C'è un tempo per tutto.
Per aver paura, in particolare quando la situazione è incerta.
Quando ci si trova a combattere contro l'ignoto, lo dice anche Sun Tzu, le possibilità di vittoria sono incerte, non si conosce bene l'entità del nemico che abbiamo di fronte.
Allora, nell'arte della guerra come nella vita, dobbiamo cercare di conoscere soprattutto noi stessi, per reagire. E quando la situazione intorno a noi si definisce, la reazione si concretizza.
Prima ci sono state le donazioni. Alcune importanti, come quella di Esselunga, come quella di Giorgio Armani. Alcune più "contenute", se proprio vogliamo quantificarle, anche se sempre di donazioni si tratta. Quelle note sono del Presidente dell'Inter Zhang e di Fedez&Chiara Ferragni.
Ma questa coppia, così spesso sotto i riflettori, conosce bene i meccanismi dei social e della notorietà e ha innescato, partendo dai loro 100.000€, una donazione a catena, che oggi viaggia verso l'obiettivo dei 4 milioni di euro, a beneficio dell'Ospedale San Raffaele di Milano.
Le raccolte però sono fiorite e sono tutte legate all'emergenza Coronavirus. Sono istituzionali e non. Cerchiamo di elencarne alcune: mi sono fatta aiutare dagli amici di Facebook e ho preso spunto da gruppi social che frequento, oltre che a passaparola che arrivano anche dal mondo del lavoro.
Su gofoundme, piattaforma scelta da Chiara Ferragni e Fedez per rafforzare la terapia intensiva del San Raffaele, è presente anche un altro banner da cliccare, #Insieme Contro il Coronavirus, che apre una pagina dedicata a diversi ospedali italiani. Anche in questo caso basta una piccola donazione per il Cotugno di Napoli (ora vicina ai 400mila), l'Ospedale Maggiore di Parma (poco oltre i 200mila), il Niguarda di Milano (con due raccolte distinte), l'Ospedale di Cremona, città molto colpita fin dall'inizio dell'emergenza.
Ci sono anche Bari, Torino, Como, Novara, Bologna, Lecco e Pavia: tutte queste sono legate a strutture ospedaliere e tutte queste hanno sfondato i 100mila euro. Appena al di sotto il sistema sanitario Trentino, Reggio Emilia, il Policlinico di Milano, l'Abruzzo, Monza, Lodi, Cattolica, Sant'Ilario, Crema, Reggio Calabria, Cosenza, Modena, La Spezia, Lecco, Palermo, ancora Milano con il Sacco e due raccolte, Sant'Antioco e Treviglio: tutte queste hanno superato le 50.000 euro ciascuna. E ce ne sono altre ancora: io ne conto al momento 42.
Spedali Civili di Brescia, come sicuramente altri, postano la possibilità di aiutare l'acquisto di materiale e macchinari utili direttamente sul loro sito.
Il cantante Achille Lauro sta usando tutti i suoi canali per supportare il gruppo San Donato.
E' presente anche il Cesvi, sulla piattaforma, ma le associazioni che stanno procedendo sono numerose. Ad esempio, abbiamo la OBM onlus del Buzzi di Milano; Unicef si è già mossa da Gennaio con un aereo cargo verso la Cina per contribuire a debellare nel punto di origine la pandemia. Lo spiega con un lungo post su suo sito, spiegando che l'ammontare dell'appello umanitario lanciato è calcolato in 42,3 milioni di dollari.
Torniamo in Lombardia, per segnalare il progetto della Regione: è molto semplice, ma molto efficace, l'appello lanciato sul sito. La Lombardia resta la Regione più colpita, o forse la Regione in cui i controlli sono costanti, efficaci, capillari. Ad ogni modo, l'ente si impegna verso i cittadini in qualità di garante e con i sindaci lavora invece per elaborare strategie di aiuto concreto.
C'è anche lo sport, che si è fermato ma contribuisce alla causa. Due esempi per tutti. I biglietti della Curva Nord del splendido ottavo dell'Atalanta a Valencia sono stati devoluti all'Ospedale di Bergamo, colpito da un focolaio piuttosto violento in provincia. Anche altri gruppi di tifosi, come Chei de La Coriera, che organizza i pullman per le trasferte, riempie "coriere" virtuali con le donazioni, anche se il calcio è fermo.
Oltre al colosso Esselunga (che dona anche 5€ ogni 500 punti fragola donati dai possessori) ci sono altre realtà della GDO che si muovono. I supermercati della catena Alì hanno donato 100.000 euro alla Protezione Civile a sostegno del sistema sanitario del Veneto e dell'Emilia Romagna, ma danno sul sito la possibilità di continuare a donare. Il gruppo è capillarmente diffuso in Veneto e nelle province di Bologna e Ferrara. Anche questo è solo un esempio.
E chiudiamo con chi è più vicino a noi, tornando su gofoundme: c'è anche Legnano, con i suoi infermieri della "ria", la rianimazione. Si sta toccando quota 40.000 e questi professionisti garantiscono di dare riscontro concreto ai soldi che donerete. Potete farlo qui.
Non conosciamo il nemico, ma conosciamo noi stessi e, alla fine di questo post (che è sicuramente incompleto) siamo sicuramente capaci di reagire all'incognita. #andràtuttobene
mercoledì 11 marzo 2020
martedì 3 marzo 2020
La serie B ai tempi del Coronavirus
Squilla il cellulare, attendo che lui risponda.
Pronto, Sabrina. Come va?
Ha la voce stanca; sono abituata a vederlo allo stadio Zini sempre di ottimo umore e la cosa mi pare subito strana.
Lui è uno steward storico. Io mi occupo della squadra della città da cinque stagioni e, quando sono arrivata, lui c'era già e faceva parte di un piccolo gruppo che negli anni precedenti aveva svolto anche volontariamente il servizio, quando si giocava nelle serie minori.
Ciao, domani la partita si gioca a porte chiuse, ma per il funzionamento della gara il Delegato ha comunque bisogno di un piccolo contingente. Tu ci saresti?
Mi piacerebbe, risponde. Ma non credo di poter venire. I miei suoceri si sono ammalati e, anche se non ho avuto contatti diretti con loro, mia moglie li ha visti in questi giorni, e ora è ammalata. Stiamo aspettando l'esito del tampone.
Cremona, Italia. Se si guarda una qualsiasi mappa, la zona rossa, a 20 km di distanza, ci sta proprio a corona. Potrebbe essere una battuta di spirito, se non fosse che la preoccupazione è tangibile. Dei numerosi steward formati per il servizio, alcuni sono nati in quei Comuni, qualcuno ci abita, alcuni ci lavorano. Altri, come l'esempio del mio steward, hanno i parenti.
Ma non è solo questo. Nel mio giro di chiamate per il piccolo reclutamento, un'altra ragazza mi spiega di essere a casa da una settimana. Aveva preso il raffreddore, le hanno fatto lo stesso il certificato medico. Ha dovuto rimandare importanti impegni di lavoro ed è inquieta.
Un altro lavora in Acciaieria ed è tranquillo: quando entra, a ogni turno, gli misurano la febbre.
Il Delegato della squadra mi chiede di non andare: l'ospedale della città è blindato, ci sono 130 contagiati ricoverati, non si entra e non si esce, ci sono presidi e telecamere "peggio dell'epoca di Calciopoli". E me lo immagino, l'Ospedale: fuori dal centro, circondato dai campi, si staglia bianco ed enorme nel nulla. Nella mia mente mancano solo gli elicotteri.
Domani è oggi. La squadra ospite ha dormito a Fidenza, una distanza che ha ritenuto prudenziale. I ragazzi che faranno servizio dovranno dichiarare di essere in buona salute. Qualcuno mi ha chiesto i guanti.
La serie cadetta ai tempi del Coronavirus ha la fronte corrucciata. I pensieri faranno correre le gambe? Ad ogni modo, buona partita, ragazzi. Dentro e fuori dal campo.
Pronto, Sabrina. Come va?
Ha la voce stanca; sono abituata a vederlo allo stadio Zini sempre di ottimo umore e la cosa mi pare subito strana.
Lui è uno steward storico. Io mi occupo della squadra della città da cinque stagioni e, quando sono arrivata, lui c'era già e faceva parte di un piccolo gruppo che negli anni precedenti aveva svolto anche volontariamente il servizio, quando si giocava nelle serie minori.
Ciao, domani la partita si gioca a porte chiuse, ma per il funzionamento della gara il Delegato ha comunque bisogno di un piccolo contingente. Tu ci saresti?
Mi piacerebbe, risponde. Ma non credo di poter venire. I miei suoceri si sono ammalati e, anche se non ho avuto contatti diretti con loro, mia moglie li ha visti in questi giorni, e ora è ammalata. Stiamo aspettando l'esito del tampone.
Cremona, Italia. Se si guarda una qualsiasi mappa, la zona rossa, a 20 km di distanza, ci sta proprio a corona. Potrebbe essere una battuta di spirito, se non fosse che la preoccupazione è tangibile. Dei numerosi steward formati per il servizio, alcuni sono nati in quei Comuni, qualcuno ci abita, alcuni ci lavorano. Altri, come l'esempio del mio steward, hanno i parenti.
Ma non è solo questo. Nel mio giro di chiamate per il piccolo reclutamento, un'altra ragazza mi spiega di essere a casa da una settimana. Aveva preso il raffreddore, le hanno fatto lo stesso il certificato medico. Ha dovuto rimandare importanti impegni di lavoro ed è inquieta.
Un altro lavora in Acciaieria ed è tranquillo: quando entra, a ogni turno, gli misurano la febbre.
Il Delegato della squadra mi chiede di non andare: l'ospedale della città è blindato, ci sono 130 contagiati ricoverati, non si entra e non si esce, ci sono presidi e telecamere "peggio dell'epoca di Calciopoli". E me lo immagino, l'Ospedale: fuori dal centro, circondato dai campi, si staglia bianco ed enorme nel nulla. Nella mia mente mancano solo gli elicotteri.
Domani è oggi. La squadra ospite ha dormito a Fidenza, una distanza che ha ritenuto prudenziale. I ragazzi che faranno servizio dovranno dichiarare di essere in buona salute. Qualcuno mi ha chiesto i guanti.
La serie cadetta ai tempi del Coronavirus ha la fronte corrucciata. I pensieri faranno correre le gambe? Ad ogni modo, buona partita, ragazzi. Dentro e fuori dal campo.
mercoledì 29 gennaio 2020
La forza della condivisione
Abbiamo tutti il diritto di crollare, davanti qualcosa contro cui è impossibile lottare.
Lo sa bene Stefania che, in un anno, ha perso la madre Lella
per colpa della SLA. Una malattia che è arrivata in estate come un semplicissimo
difetto di pronuncia, improvviso. All’inizio questo inconsueto incespicare
della parola era stato imputato a una cura dentale. Ma Stefania, infermiera di
professione e per passione, ha drizzato le antenne e la realtà, dopo una serie
di controlli, è stata durissima.
L’arrivo di una malattia degenerativa in una famiglia mette a
dura prova. E’ un terremoto che scuote le fondamenta di tutti i rapporti e lascia
completamente disorientati. E soli, come sottolinea Stefania nel libro che ha
scritto, “Mi Manca la tua Voce” per spiegare come, in una società in cui la
sanità pubblica è presente ma per una serie di tagli, direttive, lungaggini ed
esigenze ha perduto completamente la dimensione umana della cura. Il libro è
una cronaca dolorosa di silenzi, ritardi, liste di attesa, mancate risposte,
soluzioni sbagliate. Allo stesso tempo, l’impotenza, il dolore e la mole enorme
di documentazioni da produrre e da richiedere completano il senso di isolamento
di una famiglia e di una donna, Lella, che ha osservato spesso i suoi cari con
gli occhi spaventati.
Quando la disperazione sembrava già prendere il sopravvento,
Stefania è riuscita ad avere un valido aiuto dalla AISLA, dall’Ospedale
Maggiore di Novara e soprattutto dall’Hospice di Abbiategrasso che, con
grandissima umanità, ha colmato l’anello mancante con terapie ad hoc, fisioterapia,
supporto psicologico. Nel mezzo Stefania che ha organizzato la vita del padre e
del fratello, e ha pensato a come non annegare nella burocrazia, ha
riorganizzato la casa, la raccolta differenziata, il concetto di pulizia domestica.
E ha ridato luce agli occhi della madre.
La figura del caregiver è al centro di un dibattito sempre attuale e riguarda tutti. Ogni volta che una persona si trova ad aver bisogno di assistenza sono tutti i famigliari ad essere coinvolti, spesso senza alcuna esperienza. Stefania, con “Mi Manca la tua Voce”, ha voluto e saputo condividere un percorso che può capitare a ognuno di noi. Tramite le presentazioni del volume, la donazione di parte del ricavato all’Hospice di Abbiategrasso e una straordinaria capacità comunicativa, l’autrice mette in contatto tra loro chi, come Atlante, si è visto recapitare il mondo sulle spalle. Senza averlo richiesto.
Oggi Lella non c’è più. Se n’è andata alla fine del 2019, con la gratitudine negli occhi verso chi le è stato accanto. E non senza un messaggio, potentissimo, per ognuno di noi, che abbiamo croci piccolissime e grandissime da portare: l’Amore è la risposta.
La figura del caregiver è al centro di un dibattito sempre attuale e riguarda tutti. Ogni volta che una persona si trova ad aver bisogno di assistenza sono tutti i famigliari ad essere coinvolti, spesso senza alcuna esperienza. Stefania, con “Mi Manca la tua Voce”, ha voluto e saputo condividere un percorso che può capitare a ognuno di noi. Tramite le presentazioni del volume, la donazione di parte del ricavato all’Hospice di Abbiategrasso e una straordinaria capacità comunicativa, l’autrice mette in contatto tra loro chi, come Atlante, si è visto recapitare il mondo sulle spalle. Senza averlo richiesto.
Oggi Lella non c’è più. Se n’è andata alla fine del 2019, con la gratitudine negli occhi verso chi le è stato accanto. E non senza un messaggio, potentissimo, per ognuno di noi, che abbiamo croci piccolissime e grandissime da portare: l’Amore è la risposta.
lunedì 27 gennaio 2020
Anime d'artista
Sono stata a un concerto, venerdì, con un gruppo di amiche. Una di loro, all'uscita del piccolo circolo culturale che ha contenuto una quarantina di persone in piedi, ha fatto un'osservazione sul fatto che il cantante avesse portato il suo ultimo per la vendita, alla fine della sua esibizione.
In effetti, in certi ambiti, mescolare intellettuale e veniale sembra sempre un po' poco elegante. Ma forse perchè abbiamo un'idea un po' distorta dalla realtà. Ci immaginiamo artisti che vivono di royalties e che accettano club e piccoli posti solo per il piacere di suonare, pagati abbondantemente in trasferte e alloggi dai locali, con etichette prestigiose. A maggior ragione se hanno partecipato a un reality, a Sanremo Giovani. Perchè arrivare in tv è garanzia di successo. E oggi successo è uguale ricchezza.
La realtà è leggermente diversa e altre arti non vivono di quello, come se fosse nettare degli dei. Chi dipinge, anche al giorno d'oggi, prima di arrivare a esporre ed essere quotato illustra, dipinge murali casalinghi, fa ritratti; cercando uno stile personale che può portarlo al riconoscimento, oltre a costose accademie spesso private deve per forza trovare un lavoro "vero". Così per chi recita, che, se non nasce in ambienti privilegiati, può iniziare a farlo la sera, o frequenta scuole a sue spese, diverse. E magari partecipa a teatrini per bambini, feste private. Magari presenta sagre, o serate ce raramente coprono spese. Ho degli amici che fanno televendite, ad esempio.
Chi presenta libri, spesso lo fa in librerie in cui il volume si vende. E se lo fa in altri luoghi, pubblici o meno, ne porta con sè un certo numero di copie e li vende direttamente o tramite la casa editrice. E sapere che in Italia si pubblica con grandissimi nomi o con case editrici microscopiche è noto.
Cantare, suonare, recitare e scrivere, dipingere o accordare comunque la propria anima all'universo, sono colore a una vita che necessariamente deve correre all'interno di certi binari con tempi e modi che non vorremmo ma che dobbiamo accettare. In fortunate circostanze, in cui il qui ed ora si incontrano, possono diventare sostanza. Una possibilità su un milione. Eppure sono le relazioni che si intessono, i contatti che si creano, la conoscenza che si amplia e altre infinite possibilità che si spalancano a rendere uniche le arti.
In effetti, in certi ambiti, mescolare intellettuale e veniale sembra sempre un po' poco elegante. Ma forse perchè abbiamo un'idea un po' distorta dalla realtà. Ci immaginiamo artisti che vivono di royalties e che accettano club e piccoli posti solo per il piacere di suonare, pagati abbondantemente in trasferte e alloggi dai locali, con etichette prestigiose. A maggior ragione se hanno partecipato a un reality, a Sanremo Giovani. Perchè arrivare in tv è garanzia di successo. E oggi successo è uguale ricchezza.
La realtà è leggermente diversa e altre arti non vivono di quello, come se fosse nettare degli dei. Chi dipinge, anche al giorno d'oggi, prima di arrivare a esporre ed essere quotato illustra, dipinge murali casalinghi, fa ritratti; cercando uno stile personale che può portarlo al riconoscimento, oltre a costose accademie spesso private deve per forza trovare un lavoro "vero". Così per chi recita, che, se non nasce in ambienti privilegiati, può iniziare a farlo la sera, o frequenta scuole a sue spese, diverse. E magari partecipa a teatrini per bambini, feste private. Magari presenta sagre, o serate ce raramente coprono spese. Ho degli amici che fanno televendite, ad esempio.
Chi presenta libri, spesso lo fa in librerie in cui il volume si vende. E se lo fa in altri luoghi, pubblici o meno, ne porta con sè un certo numero di copie e li vende direttamente o tramite la casa editrice. E sapere che in Italia si pubblica con grandissimi nomi o con case editrici microscopiche è noto.
Cantare, suonare, recitare e scrivere, dipingere o accordare comunque la propria anima all'universo, sono colore a una vita che necessariamente deve correre all'interno di certi binari con tempi e modi che non vorremmo ma che dobbiamo accettare. In fortunate circostanze, in cui il qui ed ora si incontrano, possono diventare sostanza. Una possibilità su un milione. Eppure sono le relazioni che si intessono, i contatti che si creano, la conoscenza che si amplia e altre infinite possibilità che si spalancano a rendere uniche le arti.
sabato 18 gennaio 2020
A Luciano e a Lisa
Ho perso circa un
anno e mezzo di questo blog, che avevo trasferito su un'altra piattaforma
gestita da un gruppo di giovanissimi che poi hanno fatto fallire un progetto
bellissimo.
Per fortuna non avevo eliminato quanto avevo scritto fino a
quel momento.
Purtroppo ho perso molto. Anche se a volte scopro che
qualcuno ha conservato qualcosa. Questo mi riempie di vera gioia. Lisa mi ha
contattato qualche tempo fa perchè non trovava la dedica che avevo fatto al suo
papà. Ma poi lo ha trovato lei, e me lo ha rimandato. Grazie, davvero.
___
Ieri sera ero in turno fino a mezzanotte. L’ho vista, era in mezzo alle altre notizie. Incidente mortale, muore un uomo di Arluno. Penso, senza alcuna tesi a sostegno, che si tratti di qualcosa successo in autostrada. Ma quella notizia resta lì, nello stomaco.
Questa mattina accendo il pc e leggo un pensiero del Tommy. Parla di Luciano, lo saluta. Il pensiero fa un balzo nello stomaco. Scrivo questo nome, e Arluno, in Google, e trovo la notizia senza tesi fantasiose a supporto. Luciano, 54 anni, meccanico, cric che non tiene, Mercedes-Benz. Il pensiero risale verso la gola, ma ancora c’è qualcosa che ignoro. Quel cognome.
Poi chiama la mamma. Chiama, e il pensiero si annoda. Luciano. Quel Luciano. Ignoravo il cognome perchè non ce n’è stato mai bisogno.
Luciano è presente nella mia vita da quando ho aperto gli occhi per la prima volta, probabilmente. Amico dello zio Giuàn, me lo sono sempre ricordato coi capelli chiari e un po’ lunghi, con il naso largo, con il sorriso largo, con la tuta. Della Mercedes-Benz. O la maglietta. O i pantaloni. Perchè lui lavorava sempre, e gli piaceva. Quelle mani erano graffiate ma sempre pulite. Quel sorriso sempre largo anche a fine giornata. Una moglie leggera come una farfalla con i capelli vaporosi, una figlia e poi, a distanza di anni, due gemelli. Che oggi son adolescenti.
Luciano non è mai stato di tante parole. Gli piaceva la compagnia, gli piaceva stare in giro con gli amici di sempre, portare la fidanzata a spasso, la famiglia, i due appena nati in piscina d’estate. Ascolta. Le sue parole son misurate, e come sempre son quelle che si depositano. Son preziose. Luciano parlava a me, ai miei cugini, a noi bambini, non come si parla ai deficienti. Niente vocette camuffate, nessuna parola travisata. Contenuti schietti. Parole tra persone, solo di diversa statura.
L’ultima volta l’ho visto a scuola. Andava a prendere i suoi piccoli. Un bacio, e quel sorriso largo, quella maglietta della Mercedes-Benz. Quell’ascolto vero. A papà aveva detto che gli mancavano due anni, alla pensione. Per lui che ha sempre lavorato come un matto.
Quel pensiero è nella mia testa, è nel mio cuore. Grazie, Luciano. Però, in mezzo a tante cattiverie gratuite, avrei preferito che non te ne fossi andato così presto.
lunedì 13 gennaio 2020
Le giuste raccomandazioni
Stamattina la nonna Rosa è tornata in Calabria.
Si è alzata intorno alle 5 e ha preso un volo tre ore dopo.
Stavolta, anche per il ritorno, è stata accompagnata dalla zia. A 86 anni, visto che era passato qualche tempo dall'ultimo volo, abbiamo preferito così. Senza accompagnatore, ma con figlia. Non che ce ne fosse bisogno; non che, nel frattempo, fossero nate necessità differenti da prima. Sempre Rosa d'Acciaio è.
Sono stata brava, mi ha detto ieri sera, a cena. Sono rimasta un mese intero, questa volta.
Ha ragione: nei viaggi precedenti la smania di tornare a casa e alle sue mille attività si era manifestata molto prima e aveva sempre reso più breve la permanenza. Ma ora l'orto non c'è più: dopo una vita intera nell'agricoltura e un impegno a coltivare la terra anche dopo, da qualche anno non infila più gli stivali per farsi chilometri in vallata e poi aspettare l'altra zia, o i nipoti, carica di borse.
Sei stata brava, le ho risposto. Ma potevi aspettare almeno fino a fine Gennaio per tornare nel tuo appartamento al terzo piano senza ascensore. E senza riscaldamento. Perchè non lo ha mai avuto, non per altro. Ha una cosiddetta cucina economica in sala, sul cui piano in ghisa può anche cucinare; niente caloriferi nelle altre stanze. E quindi sì, stavolta potevi rimanere e lasciar trascorrere questo mese qui, perchè il clima è cambiato e le gelate arrivano anche lì, a 450 metri sul livello del mare. Mi ha guardato un po' di traverso: forse, ho pensato, meglio non esagerare...
Mi raccomando, sii forte. Mi ha detto questo, quando l'ho salutata. A lei è difficile spiegare come vivo io, da sola, a quarant'anni, con ancora molti cerchi di fuoco da attraversare. Eppure no. Lo penso io, perchè lei sa esattamente cosa dire e che gesti fare. A me, la nipote più grande di tutti, ma anche a tutti gli altri. E mi ritrovo sempre a pensare che il calibro adottato nei confronti degli altri avrebbe bisogno di una sistematina.
Poche parole, da una donna che ha attraversato i decenni crescendo in un'epoca in cui si parla poco e si usa un doppio registro, quello imposto dal suo mondo, dalla sua condizione di bracciante agricola, da donna del Sud e madre di sei figli, e quello che effettivamente si fa, veicolando nel modo giusto le decisioni. Molte lette e molte scritte, dagli incarti dei giornali, i libri, le riviste, e quel diario della sua vita che ancora non ho letto, ma so che c'è. Di quella scrittura imparata da bambina e utilizzata immutata sempre allo stesso modo, quel misto di Italiano e dialetto (ATTENZIONE! PERICOLO DI MORTE, CERASI POMPIATI; così recitava molti anni fa un cartello appeso al ciliegio vicino alla casetta dell'orto, in Calabria, perchè aveva passato il disinfestante. Non era epoca di smartphone, non è stato mai fotografato), usata anche questo Natale per il mio biglietto di auguri. A me. La nipote particolare.
Va bene, nonna. Sono forte. Sarò forte.
Si è alzata intorno alle 5 e ha preso un volo tre ore dopo.
Stavolta, anche per il ritorno, è stata accompagnata dalla zia. A 86 anni, visto che era passato qualche tempo dall'ultimo volo, abbiamo preferito così. Senza accompagnatore, ma con figlia. Non che ce ne fosse bisogno; non che, nel frattempo, fossero nate necessità differenti da prima. Sempre Rosa d'Acciaio è.
Sono stata brava, mi ha detto ieri sera, a cena. Sono rimasta un mese intero, questa volta.
Ha ragione: nei viaggi precedenti la smania di tornare a casa e alle sue mille attività si era manifestata molto prima e aveva sempre reso più breve la permanenza. Ma ora l'orto non c'è più: dopo una vita intera nell'agricoltura e un impegno a coltivare la terra anche dopo, da qualche anno non infila più gli stivali per farsi chilometri in vallata e poi aspettare l'altra zia, o i nipoti, carica di borse.
Sei stata brava, le ho risposto. Ma potevi aspettare almeno fino a fine Gennaio per tornare nel tuo appartamento al terzo piano senza ascensore. E senza riscaldamento. Perchè non lo ha mai avuto, non per altro. Ha una cosiddetta cucina economica in sala, sul cui piano in ghisa può anche cucinare; niente caloriferi nelle altre stanze. E quindi sì, stavolta potevi rimanere e lasciar trascorrere questo mese qui, perchè il clima è cambiato e le gelate arrivano anche lì, a 450 metri sul livello del mare. Mi ha guardato un po' di traverso: forse, ho pensato, meglio non esagerare...
Mi raccomando, sii forte. Mi ha detto questo, quando l'ho salutata. A lei è difficile spiegare come vivo io, da sola, a quarant'anni, con ancora molti cerchi di fuoco da attraversare. Eppure no. Lo penso io, perchè lei sa esattamente cosa dire e che gesti fare. A me, la nipote più grande di tutti, ma anche a tutti gli altri. E mi ritrovo sempre a pensare che il calibro adottato nei confronti degli altri avrebbe bisogno di una sistematina.
Poche parole, da una donna che ha attraversato i decenni crescendo in un'epoca in cui si parla poco e si usa un doppio registro, quello imposto dal suo mondo, dalla sua condizione di bracciante agricola, da donna del Sud e madre di sei figli, e quello che effettivamente si fa, veicolando nel modo giusto le decisioni. Molte lette e molte scritte, dagli incarti dei giornali, i libri, le riviste, e quel diario della sua vita che ancora non ho letto, ma so che c'è. Di quella scrittura imparata da bambina e utilizzata immutata sempre allo stesso modo, quel misto di Italiano e dialetto (ATTENZIONE! PERICOLO DI MORTE, CERASI POMPIATI; così recitava molti anni fa un cartello appeso al ciliegio vicino alla casetta dell'orto, in Calabria, perchè aveva passato il disinfestante. Non era epoca di smartphone, non è stato mai fotografato), usata anche questo Natale per il mio biglietto di auguri. A me. La nipote particolare.
Va bene, nonna. Sono forte. Sarò forte.
lunedì 2 dicembre 2019
Tutta la vita davanti
Lunedì scorso ho sfiorato l'incidente frontale.
Uscivo da una rotonda vicino casa. La strada, in quella direzione, dopo la rotatoria curva dolcemente a destra. Andavo piano, ero attenta. C'era il sole. Ma mi sono trovata una jaguar davanti. Nella mia corsia. Era nera. Alla guida c'era un uomo, con una sciarpa grigia.
In un istante tutto si è mosso a rallentatore. In un istante, mi sono ritrovata a urlare, con una voce non mia.
E' stupefacente come certi attimi si dilatino a tal punto da espandersi come una bolla nella sequenza sempre uguali di piccoli segmenti di tempo. Una bolla in cui il cervello sembra vedere il futuro prossimo, e non è del tutto piacevole. Quando ti dici che no, così non va bene, non adesso.
Non adesso che, nonostante la strada, non sto proprio andando da nessuna parte. Non adesso, che stiamo tutti bene. Non adesso. Che paura.
O forse adesso. Forse è invece il momento giusto.
Poi entrambi abbiamo reagito allo stesso modo, pigiando il freno a fondo e sterzando a sinistra.
Le auto non si sono toccate per un centimetro, forse. Siamo rimasti fermi così per circa 10 secondi, in silenzio, guardandoci. Lui ha abbozzato delle scuse. Io lo guardavo, con il piede ben premuto sul pedale e gli occhi sbarrati. E poi me ne sono andata.
Lunedì non sono finita in ospedale, ma questa settimana è fluita mettendomi davanti poi alla morte e al cambiamento. E alla vita. In momenti simili, in passato, il mio sesto senso mi ha avvisato del pericolo, e mi sono successe altre cose. Come un braccio rotto. Come un mal di testa mai provato per una settimana di fila.
Sarò capace di sterzare ancora.
Uscivo da una rotonda vicino casa. La strada, in quella direzione, dopo la rotatoria curva dolcemente a destra. Andavo piano, ero attenta. C'era il sole. Ma mi sono trovata una jaguar davanti. Nella mia corsia. Era nera. Alla guida c'era un uomo, con una sciarpa grigia.
In un istante tutto si è mosso a rallentatore. In un istante, mi sono ritrovata a urlare, con una voce non mia.
E' stupefacente come certi attimi si dilatino a tal punto da espandersi come una bolla nella sequenza sempre uguali di piccoli segmenti di tempo. Una bolla in cui il cervello sembra vedere il futuro prossimo, e non è del tutto piacevole. Quando ti dici che no, così non va bene, non adesso.
Non adesso che, nonostante la strada, non sto proprio andando da nessuna parte. Non adesso, che stiamo tutti bene. Non adesso. Che paura.
O forse adesso. Forse è invece il momento giusto.
Poi entrambi abbiamo reagito allo stesso modo, pigiando il freno a fondo e sterzando a sinistra.
Le auto non si sono toccate per un centimetro, forse. Siamo rimasti fermi così per circa 10 secondi, in silenzio, guardandoci. Lui ha abbozzato delle scuse. Io lo guardavo, con il piede ben premuto sul pedale e gli occhi sbarrati. E poi me ne sono andata.
Lunedì non sono finita in ospedale, ma questa settimana è fluita mettendomi davanti poi alla morte e al cambiamento. E alla vita. In momenti simili, in passato, il mio sesto senso mi ha avvisato del pericolo, e mi sono successe altre cose. Come un braccio rotto. Come un mal di testa mai provato per una settimana di fila.
Sarò capace di sterzare ancora.
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