Ieri sera ho preso la metropolitana alle 22.30.
E ho odiato fin da subito il procuratore di Bergamo.
Perchè in me si è insinuato, come un filo di fumo lento e solitario, il sentimento dell'inquietudine.
Ho attraversato diametralmente la città sferica in poco meno di un'ora, aspettando il primo treno per 11 minuti e la coincidenza per altri 8. Come per ribadire, ancora una volta, quanto Milano sia pronta per l'Expo.
A Lambrate il sinuoso sentimento mi ha aggredito alle spalle. Eccoli lì, tutti i luoghi comuni della paura. Un uomo straniero seduto di fianco a me che olezzava d'aglio. Due ragazzi arabi in cappotto che ridevano poco più in là. Una piccola donna di mezza età sicura e invisibile. E io. Che ho serrato le gambe sotto la borsa del computer, enorme (a chiamarlo laptop gli si fa un favore ma ieri sera andava benissimo, nonostante la spalla lussata e la tracolla che ha cigolato ad ogni passo), ho tirato fuori il mio libro e ci ho piantato gli occhi, sperando di dare una spinta a quei 11 minuti di attesa.
Con tutto il rammarico, ha detto il procuratore di Bergamo, donne mai sole alla sera. E io ero sola. Single e sola. In gonna, per giunta. Nè troppo lunga, nè troppo corta, ma in jeans. Una gonna, ma come mi sarà venuto in mente? Per fortuna il piumino è a tre quarti. Ma le calze erano nere. Nero, che colore provocante. Calze di microfibra, ma se fossero state gialle, forse, sarebbe stato meglio. E vogliamo parlare degli stivali? 6 cm di tacco. Imperdonabile. Poi sono arrivati tre ragazzi e una ragazza. Ridevano, erano rilassanti. E sono saliti con me. La metropolitana era affollata, ma io avevo gli occhi inchiodati sul mio libro, il racconto di una donna rumena a tempi del periodo del terrore nazista. Il procuratore di Bergamo, con tutto il suo rammarico, avrebbe sorriso di soddisfazione.
Ma a Cadorna, negli 8 minuti di attesa, ho alzato gli occhi e mi sono accorta delle persone. Un buon numero di persone intente nella conclusione della loro serata, in modi diversi. Ho alzato gli occhi e l'ho vista. Una ragazza sul binario di fronte. Elegante cappotto color ghiaccio, guanti fino al gomito, gonna e stivali neri. E calze di pizzo. Di pizzo! La ragazza ha tirato fuori un libro, ha spostato il segnalibro e ha niziato a leggere. Ho cominciato a provare della soddisfazione io, questa volta. Per tutto il rammarico del procuratore di Bergamo. E poi davanti la lei è passata un'altra ragazza, con un bel tacco 12. Ma aveva il fidanzato per mano. Forse il contrito procuratore di Bergamo mi avrebbe detto che lei non vale, sono le donne sole, il problema.
Sono arrivata a Bonola quasi alle 23.30. Il sinuoso fumo della paura si era dissolto, anche se, grattando via il ghiaccio dalla mia auto completamente ricoperta, mi sono per un attimo guardata le spalle.
Sì, Milano è ancora molto lontana dall'essere una città europea. Ma i suoi cittadini la sognano e la desiderano fortemente più adulta, più emancipata. E poi c'è il procuratore di Bergamo, che più di tutti ha offeso i suoi, di cittadini. Con tutto il rammarico, si meriterebbe un bel vaffanculo.
venerdì 18 gennaio 2013
mercoledì 16 gennaio 2013
Falena
Lei mi dice. Mi vesto sempre così, di domenica. Lavo e stiro e rimetto. Sono comoda, mi piace, e mi tolgo un pensiero.
Togliere i pensieri. Che figura meravigliosa. Levarli, come foglie secche. Come fili d'erbaccia. Asciugarli via, come gocce di pioggia dagli occhiali. E vedere di colpo tutto più chiaro, smettere di guardare soltanto. Sentire un peso che si solleva. Raddrizzare il collo e andare avanti. Con un mezzo sorriso.
Togliere i pensieri in un'altra giornata in cui sembra che questa testa non riesca a contenerli tutti. Troppi. Li sento urtarsi tra di loro all'interno della scatola cranica. Si urtano come se fossero fatti di mille angoli. Si urtano come se fossero metallo, vetro, unghie sulla lavagna. Fanno rumore. Si scheggiano. Stridono.
E pesano. Sono nella testa ma si sentono nello stomaco. Alla bocca dello stomaco. Nauseano.
Bloccano. In un letto che è più rifugio di quel che dovrebbe. Anche se è scomodo e provoca mal di schiena. Un letto che andrebbe cambiato. Tra le lenzuola che avvolgono. A tratti non scaldano, a tratti lo fanno troppo. Avvolgono, ma stritolano. Forse anche quelle sono da cambiare.
Sono pensieri insolubili. Soluzioni, quelle che cerco. Soluzioni di cui non conosco la formula chimica, non so dove trovarla. Ci sono? Ma certo, dicono tutti. Povera cretina, ma certo! Ma dove è finita la tua intelligenza? Sotto i pensieri, dovrei urlare. E' soffocata, c'è troppo rumore. E' sopraffatta. E' inutile. Avrei dovuto continuare a far ginnastica artistica, più palestra. Correre, tutte le mattine. Altro che intelligenza, mica si vede, quella.
Togliere i pensieri per capirci qualcosa. Dei pensieri, e di quello che c'è intorno. Perchè la soluzione è là fuori e quindi vedere quello che c'è intorno potrebbe essere utile. Ragionamento cretino adatto alla cretina. Talmente banale che ti chiedi come hai fatto a non pensarci prima. Ma forse quel pensiero non ce l'ha fatta, ad entrare nella testa. Tutti i posti sono occupati da vetro e metallo spigoloso e scheggiato. Forse quel pensiero semplice ha atteso. Si è ferito. Se ne è andato.
Lei mi dice. Sole e Luna. Due facce della stessa medaglia.
Domani mi sveglio e i pensieri si sono dissolti nella soluzione magica. O la sognerò, se non mi sveglierò ancora di colpo. E pensare che è tutto irrecuperabile, ormai. Come la cellulite.
Togliere i pensieri. Che figura meravigliosa. Levarli, come foglie secche. Come fili d'erbaccia. Asciugarli via, come gocce di pioggia dagli occhiali. E vedere di colpo tutto più chiaro, smettere di guardare soltanto. Sentire un peso che si solleva. Raddrizzare il collo e andare avanti. Con un mezzo sorriso.
Togliere i pensieri in un'altra giornata in cui sembra che questa testa non riesca a contenerli tutti. Troppi. Li sento urtarsi tra di loro all'interno della scatola cranica. Si urtano come se fossero fatti di mille angoli. Si urtano come se fossero metallo, vetro, unghie sulla lavagna. Fanno rumore. Si scheggiano. Stridono.
E pesano. Sono nella testa ma si sentono nello stomaco. Alla bocca dello stomaco. Nauseano.
Bloccano. In un letto che è più rifugio di quel che dovrebbe. Anche se è scomodo e provoca mal di schiena. Un letto che andrebbe cambiato. Tra le lenzuola che avvolgono. A tratti non scaldano, a tratti lo fanno troppo. Avvolgono, ma stritolano. Forse anche quelle sono da cambiare.
Sono pensieri insolubili. Soluzioni, quelle che cerco. Soluzioni di cui non conosco la formula chimica, non so dove trovarla. Ci sono? Ma certo, dicono tutti. Povera cretina, ma certo! Ma dove è finita la tua intelligenza? Sotto i pensieri, dovrei urlare. E' soffocata, c'è troppo rumore. E' sopraffatta. E' inutile. Avrei dovuto continuare a far ginnastica artistica, più palestra. Correre, tutte le mattine. Altro che intelligenza, mica si vede, quella.
Togliere i pensieri per capirci qualcosa. Dei pensieri, e di quello che c'è intorno. Perchè la soluzione è là fuori e quindi vedere quello che c'è intorno potrebbe essere utile. Ragionamento cretino adatto alla cretina. Talmente banale che ti chiedi come hai fatto a non pensarci prima. Ma forse quel pensiero non ce l'ha fatta, ad entrare nella testa. Tutti i posti sono occupati da vetro e metallo spigoloso e scheggiato. Forse quel pensiero semplice ha atteso. Si è ferito. Se ne è andato.
Lei mi dice. Sole e Luna. Due facce della stessa medaglia.
Domani mi sveglio e i pensieri si sono dissolti nella soluzione magica. O la sognerò, se non mi sveglierò ancora di colpo. E pensare che è tutto irrecuperabile, ormai. Come la cellulite.
sabato 12 gennaio 2013
Burana, per niente burina
E poi c'è la nonna Carmina. Carmina, proprio così. Nè Carmen, nè Carmela. Perchè in dialetto calabrese ha quel sapore in più. Quindi Carmina, all'anagrafe.
E se, leggendo qualche post fa, avete pensato "però, tosta la nonna Rosa!" ecco: è perchè ancora non parlato di lei. Una Rosa d'acciaio l'una, un sergente inflessibile l'altra. Donne al centro di invisibili sistemi matriarcali in cui il potere era apparentemente - e solo quello - in mano ai mariti. Che in realtà non avevano un soldo in tasca, che organizzavano il lavoro nei campi in linea con il ciclo delle stagioni e, dall'alba al tramonto, secondo impegni annuali ben stabiliti. Nonno Domenico, marito di Rosa, aveva in più uno spiccato senso sociale, mentre Vincenzo no, era un solitario che amava ill suo lavoro e che lo insegnava a chiunque ne avesse interesse, con passione. Meglio di qualsiasi ambientalista di ogni tempo.
Era la Carmina a detenere il potere oltre che economico anche sociale, in questo caso.
La Carmina che, quando nacqui io, era là, in Calabria. Ma che non ci rimase con l'avvicinarsi del mio battesimo. "Vado a Milano", disse un pomeriggio al nonno, senza alcun preavviso, senza nessuna spiegazione. In un fazzolettone mise un cetriolo, una forma di pecorino e un cambio e prese la littorina, e poi il treno, arrivando in Stazione Centrale al mattino successivo. Una metropolitana fino a Mario Pagano, dove sapeva ci fosse il capolinea degli autobus per la periferia, che nel frattempo era stato spostato in piazzale Lotto. Una richiesta d'aiuto (ovviamente in calabrese) ad una ragazza, il pullmann fino a Sedriano e, dato che era sabato, un giro al mercato del paese, prima di arrivare con tutta calma a casa dei miei e suonare per il pranzo.
In tutti questi anni ho cercato di immaginarmi la faccia di papà, quando aprì la porta. Quella donna piccola coi capelli grigi lunghissimi ma portati sempre intrecciati intorno al capo non poteva certo mancare al battesimo di quella nipotina piena di capelli neri, nata solo un mese prima, 33 anni fa. Quella nipotina che avrebbe dovuto portare il suo nome, ma che non ce l'ha, grazie alla grande intelligenza dei giovani genitori. La nonna non se la prese più di tanto, a dir la verità. O dissimulò con grande maestria, forse. Serbina, mi avrebbe chiamato, storpiando il mio nome come faceva puntualmente e immancabilmente con il resto del nipotame, lasciando subito intendere a tutti che ero lì, sicura e approvata, nella schiera.
Ma di "carmina" ne scrissi poi, ne scrivo sempre. E lei doveva già saperlo fin dall'inizio.
E se, leggendo qualche post fa, avete pensato "però, tosta la nonna Rosa!" ecco: è perchè ancora non parlato di lei. Una Rosa d'acciaio l'una, un sergente inflessibile l'altra. Donne al centro di invisibili sistemi matriarcali in cui il potere era apparentemente - e solo quello - in mano ai mariti. Che in realtà non avevano un soldo in tasca, che organizzavano il lavoro nei campi in linea con il ciclo delle stagioni e, dall'alba al tramonto, secondo impegni annuali ben stabiliti. Nonno Domenico, marito di Rosa, aveva in più uno spiccato senso sociale, mentre Vincenzo no, era un solitario che amava ill suo lavoro e che lo insegnava a chiunque ne avesse interesse, con passione. Meglio di qualsiasi ambientalista di ogni tempo.
Era la Carmina a detenere il potere oltre che economico anche sociale, in questo caso.
La Carmina che, quando nacqui io, era là, in Calabria. Ma che non ci rimase con l'avvicinarsi del mio battesimo. "Vado a Milano", disse un pomeriggio al nonno, senza alcun preavviso, senza nessuna spiegazione. In un fazzolettone mise un cetriolo, una forma di pecorino e un cambio e prese la littorina, e poi il treno, arrivando in Stazione Centrale al mattino successivo. Una metropolitana fino a Mario Pagano, dove sapeva ci fosse il capolinea degli autobus per la periferia, che nel frattempo era stato spostato in piazzale Lotto. Una richiesta d'aiuto (ovviamente in calabrese) ad una ragazza, il pullmann fino a Sedriano e, dato che era sabato, un giro al mercato del paese, prima di arrivare con tutta calma a casa dei miei e suonare per il pranzo.
In tutti questi anni ho cercato di immaginarmi la faccia di papà, quando aprì la porta. Quella donna piccola coi capelli grigi lunghissimi ma portati sempre intrecciati intorno al capo non poteva certo mancare al battesimo di quella nipotina piena di capelli neri, nata solo un mese prima, 33 anni fa. Quella nipotina che avrebbe dovuto portare il suo nome, ma che non ce l'ha, grazie alla grande intelligenza dei giovani genitori. La nonna non se la prese più di tanto, a dir la verità. O dissimulò con grande maestria, forse. Serbina, mi avrebbe chiamato, storpiando il mio nome come faceva puntualmente e immancabilmente con il resto del nipotame, lasciando subito intendere a tutti che ero lì, sicura e approvata, nella schiera.
Ma di "carmina" ne scrissi poi, ne scrivo sempre. E lei doveva già saperlo fin dall'inizio.
giovedì 10 gennaio 2013
Canzone della vita quotidiana
Uscire al mattino, tornare la sera.
Una sveglia che suona sempre alla stessa ora, la doccia, un velo di crema per non sentirla fredda, il tuffo nell'armadio, il caffè, le chiavi, la strada fino alla stazione, il treno.
E' il riassunto mattutino di questa settimana. Ed è sorprendente.
Perchè, invece di sentirmi finalmente NEL mondo, è come se fossi totalmente fuori da esso. Come quell'alieno che il mio docente universitario di psicologia sociale citava spesso per far capire come le convenzioni, a lui osservatore del genere umano, potrebbero essere inconcepibili, il più delle volte.
Mi sento un alieno. Non che in questi 8 anni post laurea non ci siano state pause di vita normale. C'è stato un anno, in particolare, così. Un anno che non ricordo con particolare piacere, e che quindi cerco in tutti i modi di dimenticare. Per non associare quelle sensazioni a nessun'altra, nè ora, nè mai.
Un alieno che si inserisce nella vita normale come un ex carcerato che ritorna alla società civile. Da che pianeta sono arrivata, per aver dimenticato tutto? Per provare fatica come se si trattasse di tre ore di fila di spinning?In che cella ero rinchiusa?
Ah, i vantaggi della vita di coppia. Aver qualcuno da aspettare, o che ti aspetti, aiuta a scandire lo spazio e il tempo. Ah, i vantaggi di aver un figlio. La gioia e l'impegno e i bisogni di un piccino non ti fanno porre nemmeno la questione. Non ti fanno nemmerno pensare, agli alieni, a meno che tu sia appassionato di fantascienza. Magari alle convenzioni, quelle sì. Che coincidono con la buona educazione della prole, il più delle volte.
Lo so. Settimana prossima andrà meglio. Grazieadio. Ma, nell'attesa di tranquillizzarmi, o rompere nuovamente lo stato delle cose, forse sarebbe meglio troncare subito l'ascolto di Guccini.
Una sveglia che suona sempre alla stessa ora, la doccia, un velo di crema per non sentirla fredda, il tuffo nell'armadio, il caffè, le chiavi, la strada fino alla stazione, il treno.
E' il riassunto mattutino di questa settimana. Ed è sorprendente.
Perchè, invece di sentirmi finalmente NEL mondo, è come se fossi totalmente fuori da esso. Come quell'alieno che il mio docente universitario di psicologia sociale citava spesso per far capire come le convenzioni, a lui osservatore del genere umano, potrebbero essere inconcepibili, il più delle volte.
Mi sento un alieno. Non che in questi 8 anni post laurea non ci siano state pause di vita normale. C'è stato un anno, in particolare, così. Un anno che non ricordo con particolare piacere, e che quindi cerco in tutti i modi di dimenticare. Per non associare quelle sensazioni a nessun'altra, nè ora, nè mai.
Un alieno che si inserisce nella vita normale come un ex carcerato che ritorna alla società civile. Da che pianeta sono arrivata, per aver dimenticato tutto? Per provare fatica come se si trattasse di tre ore di fila di spinning?In che cella ero rinchiusa?
Ah, i vantaggi della vita di coppia. Aver qualcuno da aspettare, o che ti aspetti, aiuta a scandire lo spazio e il tempo. Ah, i vantaggi di aver un figlio. La gioia e l'impegno e i bisogni di un piccino non ti fanno porre nemmeno la questione. Non ti fanno nemmerno pensare, agli alieni, a meno che tu sia appassionato di fantascienza. Magari alle convenzioni, quelle sì. Che coincidono con la buona educazione della prole, il più delle volte.
Lo so. Settimana prossima andrà meglio. Grazieadio. Ma, nell'attesa di tranquillizzarmi, o rompere nuovamente lo stato delle cose, forse sarebbe meglio troncare subito l'ascolto di Guccini.
mercoledì 2 gennaio 2013
Il nome della Rosa
Nonna Rosa è qui per le feste.
E' arrivata in aereo accompagnata da un baldo giovane che l'ha scortata in carrozzella fino alla porta scorrevole degli arrivi, si è alzata, si è sistemata la borsetta sul braccio e via, a casa della zia.
Io e la Manu l'abbiamo vista due sere dopo, alla vigilia di Natale. Siamo arrivate a Fara Novarese per la cena (per cui è stato cucinato il Mar Adriatico) e dopo i saluti l'abbiamo cercata, ma non c'era, nel salone. Era nell'appartamento di fianco, quello di Pietro e Titina, i genitori dello zio, a friggere. L'iron grandma era immersa in una nuvola di fumo davanti ad una padella alta con 4 dita di olio bollente a far cader dentro, a goccia, cucchiaiate di pastella con o senza acciughe. Poi si è cambiata il maglione, un'aggiustatina alla piega, la cena e la messa. Prega anche per me, le ho detto. E lei si è messa a ridere.
Non senza aver fatto ridere tutti noi, prima. Raccontandoci del suo ultimo spasimante (che nel frattempo è morto, ha detto in una pausa seria) che l'ha fermata in piazza, mentre lei tornava a casa dopo la spesa, per dirle di averla sognata, quella notte, e per chiederle se voleva andare a casa sua. Non ci pensate nemmeno, ha risposto lei subito, divincolandosi dall'anziano signore che ha pure tentato di baciarla. Non ci provate più, ha minacciato, girando per qualche tempo alla larga dalla zona, fino a che sono arrivate le scuse del focoso spasimante. Che forza: a 80 anni ci racconta, facendoci sbellicare fino alle lacrime, di pulsioni e desideri che non hanno età. Con una freschezza meravigliosa. Degna del suo nome
E' arrivata in aereo accompagnata da un baldo giovane che l'ha scortata in carrozzella fino alla porta scorrevole degli arrivi, si è alzata, si è sistemata la borsetta sul braccio e via, a casa della zia.
Io e la Manu l'abbiamo vista due sere dopo, alla vigilia di Natale. Siamo arrivate a Fara Novarese per la cena (per cui è stato cucinato il Mar Adriatico) e dopo i saluti l'abbiamo cercata, ma non c'era, nel salone. Era nell'appartamento di fianco, quello di Pietro e Titina, i genitori dello zio, a friggere. L'iron grandma era immersa in una nuvola di fumo davanti ad una padella alta con 4 dita di olio bollente a far cader dentro, a goccia, cucchiaiate di pastella con o senza acciughe. Poi si è cambiata il maglione, un'aggiustatina alla piega, la cena e la messa. Prega anche per me, le ho detto. E lei si è messa a ridere.
Non senza aver fatto ridere tutti noi, prima. Raccontandoci del suo ultimo spasimante (che nel frattempo è morto, ha detto in una pausa seria) che l'ha fermata in piazza, mentre lei tornava a casa dopo la spesa, per dirle di averla sognata, quella notte, e per chiederle se voleva andare a casa sua. Non ci pensate nemmeno, ha risposto lei subito, divincolandosi dall'anziano signore che ha pure tentato di baciarla. Non ci provate più, ha minacciato, girando per qualche tempo alla larga dalla zona, fino a che sono arrivate le scuse del focoso spasimante. Che forza: a 80 anni ci racconta, facendoci sbellicare fino alle lacrime, di pulsioni e desideri che non hanno età. Con una freschezza meravigliosa. Degna del suo nome
martedì 18 dicembre 2012
Quasi quasi mi faccio Monaca
Sono stata a Monaco di Baviera, questo fine settimana. La mia vacanza invernale, 2 giorni che con i due dell'addio al nubilato di Gloria e Barcellona e io 4 a Lerici a giugno fa la somma dello svago degli ultimi 7 mesi.
Preparati per il peggio (il giorno prima della partenza là il termometro segnava -19°) e con il decollo rimandato di un paio d'ore per neve, l'impatto termico con la città è stato decisamente morbido e il giro per mercatini (dopo una prima tappa ad uno dei migliori birrifici della città, che si trova curiosamente in aeroporto) ha avuto subito inizio, tra tazze di gluhwein fumante e chiacchiere. Con il nostro anfitrione, Riccardo, un 29enne che dopo un paio di esperienze lavorative in Italia, di cui la seconda al limite del mobbing, ha deciso di levare le tende e di saggiare il suo tedesco e la sua laurea, un mix tra Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Aveva un'amica a Monaco che le ha fornito una base e nel giro di tre mesi ha avuto anche un lavoro. Un primo impiego interinale a 1.200€ al mese. Oggi vive in centro in un appartamento che divide con Alice, che lavora nell'aerospaziale a 70 km dalla città, ma la vengono a prendere con la navetta dell'azienda e ha uno stipendio più che doppio rispetto a Riccardo. Che si è anche fidanzato, con Alessandra, che dalla Panasonic di Milano ha chiesto il trasferimento in Germania e oggi guadagna quanto la sua responsabile in Italia e presto potrà tornare ad occuparsi di cinema - dopo aver arredato casa nel giro di un anno - materia che ha studiato a fondo tra Vicenza e Milano. A noi, la seconda sera, si è aggiunto Federico, che ha raccontato brevemente del suo ultimo viaggio in India, mentre ci è sfuggito Andrea, che abita sempre a Monaco. Una città sorprendentemente pulita, sicura, con treni e metropolitane che passano ogni minuto, stazioni affollate, defibrillatori in punti strategici, zero accattonaggio. Che ha i Girasoli nella Pinatoteca Nuova, il villaggio olimpico del '72 vicino ad un parco enorme, un'area festa che quando non è Oktober è occupata da ogni scusa buona e una birra da impazzire. E, su tutto, ha qualcosa che qui manca così terribilmente che colpisce come se fosse un miracolo: l'opportunità. Quella che questi trentenni che hanno lasciato l'auto in Italia chiusa in qualche garage sono andati a cercare e hanno trovato subito, e che continuano a trovare, semplicemente, come deve essere. Senza sentirsi affamati di tutto: di soldi come di dignità come di riconoscimento, in quanto persone degne di futuro.
#chiamatelichoosy
Preparati per il peggio (il giorno prima della partenza là il termometro segnava -19°) e con il decollo rimandato di un paio d'ore per neve, l'impatto termico con la città è stato decisamente morbido e il giro per mercatini (dopo una prima tappa ad uno dei migliori birrifici della città, che si trova curiosamente in aeroporto) ha avuto subito inizio, tra tazze di gluhwein fumante e chiacchiere. Con il nostro anfitrione, Riccardo, un 29enne che dopo un paio di esperienze lavorative in Italia, di cui la seconda al limite del mobbing, ha deciso di levare le tende e di saggiare il suo tedesco e la sua laurea, un mix tra Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Aveva un'amica a Monaco che le ha fornito una base e nel giro di tre mesi ha avuto anche un lavoro. Un primo impiego interinale a 1.200€ al mese. Oggi vive in centro in un appartamento che divide con Alice, che lavora nell'aerospaziale a 70 km dalla città, ma la vengono a prendere con la navetta dell'azienda e ha uno stipendio più che doppio rispetto a Riccardo. Che si è anche fidanzato, con Alessandra, che dalla Panasonic di Milano ha chiesto il trasferimento in Germania e oggi guadagna quanto la sua responsabile in Italia e presto potrà tornare ad occuparsi di cinema - dopo aver arredato casa nel giro di un anno - materia che ha studiato a fondo tra Vicenza e Milano. A noi, la seconda sera, si è aggiunto Federico, che ha raccontato brevemente del suo ultimo viaggio in India, mentre ci è sfuggito Andrea, che abita sempre a Monaco. Una città sorprendentemente pulita, sicura, con treni e metropolitane che passano ogni minuto, stazioni affollate, defibrillatori in punti strategici, zero accattonaggio. Che ha i Girasoli nella Pinatoteca Nuova, il villaggio olimpico del '72 vicino ad un parco enorme, un'area festa che quando non è Oktober è occupata da ogni scusa buona e una birra da impazzire. E, su tutto, ha qualcosa che qui manca così terribilmente che colpisce come se fosse un miracolo: l'opportunità. Quella che questi trentenni che hanno lasciato l'auto in Italia chiusa in qualche garage sono andati a cercare e hanno trovato subito, e che continuano a trovare, semplicemente, come deve essere. Senza sentirsi affamati di tutto: di soldi come di dignità come di riconoscimento, in quanto persone degne di futuro.
#chiamatelichoosy
giovedì 13 dicembre 2012
All'incontrario va
Il giorno in cui mi hanno detto che la mia avventura in radio sarebbe finita a fine anno (cioè tra 18 giorni) - e si parla di settimana scorsa - due altri avvenimenti hanno contribuito ad alimentare il desiderio di suicidio.
Il primo, più grave, è che proprio quel martedì iniziava una suplenza a due-passi-due da casa, di Italiano, in una scuola media. Un inferno scampato per quelle giovani menti (forse salve le gomme della mia auto), una boccatina d'ossigeno per me, alla luce dei fatti.
Il secondo è la richiesta di un confezionamento di un approfondimento con la notizia del momento: la perdita di posti di lavoro, le percentuali, il precariato. Insomma: io che vado in onda parlando di me. Provando, ancora una volta, quella sensazione di lontananza da un problema che mi trafigge così dolosamente da parte di chi mi sta intorno. Riassumendo: perdo il lavoro, ne perdo un secondo, lo dico ma non interessa, se non a livello statistico. Neanche un troppo interessante caso sociologico.
E invece no. Perchè se ormai la sindrome da sliding doors è di nuovo passata, se sono di nuovo meno arrabbiata, se sono ancora pronta a ricominciare da capo, se ho il sostegno di chi mi vuole bene, se non è colpa mia ma ho fatto tutto al meglio, se il pensiero positivo prevarrà ancora una volta è comunque una gran fatica che di opportunità non porta nemmeno il sapore artificiale.
Certo. Potrebbe piovere (Frankestein junior docet). Come no. Ma quello che mi fa impazzire è la sensazione da scampato pericolo che sento "negli altri". Fiùùùù. Mors tua. Terra ferma sotto i miei piedi, yes!! Ecco che cosa combatto ferocemente: l'indifferenza. Ecco perchè scelsi questo lavoro, come ho scritto cento volte: per poter testimoniare, far conoscere, far riflettere, anche solo un momento, oltre la cortina del menefreghismo.
Ecco perchè, in chiusura di questo post, racconto brevemente un'altra storia da vita di serie B. Brevemente perchè non conosco i particolari, ma spero che presto qualche collega possa approfondirla.
Il primo, più grave, è che proprio quel martedì iniziava una suplenza a due-passi-due da casa, di Italiano, in una scuola media. Un inferno scampato per quelle giovani menti (forse salve le gomme della mia auto), una boccatina d'ossigeno per me, alla luce dei fatti.
Il secondo è la richiesta di un confezionamento di un approfondimento con la notizia del momento: la perdita di posti di lavoro, le percentuali, il precariato. Insomma: io che vado in onda parlando di me. Provando, ancora una volta, quella sensazione di lontananza da un problema che mi trafigge così dolosamente da parte di chi mi sta intorno. Riassumendo: perdo il lavoro, ne perdo un secondo, lo dico ma non interessa, se non a livello statistico. Neanche un troppo interessante caso sociologico.
E invece no. Perchè se ormai la sindrome da sliding doors è di nuovo passata, se sono di nuovo meno arrabbiata, se sono ancora pronta a ricominciare da capo, se ho il sostegno di chi mi vuole bene, se non è colpa mia ma ho fatto tutto al meglio, se il pensiero positivo prevarrà ancora una volta è comunque una gran fatica che di opportunità non porta nemmeno il sapore artificiale.
Certo. Potrebbe piovere (Frankestein junior docet). Come no. Ma quello che mi fa impazzire è la sensazione da scampato pericolo che sento "negli altri". Fiùùùù. Mors tua. Terra ferma sotto i miei piedi, yes!! Ecco che cosa combatto ferocemente: l'indifferenza. Ecco perchè scelsi questo lavoro, come ho scritto cento volte: per poter testimoniare, far conoscere, far riflettere, anche solo un momento, oltre la cortina del menefreghismo.
Ecco perchè, in chiusura di questo post, racconto brevemente un'altra storia da vita di serie B. Brevemente perchè non conosco i particolari, ma spero che presto qualche collega possa approfondirla.
Mentre il Codacons annuncia
una class action contro Trenord per i disagi subiti dai pendolari negli ultimi
giorni la situazione è già precipitata. Pietro scrive sulla pagina Facebook del Comitato Pendolari della Linea S6 Milano Novara di essere stato licenziato. L'azienda non tollerava più i ritardi. Lasciato a casa con una certa facilità, il contratto a progetto lo permette. Non è valso a nulla alzarsi prima per prendere il treno precedente, come i pendolari testimoniano ogni santissimo giorno: i convogli sono in ritardo, si fermano nel nulla, hanno poche carrozze, la gente fatica a salirvi, i malori sono quotidiani. I ritardi sono matematici, puntuali, come questo licenziamento, difficile da digerire con un "ci scusiamo per il disagio". Pietro non sa che fare, ora è solo arrabbiato. Del Natale non se ne fa nulla, come del pensiero positivo, almeno per il momento. ll suo datore di lavoro gli ha detto che doveva alzarsi ancora prima, neanche abitasse in Svizzera. Mi sembra di sentire il preside del mio Liceo, quando ad una richiesta di permesso motivata proprio dalla difficoltà di prendere il treno mi disse di farmi comprare il motorino.
Potrebbe piovere, ma intanto fa un gran freddo.
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