Adesso che la paura è finita, posso condividere una storia che ha riguardato un caro amico e la sua salute. Una storia che ha del surreale, forse. O forse no, purtroppo.
Andrea è un ragazzo meraviglioso. Studia al Poli a Milano, è pugliese e vive dunque in appartamento, da classico fuori sede. Ha una piccola fortuna in più rispetto ad altri ragazzi come lui: non divide l'alloggio con nessuno e vive nel quartiere Affori, in un palazzo tranquillo circondato da verde e centri sportivi.
Un mese fa, Andrea ha iniziato a sentirsi poco bene. Gli è venuta una brutta tosse, e la febbre ha subito raggiunto una temperatura elevatissima. E' andato dal medico, che ha guardato la gola da una certa distanza, ha appoggiato il stetoscopio sulla schiena per la durata di due respiri e ha prescritto un antibiotico. Durata dell'operazione: 5 minuti, entrata e uscita compresi.
La febbre, però, è rimasta altissima. Andrea ha chiamato la guardia medica, che non è uscita; dopo un altro giorno così, la padrona di casa, preoccupata, ha chiamato l'ambulanza. Codice bianco, esami, lastre: per l'Ospedale Sacco un brutto virus, cambio di antibiotico, osservazione di 24 ore e a casa, con l'avvertenza di tornare nelle prossime 48 ore in caso di nulla di fatto.
E il nulla di fatto si è avverato, ma la successiva visita al Pronto Soccorso si è conclusa in una lunghissima attesa senza risultato.
La febbre, di nuovo altissima. La tosse, ancora squassante. Altra soluzione estrema, una nuova chiamata al 118 e un altro ospedale. E finalmente una diagnosi meno vaga: polmonite.
Andrea è stato ricoverato, ma ha passato due giorni nel nuovo Pronto Soccorso con la protezione per se stesso e per gli altri della sola mascherina, perchè non ci sono letti. E, dopo altri due giorni, finalmente il reparto di Medicina.
Che storia sarebbe?, direbbe un qualsiasi direttore di news. Perchè mancano tutti i requisiti di notiziabilità: non c'è sangue (Andrea, fai pure le corna, non ti preoccupare), non c'è sesso, non ci sono soldi. E non c'è - purtroppo - eccezionalità. Ma possiamo fare un semplicissimo esercizio di sostituzione: ci sono voluti circa dieci giorni per capire cosa. E questo cosa potrebbe essere qualunque cosa. In mezzo ci sono una visita medica, una guardia medica che si è rifiutata di intervenire, due ambulanze e un'altra lunghissima vana attesa al Pronto Soccorso di una delle città italiane, se non LA città italiana, con il più altro numero di servizi.
Non so voi, ma io non mi sento tanto bene.
La tosse di Andrea, invece, sta passando.
giovedì 13 settembre 2018
venerdì 31 agosto 2018
Sette anni senza l'Ispettore
Sui social puoi vedere cosa hai scritto in questa data, gli anni scorsi.
E sette anni avevo scritto che non riesco a dirti addio, Stefano.
Sette anni fa tu morivi, dopo aver preso la legionella in Croazia. La legionella, in Croazia. Una settimana di ricovero, a Zara. O forse meno. Tutto torna indietro come un flash e la mente seleziona solo alcuni elementi, altri li rende opachi, confusi.
C'era stata quella telefonata, di sera. Ero sul lago d'Orta per vedere i fuochi, con gli amici. Ero vicina a Miasino, avevo pensato a tutti voi: eravamo stati lì per il matrimonio della Paola. Quella telefonata, dalla Croazia. Ero per strada, sono rimasta indietro e la strada, che era in pendenza, sembrava deformarsi al suono di quelle frasi a cui non volevo credere. Avvisi tu gli altri? Li chiamo ma mi sembrava, mi sembra ancora uno scherzo, non ci credo, sento il suono falso della mia voce, è la voce di un'altra. Ma le lacrime, quelle, sono state nostre. Le reazioni tutte diverse.
C'è stato il viaggio di Geppo in macchina per venirti a vedere, per guardarti, per essere i nostri occhi lì. Un viaggio lunghissimo per poter stare al tuo fianco pochissimo. Un'ora? Mezz'ora? Dieci minuti? Non lo so più. Ma tu, Ste, lo hai sentito? Non lo so, non lo so più.
E poi sette anni fa è arrivato questo giorno. Hai smesso di soffrire, noi invece eravamo spezzati e completamente suonati. Siamo venute in auto ad una veglia in quattro, ci ha dato fastidio pure la fede che abbiamo trovato in quella chiesa. Siamo poi venuti al funerale, Varese era bloccata da una manifestazione e quando siamo arrivati non siamo riusciti neanche ad entrare, la folla era imponente. E poi sei andato via per la cremazione e noi siamo rimasti lì fuori. Noi che avevamo sempre tante parole, che avevamo parlato così tanto sempre di tutto, siamo rimasti lì senza dirci quasi niente, senza quasi guardarci, con tanta rabbia. Eravamo impotenti e muti, avevamo una gamma di sentimenti diversi e tutti legittimi. E in questi anni l'abbiamo trasformata come meglio abbiamo potuto.
Ma tu ci avevi dato tutto. Anche le parole che non sapevamo più dire. Le avevi scritte e noi le abbiamo lette e rilette. Continuo a pensare in che modo si possa recuperare anche quella mail di gruppo di tiscali, pagherei volentieri un genio del computer per avere quelle email. Ci hai dato tutto senza alcun filtro. Un creatore, un regista. Il pivot delle nostre vite. L'ispettore, perchè fiutavi sempre tutto.
La mente seleziona alcuni elementi e quel dolore è diminuito, anche se lo ricordiamo davvero molto bene. Adesso guardo quelle poche foto che abbiamo, sarebbero state innumerevoli oggi, e noto solo le tue braccia. Noto gli abbracci. Noto come anche fisicamente ci tenevi insieme. Chissà cosa avresti fatto oggi e in questi anni, e non so perchè ma mi scappa un sorriso.
Ci vediamo domenica, Stefano. A Masnago. Ti prometto che sarò quella di sempre.
Non riesco a dirti addio, è vero anche oggi. Anche perchè non ce n'è bisogno.
E sette anni avevo scritto che non riesco a dirti addio, Stefano.
Sette anni fa tu morivi, dopo aver preso la legionella in Croazia. La legionella, in Croazia. Una settimana di ricovero, a Zara. O forse meno. Tutto torna indietro come un flash e la mente seleziona solo alcuni elementi, altri li rende opachi, confusi.
C'era stata quella telefonata, di sera. Ero sul lago d'Orta per vedere i fuochi, con gli amici. Ero vicina a Miasino, avevo pensato a tutti voi: eravamo stati lì per il matrimonio della Paola. Quella telefonata, dalla Croazia. Ero per strada, sono rimasta indietro e la strada, che era in pendenza, sembrava deformarsi al suono di quelle frasi a cui non volevo credere. Avvisi tu gli altri? Li chiamo ma mi sembrava, mi sembra ancora uno scherzo, non ci credo, sento il suono falso della mia voce, è la voce di un'altra. Ma le lacrime, quelle, sono state nostre. Le reazioni tutte diverse.
C'è stato il viaggio di Geppo in macchina per venirti a vedere, per guardarti, per essere i nostri occhi lì. Un viaggio lunghissimo per poter stare al tuo fianco pochissimo. Un'ora? Mezz'ora? Dieci minuti? Non lo so più. Ma tu, Ste, lo hai sentito? Non lo so, non lo so più.
E poi sette anni fa è arrivato questo giorno. Hai smesso di soffrire, noi invece eravamo spezzati e completamente suonati. Siamo venute in auto ad una veglia in quattro, ci ha dato fastidio pure la fede che abbiamo trovato in quella chiesa. Siamo poi venuti al funerale, Varese era bloccata da una manifestazione e quando siamo arrivati non siamo riusciti neanche ad entrare, la folla era imponente. E poi sei andato via per la cremazione e noi siamo rimasti lì fuori. Noi che avevamo sempre tante parole, che avevamo parlato così tanto sempre di tutto, siamo rimasti lì senza dirci quasi niente, senza quasi guardarci, con tanta rabbia. Eravamo impotenti e muti, avevamo una gamma di sentimenti diversi e tutti legittimi. E in questi anni l'abbiamo trasformata come meglio abbiamo potuto.
Ma tu ci avevi dato tutto. Anche le parole che non sapevamo più dire. Le avevi scritte e noi le abbiamo lette e rilette. Continuo a pensare in che modo si possa recuperare anche quella mail di gruppo di tiscali, pagherei volentieri un genio del computer per avere quelle email. Ci hai dato tutto senza alcun filtro. Un creatore, un regista. Il pivot delle nostre vite. L'ispettore, perchè fiutavi sempre tutto.
La mente seleziona alcuni elementi e quel dolore è diminuito, anche se lo ricordiamo davvero molto bene. Adesso guardo quelle poche foto che abbiamo, sarebbero state innumerevoli oggi, e noto solo le tue braccia. Noto gli abbracci. Noto come anche fisicamente ci tenevi insieme. Chissà cosa avresti fatto oggi e in questi anni, e non so perchè ma mi scappa un sorriso.
Ci vediamo domenica, Stefano. A Masnago. Ti prometto che sarò quella di sempre.
Non riesco a dirti addio, è vero anche oggi. Anche perchè non ce n'è bisogno.
mercoledì 8 agosto 2018
Il potere magico delle associazioni
Sono cresciuta in un paese a vera misura d'uomo. Ci sono arrivata all'inizio della terza elementare e la mia vita sociale è iniziata, ovviamente, a scuola. Rispetto alla precedente, questa aveva due sezioni per anno, la A e la B, una di fianco all'altra; il mio anno, così come gli altri. Una sola scuola elementare, una sola scuola media. Un oratorio e un campo estivo. Ma mille possibilità di vivere la vita della comunità tutti insieme.
Quando sono arrivata, oltre alla scuola c'era l'oratorio. Ho un vago ricordo di divisione, maschile e femminile, durato pochissimo. Era nel sottotetto dell'asilo, poi si è trasferito in un prefabbricato montato nel cortile, infine in un larghissimo spazio di fianco al campo sportivo, dove è tutt'ora.
Nel frattempo è cresciuta la pro loco, che ha aggiunto molte iniziative a quelle che comunque già c'erano (i concerti della Banda, altra istituzione. Negli anni '80 si esercitava in un palazzo davanti alla Chiesa, sfidando tutte le regole di sicurezza. Era un antro ombroso, coi muri scuri di muffa e di intonaco umido, di muri spessi da corte lombarda e da finestroni a vetro singolo, buio e meraviglioso).
Si organizzavano grandi cose che oggi non ci sono più, come i Giochi della Gioventù e il Palio. I primi si svolgevano tra il campo della scuola e la palestra: tornei di basket, pallavolo, calcio, ma anche giochi come salto in lungo, gare di velocità, gare di abilità, per ogni età, per ogni abilità.
Il Palio era stupendo, perchè coinvolgeva tutti. Non era infrequente entrare nelle case dei vicini per provare i costumi della sfilata e scoprire montagne di scampoli pronti per essere cuciti. La stoffa arrivava dalla tessitura, in pieno paese, e il tema era diverso ogni volta e doveva essere rispettato dalla tre contrade. Sono riuscita a partecipare a due di questi. L'ultimo tema che ricordo era l'America ed ero vestita da indianina.
Poi tutto è fiorito. Sono stati anni densi di cose belle, anni in cui si faceva a gara a organizzare qualcosa e in cui la partecipazione era sempre altissima. Anni in cui l"adesso ti faccio vedere io", la rivalità tra gruppi si traduceva in un enorme beneficio per i cittadini. Anni in cui la competizione era sana. I giochi antichi ripresi, i tiri alla fune, le corse podistiche e ciclistiche, le feste dell'unità e tutte le altre, riempivano i locali (tanti, mai però troppi), la bocciofila, la gelateria, di persone che volevano vedere e vedersi. Io usavo solo ed esclusivamente la bicicletta, a tutte le ore e in qualsiasi condizione climatica.
Sono nate associazioni bellissime. Alcune non sono durate, altre sì. Alcune fanno davvero del bene, come Diamoci una Mano, come l'Avis, come la Caritas, come Le Stelle di Lorenzo. Fanno del bene perchè sono fatte di persone che per moltissimi anni hanno vissuto in un posto intessuto nel profondo di voglia di socialità, che ad un certo punto si sono guardate negli occhi e che hanno iniziato a declinarla in qualcosa di molto utile. Il Colpo di Coda ha parato tutti i colpi tirati ai giovani, l'Albero del Riccio fa del bene ai cuori e ai palati.
Oggi la situazione è diversa. Le persone non hanno più voglia di vedersi. Dopo il lavoro, dopo le preoccupazioni, non esorcizzano più nulla sul marciapiede dell'Acli, sotto la grande magnolia. Non affollano più le strade a Sant'Anna, non c'è più il groviglio di biciclette contro gli alberi sul retro del Capèl de Fer, non c'è più nemmeno il circolo. Io non uso più a bicicletta; a dire il vero, non abito più nemmeno in paese e spesso sfuggo agli incontri.
Oggi, la competizione non ha più nulla di sano. Si preferisce non fare per non sbagliare, perchè il veleno che stilla dalle critiche è tossico, mortale. Le persone feriscono. Le persone colpiscono nel profondo. Anche quelle che sono cresciute con te, in quella magia, sanno bene quali sono i punti deboli di chi abita accanto, e le case non hanno più le porte spalancate pronte per intraprendere insieme nuove avventure. La tessitura ora è uno spazio scarnificato di cui rimangono solo le strutture portanti, pronte ad essere demolite per ospitare altre case, mentre le corti cadono a pezzi. "Ti faccio vedere io" è solo una minaccia. C'è un noi e c'è un voi.
Ma le persone sono le stesse e pure alcune associazioni. Adoro quelle che, in questo mare di barche lontane l'una dall'altra e senza radiotrasmittenti per comunicare, continuano a svolgere i compiti che si sono assegnati, e continuano ad avere stima, continuano ad aiutare, continuano ad avere riconoscimento. Conservano quella magia immune alle cattiverie, che pure continuano a cadere come bombe sganciate senza motivi apparenti. I luoghi sono cambiati, ci sono posti più belli per vedersi, forse più a norma, ma sono tutti meno affollati. E in questo paese, che è sempre stato così unico nei miei anni più belli ma anche per le tre generazioni precedenti, quando i giovani arrivavano per uscire con le ragazze e portarle al cinema di Corbetta, per vedere e farsi vedere, per andare in colonia a Marina di Massa con il prete e non farlo dormire per tutto il soggiorno, è sempre bellissimo vivere. Nonostante la nebbia. Non quella meteorologica: quella non esiste più. Immagino mio nipote crescerci, e desidero per lui un po' della magia che ho avuto io, sperando che i brutti incantesimi non lo tocchino mai.
Io però ho rinunciato.
Quando sono arrivata, oltre alla scuola c'era l'oratorio. Ho un vago ricordo di divisione, maschile e femminile, durato pochissimo. Era nel sottotetto dell'asilo, poi si è trasferito in un prefabbricato montato nel cortile, infine in un larghissimo spazio di fianco al campo sportivo, dove è tutt'ora.
Nel frattempo è cresciuta la pro loco, che ha aggiunto molte iniziative a quelle che comunque già c'erano (i concerti della Banda, altra istituzione. Negli anni '80 si esercitava in un palazzo davanti alla Chiesa, sfidando tutte le regole di sicurezza. Era un antro ombroso, coi muri scuri di muffa e di intonaco umido, di muri spessi da corte lombarda e da finestroni a vetro singolo, buio e meraviglioso).
Si organizzavano grandi cose che oggi non ci sono più, come i Giochi della Gioventù e il Palio. I primi si svolgevano tra il campo della scuola e la palestra: tornei di basket, pallavolo, calcio, ma anche giochi come salto in lungo, gare di velocità, gare di abilità, per ogni età, per ogni abilità.
Il Palio era stupendo, perchè coinvolgeva tutti. Non era infrequente entrare nelle case dei vicini per provare i costumi della sfilata e scoprire montagne di scampoli pronti per essere cuciti. La stoffa arrivava dalla tessitura, in pieno paese, e il tema era diverso ogni volta e doveva essere rispettato dalla tre contrade. Sono riuscita a partecipare a due di questi. L'ultimo tema che ricordo era l'America ed ero vestita da indianina.
Poi tutto è fiorito. Sono stati anni densi di cose belle, anni in cui si faceva a gara a organizzare qualcosa e in cui la partecipazione era sempre altissima. Anni in cui l"adesso ti faccio vedere io", la rivalità tra gruppi si traduceva in un enorme beneficio per i cittadini. Anni in cui la competizione era sana. I giochi antichi ripresi, i tiri alla fune, le corse podistiche e ciclistiche, le feste dell'unità e tutte le altre, riempivano i locali (tanti, mai però troppi), la bocciofila, la gelateria, di persone che volevano vedere e vedersi. Io usavo solo ed esclusivamente la bicicletta, a tutte le ore e in qualsiasi condizione climatica.
Sono nate associazioni bellissime. Alcune non sono durate, altre sì. Alcune fanno davvero del bene, come Diamoci una Mano, come l'Avis, come la Caritas, come Le Stelle di Lorenzo. Fanno del bene perchè sono fatte di persone che per moltissimi anni hanno vissuto in un posto intessuto nel profondo di voglia di socialità, che ad un certo punto si sono guardate negli occhi e che hanno iniziato a declinarla in qualcosa di molto utile. Il Colpo di Coda ha parato tutti i colpi tirati ai giovani, l'Albero del Riccio fa del bene ai cuori e ai palati.
Oggi la situazione è diversa. Le persone non hanno più voglia di vedersi. Dopo il lavoro, dopo le preoccupazioni, non esorcizzano più nulla sul marciapiede dell'Acli, sotto la grande magnolia. Non affollano più le strade a Sant'Anna, non c'è più il groviglio di biciclette contro gli alberi sul retro del Capèl de Fer, non c'è più nemmeno il circolo. Io non uso più a bicicletta; a dire il vero, non abito più nemmeno in paese e spesso sfuggo agli incontri.
Oggi, la competizione non ha più nulla di sano. Si preferisce non fare per non sbagliare, perchè il veleno che stilla dalle critiche è tossico, mortale. Le persone feriscono. Le persone colpiscono nel profondo. Anche quelle che sono cresciute con te, in quella magia, sanno bene quali sono i punti deboli di chi abita accanto, e le case non hanno più le porte spalancate pronte per intraprendere insieme nuove avventure. La tessitura ora è uno spazio scarnificato di cui rimangono solo le strutture portanti, pronte ad essere demolite per ospitare altre case, mentre le corti cadono a pezzi. "Ti faccio vedere io" è solo una minaccia. C'è un noi e c'è un voi.
Ma le persone sono le stesse e pure alcune associazioni. Adoro quelle che, in questo mare di barche lontane l'una dall'altra e senza radiotrasmittenti per comunicare, continuano a svolgere i compiti che si sono assegnati, e continuano ad avere stima, continuano ad aiutare, continuano ad avere riconoscimento. Conservano quella magia immune alle cattiverie, che pure continuano a cadere come bombe sganciate senza motivi apparenti. I luoghi sono cambiati, ci sono posti più belli per vedersi, forse più a norma, ma sono tutti meno affollati. E in questo paese, che è sempre stato così unico nei miei anni più belli ma anche per le tre generazioni precedenti, quando i giovani arrivavano per uscire con le ragazze e portarle al cinema di Corbetta, per vedere e farsi vedere, per andare in colonia a Marina di Massa con il prete e non farlo dormire per tutto il soggiorno, è sempre bellissimo vivere. Nonostante la nebbia. Non quella meteorologica: quella non esiste più. Immagino mio nipote crescerci, e desidero per lui un po' della magia che ho avuto io, sperando che i brutti incantesimi non lo tocchino mai.
Io però ho rinunciato.
giovedì 2 agosto 2018
Il Pollaio di Magenta
A Magenta, in via Santa Crescenzia, c'era un cortile. Come tanti. Il portone si apriva sulla strada, tra due ali di palazzo, e lasciava accedere ad un'area quadrata interna, coi palazzi intorno. Un tipico schema lombardo, niente di particolare. Un'architettura nota da secoli, sul modello della villa romana.
Quel cortile collegava la strada ad un grande condominio, che qualcuno aveva soprannominato "il Pollaio". Un palazzo grande e non particolarmente curato. Un palazzo molto affollato.
Il Pollaio era, infatti, il punto di arrivo dei terroni del Sud. Quando i giovani decidevano di emigrare, grazie a una sorta di passaparola e di mutuo soccorso sapevano che, finché non avessero trovato una stabile occupazione, finché non avessero potuto affittare un monolocale in un'altra corte, finché la situazione non si sarebbe anche solo minimamente stabilizzata, potevano stare nel Pollaio.
Arrivavano tutti e dormivano lì, dove trovavano, negli appartamenti, insieme. Il ricambio era sostenuto, anche perchè chi non riusciva a uscire da lì in poco tempo - salvo qualche eccezione - cercava altrove, spostandosi in Lombardia o più a Est. Nessun problema. Arrivavano tutti dalle stesse Regioni. Spesso molti erano parenti, spesso arrivavano dallo stesso paese. Il bagaglio personale di tutti era davvero scarso.
Faceva freddo, nel pollaio. Non c'erano doppi vetri e spesso i serramenti erano in pessimo stato. D'inverno, quello vero, lungo e grigio e con quella nebbia che non mostrava nemmeno il palazzo di fronte, sul lato opposto del quartiere, con quella nebbia che durava tre mesi e con il sole che ricompariva solo in rarissime eccezioni, nel Pollaio si dormiva con il cappotto e con il cappello di lana. In quelle stanze piene di spifferi, a quelle finestre si formavano dei lunghi e sottili ghiaccioli.
Tante persone sono passate di lì. Oggi, l'esistenza del Pollaio mi è stata raccontata con il sorriso. Chi è passato di lì, dormendo con tre maglioni, oggi resta un terrone per alcuni, ma ha cambiato decisamente le proprie condizioni, ha una famiglia, qualcuno ha nipoti. Perchè il Pollaio non esisteva il secolo scorso. Il Pollaio non è un fogliettone ottocentesco. Non è un luogo avvolto nella leggenda. Ma era una realtà di quaranta, trentacinque anni fa.
Oggi, il palazzo che si affaccia sulla strada ospita una serie di ambulatori e il cortile è signorile, con un po' di verde, i sampietrini, pulito, silenzioso. Altri passaggi, altri affollamenti, altre classificazioni, altri freddi e altre speranze passano altrove.
Quel cortile collegava la strada ad un grande condominio, che qualcuno aveva soprannominato "il Pollaio". Un palazzo grande e non particolarmente curato. Un palazzo molto affollato.
Il Pollaio era, infatti, il punto di arrivo dei terroni del Sud. Quando i giovani decidevano di emigrare, grazie a una sorta di passaparola e di mutuo soccorso sapevano che, finché non avessero trovato una stabile occupazione, finché non avessero potuto affittare un monolocale in un'altra corte, finché la situazione non si sarebbe anche solo minimamente stabilizzata, potevano stare nel Pollaio.
Arrivavano tutti e dormivano lì, dove trovavano, negli appartamenti, insieme. Il ricambio era sostenuto, anche perchè chi non riusciva a uscire da lì in poco tempo - salvo qualche eccezione - cercava altrove, spostandosi in Lombardia o più a Est. Nessun problema. Arrivavano tutti dalle stesse Regioni. Spesso molti erano parenti, spesso arrivavano dallo stesso paese. Il bagaglio personale di tutti era davvero scarso.
Faceva freddo, nel pollaio. Non c'erano doppi vetri e spesso i serramenti erano in pessimo stato. D'inverno, quello vero, lungo e grigio e con quella nebbia che non mostrava nemmeno il palazzo di fronte, sul lato opposto del quartiere, con quella nebbia che durava tre mesi e con il sole che ricompariva solo in rarissime eccezioni, nel Pollaio si dormiva con il cappotto e con il cappello di lana. In quelle stanze piene di spifferi, a quelle finestre si formavano dei lunghi e sottili ghiaccioli.
Tante persone sono passate di lì. Oggi, l'esistenza del Pollaio mi è stata raccontata con il sorriso. Chi è passato di lì, dormendo con tre maglioni, oggi resta un terrone per alcuni, ma ha cambiato decisamente le proprie condizioni, ha una famiglia, qualcuno ha nipoti. Perchè il Pollaio non esisteva il secolo scorso. Il Pollaio non è un fogliettone ottocentesco. Non è un luogo avvolto nella leggenda. Ma era una realtà di quaranta, trentacinque anni fa.
Oggi, il palazzo che si affaccia sulla strada ospita una serie di ambulatori e il cortile è signorile, con un po' di verde, i sampietrini, pulito, silenzioso. Altri passaggi, altri affollamenti, altre classificazioni, altri freddi e altre speranze passano altrove.
venerdì 27 luglio 2018
Il futuro è donna
Sono contenta che sia maschio. Probabilmente avrà una vita un po' più semplice.
Eh dai. Una vita a combattere una cultura fatta a misura di maschio e poi mi sento dire questo.
Mi sono cadute le braccia. Ho protestato, ho brontolato, ho negato.
Ho chiuso subito la mente: no, questo non lo accetto.
Poi ci ho pensato. E siccome questo blog è mio, posso ammettere le sconfitte, le mie. Tutte le mie.
Che tristezza. E, per quanto non voglia crederci, la cultura si muove con ritmi centenari e a velocità diverse e i luoghi comuni sono davvero duri a morire, per dirla...con un luogo comune.
Quando vendevo televisori al centro commerciale, le mie competenze venivano messe in dubbio. Si cercava il parere del collega, che invariabilmente non cambiava una virgola ma finalizzava la vendita.
Ho fatto colloqui ovunque: alla Rai, a Sky, a Radio Deejay, a Class, a RCS. Alcuni amici uomini faticano a crederci. Qualcuno di questi alcuni è riuscito a dirmi che magari sarei dovuta scendere a qualche compromesso, salvo poi non credere al movimento #metoo (eh sai, queste cose a distanza di tempo...).
Un amico giornalista, questa mattina, mi ha scritto che forse non ho cercato abbastanza, non ho fatto abbastanza.
Quando ho cambiato passo, spesso negli stadi faticano a considerarmi un pari livello. A volte, qualcuno ha faticato persino a guardarmi in faccia.
Ci penso sempre, a quanto è difficile. Continuamente. Se sei bellina, non tanto o non abbastanza. Se hai dubbi tuoi su come affronterai un progetto. Se chiedi aiuto o mostri qualche debolezza. Bisogna avere le palle, anche quando non ce le hai, per riprodurre l'unico modello conosciuto di autorevolezza. Bisogna rispondere ad un modello maschile con un comportamento maschile?
Attenzione: ho scritto "bellina", avete letto bene. Non intelligente.
Che tristezza. Continuerò a non accettarlo, proprio perchè io stessa ne porto i segni, e anche molto meno delle donne che sono venute prima di me. Basta leggere un po', o basta viaggiare, ovunque.
Ma "arrendersi all'evidenza" no. Mai.
ps. Ieri c'è stato il compleanno della mia cuginetta. Dieci anni di puro entusiasmo e di gioia, di affetto per tutti. Voleva un telo mare, ne ho trovato uno a forma di ciambella. Anche se la mia prima scelta era un altro, con la scritta "The Future is Female".
Eh dai. Una vita a combattere una cultura fatta a misura di maschio e poi mi sento dire questo.
Mi sono cadute le braccia. Ho protestato, ho brontolato, ho negato.
Ho chiuso subito la mente: no, questo non lo accetto.
Poi ci ho pensato. E siccome questo blog è mio, posso ammettere le sconfitte, le mie. Tutte le mie.
Che tristezza. E, per quanto non voglia crederci, la cultura si muove con ritmi centenari e a velocità diverse e i luoghi comuni sono davvero duri a morire, per dirla...con un luogo comune.
Quando vendevo televisori al centro commerciale, le mie competenze venivano messe in dubbio. Si cercava il parere del collega, che invariabilmente non cambiava una virgola ma finalizzava la vendita.
Ho fatto colloqui ovunque: alla Rai, a Sky, a Radio Deejay, a Class, a RCS. Alcuni amici uomini faticano a crederci. Qualcuno di questi alcuni è riuscito a dirmi che magari sarei dovuta scendere a qualche compromesso, salvo poi non credere al movimento #metoo (eh sai, queste cose a distanza di tempo...).
Un amico giornalista, questa mattina, mi ha scritto che forse non ho cercato abbastanza, non ho fatto abbastanza.
Quando ho cambiato passo, spesso negli stadi faticano a considerarmi un pari livello. A volte, qualcuno ha faticato persino a guardarmi in faccia.
Ci penso sempre, a quanto è difficile. Continuamente. Se sei bellina, non tanto o non abbastanza. Se hai dubbi tuoi su come affronterai un progetto. Se chiedi aiuto o mostri qualche debolezza. Bisogna avere le palle, anche quando non ce le hai, per riprodurre l'unico modello conosciuto di autorevolezza. Bisogna rispondere ad un modello maschile con un comportamento maschile?
Attenzione: ho scritto "bellina", avete letto bene. Non intelligente.
Che tristezza. Continuerò a non accettarlo, proprio perchè io stessa ne porto i segni, e anche molto meno delle donne che sono venute prima di me. Basta leggere un po', o basta viaggiare, ovunque.
Ma "arrendersi all'evidenza" no. Mai.
ps. Ieri c'è stato il compleanno della mia cuginetta. Dieci anni di puro entusiasmo e di gioia, di affetto per tutti. Voleva un telo mare, ne ho trovato uno a forma di ciambella. Anche se la mia prima scelta era un altro, con la scritta "The Future is Female".
lunedì 23 luglio 2018
Imbarazzi ingombranti
Si può dimagrire molto, per qualcosa che causa molto dolore, ma non si può ingrassare.
Non sta bene, non è socialmente accettabile.
Lo testimonia il silenzio degli amici, quando dici quanto pesi.
Quelli più cari, i migliori che esistano, quelli che parlano alla tua anima, quelli che di fronte a loro sei la più ignorante del mondo.
E' inutile. Possiamo girare intorno all'argomento come vogliamo. Possiamo vederlo da innumerevoli prospettive. Possiamo dare un taglio diverso alla questione. Possiamo anche cambiare stile e plaudere a iniziative includenti. La verità è che se sei grasso sei sfondato. O meglio, sfondata.
Mi è andata bene, in fin dei conti: sono arrivata a questa età ad avere "problemi". Sono stata una magra e anche una molto magra, soprattutto negli anni giusti. Essere magra mi ha protetto dal bullismo (ci ha pensato l'altezza ridotta per altri sfottò, ma sono sopravvissuta benissimo). Ad altre è andata decisamente peggio. Ci sono state soluzioni drastiche, per qualcuna. Tipo non mangiare più per anni determinati alimenti decisi arbitrariamente. Tipo assumere metanfetamine. A volte, qualcuna si arrende e non esce più di casa. Oppure chissà che altro, è sempre un disordine quando ci si ribella disordinatamente.
Quindi sì, sono stata fortunata. Troverò delle soluzioni, come sempre, anche se mi mancano due doti fondamentali come la disciplina e la costanza.
Ho notato che le battute autoironiche funzionano poco.
Quindi, oggi, incasso il biasimo. Lo metto nella tasca del pantalone un po' più stretto, ci sta comunque. Ma visto che sono immersa in questo mondo e non sono una fulgida stella dell'anticonformismo, darò un'occhiata alle liposuzioni.
Non sta bene, non è socialmente accettabile.
Lo testimonia il silenzio degli amici, quando dici quanto pesi.
Quelli più cari, i migliori che esistano, quelli che parlano alla tua anima, quelli che di fronte a loro sei la più ignorante del mondo.
E' inutile. Possiamo girare intorno all'argomento come vogliamo. Possiamo vederlo da innumerevoli prospettive. Possiamo dare un taglio diverso alla questione. Possiamo anche cambiare stile e plaudere a iniziative includenti. La verità è che se sei grasso sei sfondato. O meglio, sfondata.
Mi è andata bene, in fin dei conti: sono arrivata a questa età ad avere "problemi". Sono stata una magra e anche una molto magra, soprattutto negli anni giusti. Essere magra mi ha protetto dal bullismo (ci ha pensato l'altezza ridotta per altri sfottò, ma sono sopravvissuta benissimo). Ad altre è andata decisamente peggio. Ci sono state soluzioni drastiche, per qualcuna. Tipo non mangiare più per anni determinati alimenti decisi arbitrariamente. Tipo assumere metanfetamine. A volte, qualcuna si arrende e non esce più di casa. Oppure chissà che altro, è sempre un disordine quando ci si ribella disordinatamente.
Ho notato che le battute autoironiche funzionano poco.
Quindi, oggi, incasso il biasimo. Lo metto nella tasca del pantalone un po' più stretto, ci sta comunque. Ma visto che sono immersa in questo mondo e non sono una fulgida stella dell'anticonformismo, darò un'occhiata alle liposuzioni.
mercoledì 11 luglio 2018
Un Caos di lavoro
Un po' come in Caos Calmo, ieri sera ho provato a fare una lista. Quella dei lavori svolti fino a questo momento. La cosa mi ha divertito parecchio, anche perchè ho richiamato alla memoria colleghi, amici, situazioni belle e brutte e grottesche. Non sono sicura di ricordare tutto; già con questo esercizio ho richiamato alla mente alcuni episodi che avevo rimosso.
Ho montato parti di lampadari in un laboratorio.
Per 11 anni, ho partecipato ad un bellissimo progetto di sport nelle scuole primarie.
Ho cantato ad un paio di matrimoni.
Ho fatto la cameriera in un pub, di sera, e anni dopo a mezzogiorno.
Ho dato valanghe di ripetizioni, soprattutto di Latino, ma non solo, a ragazzi di tutte le età.
Sono stata commessa alla Conbipel, e anni dopo in un altro negozio molto più piccolo.
Ho scritto per 11 anni su un giornale locale, ogni settimana.
Sono stata reclutata per il Censimento del 2001, poi negli anni sono stata scrutatrice e segretaria di seggio.
Per un blog di tecnologia, ho scritto sei post al giorno per tre mesi.
Capitolo "una vita da promoter": reggiseni, forni microonde, cellulari, mp3, fotocamere e videocamere, cofanetti regalo, tv di due case diverse. Per la Sony, la promozione del 3D al cinema Arcobaleno di Melzo, per un mese. Mi sfugge sicuramente qualcosa.
Ho imparato a fare la receptionist e il back office per uno showroom di design. Anni dopo, centralino in super centro (di fianco alla Scala!) e un bel lavoro al Fuorisalone.
Ho sfiorato la vendita porta a porta di libri, per fortuna.
Ho controllato le spedizioni in un'azienda di confezioni natalizie.
Sono stata redattrice per un'agenzia giornalistica: il primo lavoro appena dopo la laurea e grazie a questa.
Analista televisiva per Rai3 per alcune stagioni (quattro?)
Ho fatto accoglienza per Canon, e poi un lavoro in Fiera per un prototipo. Ho imbustato migliaia di lettere in un'azienda di grafiche.
Ho lavorato in un punto Snai.
Sono tornata a parlare alla radio in un'altra cooperativa di giornalisti.
Ho diretto un mensile sul Legnanese/Abbiatense.
Ho girato un servizio con una telecamera nascosta per Sky.
Ho svolto consulenza di comunicazione in una piccola agenzia. Per un'altra agenzia, sono stata copy e commerciale, curando anche una rivista online sulle piccole case editrici.
Sono stata redattrice in una web tv.
Ho pubblicato su un settimanale nazionale; un'altra notizia scritta all'Ansa è stata ribattuta e pubblicata sul quotidiano di Bergamo. Ho scritto brevemente per un altro settimanale locale.
Per una scuola di lingue e consulenza linguistica mi sono sforzata di fare la commerciale (con scarsissimi risultati!).
Sono stata redattrice in una radio nazionale.
Ho lavorato per un programma televisivo pilota.
Ho insegnato Storia e Geografia alle scuole medie.
Ho elaborato un database per la ristorazione.
Ho incartato bicchieri preziosi per un'eccellenza del vetro al Salone del Mobile.
Sono stata consulente per un progetto sportivo. Ho curato gli articoli e l'impaginazione di un giornale distribuito allo stadio.
Ho iniziato tre anni fa come project manager nella più grande agenzia per il lavoro d'Italia.
Ho tenuto un corso al Coni per la FIP. Sono stata una brevissima ufficio stampa per Hockey Milano Rossoblu.
Scrivo testi per siti internet, a tratti curo social.
Tralascio tutto quello per cui non sono stata retribuita, perchè anche io sono un pollo e ci sono cascata, più volte. Di quello che invece ho volutamente svolto a titolo gratuito, ricordo con soddisfazione i miei 9 anni da steward allo stadio e le presentazioni di alcuni libri e di alcune serate.
Guardo questa lista e mi torna il buonumore, quello che perdo quando mi investe il cattivo sentimento di taluni. Mi torna il buonumore perchè ognuna di queste occupazioni mi ha dato qualcosa, e non parlo di denaro. Mi ha insegnato che il lavoro ha ovunque pari dignità. Il lavoro mi ha permesso di comprare il primo cellulare, la prima macchina, la prima casa. Mi ha pagato l'Esame di Stato, mi ha permesso di insegnare. Quando è mancato, mi ha chiuso in casa. Quando non c'è stato, mi ha spinto a cercarlo chiedendo aiuto il meno possibile. Mi ha fatto conoscere molte persone, cui voglio bene. Alcune di loro sono diventate pezzi della mia anima.
Mi ha permesso di viaggiare, ha alimentato la mia curiosità, anche nei momenti più difficili. Mi permette di donare e restituire all'universo un piccolo pezzetto di fortuna di essere nata in un Paese libero.
Quello che il lavoro significa per me è talmente centrale, che il destino ha voluto farmi approdare in un'azienda che se ne occupa, ma da sempre ho condiviso opportunità e spunti. E' un bene che credo debba stare sempre in circolo, che debba fiorire dopo aver ben seminato. E' un valore.
Ho montato parti di lampadari in un laboratorio.
Per 11 anni, ho partecipato ad un bellissimo progetto di sport nelle scuole primarie.
Ho cantato ad un paio di matrimoni.
Ho fatto la cameriera in un pub, di sera, e anni dopo a mezzogiorno.
Ho dato valanghe di ripetizioni, soprattutto di Latino, ma non solo, a ragazzi di tutte le età.
Sono stata commessa alla Conbipel, e anni dopo in un altro negozio molto più piccolo.
Ho scritto per 11 anni su un giornale locale, ogni settimana.
Sono stata reclutata per il Censimento del 2001, poi negli anni sono stata scrutatrice e segretaria di seggio.
Per un blog di tecnologia, ho scritto sei post al giorno per tre mesi.
Capitolo "una vita da promoter": reggiseni, forni microonde, cellulari, mp3, fotocamere e videocamere, cofanetti regalo, tv di due case diverse. Per la Sony, la promozione del 3D al cinema Arcobaleno di Melzo, per un mese. Mi sfugge sicuramente qualcosa.
Ho imparato a fare la receptionist e il back office per uno showroom di design. Anni dopo, centralino in super centro (di fianco alla Scala!) e un bel lavoro al Fuorisalone.
Ho sfiorato la vendita porta a porta di libri, per fortuna.
Ho controllato le spedizioni in un'azienda di confezioni natalizie.
Sono stata redattrice per un'agenzia giornalistica: il primo lavoro appena dopo la laurea e grazie a questa.
Analista televisiva per Rai3 per alcune stagioni (quattro?)
Ho fatto accoglienza per Canon, e poi un lavoro in Fiera per un prototipo. Ho imbustato migliaia di lettere in un'azienda di grafiche.
Ho lavorato in un punto Snai.
Sono tornata a parlare alla radio in un'altra cooperativa di giornalisti.
Ho diretto un mensile sul Legnanese/Abbiatense.
Ho girato un servizio con una telecamera nascosta per Sky.
Ho svolto consulenza di comunicazione in una piccola agenzia. Per un'altra agenzia, sono stata copy e commerciale, curando anche una rivista online sulle piccole case editrici.
Sono stata redattrice in una web tv.
Ho pubblicato su un settimanale nazionale; un'altra notizia scritta all'Ansa è stata ribattuta e pubblicata sul quotidiano di Bergamo. Ho scritto brevemente per un altro settimanale locale.
Per una scuola di lingue e consulenza linguistica mi sono sforzata di fare la commerciale (con scarsissimi risultati!).
Sono stata redattrice in una radio nazionale.
Ho lavorato per un programma televisivo pilota.
Ho insegnato Storia e Geografia alle scuole medie.
Ho elaborato un database per la ristorazione.
Ho incartato bicchieri preziosi per un'eccellenza del vetro al Salone del Mobile.
Sono stata consulente per un progetto sportivo. Ho curato gli articoli e l'impaginazione di un giornale distribuito allo stadio.
Ho iniziato tre anni fa come project manager nella più grande agenzia per il lavoro d'Italia.
Ho tenuto un corso al Coni per la FIP. Sono stata una brevissima ufficio stampa per Hockey Milano Rossoblu.
Scrivo testi per siti internet, a tratti curo social.
Tralascio tutto quello per cui non sono stata retribuita, perchè anche io sono un pollo e ci sono cascata, più volte. Di quello che invece ho volutamente svolto a titolo gratuito, ricordo con soddisfazione i miei 9 anni da steward allo stadio e le presentazioni di alcuni libri e di alcune serate.
Guardo questa lista e mi torna il buonumore, quello che perdo quando mi investe il cattivo sentimento di taluni. Mi torna il buonumore perchè ognuna di queste occupazioni mi ha dato qualcosa, e non parlo di denaro. Mi ha insegnato che il lavoro ha ovunque pari dignità. Il lavoro mi ha permesso di comprare il primo cellulare, la prima macchina, la prima casa. Mi ha pagato l'Esame di Stato, mi ha permesso di insegnare. Quando è mancato, mi ha chiuso in casa. Quando non c'è stato, mi ha spinto a cercarlo chiedendo aiuto il meno possibile. Mi ha fatto conoscere molte persone, cui voglio bene. Alcune di loro sono diventate pezzi della mia anima.
Mi ha permesso di viaggiare, ha alimentato la mia curiosità, anche nei momenti più difficili. Mi permette di donare e restituire all'universo un piccolo pezzetto di fortuna di essere nata in un Paese libero.
Quello che il lavoro significa per me è talmente centrale, che il destino ha voluto farmi approdare in un'azienda che se ne occupa, ma da sempre ho condiviso opportunità e spunti. E' un bene che credo debba stare sempre in circolo, che debba fiorire dopo aver ben seminato. E' un valore.
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