Ho pranzato con papà, oggi.
E, come sempre, abbiamo visto Studio Aperto, perchè ci divertiamo a massacrarlo, seppur orfani ormai da tempo di Silvia Vada. Solo che il gioco, oggi, non mi ha divertito per niente.
Sono state tre le cose che mi hanno davvero infastidito, più del solito, più di tutto, che non mi hanno strappato nemmeno un sorriso.
La prima riguarda una rettifica: scusate, ieri nell'ambito di una notizia di cronaca abbiamo mostrato la foto di quest'uomo, ma non era lui l'indagato. Corretto: applicato il dovere di rettifica, come da codice deontologico. Quello che mi ha infastidito è stato il modo: una leggerezza incredibile. Ah no guardate, l'indagato non è lui, voltiamo pagina. E chissene che cosa è successo, nel frattempo, al malcapitato che è apparso in un notiziario con una bella accusa addosso. Ma chi ha cercato quella foto? Ha usato Google immagini e ne ha pescata una a caso?
La seconda è un insulto alle donne. Un servizio sulla moda milanese che ha puntato l'attenzione di come il bilancio della Fashion Week sia stato estremamente positivo grazie alla presenza di Canalis, Fico, Minetti, tutte in costume. Non una parola sulle tendenze, la ricerca, l'innovazione, la moda, insomma. No: il successo è tutto racchiuso nella partecipazione di queste bellissime stelle, a maggior ragione perchè svestitissime. Sempre un passo avanti verso le pari opportunità e contro la mercificazione del corpo, eh.
La terza riguarda la professione. Perchè visto che non sono figa come la Canalis, la Fico e la Minetti, ho capito che posso solo essere estremamente brava. Almeno ci provo, e ci riprovo. Ma poi vedo un servizio su Belen Rodriguez e anche questa convinzione vacilla. Non per Belen, forse (l'ennesima donna spaziale, inserita in mezz'ora di notiziario perchè sarebbe incinta, o no? Un dubbio che merita un minuto di riflessione), ma per il fatto che il servizio inizia con le immagini di uno spot di cui lei è protagonista e che è in onda in questi giorni. Pubblicità in una notizia, in barba a tutte le regole possibili e immaginabili.
E allora mi chiedo: possono tre servizi pseudogiornalistici servirsi di immagini ad minchiam, pretesti seminudi e sbagliati per giustificare un servizio su tutt'altro argomento e pubblicità invece di una serie qualsiasi di immagini di copertura?
Oppure sarebbe il caso di chiedersi perchè c'è anche un esame di Stato.
Silvia Vada, mi manchi.
mercoledì 26 settembre 2012
martedì 25 settembre 2012
Lo spettacolo dopo il week end?
Questo fine settimana sono successe una miriade di cose.
Belle e brutte, ma quello che mi ha colpito più di tutto è che le ho osservate tutte da fuori. Come se gli attori fossero in un mondo acquatico artificiale e io fossi lì, a due passi da questo insieme di pesci variopinti, all'asciutto e dall'altra parte del vetro dell'acquario.
Sono andata a vedere lo spettacolo di teatro di un amico, per la seconda volta. Solo che io e mia sorella sapevamo già che cosa Fabrizio sarebbe andato a fare e le nostre risate arrivavano puntalmente 20 secondi prima, come se gli altri fossero via satellite.
Sono uscita a ballare, e mi sono ritrovata a osservare una marea umana di belle persone tirate pettinate truccate atteggiate in uno spazio troppo piccolo per contenerle tutte prima, e ad osservare la tristezza negli occhi di due giovani donne poi, riservandomi il ruolo di taxi driver, che una sigaretta storta tra le labbra avrebbe reso più cinematografico.
Sono stata ad un matrimonio, per la torta. Ancora mi chiedo perchè è arrivato l'invito, ma questa è un'altra storia. Ho osservato i miei amici travolti dalla giornata, satolli di cibo, beatamente brilli e spiegazzati e ho assistito alle promesse future di altre felicità. Poi mi sono guardata di fianco e non c'era nessuno, come sempre da qualche anno a questa parte. E allora con il fratello dello sposo mi sono inventata il classico gioco del tra-qualche-anno-ci-sposiamo-io-e-te. Con il termine ultimo spostato a 50 anni, quando i miei fianchi somiglieranno senza possibilità di errore ad un materasso (Marco, è meglio che tu lo sappia sin d'ora).
E ho tifato la mia Inter allo stadio. E anche lì sembrava di essere fuori dai giochi. Perchè non si capisce come una squadra che sbaglia, crea, risbaglia, ricrea si perda le vere occasioni e ne esca sconfitta.
Niente malinconie autunnali, avverte il mio oroscopo, quello che una persona saggia mi ha consigliato di non guardare più. Lo stesso oroscopo che per tutto l'anno mi ha rivelato che sono in trasformazione, in positiva metamorfosi. Una "forma" che cambia "attraverso", lo dice la parola stessa. Attraverso questo vetro che mi separa dal resto della vita vissuta, forse? Non saprei. Per il momento osservare mi riesce proprio bene.
Belle e brutte, ma quello che mi ha colpito più di tutto è che le ho osservate tutte da fuori. Come se gli attori fossero in un mondo acquatico artificiale e io fossi lì, a due passi da questo insieme di pesci variopinti, all'asciutto e dall'altra parte del vetro dell'acquario.
Sono andata a vedere lo spettacolo di teatro di un amico, per la seconda volta. Solo che io e mia sorella sapevamo già che cosa Fabrizio sarebbe andato a fare e le nostre risate arrivavano puntalmente 20 secondi prima, come se gli altri fossero via satellite.
Sono uscita a ballare, e mi sono ritrovata a osservare una marea umana di belle persone tirate pettinate truccate atteggiate in uno spazio troppo piccolo per contenerle tutte prima, e ad osservare la tristezza negli occhi di due giovani donne poi, riservandomi il ruolo di taxi driver, che una sigaretta storta tra le labbra avrebbe reso più cinematografico.
Sono stata ad un matrimonio, per la torta. Ancora mi chiedo perchè è arrivato l'invito, ma questa è un'altra storia. Ho osservato i miei amici travolti dalla giornata, satolli di cibo, beatamente brilli e spiegazzati e ho assistito alle promesse future di altre felicità. Poi mi sono guardata di fianco e non c'era nessuno, come sempre da qualche anno a questa parte. E allora con il fratello dello sposo mi sono inventata il classico gioco del tra-qualche-anno-ci-sposiamo-io-e-te. Con il termine ultimo spostato a 50 anni, quando i miei fianchi somiglieranno senza possibilità di errore ad un materasso (Marco, è meglio che tu lo sappia sin d'ora).
E ho tifato la mia Inter allo stadio. E anche lì sembrava di essere fuori dai giochi. Perchè non si capisce come una squadra che sbaglia, crea, risbaglia, ricrea si perda le vere occasioni e ne esca sconfitta.
Niente malinconie autunnali, avverte il mio oroscopo, quello che una persona saggia mi ha consigliato di non guardare più. Lo stesso oroscopo che per tutto l'anno mi ha rivelato che sono in trasformazione, in positiva metamorfosi. Una "forma" che cambia "attraverso", lo dice la parola stessa. Attraverso questo vetro che mi separa dal resto della vita vissuta, forse? Non saprei. Per il momento osservare mi riesce proprio bene.
mercoledì 12 settembre 2012
Un venerdì da leoni
Sono diventata nuovamente zia.
Lo sono diventata dallo scorso 7 settembre e non posso non condividere la gioia per questa nuova vita. Non posso non raccontare la forza di volontà della sua mamma, un'amica, una donna.
Di un nome che trasmette questa forza, che è un suggerimento della nonna. Il nome della protagonista femminile di un libro che lei stava leggendo, una donna che si confronta con due amiche che - concidenza - portano i nomi di altre donne della famiglia.
Lèonié è nata a Magenta, non in Francia, d'accordo. E' e sarà quindi un nome che susciterà sempre dell'interesse, la renderà notabile, importante. E' un nome che esprime forza, intenzionalmente. Quella forza leonina che sta tutta nel suo significato e nella sua radice. Un'ostinazione linguistica che non è mai cambiata fin dal greco, e poi al latino, e poi alle neolatine. Come a dire: il leone è leone. Maschietti, siete tutti avvisati.
Non poteva essere altrimenti, del resto. Con una mamma che di chiama Naika e una nonna che di quel nome porta la versione italiana (Vittoria). E un nonno, quello paterno, che si chiama Leonzio, che quanto meno può sentirsi omaggiato.
Lèonié, come ha scritto qualcuno, è entrata nel giro. Una vasta rete di zii che ci sono e che sono tutti legati da un filo rosso di affetto, seppur con un'enorme dose di discrezione. Zii che magari non chiamano per non disturbare, che magari aspetteranno un pochino per farle visita, ma che l'hanno quasi tutta già vista nel video girato dal suo papà o dal tam tam di foto passate via whatsapp. Se pensava di passare inosservata, la piccola, ha capito male, insomma. Nel giro del cuore e nel chip dei nostri dispositivi mobili.
Ben arrivata, allora. Hai forse scelto un percorso insolito per affacciarti nelle nostre vite, ma sapevo già da molto tempo che questo, presto, sarebbe stato solo un piccolo particolare. La tua casa era piena di te già da diverso tempo, ora anche quei preparativi e quegli spazi non sono niente a confronto della tua sola presenza.
Ben arrivata, piccola stella.
venerdì 7 settembre 2012
Friendship, may you be blessed
Ho rubato il titolo da un aggiornamento di stato di un amico, di qualche tempo fa. Perchè diciamocelo chiaramente: come titolista faccio pietà. Fin dai tempi della mia piccola collaborazione con il settimanale di zona evitavo il più possibile e lasciavo che fosse la redazione a provvedere. Perchè sarò brava e sintetica, spesso tagliente, a volte pertinente, ma i titoli proprio no.
Mi sono resa conto che il concetto di "ridefinizione" dovrebbe essere ben stampato nella mente di tutti.
Ridefinizione delle aspettative, dico.
Non è mai troppo tardi scoprire che non puoi fare affidamento su nessuno. O meglio, capire definitivamente (?) che le tue gambette devono andare avanti, un passo alla volta, o indietro, si spera il meno possibile, senza tener le braccia in alto per cercare quel paio di mani che ti sorregga. No, non ci sono più. No, non sei più alto meno di un metro. Le scarpe son tue e con quelle, e solo unicamente in quelle, devi camminare.
E' una considerazione generale, però. Ieri sera io, i due Paolo, Stefano e Davide eravamo seduti al bar e il gioco era leggero, quello di far le domande più cretine a Cristina e Claudia, di qualche anno di meno. Ma tra queste domande ne è spuntata una tutt'altro che banale. E' stato Paolo a chiedere d'improvviso a Claudia: ma tu sei felice? E lei, semplicemente, immediatamente e con un sorriso ha risposto sì.
Disarmante. Noi, gruppo di trentenni ognuno con casa propria e con storie differenti, tutte che sembrano una quotidiana corsa ad ostacoli, siamo rimasti un attimo senza parole, prima di ricominciare il gioco-delle-domande-cretine. Noi, isole dai ponti fragili e dalle funi di salvataggio continuamente tese. Noi che spesso misuriamo le parole e spesso no, anzi, spessissimo no.
Non è mai troppo tardi. Anche per scoprire che non sono quelle che pensi le persone che davvero ti stanno vicine. Non fisicamente. Si tratta di una prossemica diversa, meno fisica, più spirituale, quelle del ti voglio bene davvero che però spesso corre nell'etere, in un sms, una chat, una mail. I tempi in cui le ore insieme anche senza far niente si affastellavano giorno dopo giorno continuano a mancarmi molto.
Mi sono resa conto che il concetto di "ridefinizione" dovrebbe essere ben stampato nella mente di tutti.
Ridefinizione delle aspettative, dico.
Non è mai troppo tardi scoprire che non puoi fare affidamento su nessuno. O meglio, capire definitivamente (?) che le tue gambette devono andare avanti, un passo alla volta, o indietro, si spera il meno possibile, senza tener le braccia in alto per cercare quel paio di mani che ti sorregga. No, non ci sono più. No, non sei più alto meno di un metro. Le scarpe son tue e con quelle, e solo unicamente in quelle, devi camminare.
E' una considerazione generale, però. Ieri sera io, i due Paolo, Stefano e Davide eravamo seduti al bar e il gioco era leggero, quello di far le domande più cretine a Cristina e Claudia, di qualche anno di meno. Ma tra queste domande ne è spuntata una tutt'altro che banale. E' stato Paolo a chiedere d'improvviso a Claudia: ma tu sei felice? E lei, semplicemente, immediatamente e con un sorriso ha risposto sì.
Disarmante. Noi, gruppo di trentenni ognuno con casa propria e con storie differenti, tutte che sembrano una quotidiana corsa ad ostacoli, siamo rimasti un attimo senza parole, prima di ricominciare il gioco-delle-domande-cretine. Noi, isole dai ponti fragili e dalle funi di salvataggio continuamente tese. Noi che spesso misuriamo le parole e spesso no, anzi, spessissimo no.
Non è mai troppo tardi. Anche per scoprire che non sono quelle che pensi le persone che davvero ti stanno vicine. Non fisicamente. Si tratta di una prossemica diversa, meno fisica, più spirituale, quelle del ti voglio bene davvero che però spesso corre nell'etere, in un sms, una chat, una mail. I tempi in cui le ore insieme anche senza far niente si affastellavano giorno dopo giorno continuano a mancarmi molto.
giovedì 6 settembre 2012
L'erba del vicino
Hai voglia ad ammirare i Paesi nordici. E star lì a guardare classifiche, in cui occupiamo posti sempre più bassi. A consultare rilevazioni Istat, sondaggi demoscopici, dai di associazioni di industriali ecc.
Quello che manca è la cultura di base, quella che, senza bisogno di suggerimenti nè di forzature, dovrebbe dettarci automaticamente il senso civico, l'amore per il bene pubblico, il rispetto delle istituzioni e il contributo consapevole alla spesa pubblica.
Ho letto l'ultimo Gramellini di oggi che mi ha battuto sul tempo: non ramanzine, dice, ma l'esempio.
Ecco: allora, se in questo caso dovessimo cercare l'esempio, siamo (non saremmo, siamo) spacciati. Perchè quello che si chiede ad ogni singolo Italiano è una cosa, mostrandogli contemporaneamente, da decenni, tutta una serie di scappatoie alternative per non farlo. Paga, ma guarda come non lo faccio io. Non rubare, lo faccio io già alla grande. Ti rabbonisco parlandoti delle generazioni future, e mi lavo la coscienza chiedendo scusa se la mia generazione non ha fatto nulla, e ciao.
Siamo un popolo di sanzionatori a convenienza. Ognuno di noi lo diventa, a seconda delle situazioni, a seconda del momento.
E' un po' come funziona per i limiti di velocità. Invece di studiare le dinamiche del flusso del traffico, che si autoregola a seconda dei momenti della giornata, ti piazzano un limite che, nella maggior parte dei casi, se rispettato causa o un forte intralcio alla circolazione, o un vero e proprio pericolo. Poi arriva il giorno dell'autovelox e tac! Tutti fregati. Non importa poi se il limite di velocità è segnalato in perfetta corrispondenza dell'autovelox in questione e mai prima, e non importa se nel senso opposto lo stesso limite è ben segnalato ed è di 20 km/h in più. In un Comune, magari, che anni fa aveva un semaforo controllato con un tempo di giallo di mezzo secondo.
Ma siamo in Italia. Sì, eccolo, il luogo comune. Che ci sta tutto.
Quello che manca è la cultura di base, quella che, senza bisogno di suggerimenti nè di forzature, dovrebbe dettarci automaticamente il senso civico, l'amore per il bene pubblico, il rispetto delle istituzioni e il contributo consapevole alla spesa pubblica.
Ho letto l'ultimo Gramellini di oggi che mi ha battuto sul tempo: non ramanzine, dice, ma l'esempio.
Ecco: allora, se in questo caso dovessimo cercare l'esempio, siamo (non saremmo, siamo) spacciati. Perchè quello che si chiede ad ogni singolo Italiano è una cosa, mostrandogli contemporaneamente, da decenni, tutta una serie di scappatoie alternative per non farlo. Paga, ma guarda come non lo faccio io. Non rubare, lo faccio io già alla grande. Ti rabbonisco parlandoti delle generazioni future, e mi lavo la coscienza chiedendo scusa se la mia generazione non ha fatto nulla, e ciao.
Siamo un popolo di sanzionatori a convenienza. Ognuno di noi lo diventa, a seconda delle situazioni, a seconda del momento.
E' un po' come funziona per i limiti di velocità. Invece di studiare le dinamiche del flusso del traffico, che si autoregola a seconda dei momenti della giornata, ti piazzano un limite che, nella maggior parte dei casi, se rispettato causa o un forte intralcio alla circolazione, o un vero e proprio pericolo. Poi arriva il giorno dell'autovelox e tac! Tutti fregati. Non importa poi se il limite di velocità è segnalato in perfetta corrispondenza dell'autovelox in questione e mai prima, e non importa se nel senso opposto lo stesso limite è ben segnalato ed è di 20 km/h in più. In un Comune, magari, che anni fa aveva un semaforo controllato con un tempo di giallo di mezzo secondo.
Ma siamo in Italia. Sì, eccolo, il luogo comune. Che ci sta tutto.
martedì 28 agosto 2012
Mezzogiorni di fuoco
Quest'estate ci siamo svegliati tutti un po' più piromani. E dire che la benzina costa, se posso permettermi la battuta cretina. Piromani e impenitenti, piccoli McGiver capace di costruire inneschi da distribuire qua e là e provocare incendi devastanti. Colline e pianure nere e gialle, dove il giallo ha favorito l'appiccamento.
Come mai? Che gusto c'è ad aizzare il fuocherello che poi cresce, e cresce, fino a minacciare case e negozi, hotel, una vita di sacrifici? Nessun fuoco sacro, solo quello della convenienza. In un Paese dove il concetto di "bene pubblico" perde di significato più velocemente di tutti gli altri fondamenti culturali, si pensa a preservare il proprio interesse, a discapito di quello degli altri. Non importa che danno si recherà al mio vicino, forse forse anche ai miei consanguinei, perchè è la piccola guerra tra poveri quello che ottusamente prende il sopravvento, sperando che il vento spiri nella giusta direzione.
Perchè succedono cose, in questo Paese, che tutti sanno ma che non si dicono. Succedono e basta. Poi se arriva il Saviano di turno che li mette nero su bianco diventa quello il guastafeste, la pietra dello scandalo.
Ad esempio, nessuno dice che ci sono Regioni, e paesini di quelle Regioni, in cui la forza lavoro principale è data dallo Stato: scuola, amministrazioni, forze dell'ordine. Forestali. Troppi, anche per pattugliare i boschi senza spostare nemmeno la spazzatura lasciata dai turisti, abbandonata persino la Panda4X4 che una volta li rendeva così caratteristici. Troppi, per vigilare sul ciclo della Natura. Se ne sono accorti anche al Governo, che l'anno scorso ha iniziato a ridurre il numero dei Canadair e quest'anno ha iniziato a pensare ai tagli del personale. Iniziato, diciamo così.
Statali e contadini, anche. Che sanno benissimo che un terreno bruciato non può essere coltivato per anni, ma che in questo lasso di tempo lo Stato corre in aiuto. Perchè il segnificato di "welfare" è proprio questo. Sempre meno, d'accordo, ma in certi settori e in certi casi ancora totale. Come in questo specifico caso.
Terra bruciata, aiuto dallo Stato, lavoro da fare per chi per lunghi periodi dell'anno se ne sta "alla casetta". Tanto poi a lasciarci le penne sono coloro che vanno a spegnerlo da vicino, il fuoco, se capita.
Ma queste cose non si dicono, non si può.
Orticello. Bruciato, impoverito, privo di orizzonte.
Come mai? Che gusto c'è ad aizzare il fuocherello che poi cresce, e cresce, fino a minacciare case e negozi, hotel, una vita di sacrifici? Nessun fuoco sacro, solo quello della convenienza. In un Paese dove il concetto di "bene pubblico" perde di significato più velocemente di tutti gli altri fondamenti culturali, si pensa a preservare il proprio interesse, a discapito di quello degli altri. Non importa che danno si recherà al mio vicino, forse forse anche ai miei consanguinei, perchè è la piccola guerra tra poveri quello che ottusamente prende il sopravvento, sperando che il vento spiri nella giusta direzione.
Perchè succedono cose, in questo Paese, che tutti sanno ma che non si dicono. Succedono e basta. Poi se arriva il Saviano di turno che li mette nero su bianco diventa quello il guastafeste, la pietra dello scandalo.
Ad esempio, nessuno dice che ci sono Regioni, e paesini di quelle Regioni, in cui la forza lavoro principale è data dallo Stato: scuola, amministrazioni, forze dell'ordine. Forestali. Troppi, anche per pattugliare i boschi senza spostare nemmeno la spazzatura lasciata dai turisti, abbandonata persino la Panda4X4 che una volta li rendeva così caratteristici. Troppi, per vigilare sul ciclo della Natura. Se ne sono accorti anche al Governo, che l'anno scorso ha iniziato a ridurre il numero dei Canadair e quest'anno ha iniziato a pensare ai tagli del personale. Iniziato, diciamo così.
Statali e contadini, anche. Che sanno benissimo che un terreno bruciato non può essere coltivato per anni, ma che in questo lasso di tempo lo Stato corre in aiuto. Perchè il segnificato di "welfare" è proprio questo. Sempre meno, d'accordo, ma in certi settori e in certi casi ancora totale. Come in questo specifico caso.
Terra bruciata, aiuto dallo Stato, lavoro da fare per chi per lunghi periodi dell'anno se ne sta "alla casetta". Tanto poi a lasciarci le penne sono coloro che vanno a spegnerlo da vicino, il fuoco, se capita.
Ma queste cose non si dicono, non si può.
Orticello. Bruciato, impoverito, privo di orizzonte.
lunedì 20 agosto 2012
Non odio i lunedì
E' lunedì, ma potrebbe essere qualsiasi altro giorno. Principalmente perchè non sono stata in vacanza e oggi non è quel giorno tragico che molti hanno segnato in rosso sul calendario, perchè è il giorno di rientro nella routine lavorativa. Perchè non ce l'ho, la routine lavorativa. Perchè ho lavorato ieri e l'altro ieri e continuerò fino a venerdì e va benissimo così.
Nonostante la sveglia, che è suonata poco dopo le 5 e i miei ormai consueti 30 chilometri per arrivare qui. Ma guido con l'alba che con le sue dita di rosa picchietta sul parabrezza, e picchiettando diventa sempre più chiara. E mentre guido butto un occhio sul display del cruscotto, saltato da un po' e che non riesco a riallineare al tempo presente. Che oggi segna il 4 settembre. Del 2004.
Insomma, non ho la DeLorean, ma per tenermi sveglia provo a tornare indietro nel tempo, a ricordarmi dov'ero, il 4 settembre del 2004. Forse in qualche diario troverei notizie più precise, sicuramente ero a circa un mese dalla laurea. Avrei voluto andare all'Oktober Fest, ma "poi non entri nel vestito!" (mamma sempre adorabile). Faceva caldissimo, lo avrebbe fatto anche un mese dopo e anche al matrimonio della Vale, a metà ottobre, con tutti noi fuori dall'univarsità, visto che io e Marchino avremmo chiuso la serie. Correvo con il peugeottino 205 dell'89 a cercar stampanti, visto che la mia, nel bel mezzo della produzione cartacea dell'ennesimo capitolo, pensava invariabilmente di abbandonarmi. O di stampanti, o di cartucce, in ogni caso. Un'auto leggera e scattante e ovviamente senza condizionatore, con i finestrini a manovella e guidata sempre come se non ci fosse un domani.
Mi stupisco sempre di come il tempo passi e non passi insieme, penso guardando quella data lampeggiante. Son sempre qui. Son sempre io. Anche se ora ho l'alzacristalli elettrico.
E' ora di fare una visita a Monaco di Baviera.
Nonostante la sveglia, che è suonata poco dopo le 5 e i miei ormai consueti 30 chilometri per arrivare qui. Ma guido con l'alba che con le sue dita di rosa picchietta sul parabrezza, e picchiettando diventa sempre più chiara. E mentre guido butto un occhio sul display del cruscotto, saltato da un po' e che non riesco a riallineare al tempo presente. Che oggi segna il 4 settembre. Del 2004.
Insomma, non ho la DeLorean, ma per tenermi sveglia provo a tornare indietro nel tempo, a ricordarmi dov'ero, il 4 settembre del 2004. Forse in qualche diario troverei notizie più precise, sicuramente ero a circa un mese dalla laurea. Avrei voluto andare all'Oktober Fest, ma "poi non entri nel vestito!" (mamma sempre adorabile). Faceva caldissimo, lo avrebbe fatto anche un mese dopo e anche al matrimonio della Vale, a metà ottobre, con tutti noi fuori dall'univarsità, visto che io e Marchino avremmo chiuso la serie. Correvo con il peugeottino 205 dell'89 a cercar stampanti, visto che la mia, nel bel mezzo della produzione cartacea dell'ennesimo capitolo, pensava invariabilmente di abbandonarmi. O di stampanti, o di cartucce, in ogni caso. Un'auto leggera e scattante e ovviamente senza condizionatore, con i finestrini a manovella e guidata sempre come se non ci fosse un domani.
Mi stupisco sempre di come il tempo passi e non passi insieme, penso guardando quella data lampeggiante. Son sempre qui. Son sempre io. Anche se ora ho l'alzacristalli elettrico.
E' ora di fare una visita a Monaco di Baviera.
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