camminare e correre e andare in bici, un parchetto e un parcheggio. Più lontano ad abbracciare e accompagnare il dolce pendio della collina, la strada, un'ampia curva avvolgente, che collega la parte alta con la parte bassa della città.
Non passa nessuno, sulla strada. Non corre nessuno, sulla pista ciclabile. Non gioca nessuno, al parchetto. Nessuna auto entra ed esce dal parcheggio. Il canto degli uccelli è amplificato, il verde delle colline intorno sembra più intenso, nell'aria tersa di questi giorni. Il lago scintilla lì, di lato, in fondo.
Ma ogni quarto d'ora un mezzo entra al cimitero per portare un'urna. Cenere alla cenere, senza più possibilità di scegliere il tipo di sepoltura: è il forno crematorio il grande protagonista di questa processione continua di trasporto e deposito. Polvere alla polvere, senza alcun seguito. Solo l'impresario delle pompe funebri che deposita l'urna in uno spazio apposito, là dove si celebrava l'ultimo saluto prima della tumulazione, e schiaccia un bottone.
Un bottone, per tre preghiere che risuonano sul fianco della dolce collina che sorveglia il lago, lì in fondo, nell'angolo, che scintilla. Ave Maria, Padre Nostro, L'Eterno Riposo.Tre preghiere che attraversano il parchetto, riempiono il parchetto e scorrono sulla pista e sul ruscello che gorgoglia piano, che le ripete sottovoce, unico mormorio che può accompagnare questa piccola, ma meccanica, operazione di compassione, cui è tolta la parte fondamentale, la componente umana. Una gentilezza dovuta ma che non conforta nessuno.
Quando il disco finisce, il mezzo riparte per tornare presto con una nuova urna, e con un bottone schiacciato nuovamente. E così, per giorni e giorni. Le urne si accumulano e prendono posto ordinato nello spazio allestito. Quando si potrà, verranno accompagnate nelle loro definitive collocazioni con una benedizione, e con un saluto che oggi non c'è. Con un lutto rimandato che non permette di elaborare, ancora, la perdita, così dolorosa e così solitaria.
Per il momento, solo il canto della natura può accompagnare questa cerimonia cui è stata tolta la voce, cui manca l'audio. Solo la Natura china il capo e raccoglie l'eco della perdita.
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